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Un passo avanti e dieci indietro

No, non sono morta.
Non sono incinta, se è questo che qualcuna di voi, un po’ troppo ottimista, ha pensato.
E il Tribunale non ci ha miracolosamente chiamati per affidarci un bimbo.

Sono stata lontana dal blog semplicemente perché non sapevo cosa scrivere.

Mi guardo allo specchio, e non mi riconosco più. Comincio a pensare di soffrire di personalità multiple.
Ho sempre saputo – mi è sempre stato detto – di essere lunatica, ma… Non pensavo fino a questo punto.

Se questo fosse il mio primo post e mi dovessi presentare, direi qualcosa del genere:

“Ciao a tutti. Mi chiamo Eva, ho ventisette anni. Ho sempre sognato di diventare madre. Due anni fa ho scoperto che io e mio marito non possiamo avere figli. Dopo tre tentativi falliti di PMA, abbiamo deciso di adottare. Ero così convinta della mia scelta che dentro di me compativo le donne che continuavano a provare con la fecondazione assistita dopo tanti tentativi andati male. Avevo rinunciato completamente al pancione. Volevo essere una mamma di cuore. Poi, una mattina, esattamente un mese dopo aver presentato la richiesta di adozione al Tribunale, mi sono svegliata e ho deciso che a ventisette anni non posso, non voglio ancora rinunciare ad avere un bambino che provenga dal mio ventre. E tra pochi giorni andrò all’ ospedale San Paolo di Milano per programmare la prossima PMA. Ah, dimenticavo. Non sono mica tanto normale. Così, giusto per informarvi.”

Beh. Che dire? In poche righe ho condensato tutto quello che è accaduto in queste mie settimane di assenza dal blog. Che poi, in realtà, questo repentino cambio di direzione è accaduto negli ultimi giorni. Sono stati giorni deliranti.

Dopo il terribile colloquio con i giudici al Tribunale per i Minorenni, ho continuato a pensare, a pensare e a tormentarmi senza sosta. Sono stata male, ho avuto la nausea, il mal di stomaco, non ho dormito.
Mi sentivo come se avessi dentro alla testa un criceto che correva sulla ruota, senza mai fermarsi.

Sono stata assalita dall’ansia, dalla paura, dall’impazienza.

Il pensiero di rimanere in attesa per anni di un figlio che forse non sarebbe mai arrivato non mi faceva più dormire la notte.
Le parole del giudice continuavano a risuonare nella mia mente.
“Probabilmente nei prossimi tre anni non vi chiamerà nessuno.”
Parole pronunciate con rabbia, come se non fossimo due brave persone che desiderano avere una famiglia e donare amore e un futuro ad un bambino nato nel posto sbagliato… No, come se fossimo due ladri che vogliono ottenere ciò che non spetta loro!

E mi sono resa conto che io e Marito abbiamo sbagliato a dare la disponibilità solo per l’adozione nazionale.
Me la sono presa con lui. Perché era stato lui a voler aspettare prima di procedere, eventualmente, con l’adozione internazionale. Lui dice sempre che dobbiamo essere ottimisti… E mi sono lasciata contagiare dal suo ottimismo. Anche se io sono sempre stata, tra i due, la più… Non pessimista, ma razionale (spesso i due termini coincidono, considerando tutto quello che ci sta capitando).

E mi sono lasciata influenzare anche dalle parole dell’assistente sociale, che evidentemente non voleva che scegliessimo la strada dell’ A.I., timorosa di un eventuale fallimento.

Un giorno, tre settimane fa, mi sono svegliata e mi sono detta che nessuno può impedirmi di trovare mio figlio. Ho parlato con Marito dell’A.I. Abbiamo litigato e ha dormito sul divano per l’ennesima volta in questo periodo. Non perché non fosse d’accordo con la mia decisione, ma perché, ancora una volta, non ho potuto fare a meno di accusarlo di essere la causa delle mie sofferenze.
Sono una stronza? Sì.
A mia discolpa, provo un costante dolore al petto che forse non può giustificare le mie azioni ma, almeno in parte, scusarle.

Abbiamo parlato con i servizi sociali della nostra decisione di procedere subito con la richiesta per l’A.I. Ma si sono detti contrari. Hanno ribadito che è meglio aspettare, perché il Tribunale potrebbe considerare in modo negativo questo repentino cambio di direzione, e addirittura negarci l’idoneità! Dicono che dobbiamo pazientare. Che le chance sono basse, ma che non dobbiamo farci scoraggiare dalle parole del giudice, e che è stato un po’ troppo duro con noi. Secondo loro il suo atteggiamento poco simpatico è dovuto al fatto che il Tribunale dei Minorenni di Bologna ultimamente ha avuto degli scontri con i Servizi Sociali del nostro Comune (di bene in meglio).

Inoltre gli assistenti sociali ci hanno messo paura (quella che già avevamo non era abbastanza, eh), dicendoci che dal Paese che più ci interessa, ovvero la Bulgaria, provengono per la maggior parte bambini che sono irrecuperabili. Sì, hanno usato proprio questo termine.

Io non ne posso più. Mi sembra di correre in tondo, senza mai arrivare da nessuna parte.

Sapete che in Italia c’è un bambino ogni sette coppie che danno la loro disponibilità all’adozione?
E suppongo che questa sia una statistica molto approssimativa.
Considerando che noi abbiamo dato la disponibilità per un bambino di età compresa tra 0 e 3 anni, e che in Italia i bambini piccoli raramente vengono abbandonati/tolti alle famiglie d’origine…
Le nostre chance sono pari a zero. Non so come ho fatto a farmi convincere che devo essere ottimista.

So che è stupido essere così pessimisti dopo soltanto poco più di un mese dal giorno in cui abbiamo presentato la domanda al Tribunale.

Ma non è solo questo. Non è solo l’attesa a spaventarmi. E’… Tutto.
Io sono sicura che sarei una brava madre adottiva. Che sputerei sangue per mio figlio, che mi sforzerei con tutta me stessa per nascondergli il mio dolore se non dovesse riuscire ad amarmi o se dovesse decidere di rintracciare la sua famiglia biologica.

Ma…

Qualche giorno fa Marito mi ha chiesto se avessi cambiato idea sulla PMA, se volessi riprovare, facendomi presente che i nostri tentativi sono stati sì tre, ma tutti effettuati in un centro dalle dubbie qualità. E che dobbiamo a noi stessi un altro tentativo.

Ultimamente non abbiamo più parlato di PMA, avendo deciso di rinunciare. La sua domanda, però, non mi ha preso in contropiede. Mi sono resa conto che negli ultimi mesi sono sì riuscita a relegare in un angolino del cuore il desiderio di un bimbo di pancia… Ma di non averlo mai abbandonato del tutto.

Penso di aver riflettuto meno di un nanosecondo prima di dirgli: “Ok. Riproviamo.”

E’ stato Marito a decidere di rivolgersi al San Paolo di Milano. Presso questo ospedale è in cura un suo conoscente. Sappiamo che praticano l’IMSI e che è un centro rinomato per la PMA.

E dal giorno in cui abbiamo fatto questa scelta non riesco a pensare ad altro. Sto contando le ore che mancano ad arrivare a lunedì pomeriggio alle sedici. Non voglio pensare alle visite ginecologiche, agli ormoni, all’ansia… No. Penso solo che tra pochi mesi potrei avere una vita dentro di me.
Potrebbe funzionare, stavolta. Potrei farcela. Sì, potrei.

Sono felice. Sono felice di riprovare.
Di aver trovato la forza, la voglia, per fare questa scelta.
Sono felice di avere ancora la possibilità, seppur flebile (il solito 30%!), di avere il pancione.
E, al tempo stesso, mi sento una persona orribile.
Mi sento come se avessi tradito il mio sogno.
Come se avessi tradito quel bambino abbandonato chissà dove, da chissà chi, che forse era destinato a vivere con noi, ma che non entrerà mai nella nostra vita… Se tutto dovesse andare come spero.

Mi sento egoista, impulsiva, immatura… Stupida.

Naturalmente non abbiamo ritirato la domanda di adozione.

Lascerò che sia il destino, il caso, chiamatelo come volete, a decidere.
Io voglio solamente diventare madre.
E per una volta sì, voglio essere egoista, anche se questo mi fa sentire una persona orribile.

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Ufficialmente in attesa

Venticinque ottobre duemilatredici.
Una data che entra direttamente nella top three delle giornate più importanti della mia vita, insieme a quella della mia nascita e del mio matrimonio.

Venerdì io e Marito abbiamo affrontato l’ultimo e, lasciatemelo dire, più traumatico, passo dell’istruttoria, ovvero il colloquio con il giudice presso il Tribunale per i Minorenni.

Da tre giorni siamo ufficialmente in attesa di nostro figlio.
Che è un po’ come essere incinta, solo che la mia gestazione non durerà nove mesi (magari!), probabilmente molto di più.
Questa attesa potrebbe anche non avere mai una fine. E questa è l’eventualità peggiore che possa immaginare.

Io e Marito siamo arrivati a Bologna alle 8.15 del mattino. Ci siamo fermati un po’ in un bar a fare colazione e verso le 9.30 siamo entrati al Tribunale. La nostra udienza era fissata per le dieci. Nella sala d’attesa (un corridoio, in realtà) erano presenti altre coppie.
Le abbiamo viste entrare nella stanza del giudice, una dopo l’altra… Mentre noi non venivamo chiamati da nessuno.
E’ passata un’ora, poi due, poi TRE… Alle dodici e trenta un giudice ha finalmente chiamato il nostro nome, scusandosi per il ritardo.
Io ero stanca morta per quell’estenuante attesa, e ormai ci vedevo doppio a furia di giocare a Ruzzle e Candy Crush Saga sul cellulare (e tenete conto che mi ero svegliata alle sei per arrivare puntuale).
Siamo entrati in un ufficio. I giudici che ci hanno ricevuto erano due: una donna, tra i cinquanta e sessant’anni di età, e un uomo decisamente più giovane. Durante il colloquio è stato quest’ultimo a prendere appunti per stilare il verbale.

Più o meno, leggendo varie testimonianze sul web, sapevo che ci avrebbero chiesto un resoconto delle nostre disponibilità. E così è stato. Ma non credevo che sarebbe stato un colloquio così impegnativo! Peggio di tutti i colloqui con i servizi sociali messi insieme!

Il grave errore che io e Marito abbiamo commesso è stato quello di non rivedere e ripensare alle disponibilità che avevamo dato in precedenza. E accordarci su una versione che andasse bene per entrambi. Ho peccato di arroganza.
Non è da me presentarmi impreparata ad un appuntamento importante. Pensavo che, visto che avevamo superato positivamente i colloqui con i servizi sociali, anche l’incontro con il giudice sarebbe filato via liscio.

Arrossisco ripensando a tutte le volte che io e Marito siamo rimasti a bocca aperta, stile pesce lesso, quando uno dei due giudici ci ha posto domande inaspettate.

La giudice aveva in mano la relazione che i Servizi Sociali hanno scritto su di noi. Per prima cosa ci ha chiesto se ci era stata letta, e noi abbiamo risposto di sì.

Poi ci ha spiegato che voleva che confermassimo le nostre disponibilità per un eventuale bambino. Ha fatto notare che, secondo la relazione, desideriamo un bambino di fascia zero – tre anni. L’ha detto con un leggero disappunto, e io mi sono sentita in dovere di spiegare che all’inizio ci eravamo dati disponibili per un bimbo fino ai cinque anni, ma che i servizi sociali ci hanno consigliato di abbassare il range d’età perché siamo giovani.

A questo punto è intervenuto il giudice, ed è nata una lunga disquisizione. Non riusciva a capire se l’età era stata decisa da noi o dai servizi. Io ho cercato di fargli comprendere che l’età non è un criterio così importante per noi, che ci possono benissimo chiamare anche per un bimbo di quattro anni, non lo rifiuteremmo di certo!
Lui, però, voleva che esprimessimo una decisione ben precisa per poterla mettere a verbale, e ha cominciato a scaldarsi.
Io non sopporto di parlare con persone agitate. Fanno agitare anche me. Purtroppo, quando sono nervosa, tendo a parlare senza freni. Ho continuato a parlare come una macchinetta, finché lui non mi ha fermato, dicendomi che doveva scrivere tutto quello che stavo dicendo e che non riusciva a starmi dietro.

Io mi sono scusata, e lui per tutta risposta ha assunta un’aria acida, ha proteso davanti la mano e ha cominciato a dire:
“Calma. Stia calma!”
“No, mi scusi, è che non mi ero accorta che stava scrivendo…” ho mormorato.
“Calma!”
“Sì sì, scusi, è che…”
“Calma! Ora scrivo. Poi potrà riprendere a parlare.”
Il bello è che io ero calmissima! E questa assurda scena si è ripetuta diverse volte durante il colloquio… Esistono persone che si innervosiscono facilmente e hanno sempre i nervi a fior di pelle… Il giudice fa parte di questa categoria.

Alla fine abbiamo risolto in questo modo: nel verbale il giudice ha scritto che la nostra disponibilità è 0-3 anni, ma che non diremmo di no ad un abbinamento con un bambino di quattro anni (ha riportato tra virgolette le mie esatte parole). Il che per noi va benissimo.

In seguito siamo passati a parlare del fantomatico BAMBINO IMMAGINARIO.
Di questo argomento abbiamo discusso a lungo con l’assistente sociale e la psicologa. Io e Marito non abbiamo in mente un bimbo immaginario.
Nostro figlio potrebbe essere bianco, nero, rosso, giallo, con i capelli biondi, bruni, ecc. Non ce ne frega niente. Ed è questo che abbiamo tentato di far capire ai giudici. E penso che l’abbiano compreso.

Poi abbiamo parlato delle malattie. Questo argomento è sempre il più ostico da affrontare.
Chi di noi vorrebbe un bambino malato, con un arto amputato, handicappato?
Se io rimanessi incinta naturalmente e scoprissi che mio figlio ha un forte handicap, non abortirei di certo. Lo farei nascere e cercherei di dargli la vita migliore possibile, anche a costo di annullare la mia.
Ma un destino infausto e la SCELTA avere un bambino handicappato… Sono due cose ben diverse.
La relazione dei servizi sociali dice che siamo disponibili ad accogliere un bimbo con handicap lievi, ma non gravi. I giudici, però, volevano che fossimo più precisi. E su questo argomento saremo rimasti almeno mezz’ora.

“Quindi, da quello che ho capito, un bambino che è sulla carrozzina non lo vorreste, giusto?”

Io e Marito abbiamo risposto che no, non ce la sentiremmo. E non ce ne vergogniamo.

Ho capito che è da stupidi dire di “sì” a qualsiasi proposta. Non è realistico. Io e Marito non siamo due supereroi.
Siamo consapevoli che i bambini dati in adozione non possono essere tutti belli, biondi, con gli occhi azzurri e sani come dei pesci, ma accettare qualsiasi patologia possibile ed immaginabile non va bene.
Non ti fa neanche fare bella figura. E’ evidente che chi dice “sì” a tutto vuole solo aumentare le chance di abbinamento, salvo poi incorrere in un fallimento colossale, quando la coppia non riesce a gestire il proprio figlio.

Abbiamo confermato di essere disponibili ad accogliere un bimbo con patologie lievi, ma che non ce la sentiamo di avere un figlio con handicap motori, anche perché la nostra casa è su due piani e il bambino dovrebbe fare le scale per arrivare alla sua cameretta.

Il giudice, però, voleva avere la nostra opinione sugli handicap di fascia “media”. Ovvero quelli non reversibili che però non compromettono l’autonomia.

“E se vi venisse proposto un bambino a cui hanno amputato un braccio? O che ha un gamba più corta dell’altra? O zoppo? Cieco da un occhio? Sordo?”

MA COME CAVOLO SI FA A RISPONDERE A DOMANDE DEL GENERE?
Voglio che al mio bambino manchi una gamba o un braccio? Certo che no! Me la sento di accogliere un bimbo con questi problemi? Sì, può essere….

Non ricordo se abbiamo parlato di queste cose con i servizi sociali. Io e Marito siamo rimasti perplessi, e l’atteggiamento provocatorio del giudice non faceva che agitarmi.
Dopo una lunga disquisizione il giudice ha scritto sul verbale che non siamo sicuri della nostra disponibilità rispetto ad handicap medi, perciò valuteremo caso per caso, se e quando verremo chiamati per un abbinamento.

Io capisco che domande del genere siano necessarie. Il Tribunale deve sapere quali coppie può chiamare nel caso in cui si trovino sotto mano il caso di un bambino con problemi del genere.
Ma anche loro devono capire che rispondere non è così facile. Che le coppie che decidono di adottare sono persone che hanno un passato doloroso alle spalle (la quasi totalità delle coppie che adottano hanno problemi di infertilità), e che vivono un presente altrettanto confuso.

Ci siamo trovati in difficoltà persino a rispondere a quesiti già affrontati con i servizi sociali.
Perché il desiderio matura, cresce, si fa più opprimente, si vorrebbe dire di “sì” anche a situazioni che non si è sicuri di poter affrontare, per la paura che quel figlio non arrivi mai… Ed è difficile anche capire cosa si può e non si può affrontare!
Noi non siamo mai stati genitori, non abbiamo avuto amici o parenti con handicap importanti, sono situazioni che non conosciamo.

Abbiamo poi confermato di non essere disponibili ad accogliere bimbi nati da genitori con malattie psichiatriche gravi o bimbi sieropositivi, ma di accettare bambini che hanno subito maltrattamenti o abusi sessuali. Di questo ne abbiamo parlato a lungo con i servizi sociali.
La giudice a questo punto ci ha chiesto se siamo coscienti dei problemi che potrebbe avere un bimbo che ha subito maltrattamenti di questo tipo, e con il mio lungo discorso spero di averla convinta che sì, ne siamo coscienti.

In seguito siamo passati all’argomento ETNIA e RELIGIONE. I giudici hanno voluto sapere se siamo disposti ad accogliere bambini di qualsiasi etnia, e se avremmo dei problemi nel caso in cui nostro figlio decidesse di seguire una religione diversa dalla nostra. Ho fatto notare loro che non siamo di certo dei fanatici religiosi, e che il colore della pelle non è un problema.
La giudice ha insistito più volte sulla possibilità che ci venga dato in adozione un bimbo rom. E noi le abbiamo confermato che andrebbe benissimo.

Il giudice poi ha voluto conoscere le nostre esperienze in fatto di adozione, e noi le abbiamo raccontato dei nostri conoscenti che hanno adottato, degli amici che sono stati adottati e del nostro volontariato presso la comunità.
Il giudice si è particolarmente interessato a quest’ultimo argomento, e ci ha chiesto se ci siamo affezionati a qualche bambino della comunità in particolare.
Marito ha risposto per primo, e ha detto di essere rimasto colpito da Matteo, un bimbo di nove anni, perché è un gran monello.
Mentre Marito parlava io sono intervenuta per ribadire che sì, Matteo è un bambino molto vivace…
Il giudice si è arrabbiato e mi ha intimato di stare zitta, perché voleva sentire parlare Marito.
E che sarà mai, ho solo fatto un’osservazione!!

Poi si è rivolto a me e mi ha posto la medesima domanda; io ho risposto dicendo di essere rimasta colpita dalla bimba egiziana che durante l’ultima uscita mi abbracciava e mi prendeva per mano.

La giudice infine ci ha chiesto se siamo coscienti che un bambino adottato potrebbe avere dei problemi… Aggressività, apatia, iperattività, comportamenti strani… Le abbiamo risposto di sapere tutto questo e che siamo pronti ad affrontarlo, attraverso la comprensione, il dialogo, l’empatia.

Al termine del colloquio il giudice ci ha riletto il verbale e ce lo ha fatto firmare.
Poi la donna ha dichiarato che da quel momento potevamo considerarci ufficialmente inseriti nella lista.
E che da un momento all’altro possiamo aspettarci di ricevere una telefonata. Le parole che aspettavo di sentire da più di un anno.
MA… Entrambi i giudici ci hanno fatto chiaramente presente che essere chiamati è quasi impossibile.
I bambini disponibili sono pochi, le coppie che desiderano adottare tantissime.
“Probabilmente nei prossimi tre anni non riceverete nessuna chiamata.”
E poi hanno cominciato a spiegarci come dovremo procedere per il rinnovo della domanda.

Ok, sapevo già che sarebbe stato difficile. Ma sentirselo dire in maniera tanto brutale, quasi fosse una certezza, più che una probabilità…
E sentir già parlare di rinnovo…
TRE ANNI DI INUTILE ATTESA DI UNA CHIAMATA CHE SICURAMENTE NON ARRIVERA’…

Mi sono sentita male. Scoraggiata, delusa, amareggiata.

E che mi aspettavo? Cos’altro potevo aspettarmi?

Niente. Eppure quelle parole continuano a risuonare nella mia mente…
“Probabilmente nei prossimi tre anni non riceverete nessuna chiamata.”

E non penso che questa frase sia stata detta perché abbiamo fatto una brutta figura. La relazione dei servizi è buona, il verbale altrettanto, e i giudici che decidono gli abbinamenti non sono gli stessi che fanno i colloqui. Non saranno questi due a decidere se chiamarci o meno per un bambino, non devo temere che i nostri tentennamenti ci abbiano fatto risultare non idonei ai loro occhi.

E’ da venerdì che non faccio altro che pensare, freneticamente, senza darmi pace.

Ero così tranquilla durante il percorso dell’istruttoria, ed ora che finalmente abbiamo finito, anche in maniera positiva direi, mi sento come svuotata, priva di forze. Proprio adesso che le forze mi servirebbero, eccome.

Ma io so perché mi sento così. Finché c’erano colloqui da sostenere, documenti da richiedere, tribunali da chiamare, io mi sentivo parte attiva nella ricerca di mio figlio. Potevo fare qualcosa. Qualcosa di concreto.

Ora questa parte è finita. E non ci resta che aspettare. Una chiamata che quasi sicuramente non arriverà.

E mi sento impotente. La sensazione che detesto di più al mondo.

Ho pensato tanto. Senza arrivare ad una conclusione. Mi sento una stupida, perché sapevo già a cosa stavo andando incontro. Ma non sono più sicura di poterlo sostenere.

Ho pensato di cominciare subito le pratiche anche per l’adozione internazionale. Che è lunga, costosa e poco sicura (per i rischi sanitari), ma almeno è ti da qualche certezza in più. Magari aspetti due o tre anni, ma hai praticamente la certezza di venire, prima o poi, abbinato ad un bambino. Ma abbiamo concordato con i servizi sociali di aspettare un po’ prima di procedere per questa strada, con che faccia potrei presentarmi da loro per dire che abbiamo cambiato idea? Sembreremmo soltanto due ragazzini immaturi e poco decisi.

Io e Marito abbiamo persino ricominciato a parlare di fecondazione assistita. Viva la coerenza, direte voi. E me lo dico pure io.

Ci ho pensato seriamente. A riprovare, intendo. Potremmo. Siamo ancora giovani.
I soldi, in qualche modo, li possiamo trovare. Non c’è nulla che ci trattenga dal riprovare.
Se non il fatto che abbiamo scelto di adottare. Non perché è l’ultima spiaggia, ma perché lo vogliamo.

Io voglio adottare un bambino!
Lo voglio con tutto il mio cuore. E penso che saremmo anche bravi ad accogliere un bimbo. Anzi, molto bravi.

Io lo so, il giudice non lo sa. Per il Tribunale siamo una coppia come molte altre.

E probabilmente non verremo chiamati nei prossimi tre anni.

Il pensiero di riprovare con l’inseminazione mi da il voltastomaco. Immaginarmi mentre mi buco la pancia per iniettarmi il Gonal mi mette tristezza.

Non voglio farlo. E non perché non desideri avere un bambino nato da me. Ma perché abbiamo scelto un’altra strada. Perché penso che l’adozione sia la nostra strada.

Io lo so, il resto del mondo non lo sa. Soprattutto, il giudice non lo sa.

Il pensiero di aspettare per tre anni invano mi getta nel panico.

Certo, sono giovane, e bla bla bla. Ho tutto il tempo che voglio davanti a me.

Quanto mi sono rotta di sentire queste parole.

Quando desideri qualcosa così fortemente, con tutto il cuore, ogni giorno che passa senza aver realizzato il tuo desiderio è un giorno perso.
Che non tornerà mai più indietro.
Certo, mentre aspetto posso cercare ugualmente di godermi la vita, di fare qualcosa di buono con il mio tempo. Ed è quello che sto tentando di fare.

Ma ciò non toglie che il peso di questo desiderio, così grande, che non si realizza, è un macigno che pesa costantemente sul mio cuore, che mi toglie il fiato, che mi impedisce di essere completamente felice.

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La paura e la felicità

A volte posso sembrare un po’ lagnosa, insicura, paurosa, permalosa… E tutto questo è vero. Eccome se è vero.
Questi sono i miei peggiori difetti. Un altro mio difetto, che però spesso si trasforma in un pregio, è quello di essere testarda.
Sono molto sicura delle decisioni che prendo. Non sono sicura di me, ma delle mie scelte, quello sì.
E non mi arrendo facilmente, nonostante la paura.

Nei commenti ai miei ultimi post, qualcuno di voi mi ha suggerito, date le mie paure emerse recentemente, di rinunciare all’adozione e ricorrere all’embriodonazione. Un’altra persona, invece, a causa del mio timore di non essere accettata dai bambini, mi ha consigliato di lasciar perdere la comunità dove ho appena iniziato a fare volontariato.

Nella mia vita ho rinunciato a tante cose per colpa della paura. Anche a piccoli e banali piaceri, cose che alla maggior parte delle persone non incutono affatto timore.
Io sono un tipo loquace ma al tempo stesso solitario. Mi sento perennemente un pesce fuor d’acqua. Non amo la folla, perché mi sento a disagio in mezzo a troppa gente. Non mi piace avere a che fare con troppe persone. Non sono brava a gestire i rapporti personali. O, meglio, ho paura di non esserne in grado.

In passato me ne stavo sempre in disparte, desiderosa di fare ma incapace di trovare il coraggio per agire.
Quando venivo invitata ad una cena cercavo tutte le scuse per non andare. Non perché non mi interessasse stare insieme ad altre persone, ma perché temevo di dire o fare le cose sbagliate. Di sentirmi a disagio. Di sembrare ridicola. Di essere esclusa.

Avevo paura a presentarmi ad una persona sconosciuta. Anche solo di entrare in un negozio da sola!

Avrei voluto fare tante cose, quando ero ragazzina. Ma avevo paura. Starmene chiusa nella mia camera, a sognare, a immaginare una vita in cui ero diversa, sembrava più facile.

Da quando ho iniziato ad imparare ad accettare e gestire la paura, però, la vita è diventata più bella. E meno solitaria.

Avete mai guardato il film “Yes man” con Jim Carrey? Se la risposta è no, vi consiglio di guardarlo.

Io ho deciso di essere una Yes Woman. Cerco di approfittare di qualsiasi occasione si presenti. Anche se ho paura. Anche se è più facile starsene da soli nel proprio nido, piuttosto che affrontare il mondo. E non è facile, almeno non per me, credetemi.

E ad un certo punto ho persino deciso che devo essere io stessa a crearmi le occasioni.

Ho iniziato a viaggiare da sola. Lo faccio abbastanza spesso. Per un persona timida e paurosa come me, questa è una prova veramente importante. Almeno apparentemente, perché a dire il vero quando viaggio mi trasformo. Per dire, ho più paura ad affrontare una cena tra conoscenti piuttosto che stare una settimana a Londra da sola.

Sì, ho fatto figure di merda, sono state male per il cibo, mi sono persa, ho fatto brutti incontri in metropolitana… Ho avuto paura, ma tutto questo mi ha fatto crescere. Sarebbe più facile stare a casa piuttosto che affrontare un viaggio da sola, ma rinunciare vorrebbe dire perdermi una felicità ben più grande della paura.

Ho pubblicato un paio di libri, organizzato presentazioni e partecipato a fiere.

Ancora oggi non so dire come abbia fatto a superare la paura!

Avete idea di cosa significhi, per una persona come me, sottoporsi al giudizio di addetti ai lavori e di gente che magari di quello che scrivo non capisce nulla? Parlare di sé e dei propri scritti davanti a tutti?

Ma ce l’ho fatta. Ed è stato bello. Ho ricevuto critiche. Quelle ci sono sempre. Ma ho saputo rispondere. Difendere le mie scelte. Non possiamo piacere a tutti.

Nella mia vita ho sempre desiderato fare qualcosa di buono. Ma per lungo tempo non ho avuto il coraggio di farlo.

Un giorno, non scorderò mai quel giorno, ho deciso che volevo smetterla di sprecare il mio tempo. Mi sono iscritta ad un’associazione di volontariato a favore degli animali. E che sarà mai, direte voi? Per me è stata una grande sfida. Far parte di un gruppo, sottostare a regole, avere a che fare con altre persone… Che fatica! Ma ne vale la pena.
Non tutti mi sono simpatici, io non sono simpatica a tutti. Ma ho l’occasione per fare qualcosa di buono. Qualcosa che mi fa sentire bene, e che è utile. E ne sono felice. E ho persino trovato qualche amico.

Ho sempre avuto paura anche di parlare in modo chiaro ai miei stessi genitori, che mi hanno sempre fatta sentire inferiore, ingrata, una figlia cattiva.

Qualche tempo fa ho incontrato mio padre, dietro sua richiesta. Erano mesi che non ci vedevamo.

Avevo tanta paura. Una figlia che ha paura di parlare con suo padre…! Incredibile, vero?
Ma nella mia assurda esistenza capita anche questo.
Beh, in quell’occasione ho capito che era giunto il momento di mettere da parte la paura e dire tutto quello che tengo dentro da sempre. La mia rabbia, il mio dolore. Lui ha cercato ancora una volta di far ricadere la colpa su di me. E ci era quasi riuscito.
Poi ho pensato a tutte le sedute di psicoterapia… Alla psicologa che mi ha aiutato a capire che io non ho alcuna colpa… E ho parlato.

Se avessi dato retta alla paura, non l’avrei fatto. E lui avrebbe creduto, ancora una volta, per l’ennesima volta, di avere ragione. Non so dire se abbia compreso pienamente quello che gli ho detto, ma almeno ci ho provato. E non vivrò con il rimpianto di non averlo fatto.

Al giorno d’oggi tutti desiderano essere eternamente giovani, belli, intraprendenti, brillanti, apprezzati.

Beh, la vita non è così. Invecchiare è inevitabile, non tutti siamo belli, non tutti abbiamo una carriera di successo, non tutti siamo stimati, non tutti siamo intelligenti. Però possiamo metterci la crema per le rughe o andare dal chirurgo plastico, possiamo valorizzare le parti migliori del nostro corpo e tentare di nascondere la ciccia, cercare un impiego migliore, studiare, darci da fare per emergere…
Ma non è detto che ci riusciremo. Sicuramente non potremo mai essere perfetti. Belli, ricchi, apprezzati, di successo.

L’importante è accettare ciò che siamo. E capire cosa possiamo e vogliamo essere.

Ecco, con la paura è la stessa cosa.

E’ lecito avere paura. Tutti abbiamo diritto ad avere paura, ogni tanto! E questo non è sempre un male.
La paura ci sprona a fermarci e a ragionare su quello che stiamo facendo o che vogliamo fare, ci spinge a guardare dentro noi stessi, ci aiuta a superare i nostri limiti.

La paura non è il campanello d’allarme che ci avverte di rinunciare a quello che stiamo facendo.
Certo, potrebbe anche essere questo, ma non è detto che sia così. Aver paura non significa che dobbiamo arrenderci. Ma solo che dobbiamo pensare. E poi, forse, rinunciare. Ma non a causa della paura. Non perché è più semplice prendere un’altra strada. Se rinunciamo a qualcosa dev’essere soltanto perché ci rendiamo conto che quello che vogliamo fare è sbagliato, oppure che non va bene per noi.

Credo che aver paura di adottare un bambino sia ben più lecito che non tremare al pensiero di andare a cena fuori con dei conoscenti.

Ed è bello affermarlo. Mi da un senso di liberazione.
Io ho paura! E certo che ho paura. Chi non l’avrebbe, al mio posto?

Anche una donna fertile, sposata ad un uomo altrettanto fertile, giovane, bella, intelligente, benestante, ha tutto il diritto di avere paura all’idea di avere un figlio… Guai se non fosse così!
Diffiderei altamente dell’intelligenza di una donna che afferma di poter essere la mamma più brava del mondo, ancora prima di diventarla.

Sicuro, l’embriodonazione per noi sarebbe una strada più facile, almeno sulla carta.
Non dovremmo sottostare alle regole della burocrazia, non saremmo sotto la lente d’ingrandimento dei servizi sociali.
Nessuno verrebbe a vedere come cresciamo nostro figlio. Potrei tenerlo nel mio ventre, partorirlo, allattarlo… Bello, certo.
Ma non è quello che voglio. Non sempre la via più facile è quella che porta alla felicità.

Il fatto che io abbia delle paure riguardo l’adozione non significa che debba rinunciare a percorrere questa strada.
Ho paura che mio figlio non mi ami? Certo.
Provo rabbia al pensiero di non poterlo tenere nel mio ventre e allattarlo? Ovvio.

Penso che tutte le coppie che hanno adottato o stanno per farlo abbiano queste paure. Ma in molti sono riusciti a superarle, ad affrontarle, a farsene una ragione. Ce la faremo anche noi.

Ho deciso di fare volontariato presso una comunità di bambini perché voglio fare qualcosa di buono. E, certo, anche per sentirmi un po’ mamma, ma questo è un piccolo segreto che ho rivelato solo a voi. Un sentimento sbagliato. Ma, ehi, penso di essere una brava persona, ma non sono di certo Madre Teresa di Calcutta.

La prima uscita è stata un disastro. E ho litigato tanto con Marito. Perché sono insicura, gelosa, bisognosa d’affetto, permalosa. Ma non ho mai pensato di tirarmi indietro.

Avrei dovuto rinunciare solo perché ho paura di non essere amata, di essere emarginata?
Ma qui non si tratta di me, come anche qualcuno di voi mi ha fatto notare. Ed è proprio così.
Io sono già stata bambina, ho già avuto la mia pessima infanzia. Nessuno mi ha aiutata, mi sentirò sempre addosso il peso di quegli anni tristi, ma ora sono un’adulta, penso anche piuttosto equilibrata (?), nonostante tutto, e quei bimbi hanno bisogno di me.
Perché io penso di poterli aiutare. E poco importa se non mi daranno la mano o non mi ameranno.
L’importante è che loro stiano bene, e se io posso dare il mio piccolo contributo, ben venga.

Sabato scorso abbiamo portato fuori i bambini per la seconda volta.
Quando Marito ha saputo che l’educatore che ci avrebbe accompagnati era Gianluca, ci è rimasto molto male.
Abbiamo conosciuto Gianluca alla riunione di inizio anno tra volontari. E’ un uomo sulla cinquantina, molto simpatico e ci sa fare con i bambini. E’ volontario da una ventina d’anni, è molto esperto e i piccoli ospiti della comunità lo adorano.
A me ha ispirato simpatia fin dal primo momento. Marito era irritato perché, secondo lui, dato il loro legame, i bambini avrebbero dato retta solo a Gianluca, ignorando totalmente noi due.

Io, fiera della mia saggezza (oh, le Malefiche sono finite e sono tornata in me!), gli ho detto che stava affrontando la situazione nel modo sbagliato. Che non dobbiamo litigare tra di noi per avere l’affetto di quei bimbi, ma aiutarci a vicenda per fare in modo che si divertano e che ricevano l’educazione che non trovano nelle loro famiglie.

Marito era felice solo di una cosa: era certo che non avremmo litigato.
Mi ha detto: “Mi sa che stasera manderai Gianluca a dormire sul divano!” 😉

Abbiamo portato fuori un gruppo di otto bambini (tra cui anche Luca e Matteo) di diverse etnie, ma tutti di un’età compresa tra i nove e i dieci anni. Prima di andare alla meta prescelta, ovvero un parco cittadino particolarmente amato dai bimbi, abbiamo accompagnato al gruppo scout due bambine.
Una di loro, Fatima, una bimba minuta con i capelli biondi, aveva uno zaino pesantissimo e più grande di lei. Mi faceva pena, quindi gliel’ho portato io fino alla macchina.
Quella bimba, così dolce ed educata, mi ispirava una tenerezza che non so spiegare.
E’ stato amore a prima vista.
Le bimbe sono venute in macchina con noi. Erano timide perciò ho cercato qualche argomento interessante per farle aprire un po’.
Ho chiesto loro se amano i cani. Fatima si è illuminata.
“I cani sono la cosa più meravigliosa del mondo!” ha detto.
Il mio cuore si è sciolto.
Le ho fatto vedere le foto dei nostri cani e lei ha detto che sono bellissimi.
Avrei voluto riempire quella bimba di baci. E portarla a casa con noi.
Ma quale razza di genitore ha una bambina così bella e lascia che siano degli estranei a portarla in giro, anziché tenerla sempre con sé??

Chiusa parentesi. Abbiamo portato i restanti sei bambini (due femmine e quattro maschi) al parco.

Non appena siamo arrivati, è iniziata l’ANARCHIA TOTALE.

Vi giuro, tre volontari non bastavano per stare dietro a tutti quanti. Ce ne sarebbero voluti una decina!

I bambini di quell’età sono strani. Non sono ancora ragazzini, ma non sono neppure totalmente bambini.
Vogliono essere indipendenti e cominciano a ribellarsi alle regole degli adulti, imparano le prime parolacce e maschi e femmine si amano e si odiano al tempo stesso.
Nonostante questo, sono consapevoli di dover sottostare agli ordini impartiti dagli adulti – genitori, suore o volontari che siano – e sanno quando sbagliano. Intuiscono velocemente il carattere di chi hanno di fronte, sanno di chi potersi approfittare e con chi poter fare i capricci, e imparano alla svelta a chi devono obbedire.
Naturalmente la sottoscritta fa parte della prima categoria. Basta farmi gli occhi dolci o qualche moina e io mi sciolgo.

I bambini (da me soprannominati i SELVAGGI) si sono volontariamente divisi in due gruppi.
Io ho seguito il gruppo che è andato a giocare nel campo da basket, mentre Marito e Gianluca sono rimasti con quelli che correvano nel prato.

Ho cercato di sedare delle risse, ho dovuto sgridare i bambini che si urlavano parolacce e si spintonavano, ho tentato – invano – di convincere una bambina a condividere il suo pallone con gli altri… Un bambino masticava una catena, un altro si arrampicava sul tabellone, un altro urlava “stronza” ad un’altra…
Sarei voluta andare a chiamare Marito o Gianluca per chiedere aiuto, ma avevo paura a lasciarli soli anche per un minuto.
Si sarebbero ammazzati o avrebbero dato fuoco a qualcosa!

Dopo un po’ il gruppo si è riunito. Gianluca ha inventato un gioco, una specie di nascondino con delle regole particolari.
I bambini non si stancavano MAI. Non so quanto ho corso. Marito e Gianluca non si sono stancati tanto, più che altro lasciavano che i bimbi si sfogassero, ma io prendo i giochi molto seriamente, perciò mi sono impegnata alla grande! Ancora oggi ho le gambe distrutte!

Gianluca è veramente bravo, e ha fatto i complimenti anche a me e Marito per come ci siamo comportati. Dice che ci sappiamo fare con i bimbi 🙂

Ovviamente Marito ha cambiato totalmente idea su di lui… E te pareva. Ama essere adulato.

Una bambina egiziana, dal carattere molto vivace, ha preso subito confidenza con me e Marito, tanto da chiamarci con dei nomignoli.
Non faceva altro che abbracciarmi e tenermi per mano…
Mentre i maschi mi stavano più alla larga, mi prendevano in giro e non mi ascoltavano quando li sgridavo. Boh.
Allora le mie teorie erano completamente sbagliate.
Ho sempre pensato che i maschietti si affezionino di più alle donne, mentre le femminucce agli uomini.
Forse non è così, o forse questi bimbi si trovano in un’età particolare in cui cercano appoggio nelle persone del loro stesso sesso. Difficile capire.

Ma chi se ne frega. Quanto è bello essere abbracciati da un bambino! E’ un calore che non so spiegare.

Ho capito una cosa importante da questa giornata: a volte non è possibile ragionare con i bambini.

Ho sempre pensato (un’altra delle mie teorie) che con i bambini occorra parlare, sempre. Che non bisogna dire solamente “no” o impartire ordini categorici, ma discutere, fare domande, chiedere opinioni.

Ecco, non è così. Non sempre, almeno.

Quando abbiamo lasciato il parco per tornare alla comunità uno dei bambini che doveva venire in macchina con me e Marito si è rifiutato di salire. Continuava a vagare nel parcheggio, e più io lo chiamavo, più lui mi ignorava. Voleva a tutti i costi salire sulla macchina di Gianluca, che era già piena.
Gianluca ad un tratto è partito, e io ho minacciato il bimbo di lasciarlo lì.
(Gianluca in seguito ci ha spiegato che se n’è andato perché non voleva darla vinta al bimbo e doveva fargli capire che non aveva altra scelta che salire sulla nostra macchina, come gli era stato ordinato, senza fare troppe storie).

Ma il bimbo non si è impaurito.
Allora mi sono avvicinata a lui e gli ho chiesto perché non voleva salire con noi.
“Non lo so,” mi ha detto.
“Beh, ma se non me lo dici, come posso aiutarti?” gli ho chiesto.
Silenzio.
“Ti sto forse antipatica?”
Lui ha scosso la testa, mentre si mordeva il colletto della felpa.
“Allora qual è il problema? Cos’è successo? Io vorrei aiutarti!”
Ho continuato per almeno dieci minuti a insistere per capire quale fosse il problema.
Ad un certo punto, con mia grande gioia, Marito è sceso dalla macchina, l’ha preso per un braccio e l’ha costretto a salire in macchina.
E dopo un secondo il bimbo ha smesso di tenere il broncio, e ha cominciato a ballare al ritmo della musica dell’autoradio.

Ehi, ma era così facile?!

E’ proprio vero che a volte siamo noi adulti a farci tante paranoie per niente!

Non vedo l’ora di portare di nuovo fuori questi dolci selvaggi. La prossima volta correrò meno e sarò più dura, come le suore e Gianluca mi hanno insegnato. Questi bimbi hanno tantissimo bisogno di regole ed educazione. Anche loro lo sanno. A volte sembra che ci provochino apposta per scatenare una nostra reazione, per essere ripresi.

E, per finire, una buona notizia: venerdì mattina io e Marito abbiamo appuntamento al Tribunale dei Minorenni di Bologna per il colloquio con il giudice onorario, l’ultimo step prima dell’inizio dell’ATTESA.
Dovremo fare di tutto per fare bella figura e fare in modo che il giudice si ricordi di noi.

Fatemi un grosso in bocca al lupo…

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Le fasi del lutto

Conoscete le cinque fasi del lutto?
Santa Wikipedia mi dice che questo modello è stato elaborato dalla dottoressa Elisabeth Kübler Ross.

Le fasi sono:
1. Fase della negazione o del rifiuto
2. Fase della rabbia
3. Fase della contrattazione o del patteggiamento
4. Fase della depressione
5. Fase dell’accettazione

Sono profondamente convinta che questi siano gli stessi stadi che si trova ad affrontare una coppia dopo aver scoperto la propria sterilità.
In fondo, sempre di morte si tratta.
La morte di un sogno. La morte di una felicità che si credeva facilmente raggiungibile. La morte di un figlio concepito da due persone che si amano, così come stabilito dalla Natura.

Certo, a differenza di un lutto vero e proprio, in questo caso non tutto è perduto.
Esiste la PMA. E l’adozione.
Un figlio conquistato grazie a bombe ormonali e provette nel primo caso, sopportando la burocrazia e mille difficoltà nel secondo.
Ma, in tutti modi, qualunque sia la strada che le coppie come me e Marito decidono di intraprendere, qualcosa dentro di noi muore.

Ero certa di aver già attraversato tutte queste fasi. E di esserci riuscita egregiamente.
Evidentemente, non è così.

Credevo di trovarmi nell’ultima fase, la più serena. Quella dell’accettazione.
Credevo di aver imparato a convivere con questo “lutto”. Con la morte di un figlio naturale.
Credevo di essere diventata più paziente e calma. Che il pensiero dell’adozione mi avesse fatto scordare che sono… Diversa.

E’ così? O sto solo mentendo a me stessa?

In questo momento mi sento più nella fase della depressione. O in quella della rabbia.
Forse io, che sono sempre stata anticonformista, sto percorrendo le fasi del lutto “al contrario”.
Magari presto affermerò pure che i medici si sono sbagliati, che Marito non è veramente sterile…

In questi giorni ho pensato e urlato tanto.
Io e Marito abbiamo litigato a lungo, e trascorso diverse notti separati, chi sul divano e chi al piano di sopra, nella camera da letto (vi lascio indovinare chi ha dormito dove).

Sono stata troppo drammatica, depressa, impulsiva, nel mio ultimo post?
Probabilmente sì, ma non lo so, non ho voglia di rileggerlo.

Ho inveito tanto contro Marito in questi giorni. Soprattutto contro la sua sterilità. Come non ho mai fatto prima.
Che senso ha arrabbiarsi, ora?
Sono quasi due anni che so come stanno le cose. Perché questa rabbia improvvisa, devastante?

So di aver detto cose cattive, cose che a me non piacerebbe sentirmi dire se fossi al suo posto.
Marito non ha colpa se da piccolo ha preso gli orecchioni, se nessun dottore ha mai pensato che questo avrebbe potuto portargli dei gravi danni alla sua fertilità.
In realtà non ce l’ho con lui. Ce l’ho con il destino che mi rende sempre tutto più difficile che alle altre persone.

Ho sempre creduto che bastasse impegnarsi, lottare, per uscire da un problema.
Ma non è così. A volte, più ti sforzi, più peggiori le cose. Oppure rimani fermo.
Come imprigionato nelle sabbie mobili.

So che sono stata una stupida ad essermi lasciata deprimere da un pomeriggio trascorso insieme a bambini che non sono riuscita a conquistare.
Sono stata una stupida ad aver invidiato mio marito.
Sono stata una stupida a paragonare la maternità biologica a quella adottiva. Lo sappiamo tutti che sono due cose diverse, soprattutto all’inizio.

E’ che ho tanta paura.

Avevo paura persino a tornare qui, nel mio nido virtuale. Avevo paura di leggere i commenti al mio ultimo post. Sapevo che sarebbero stati duri, pieni di critica, di pietà.
E questo perché ero consapevole di aver scritto parole sbagliate, rabbiose.
Ho letto i vostri commenti tutto d’un fiato.

Avete detto tutto ciò che Marito non ha fatto altro che ripetermi negli ultimi giorni.
Che non è detto che un figlio naturale ami la propria madre incondizionatamente.
Che è scontato che due bambini grandicelli si trovino meglio con un giovane uomo piuttosto che con una donna.
Che sono egocentrica e ho sbagliato a decidere di fare volontariato per sentirmi amata.

Il fatto è che io non sono tanto diversa dai bambini che si trovano in comunità, con alle spalle delle famiglie disagiate.
Non ho mai superato, e forse mai supererò, la mancanza di una famiglia di riferimento nella mia vita.
L’unica differenza è che la mia situazione famigliare non è mai venuta alla luce. Non sono mai apparsa come una bambina o una ragazza disagiata.
Solo Marito, gli amici più stretti, la mia psicologa, sanno cosa ho passato. E quanto ancora questo mi faccia male.
Un’altra differenza è che io non sono più una bambina. Sono un’adulta. Da me ci si aspetta che sia saggia e riflessiva.

Ma, a volte, non ci riesco.
A volte la bambina sola e ferita che c’è in me torna alla luce.
E non riesco a metterla a tacere.
Anche se sono grande.

Mi detesto per aver dubitato sull’idea dell’adozione.
In realtà non ho avuto davvero dei dubbi. Sono e spero di essere sempre felice di aver scelto questa strada.

Ma ho paura!

Ho paura dell’ennesimo fallimento.

Ho paura di dover aspettare anni e anni.

Ho paura che il giudice non ci chiamerà mai.

Ho paura che quel bambino che tanto ho aspettato, cercato, sognato, non riesca ad amarmi.

Ho sempre pensato che l’amore fosse sufficiente per ottenere altro amore.
E se non fosse così?

L’assistente sociale, durante i colloqui, ci ha fatto capire molto bene che le coccole e l’affetto non bastano a crescere un bambino (soprattutto se adottivo, ma di certo vale anche per un figlio  biologico). Che occorre comprensione, empatia, pazienza.
Tutto questo è ben chiaro nella mia mente. E sono pronta ad affrontarlo. Sono pronta ad affrontare qualsiasi situazione. Comportamenti violenti, droga, alcool, gioco d’azzardo, cattive compagnie,  domande sull’adozione, il desiderio di ritrovare la famiglia originaria…

Tutto questo non mi fa paura.
Sono brava ad affrontare i problemi. Sia dal lato “pratico” che da quello “emozionale”.

L’unica cosa che mi fa paura è che lui, o lei, non riesca ad amarmi.
Che non mi prenda mai per mano.
Che non mi cerchi per darmi un bacio.
Che non mi preghi di leggergli/le la favola della buona notte, che non mi chieda consigli.

Che non mi veda mai come una “mamma”.

Che non voglia accettare tutto l’amore che ho da dargli.

Una volta, in un post, ho affermato che non mi importerebbe se mio figlio non volesse mai chiamarmi mamma, se preferisse chiamarmi per nome.

Beh, mentivo.
In quel momento non ne ero consapevole, sia chiaro.

Ma ora mi rendo conto che è così.
Ho il terrore di non essere mai una mamma.

Fino a ieri ho tenuto relegato questo pensiero, questo terrore, in un angolo del cuore.
Ma, dopo quello che è accaduto con quei due bambini…

Io non piaccio alla gente. Non sono mai piaciuta.
E non è per fare del facile vittimismo; è proprio così.

Gli altri non mi odiano, no. Io provoco solo… Pura e insignificante indifferenza, nella maggior parte dei casi.

Mi sono sempre sentita invisibile.

Quando ero bambina e partecipavo alle feste di compleanno, spesso mi sentivo tagliata fuori, inadatta, a disagio. Come un pesce fuor d’acqua.
Non sono mai stata brava a prendere l’iniziativa, a propormi agli altri bambini. Ero timida e avevo paura di essere cacciata via.

L’unico modo che conoscevo per attirare l’attenzione, per dire: “Ehi, ci sono anch’io! Io esisto!” era… Fuggire via. Sparire.
Assurdo, vero?

Nel bel mezzo del pomeriggio scappavo dalla casa del festeggiato di turno e mi nascondevo, sperando che qualcuno venisse a cercarmi, che qualcuno sentisse la mia mancanza, che qualcuno volesse ritrovarmi.
Il più delle volte nessuno si accorgeva della mia fuga e, dopo essere rimasta a lungo nascosta, tornavo con la coda tra le gambe.
Altre volte, invece, gli altri bambini mi venivano a cercare. Ma nessuno era felice che stessi bene.
Dicevano sempre: “Brava, ci hai rovinato la festa! E’ un’ora che ti cerchiamo!”
E così sono diventata famosa come Eva la guastafeste.

Marito dice che non è vero. Che ho tante persone che mi amano. Peccato che, quando ha provato ad elencarle, gli sia venuto in mente solo il suo stesso nome.

Secondo lui non è tanto difficile farsi amare da un bambino. Basta una battuta, uno scherzo, fare il solletico, proporre di fare qualcosa insieme…
Ma a me tutto questo non riesce. Con i bambini della comunità mi sento molto timida. Ho paura ad avvicinarmi, a meno che non siano loro a chiedermelo. E se mi allontanassero? Se mi rifiutassero?
Io, che bambina non sono mai stata, non so bene come comportarmi con loro.

So che con mio figlio sarà diverso. Perché io sarò la sua mamma, almeno sulla carta, e avrò e sentirò tutto il diritto di sgridarlo, di abbracciarlo, di prendergli la mano.

Ma se lui mi rifiutasse?

Ho sbagliato tutto.
Il vero motivo per cui ho deciso di fare volontariato in questa comunità è sbagliato. Sentirmi mamma. Che idea stupida ed egoista.

Ciò che più desidero è ricevere amore, quell’amore che ho sempre sognato.
Io sono pronta a sacrificare tutta me stessa per il bambino che arriverà. Che poi, per me non si tratterebbe di un sacrificio, ma della strada per la felicità.
Ma voglio che anche lui mi ami. Lo voglio, ma non posso pretenderlo.

Potrei non piacergli.
Potrebbe preferire Marito.

Qualcuno, nei commenti al mio ultimo post, mi ha detto che questa eventualità esiste.
Non ci avevo mai pensato.
Mi ritrovo a rifletterci solo ora.
E il pensiero mi spaventa.

Riuscirò a trattenere la rabbia, se questo dovesse accadere?
Riuscirò ad accettarlo?

E quel bambino potrebbe anche non arrivare mai.

Questa è l’ipotesi che mi fa più paura.
Perché io sono pronta a rischiare, a impegnarmi, per creare la famiglia felice che ho sempre sognato.

Voglio avere la possibilità di rischiare.
Ma ho anche il timore di non riuscire.

Sono veramente tanto stanca.
E anche in piena fase premestruale.
Piango per qualsiasi cosa. Non è proprio il momento più adatto per lasciarsi andare a riflessioni profonde, che ne pensate?

Oggi ho inveito contro una collega perché non mi ha messo in copia in un’e-mail…
E sogghignando stile ” personaggio cattivo dei cartoni animati” ho affermato di voler dare fuoco all’azienda con tutti i colleghi dentro.

Ehm, insomma… Chissà, forse questa non è veramente la “fase della depressione”. E manco quella della “rabbia”.
Forse è solo la fase “ormoni in subbuglio”.
I brufoli e le tette gonfie sembrano darmi ragione.

Speriamo che sia davvero così.

Pubblicato in: La mia storia

Inamabile

Non sono sempre così tranquilla come traspare da molti dei miei post.

In realtà io sono davvero serena, la maggior parte del tempo. Ma solo perché celo, persino a me stessa, la mia rabbia, il mio dolore, la mia frustrazione, le mie paure, dietro discorsi farciti di dolcezza, bontà, sicurezza, discorsi sul destino… Ma, a furia di accumulare dolore, alla fine è impossibile trattenerlo.

Si giunge ad un momento in cui non se ne può più. E si scoppia. Ed è quello che è accaduto a me oggi.

Oggi io e Marito abbiamo affrontato il nostro primo pomeriggio come volontari presso una comunità che si occupa di bambini provenienti da famiglie disagiate. Abbiamo preso questa decisione prima dell’estate, ma abbiamo dovuto attendere oggi prima di iniziare, perché durante l’estate i bimbi si trasferiscono nella sede in montagna.

La comunità è gestita da suore, e anche la collega di cui più volte vi ho parlato era una volontaria presso questa comunità e me ne ha parlato molto bene, anche se non è più molto attiva da quando ha adottato la sua bambina (ovviamente, quest’ultima merita tutte le sue attenzioni e cure).

La comunità è volutamente composta da pochi bambini, in modo che ci si possa occupare di tutti nel modo migliore possibile. Come ci è stato spiegato durante la riunione di inizio anno, compito dei volontari – sotto la sorveglianza degli educatori esperti – è quello di aiutare i bimbi a studiare, giocare con loro, accompagnarli al cinema, al parco, ecc. ecc.

Ciò che la coordinatrice ha voluto farci capire maggiormente è che questi bambini hanno una famiglia. Che non è di certo quella del Mulino Bianco, ma comunque non sono bimbi orfani. E noi non siamo i loro genitori, ma solo volontari. Amici, educatori, istruttori, ma non genitori. E questo è un concetto fondamentale.

Io e Marito abbiamo deciso di diventare volontari perché, mentre aspettiamo nostro figlio, vogliamo cercare di sfruttare questo tempo per aiutare altri bimbi… E per imparare a comportarci con un bambino che proviene da una situazione difficile…
Ma, lo devo ammettere, anche se io ho cercato di imprimermi bene nella mente i consigli della coordinatrice, il mio obiettivo principale è sempre stato quello di sentirmi un po’ mamma. Senza farlo intuire a nessuno, ovviamente, né agli altri volontari, né ai bimbi stessi.

Una piccola sensazione di gioia che volevo provare in un angolino del mio cuore.

La mia collega mi ha raccontato che alcuni di questi bambini si erano affezionati talmente tanto a lei e suo marito, entrambi volontari, da cominciare a chiamarli “mamma” e “papà”…
Non speravo in un atto d’affetto così eclatante, ma nella mia mente sognavo di prendere un bambino per mano… Di abbracciarlo… Di ricevere i suoi sorrisi… Di sentirmi un po’ mamma. Solo un po’. Quel tanto che basta per riscaldare il mio cuore gelato.

Oggi io e Marito, accompagnati da un’educatrice esperta, abbiamo portato in giro due bambini, Luca e Matteo (i nomi sono di fantasia), rispettivamente di dieci e nove anni. Questi bimbi sono fantastici. Pieni di vita, divertenti, a volte irruenti…

Dovete sapere che io sono una persona decisamente timida, sia con gli adulti che con i bambini. Con questi ultimi, forse, ancora di più. Ho sempre paura di dire o fare le cose sbagliate, di parlare in modo troppo infantile o mostrarmi troppo affettuosa e risultare inappropriata.

Siamo andati a fare un giro per il parco, e fin da subito il bimbo più piccolo, Matteo, si è letteralmente appiccicato a Marito, mentre Luca, più introverso, se ne stava un po’ per i fatti suoi. Mentre attraversavamo la strada Marito ha preso per mano Matteo. Da quel momento sono diventati inseparabili. Abbiamo giocato nel parco, e Matteo si lanciava tra le braccia di Marito, ridendo felice.

Non so cos’avrei dato per essere al posto di mio marito. Per poter stringere quel bimbo tra le mie braccia.
Quando passeggiavamo era Matteo stesso a cercare la mano di Marito. Io mi mettevo di fianco al bimbo, lasciavo penzolare la mano vicino alla sua, sperando che la prendesse… Ma non l’ha mai fatto.

E io non ho osato prendere l’iniziativa. Temevo che mi rifiutasse.

Ho provato anche ad avvicinarmi a Luca, invano. Rispondeva alle mie domande, chiacchierava con me, ma non sentivo alcun affetto da parte sua. E come potevo pretenderlo? Sono una perfetta sconosciuta per lui! Era tutto assolutamente normale.
Tranne per il fatto che il piccolo Matteo stava attaccato a Marito come un sanguisuga. Perché lui sì, e io no?

Marito ad un certo punto ha capito che avevo qualcosa di strano, mi ha preso in disparte e mi ha chiesto cosa stesse succedendo. Io non ho voluto rispondergli, in quel momento non era il caso di iniziare a litigare, gli ho solo mormorato che voglio il divorzio.

Sì, avete letto bene.

Marito aveva intuito cosa mi tormentasse e, mentre camminava tenendo Matteo per mano, l’ho sentito chiedere al bimbo di prendere anche la mia, di mano.

Il bimbo ha risposto di no.

Marito non si è dato per vinto. Ha provato a fare la stessa domanda a Luca. Non l’ho sentito mentre glielo chiedeva, ma l’ho capito non appena Luca, mentre stavamo per attraversare la strada, si è avvicinato e ha esclamato: “Tuo marito mi ha detto di prenderti per mano!”

Non mi sono mai sentita tanto umiliata.

Ho preso il bambino per mano, perché a quel punto non potevo fare nient’altro.
Non avrei voluto lasciarla più. Non appena abbiamo finito di attraversare, però, lui l’ha lasciata. E io non ho più osato riprendergliela.

Abbiamo riportato i bambini dalle suore meno di due ore fa. Non appena io e Marito siamo tornati a casa ho cominciato ad inveire contro di lui.

Marito, in realtà, non ha sbagliato nulla. Si è comportato bene. Perfettamente, direi.

Il problema sono io.

Nessuno mi ha mai voluto bene nella mia vita. Neppure i miei genitori.

Marito dice che i bambini si sono attaccati a lui perché è più espansivo e infantile rispetto a me… Che, con il tempo, si abitueranno anche alla mia presenza. Ma io non ci credo.

Io sono sbagliata. Sono totalmente sbagliata. Nella mia vita non ho fatto altro che cercare di migliorare. Ho sempre fallito. Ogni volta che cerco di farmi amare da qualcuno, fallisco.

Volevo diventare mamma. Pensavo che solo così avrei trovato la felicità, la pace. Ma anche questo mi è proibito, nonostante tutti i miei sforzi. Ho un marito sterile. Tre PMA, tre fallimenti. A ventisette anni.

Come posso adottare un bambino? E se il fallimento si ripetesse?
Se il bambino si affezionasse di più a Marito che a me?
Se Marito fosse costretto a dirgli: “Prendi la mano della mamma…” e lui rispondesse di no?

Se partorissi un bambino, non avrei bisogno di “conquistare” il suo affetto. Io sarei la sua mamma. Punto. Non ci penserebbe neppure un istante prima di prendermi la mano. Sarebbe una cosa… Naturale.

Con un bambino adottato si ripeterebbe l’orribile situazione vissuta oggi. Dover conquistare, elemosinare il suo affetto. E se non ci riuscissi? Non sono riuscita neppure a conquistare l’affetto dei miei stessi genitori…!

Non è che io pensi a queste difficoltà per la prima volta, eh. Ho ben chiaro nella mia mente cosa significhi adottare.

Ma, forse, solo oggi mi sono resa conto che io potrei non farcela.

Nessuno mi vuole bene. Perché il nostro bimbo dovrebbe amarmi?

Scusate, forse non so neppure bene cosa sto scrivendo. Dopo due Heineken da 66 e una decina di sigarette mi si è offuscata la vista e la mente.

Non ho ripensamenti sull’adozione. E non voglio realmente divorziare da Marito…!

E’ che sono tanto stanca. Odio la mia vita, sempre così difficile.
E odio me stessa. Per le mie aspettative troppo alte, per l’invidia che provo verso il mio stesso marito.

Vorrei essere diversa. Vorrei avere una famiglia che mi ama, un marito fertile, tanti amici.

Ma non è così. E devo imparare a convivere con il mio destino.

La mia paura più grande è riuscire a non farcela, non perché non lo meriti o perché non mi impegni abbastanza, ma semplicemente perché non sono una persona che può essere amata da qualcuno.

Sono… Inamabile.

Pubblicato in: Adozione, La mia storia

Adozione e paure

Prima di affrontare l’argomento di questo post, voglio rispondere a due commenti.

Il primo è quello di Joanne, la quale mi fa notare che:

Spesso parli delle donne che decidono di dare in adozione un figlio come incompetenti, criminali, malate, tossicodipendenti…non è sempre così. Mia cugina è rimasta incinta a 15 anni, e ha deciso di dare il bambino in adozione. Durante la gravidanza è stata seguita da un ginecologo, ha fatto tutti gli esami necessari, ha preso l’acido folico e non ha bevuto nemmeno il caffè. E’ stata una madre, in quei nove mesi, pur sapendo che poi non lo sarebbe più stata. Quando il bambino è nato continuava a ripetere “non fatemelo tenere, anche se lo chiedo non permettetemi di prenderlo in braccio”, è stato terribile, e c’è voluta molta forza per fare quello che lei riteneva assolutamente la scelta migliore. Per questo quando sento generalizzare sulle madri biologiche dei bambini in adozione mi ribolle il sangue.

Oh beh, sapessi quante volte ribolle a me il sangue…

Prima di tutto mi sembra di non aver mai generalizzato, e di aver specificato che in molti (non TUTTI) i casi i bambini dati in adozione provengono da famiglie disagiate, sono stati abusati, maltrattati, hanno patito la fame o il freddo, ecc.
Questo mi è stato detto dall’assistente sociale, dati alla mano.
Sicuramente l’assistente sociale ne sa di più di una persona che ha conosciuto un SOLO caso.

Anch’io sono figlia di una persona schizofrenica eppure sono venuta su bene (ed è sorprendente, da quello che mi dice la mia psicologa), ma questo non toglie che nella maggior parte dei casi i figli di persone con malattie mentali presentano gravi problemi da adulti.

In secondo luogo, ammiro le persone come la cugina di Joanne, che sono riuscite a prendere la decisione più giusta per il bene del bambino, nonostante in precedenza abbia preso di certo scelte altamente sbagliate – a meno che non sia stata vittima di violenza, avere un rapporto sessuale, non protetto tra l’altro, a QUINDICI anni, quando si è poco più che bambine, non è proprio una decisione matura.
Sicuramente è stata supportata dalla famiglia nella decisione di portare avanti la gravidanza e dare in adozione il bambino, ma a quell’età non è comunque facile. Ha tutta la mia stima. E spero che il bambino abbia ora una vita serena, così come sua madre biologica.

Generalizzare non è nel mio stile, ma le statistiche sono vere e dicono quello che ho riportato io.
Poi è ovvio che ci sono le eccezioni. Ma sono, appunto, eccezioni. Punto.

Altro commento, di patalice:

come si fa?
come si fa a decidere di amare una persona che con te non c’entra nulla?
come si fa a decidere di lottare contro una burocrazia ridicola e lungaggini tediose?

(Questa commentatrice vince sia il titolo di “Miss Sensibilità” che quello di “Miss simpatia”…)

Amare una persona che con me non c’entra nulla…?

Mio figlio (perché questo sarà, anche se non nascerà dal mio ventre) c’entra tutto con me.
C’entra con la mia sofferenza, con il mio desiderio di diventare madre, con la mia vita, il mio cuore, che lui riempirà.
Lui mi permetterà di realizzare il mio sogno. Crescere ed amare una creatura che ha bisogno di qualcuno che lo prenda per mano e gli insegni la vita.

Io c’entro con la sua sofferenza.
Perché lui soffrirà, oh sì, e tanto, quando, a mano a mano che diventerà grande, scoprirà la sua storia, il suo passato.
E io allevierò il suo dolore.
Ci cureremo a vicenda.
Siamo entrambe persone che hanno bisogno di essere guarite.

Non c’entra nulla con me…?

Noi giocheremo insieme, piangeremo insieme, io lo cullerò di notte quando piangerà, io gli darò il latte, io gli racconterò le favole, io lo accompagnerò a scuola, io gli cucinerò i suoi piatti preferiti, io lo sgriderò, io gli insegnerò cosa è giusto e cosa è sbagliato…!
Non chi gli ha dato la vita, fisicamente parlando!

Lui o lei si arrabbierà con ME quando gli impedirò di vestirsi con abiti di dubbio gusto (tipo pantaloni da rapper che fanno vedere le mutande, minigonne inguinali, o qualsiasi cosa andrà di moda tra 15 – 20 anni…), mi dirà brutte parole, falsificherà la MIA firma sulle giustificazioni, mi dirà delle bugie per uscire con i suoi amici anziché studiare…
Io lo metterò in punizione, io gli spiegherò perché l’ho fatto, e lui/lei mi abbraccerà e mi chiederà scusa…
Andremo al cinema, in vacanza, a portare a spasso i cani, ovunque lui/lei voglia andare, INSIEME… Vivremo la vita INSIEME…
Il nostro futuro sarà lo stesso. Le nostre vite si intrecceranno, per sempre. Io, Marito e il nostro bambino.

Come si può dire che non c’entra nulla con me…?
Solo perché non avrà i miei occhi, il mio colore di capelli, la mia carnagione, il mio naso, o i tratti di Marito?
Conta tanto l’aspetto fisico?

E allora, a questo punto, cosa c’entra mio marito con me?
Abbiamo avuto due passati diverse, due vite diverse, finché le nostre strade non si sono incrociate e non abbiamo deciso di unirle per sempre.

Spesso un figlio “di pancia” non è una scelta. E’ un errore (ops), una cosa che ti capita senza volerlo, un incidente di percorso…  Non è stato cercato, desiderato…

Un figlio adottivo è una scelta. Viene cercato, desiderato, con tutto il cuore, da persone che veramente lo vogliono. Che lo vogliono amare, guarire, che gli vogliono donare un domani. Che vogliono coronare il proprio amore. E a cui della genetica non importa un fico secco, perché considerano l’AMORE più importante.

A fare sesso e concepire un bambino sono buoni tutti. A fare la madre e il padre, solo chi veramente lo desidera ne è in grado.

E la burocrazia.. La burocrazia è lunga, ma non ridicola.
Pensavo anch’io che la fosse, ma non è così. Solo chi ci è passato può capirlo.
Il corso, i colloquio con i servizi sociali, tutto è stato utile.
E’ stato utile per il nostro bambino, perché così avrà due genitori preparati a crescerlo, è stato utile per noi, perché siamo maturati come persone.

I tempi del tribunale sono lunghi semplicemente perché in Italia ci sono pochi bambini adottabili rispetto alle coppie che si propongono.

E questo non possiamo cambiarlo, ma solo accettarlo.

Mi sembra di sprecare energie scrivendo queste parole, perché tanto so che, chi non vuol capire, chi non ha interesse a capire, non capirà mai.
E va bene così.
L’adozione non è per tutti.

E l’amore, in fondo, non si può spiegare.
C’è chi ha un cuore grande, chi un cuore piccolo, chi proprio non ce l’ha.

Ed ora passiamo a quello di cui volevo veramente parlare.

Come promesso, in questo post affronteremo un argomento molto importante per tutte le coppie che stanno pensando di intraprendere il cammino dell’adozione.
Le paure.

Quali sono le paure che accomunano tutti gli aspiranti genitori adottivi?
Per esperienza personale, e dopo essermi confrontata con altre coppie, sono giunta alla conclusione che i timori più frequenti sono:

– Che i servizi sociali non giudichino la coppia idonea
– Che il bambino sia malato
– Che un giorno decida di trovare le sue origini
– Che non riconosca mai i propri genitori adottivi come la sua mamma e il suo papà
– Il giudizio degli altri

Forse non l’avrete notato subito, ma c’è qualcosa di tremendamente sbagliato in tutto questo.
Tutte queste paure sono riferite alla coppia, e non al bambino bisognoso di una famiglia.
E questo è un modo errato di pensare. Anch’io ho impiegato un po’ di tempo a capirlo, ma alla fine ce l’ho fatta.

Abbiamo paura che i servizi sociali non scrivano una relazione positiva perché non vogliamo rischiare che ci venga impedito di realizzare il nostro sogno più grande, non vogliamo che il bambino sia malato perché dopo aver sofferto tanto per “ottenerlo”, ecchecavolo, vogliamo che almeno sia sano come un pesce, speriamo che non desideri mai rintracciare la sua famiglia biologica perché lui è nostro, e soltanto nostro, e temiamo il giudizio degli altri perché vorremmo che il nostro figlio di cuore sembrasse anche nostro figlio di pancia, e non vogliamo dover rispondere ad insulse domande.

Non mentiamo. Il desiderio di adottare nasce, nella maggior parte dei casi, dall’egoismo di una coppia, dal desiderio di avere un figlio anche quando Madre Natura ci è avversa. Non è che ci sottoponiamo ad analisi psicologiche, affrontiamo corsi, burocrazia, tribunali, solo per altruismo o per bontà…
Ma questo è probabilmente l’egoismo più bello che ci sia.

Anch’io ho avuto (e ho) tutte queste paure, certo. E pure Marito.
Ma ho capito che stiamo guardando la situazione dal punto di vista sbagliato.
La parte debole NON siamo noi.

Tutta la sofferenza che abbiamo patito a causa dello scherzetto di Madre Natura non è nulla in confronto al dolore di un bambino che è stato abbandonato o, peggio ancora, maltrattato o abusato.
La parte debole è LUI. Non noi.

Nella maggior parte dei casi, se i servizi sociali non giudicano la coppia idonea, significa che è davvero così. Significa che la coppia in questione non è abbastanza preparata, o matura, per affrontare questo percorso. Ed in questo caso è meglio che gli aspiranti genitori riflettano prima di riprendere il cammino.
Alla coppia questo può sembrare ingiusto, verso di loro, ma è la cosa più giusta da fare per il loro futuro bambino.
(Ovviamente escludo i casi in cui gli assistenti sociali sono degli incapaci, o prendono in antipatia la coppia, ecc ecc… Fortunatamente, da quello che ho letto mi pare che non accada spesso).

Eventuali malattie del bambino. Di questo ho già parlato. Alla coppia viene data ampia libertà di scelta riguardo alle malattie, ma è ovvio che non bisogna essere troppo rigidi.
Io e Marito non abbiamo dato la disponibilità per le malattie gravi perché non ci sentiamo in grado di affrontarle, ma non abbiamo problemi riguardo malattie “minori”.
Un bambino dato in adozione non può essere un bambino completamente sano, né da un punto di vista fisico, né mentale. Non è possibile.
Spesso i bambini vengono abbandonati proprio perché hanno dei “difetti” (da quello che ci ha detto l’assistente sociale, questo accade soprattutto tra i rom). E come può non avere problemi un bambino che magari è stato picchiato, o abusato sessualmente, o anche soltanto abbandonato in ospedale dalla propria madre? Voi come stareste, al suo posto?
Magari il bambino sarà tranquillissimo, riuscirà ad elaborare tutto quanto grazie al vostro amore. Ma questa è un’eventualità remota.
Molto più probabilmente da bambino avrà atteggiamenti aggressivi verso i genitori e verso i suoi coetanei, e da adolescente manifesterà il suo disagio in un qualche modo, che sia la solitudine o atteggiamenti eccessivi (droga, alcool, gioco d’azzardo…).
Un genitore adottivo deve essere pronto a tutto questo. E deve mettersi nei panni di suo figlio. Empatia è la parola d’ordine.
Ovviamente non si può essere pronti a tutto. Le situazioni vanno affrontate una volta che si presentano, anche perché non si può sapere in anticipo come si comporterà da grande un bambino adottato!

Ma bisogna sapere che, prima o poi, in un modo o nell’altro, manifesterà un disagio (come tutti gli adolescenti, d’altronde).

La ricerca delle origini. Un sogno per il bambino adottato, un incubo per i suoi genitori “di cuore”.

In tutte le famiglie occorre parlare, ma quando è presente un bambino adottato bisogna parlare ancora di più.
Occorre spronare fin da piccolo il bambino a parlare di sé, aiutarlo ad elaborare i ricordi, a capire cosa gli è successo, ovviamente con parole adatte per la sua età.
Parlare, parlare, parlare. E spingerlo a esprimere le sue emozioni. Solo così lo si può aiutare a superare il trauma per quello che gli è successo.

Mi è rimasta impressa una conversazione che ho avuto con un signore presente al corso per l’adozione.
Questo signore ha un fratello che ha adottato un bambino da un Paese dell’Est Europa. Il bambino rifiuta totalmente le sue origini, non vuole neppure sentir nominare il suo Paese, e i suoi genitori adottivi sono contenti così.
Il signore in questione mi ha confidato che spera che anche il suo futuro bambino si comporti in questo modo.
Ecco, questo è un atteggiamento COMPLETAMENTE SBAGLIATO.
Se un bambino adottato esprime tanto astio verso la sua terra natia, significa che c’è un problema. E grosso, anche.
Una rabbia repressa che prima o poi esprimerà, magari in un modo malsano.

Noi stiamo puntando sull’adozione nazionale, per ora, ma questo non vuol dire che nostro figlio sarà italiano. Potremmo benissimo essere abbinati ad un bambino straniero abbandonato qui in Italia.
Se dovesse essere di un’etnia diversa dalla nostra (rom, africano, ecc.), noi cercheremo in tutti i modi di mantenere vivo il legame con la sua terra, imparando le usanze, anche un po’ di lingua, le ricette… E questo sarebbe un grande arricchimento anche per noi!

Un giorno nostro figlio potrebbe decidere di fare delle ricerche per ritrovare i suoi genitori naturali. In Italia la legge impone che il figlio adottivo abbia compiuto 25 anni prima di poter accedere agli atti che lo riguardano presso il tribunale.
Mi auguro che, quando avrà 25 anni, mio figlio sarà maturo e in grado di fare scelte consapevoli.
Ovviamente saprà già tutto, da me e Marito, riguardo al suo passato, o almeno quello che saremo in grado di dirgli.

Questa eventualità non mi fa paura.
Io sono certa che sarò una buona madre, e che lui, o lei, mi amerà.
E capisco anche il desiderio di cercare le proprie origini. Mi auguro che, quando deciderà di partire verso il suo Paese, o deciderà di andare alla ricerca di sua madre o suo padre biologici, che sia qui in Italia o altrove, lui mi chieda di accompagnarlo.
Sarebbe il regalo più bello che potrebbe farmi. La sua FIDUCIA.

Se io venissi abbandonata, o tolta dalla mia famiglia, penso che farei lo stesso. Ad un certo punto sentirei il bisogno di rintracciare le mie origini. Ma questo non vuol dire che scorderei chi mi ha dato LA VITA, la gioia, il futuro, l’amore.
E se poi volesse mantenere i contatti con sua madre o suo padre naturali… Beh, il cuore non ha confini. In un cuore c’è posto per tutti.
Ma so anche che è difficile che un bambino adottato possa un giorno avere quattro genitori… Perché, purtroppo, ripeto, SPESSO i motivi per cui questi bambini vengono abbandonati o tolti alle proprie famiglie sono veramente ORRIBILI.
Dubito altamente che un bambino che è stato abusato desideri ritrovare la madre naturale, o che riesca ad instaurare con lei un rapporto sano. E dubito anche che una “madre” del genere possa essere interessata a recuperare il rapporto con il frutto del suo grembo (frutto indesiderato e odiato, in molti casi).
L’eventualità, comunque, esiste. E non mi fa paura.

E non ho paura neanche della possibilità che mio figlio non mi chiami mai “mamma”, o che non chiami mio marito “papà”.
Parlando con altri genitori adottivi, ho scoperto che, contrariamente a quanto pensavo, i bambini adottati si abituano velocemente al nuovo ambiente, alla nuova famiglia. E impiegano poche settimane, a volte pochi giorni, per cominciare a chiamare lei “mamma” e lui “papà”.
Io amerò mio figlio con tutta me stessa. Ma se non riuscirà a chiamarmi “mamma” e vorrà chiamarmi per nome, va bene lo stesso. Lo capirò, lo accetterò.
Ma, sinceramente, dubito che questo possa accadere. Sia perché a noi verrà dato un bambino molto piccolo (entro i 3 anni) e sappiamo tutti che i bambini, più piccoli sono, più si abituano velocemente ai cambiamenti… Sia perché, con tutto l’amore che gli darò, gli verrà naturale chiamarmi “mamma”.
Non subito, forse. Ma, quando lo farà per la prima volta… Quello sarà il momento più bello della mia vita.

Il giudizio degli altri.

Io ho un problema. Che è anche una virtù, ma più spesso un problema.
Sono estremamente sensibile.
Cerco sempre di atteggiarmi da cinica, di fingere che l’opinione altrui non mi interessi, ma la verità è che quando qualcuno, che sia un conoscente o un amico poco importa, dice qualcosa di brutto nei miei confronti, io non riesco a rimanere indifferente. Ci sto male.

Quando una coppia adotta un bambino, le reazioni della gente che incontriamo quotidianamente può essere di due tipi: stupore positivo, o stupore negativo.
L’adozione non viene ancora considerata un fatto normale.
Le persone che sanno che vostro figlio è stato adottato lo guarderanno e vi guarderanno sempre in maniera diversa, un misto tra elogio e compassione.
Mentre tutto quello che noi vorremmo è essere considerati “normali”.
Normali non li saremo mai. Fateci l’abitudine.

Quando ho confidato al mio capo nucleo che ho intenzione di adottare un bambino, lui ha sgranato gli occhi e mi ha detto: “Tu e tuo marito avete proprio un grande cuore!”
No, non abbiamo un grande cuore.
Abbiamo solo un grande desiderio di avere un famiglia.
Se potessimo avere figli, non adotteremmo. O forse sì, ma dopo aver avuto un figlio naturale.
Non siamo dei santi, io non sono Madre Teresa di Calcutta e Marito non è Padre Pio.
Siamo solo due sfigati che cercano la strada per la felicità.

Ma non ho detto niente di tutto questo, e mi sono limitata a sorridere.

Non ho un grande cuore. Ho tanta voglia di essere mamma. E tanta sofferenza dentro di me.
Ma, chissà, forse questo vuol proprio dire avere un grande cuore. Altrimenti, come potrei contenere dentro di me tutto questo?

Anche se è stato superficiale, il mio capo ha detto una cosa bella, politically correct, per lo meno.

Ma non tutti sono come lui.

Purtroppo sono circondata da molte persone immature, ignoranti e talvolta anche un po’ maligne.

C’è chi mi ha detto, ridendo, che, se ci dessero in adozione un bambino grande, potrebbe diventare il mio amante, oltre che mio figlio…!!

Chi mi ha ricordato, con una malignità incredibile, che i bambini adottati vanno sempre alla ricerca dei genitori “veri”, prima o poi…

Che poi, oltre alla cattiveria, è anche l’ignoranza a sconvolgermi.

Ma queste persone sanno che nella maggior parte dei casi i bambini adottati sono stati maltrattati, abusati sessualmente, o figli di genitori psicopatici?
Voi vorreste rintracciare una madre o un padre che vi hanno violentato da neonati? Sì, questo orrori succedono, e spesso anche. Quando l’assistente sociale me l’ha detto sono rimasta a bocca aperta.
I casi come quello della cugina di Joanne sono rari. Esistono, ma sono rari, almeno qui in Italia (oh, devo continuare a specificarlo, non vorrei essere additata di nuovo come quella che fa di tutta l’erba un fascio…).

Quello che avrei voluto rispondere, in realtà, ma non ne ho trovato la forza perché mi mancava il fiato, è: “Certo, può essere che un figlio adottivo senta prima o poi il bisogno di ritrovare le sue origini. Per questo l’adozione non è per tutti. Per questo solo una persona forte come me può affrontarla.”

E poi ci sono gli amici e i parenti. Che non sempre parlano per il tuo bene. Che a volte aprono la bocca a sproposito, senza mettersi nei tuoi panni, ma pensando solo a se stessi. Empatia è una parola sconosciuta alla maggior parte delle persone, anche a quelle a cui vogliamo bene. Ma con loro è difficile arrabbiarsi, e spesso ci tocca mandar giù bocconi molto amari.

Quando ho iniziato il corso informativo per l’adozione ne ho parlato a lungo con due miei colleghi-amici di cui mi fido, entrambi sui cinquant’anni. Sono persone mature che mi vogliono bene, mi trattano un po’ come una figlia, ma, sia a causa delle loro vicissitudini personali che per la loro età, faticano a capire le mie scelte.
Ai loro tempi nessuno si sottoponeva alla PMA, non era ancora una pratica diffusa. Faticano a mettersi nei miei panni e capire il mio desiderio di maternità, che per loro sembra un’ossessione.
Quando ho detto loro che al corso erano presenti diverse coppie della loro età, o poco più giovani, lei ha strabuzzato gli occhi e, rivolta all’altro collega, ha esclamato:

“Gente della nostra età?! Oddio, ti immagini dover andare ad un corso, e fare tutte quelle cose lì? Ma chi ne ha la voglia? Quelli sono pazzi!”

No, non sono pazzi.
Loro desiderano un figlio, e tu no.
Questa è la differenza.
E questa “piccola” differenza cambia tutto. Questa piccola differenza dona loro una forza che voi non potrete mai avere.
Ho provato a dirglielo, ma non credo abbiano capito.

Qualche mese fa ho parlato per la prima volta di adozione con una mia amica, la solita amica di cui a volte parlo, poco più che trentenne, mamma di un bimbo di un anno concepito con il primo rapporto non protetto con suo marito.
(Alla faccia degli spermatozoi).

Nel suo caso, la reazione è stata assolutamente normale. Non indifferente, ma normale, come se la avessi confidato che avevo intenzione di comprare un vestito nuovo.
“Non vuoi più fare la PMA? Ora vi concentrate solo sull’adozione? Ma sì, fate bene!”
Non è che io sia incontentabile, eh.
Ok, voglio essere trattata come una persona “normale”, ma… Cazzo, non ti ho detto “ora vado in centro a fare shopping”. Ti ho detto che ho rinunciato per sempre all’idea di concepire un figlio naturale e che intendo farmi psicanalizzare, studiare, da degli estranei, andare in giro per tribunali, attendere, se va bene, qualche anno per avere un figlio che tu hai avuto con UN RAPPORTO SESSUALE, UNO!

Non voglio essere vista come una Madonna né come una sfigata, ma almeno fingere interesse, fare qualche domanda, insomma…

Ma il massimo è stato quando ho parlato con mia nonna paterna dell’adozione.
Lei è l’unico membro della mia famiglia con cui io abbia un vero e proprio rapporto. Le racconto cosa succede nella mia vita, le mie paure, le mie speranze.
Quando le ho parlato della PMA, all’inizio ci è rimasta male, sia perché non si aspettava che io e Marito avessimo problemi simili, sia perché certe pratiche mediche per lei sono una novità. Ma si è abituata presto all’idea, e in poche settimane ha iniziato lei stessa a consigliarmi degli ospedali a cui rivolgermi!

La sua reazione è stata più o meno la stessa con la notizia dell’adozione.
Quando le ho detto di aver deciso di smetterla con la PMA e che io e Marito avevamo già iniziato le pratiche per adottare un bambino, lei ha esclamato:

“Eh? Ma perché? Subito? Non potete aspettare ancora un po’? Magari arriva, un bambino! Ma perché non provi di nuovo con la fecondazione? Mi hanno appena consigliato un nuovo ospedale…”

La sua reazione mi ha fatto male. A lei non importava nulla di me. Non mi ha chiesto perché avessi preso quella decisione. Voleva solo che facessi come voleva lei.
Ho capito che in questi casi bisogna mostrarsi duri e determinati, per far capire alle persone che ci circondano che sì, siamo sicuri della nostra scelta e no, non accettiamo consigli, perché nessuno, a meno che non si tratti di qualcuno che ha vissuto lo stesso dolore, può dirci cosa fare.

“No, nonna. Sono quasi quattro anni che proviamo ad avere un bambino. Non possiamo averlo, non riusciamo, anche se aspettiamo mille anni. E la fecondazione non la voglio più fare. In fondo è il mio corpo che ci va di mezzo, non il tuo. Sono io a scegliere. E non vogliamo aspettare per l’adozione. NOI SIAMO FELICI COSI’. Il nome di quell’ospedale non mi interessa.”

NOI SIAMO FELICI COSI’.
Ma a qualcuno importa?
Alla gente importa solo puntare il dito, dare consigli non richiesti, senza ascoltare le parole e le emozioni di chi sta dall’altra parte, di chi sta realmente vivendo quella sofferenza.

Mi sono resa conto che la gente è molto egoista. E, al contrario di quello che porta alla scelta di adottare, questo è un egoismo negativo.
L’amica è talmente concentrata sul suo bambino da non vedere nient’altro, gli amici che non vogliono figli non si sforzano di capire, la nonna ha paura di ritrovarsi un pronipote che non le assomiglia, i colleghi cercano il gossip…

Non c’è nessuno, e dico nessuno, che mi abbia chiesto: “Ma tu, sei felice? Come lo immagini il tuo futuro? Sei dispiaciuta di aver rinunciato ad un bambino di pancia? Sei sicura della tua scelta? Se sei sicura, io sono felice per te e ti sosterrò. C’è qualcosa che posso fare per aiutarti?”

Questo vorrei sentire.

Alle battutine, all’ignoranza, alla superficialità, mi dovrò abituare.
Ma, soprattutto, dovrò imparare a rispondere per le rime, senza arrabbiarmi, ma con eleganza ed ironia.

Perché siamo solo all’inizio.

E devo imparare anche perché un giorno dovrò insegnare a mio figlio come replicare alle stesse domande.

Pubblicato in: Adozione, La mia storia

La visita domiciliare

La settimana scorsa io e Marito abbiamo concluso la fase dell’istruttoria per l’adozione.

Per molte coppie questo è un percorso difficile, drammatico persino. Non dico che per noi sia stata una passeggiata, ma devo dire che le cose sono andate meglio di quanto pensassi, forse perché io sono abituata a sentirmi porre domande moooolto personali, dato che sono in cura da una psicologa da anni, e Marito è un tipo estroverso che non si fa problemi a parlare di sé. Inoltre siamo entrambi giovani, pieni di vita, spiritosi, e credo che queste qualità siano state apprezzate dai servizi sociali.

Devo dire che parlare di noi, delle nostre scelte, del nostro percorso, con due persone estranee (ma comunque gentili e disponibili) è stato persino terapeutico e piacevole, se non fosse per la paura di dire le cose sbagliate e di essere giudicati. Penso che le cose siano andate bene, ma per dirlo con certezza aspettiamo di leggere la relazione, a fine agosto!

Comunque, il fatto che l’istruttoria si sia rivelata più semplice di quanto credessi, è un’altra cosa che mi fa ben sperare, che mi convince sempre di più che questo sia il nostro destino.

Come dicevo, abbiamo ultimato la fase dell’istruttoria. L’ultimo passo è stato la visita domiciliare. Naturalmente sia io che Marito ci tenevamo a fare bella figura, perciò i giorni precedenti alla fatidica data ci siamo dati da fare per mettere a posto la casa al meglio…
Per prima cosa abbiamo ridipinto le pareti, visto che in molti punti erano state sporcate dai cani… Ok, devo dirlo, Marito mi detesta quando uso il plurale, visto che per quanto riguarda questi lavori straordinari io in realtà non agisco, ma faccio la “direttrice” dei lavori… 🙂
Ma c’è anche da dire che mi impedisce di toccare persino il barattolo della vernice perché teme che possa fare dei pastrocchi!
Poi “abbiamo” cominciato a dipingere la cameretta, abbiamo scelto il colore verde, come la speranza! E abbiamo anche cercato di metterla un po’ a posto, togliendo mobili inutili, visto che, come tutte le coppie infertili che si rispettano, anche noi usiamo la camera del futuro bimbo come una specie di magazzino… (La nostra sembra più una discarica, a dire il vero).
Era da tanto tempo che tenevo da parte quadri e quadretti vari da mettere alle pareti, e finalmente sono riuscita ad obbligare Marito a trovare loro una degna sistemazione.
Ho accuratamente tolto tutte le ragnatele, lavato tutti i vetri, tolto le tende dalla cameretta, che erano state mangiate dai cani (ops). In realtà avevo comprato delle tende nuove all’Ikea, ma non ricordo dove le ho messe! Oh beh, prima o poi salteranno fuori…

Purtroppo non abbiamo avuto tempo per sistemare i gradini in legno, anche quelli sgranocchiati dai cani, ma Marito ha pensato che fosse meglio così… Non dobbiamo mostrare di essere maniaci dell’ordine e della pulizia (che sarebbe una falsità, tra l’altro!), anche perché i bimbi, soprattutto quando sono piccoli, sporcano e lasciano un gran disordine in giro… Abbiamo pensato che fosse una buona mossa far vedere che piccoli danni casalinghi non sono un gran dramma, per noi!

Tenete presente che noi viviamo con due cani (che stanno in casa), perciò la casa non potrà mai essere pulita come uno specchio…
La mattina stessa della visita mi sono alzata prestissimo, ho dato un’ultima pulita ai bagni, mi sono assicurata che tutti i piatti sporchi fossero nella lavastoviglie, che il giardino fosse libero dai “regalini” dei cani, ho dato un’ultima spolverata ai mobili e una lavata ai pavimenti, ho spruzzato in ogni dove massicce dosi di profumo per la casa, ho ricoperto la poltrona dei cani (una poltrona vera, eh, per “umani” – ma i miei cani sono quasi umani) con un telo (non era proprio pulitissima, diciamo) e naturalmente ho nascosto i portaceneri (che di solito si trovano un po’ ovunque!).
Tutte le cianfrusaglie per le quali non riuscivo a trovare una sistemazione o che non mi andava di buttare le ho temporaneamente nascoste nell’armadio a muro… Se qualcuno avesse osato aprirlo, sarebbe crollato tutto… (ricordate questo particolare!).

Sopra il tavolino in salotto ho messo una rivista di Emergency… Mi arriva ogni mese da quando abbiamo comprato da loro le bomboniere per il matrimonio ma, devo essere sincera, non trovo mai il tempo di leggerla…
A Marito non è sfuggito questo particolare, e quando se n’è accorto mi ha detto: “Ma hai messo apposta lì il giornale di Emergency?”
E io: “Certo! Così facciamo vedere di essere persone impegnate!”

pokerface

L’assistente sociale è arrivata verso le 9.15, Marito si è incontrato con lei a qualche chilometro da casa per mostrarle la strada. Con lei sarebbe dovuta venire anche la psicologa, ma visto che quest’ultima era impegnata, ha effettuato la visita da sola.
Purtroppo l’assistente ha paura dei cani, perciò li ho dovuti “relegare” in giardino…
Quando l’a.s. è arrivata aveva molta paura di entrare dal cancelletto e attraversare quei pochi passi per entrare in casa… Il piccolo vialetto che conduce all’ingresso è separato dal resto del giardino da una rete, perciò le mie bestiole non potevano avvicinarsi, ma le ho dovuto giurare che non riuscivano a saltare la rete prima di convincerla a entrare!

Ha voluto subito fare un tour della casa… Le ho mostrato tutte le stanze (non è voluta andare in giardino per paura dei cani!), ma in realtà non è che abbia ispezionato molto, si è limitata a rimanere sulla soglia e dare una veloce occhiata all’interno… Immaginavo che sarebbe andata così, in realtà.

Dopo il tour ci siamo seduti sul divano e siamo rimasti un’oretta a parlare tranquillamente, abbiamo fatto il punto della situazione, soprattutto per quanto riguarda la nostra disponibilità (età, malattie, ecc.) e poi la conversazione è andata a finire su temi di attualità, come ad esempio la violenza che sembra crescere di giorno in giorno, sia verso i bambini che verso le donne. Insomma, è stato un incontro tranquillo.

Particolare divertente: ad un certo punto l’assistente sociale si è soffermata a guardare l’armadio a muro (quello stipato di cianfrusaglie) e ha chiesto chi avesse costruito le ante… Io le ho spiegato che le ha fatte mio suocero, perché è molto bravo con il legno… Per qualche secondo ha continuato ad accarezzare le ante, avevo il terrore che volesse aprirle… Se l’avesse fatto, le sarebbe crollato tutto addosso! Nella mia mente pregavo affinché non lo aprisse e finalmente dopo un po’ si è allontanata… Fiuuuuu! Panico!

raisins

Avevo comprato dei biscottini apposta per lei, ma quando le abbiamo offerto qualcosa, ha voluto solo un po’ d’acqua… Lo immaginavo, ma comunque volevo trovarmi pronta! (Tanto sapevo che poi sarebbero stati divorati da Marito…).

Non appena l’assistente sociale se n’è andata ho messo via il giornale di Emergency (con la speranza di riuscire prima o poi a leggerlo), ho rimesso “in disordine” tutte le cose nascoste nell’armadio a muro, ho rimesso i portaceneri in giro, e, soprattutto, i cani si sono potuto riprendere il loro spazio vitale!

Mi ci è voluto quasi più tempo a ripristinare il nostro disordine che a pulire tutto prima 😀

Mi sono divertita a leggere su internet le impressioni di altre coppie sulla visita domiciliare… Devo dire che spesso la gente si spaventa per niente! E detto da una fifona come me, questo è il massimo!
I forum sull’adozione sono zeppi di post in cui le donne si confrontano sulla pulizia pre-visita domiciliare… Alcune dichiarano addirittura di aver chiamato a casa la mamma/suocera/cognata/migliore amica per aiutarle a pulire… Ci sono alcune che hanno persino assunto una donna delle pulizie per l’evento!
Capisco che l’idea che una persona estranea guardi la nostra casa ci possa mettere in imbarazzo, ma non bisogna stressarsi troppo per questo…
La visita domiciliare non serve per capire se togliamo o meno le ragnatele, non si perdono punti se c’è un mobile pieno di polvere che ci siamo scordati di pulire…
La visita serve solo per accertarsi che la casa non sia una topaia e per capire se è idonea ad ospitare un bambino, se c’è una camera per lui, ecc. E se avete animali domestici, i servizi sociali vogliono accertarsi che non siano aggressivi (anche se questo è difficile per loro da stabilire, dato che non è detto che se ne intendano).

Insomma… E’ andata! E io ne sono molto felice!

Il prossimo appuntamento è fissato per il 22 agosto, quando l’assistente sociale e la psicologa ci leggeranno la relazione, e a settembre potremo finalmente presentare la domanda al Tribunale dei Minorenni (ad agosto i tribunali sono chiusi, perciò è perfetto così).

Ora io Marito pensiamo a goderci le ferie insieme alle nostre primogenite pelose
Sperando che per le prossime vacanze estive ci sia anche un bambino con noi!

Visto che mi sono state poste domande su questo argomento, il prossimo post sarà dedicato alle paure relative sia al pre che al post adozione.
A presto!

Pubblicato in: La mia storia

Verde speranza

Quante cose da raccontare. Quante emozioni, quanta paura, quanta confusione, quanta speranza.

Speranza è la parola chiave nella mia vita, ora.

Ed è di color verde speranza che, pian piano, stiamo dipingendo la camera del nostro bimbo (sì, mi piace mettere le mani avanti – Marito teme che voglia iniziare a sfogliare i cataloghi delle università…).

La settimana scorsa mi sono concessa, in occasione del mio compleanno, una vacanza da sola di qualche giorno. Sono andata a trovare una mia amica e insieme siamo andate al concerto del nostro cantante preferito. Dieci ore in coda sotto al sole… Ma ne è valsa la pena. Mi sono sentita ringiovanita. La stessa pazzia l’abbiamo compiuta esattamente dieci anni fa, per lo stesso cantante. Quell’evento aveva rappresentato una specie di spartiacque nella mia vita. Io, che sono tanto cinica ma anche tanto romantica, non posso che sperare che anche stavolta avvenga lo stesso…

E poi… Squilli di tromba, please

Ieri io e Marito abbiamo affrontato l’ultimo colloquio con i servizi sociali! Manca soltanto la visita domiciliare, che abbiamo fissato per la settimana prossima, e poi finalmente avremo terminato la fase dell’istruttoria.

Non amo particolarmente parlare di burocrazia, preferirei concentrarmi sulle emozioni. Visto, però, che su internet sono poche le coppie che parlano approfonditamente del percorso adozione e vorrei che questo blog fosse utile per chi è alla ricerca di informazioni… Farò uno strappo alla regola.

Le regole cambiano un po’ da regione a regione, perciò ovviamente io spiegherò come funzionano le cose da noi, in Emilia Romagna.

Una volta terminata la fase dell’istruttoria (composta ad un certo numero di colloqui, a discrezione dei servizi sociali, e della visita domiciliare) i servizi scrivono una relazione, che viene in seguito letta e sottoscritta dalla coppia. A noi verrà letta a fine agosto, quindi circa un mesetto dopo la fine dei colloqui, ma la tempistica può variare in base al periodo e agli impegni degli assistenti sociali.

Una volta firmata la relazione, essa viene inviata dai servizi sociali al Tribunale dei Minorenni di competenza, nel nostro caso quello di Bologna.

Dovremo aspettare di ricevere dal Comune un attestato in cui è dichiarato che abbiamo terminato la fase dell’istruttoria, e solo allora potremo presentare domanda di adozione presso il nostro Tribunale di competenza ed eventualmente, se lo vogliamo, anche presso altri tribunali (io penso che lo invieremo a tutti i tribunali d’Italia…).

La domanda può essere inviata online, ma deve essere spedita anche in via cartacea (strano, lo so) e non ci sono bolli da pagare. Dev’essere corredata da una serie di documenti, tra cui uno dove la coppia riassume i propri dati (tra i quali anche la “composizione” dell’abitazione) e la propria disponibilità (età del bambino, preferenze di etnia, malattie accettate, ecc.) Questo documento può essere scaricato dai siti dei vari tribunali, ma i servizi sociali ce ne hanno già data una copia.

Se la coppia è sposata da meno di tre anni, come noi, può presentare domanda a patto che conviva da almeno tre anni. Bisogna avere pronti due testimoni (uno può essere il marito o la moglie, l’altro un parente o un estraneo) perché in certi casi il tribunale chiede che vadano a depositare una dichiarazione giurata in cui affermano che la coppia ha effettivamente convissuto a partire dalla tal data…

Inoltre alla richiesta di adozione bisogna allegare un documento (anche questo scaricabile da internet) in cui i genitori di entrambi i coniugi dichiarano il loro consenso all’adozione. Bisogna anche allegare la copia di un documento di identità dei genitori. Per me questa, come ho già detto in passato, è una cosa assurda, ma è la legge italiana… E dobbiamo accettarla (sopportarla).

In seguito, il giudice del tribunale di competenza chiama la coppia per un colloquio conoscitivo (a Bologna i tempi medi sono di tre mesi dalla deposizione della richiesta).

Poi l’iter cambia se si intende proseguire con l’adozione nazionale, l’internazionale o entrambe.

Nel caso di adozione nazionale la domanda resta valida per tre anni, e il giudice contatta la coppia quando riceve la pratica di un bambino adottabile per il quale ritiene la coppia adatta. Attenzione, però, perché il bambino non viene proposto solo ad una coppia, ma a diverse… Sarà poi il giudice a decidere, dopo un colloquio, quale è la più adatta (il colloquio è una specie di “provino”, insomma).

L’assistente sociale ci ha detto che per la nazionale è facile essere chiamati dal giudice entro il primo anno dalla deposizione della domanda (quando il colloquio fatto con il giudice è “fresco” e si ricorda della coppia) oppure verso la fine dei tre anni, quando le domande in scadenza vengono riviste.

Nel caso di adozione internazionale il tribunale emette un decreto di idoneità, che la coppia deve presentare all’ente autorizzato attraverso il quale ha intenzione di procedere con il percorso adottivo.

La lista degli enti autorizzati si trova qui.

Si può anche procedere con entrambi i percorsi contemporaneamente, ma bisogna stare attenti perché alcuni enti chiedono la rinuncia alla nazionale quando si da loro l’incarico, mentre invece altri, ma sono pochi, permettono di continuare con l’adozione nazionale fino al momento dell’abbinamento con un bambino straniero.

E ora che abbiamo parlato di burocrazia… Parliamo di altro.

La fase dell’istruttoria, i colloqui con i servizi sociali per intenderci, è quella che di solito fa più paura agli aspiranti genitori adottivi. Anche io ero molto timorosa, ma devo dire che è andata bene. Non è stata sicuramente una passeggiata, e di certo dipende dall’assistente sociale e dallo psicologo che ti capita, ma… E’ andata bene.

Finora credo di aver parlato soltanto dei primissimi colloqui che abbiamo sostenuto con i servizi. Abbiamo iniziato facendo una chiacchierata generale, poi sia io che Marito abbiamo parlato della nostra vita, dall’infanzia all’età adulta (rapporto con i genitori, amici, scuola, lavoro, ambizioni…).

In seguito ci è stato chiesto di raccontare il nostro incontro, come ci siamo innamorati e cosa ci piace l’uno dell’altra. E qui abbiamo fatto ridere sia l’assistente sociale che la psicologa, perché il nostro incontro è stato decisamente divertente!

Nei colloqui successivi abbiamo parlato della decisione di avere un bambino, della scoperta della sterilità, del “lutto biologico” e della scelta adottiva. E’ stata la fase più difficile, ma anche la più liberatoria.

L’assistente sociale la settimana scorsa ci ha addirittura assegnato un “compito”… Voleva che io e Marito preparassimo qualcosa, una specie di regalo, fatto con le nostre mani, per il futuro bimbo, dove dovevamo descrivere il nostro passato, il presente e il futuro.

Marito ha realizzato un video, molto commovente, ispirandosi al film “La ricerca della felicità”, il famoso e bellissimo film con Will Smith.

Io, invece, ho fatto un collage di foto, su un cartellone a forma di cuore, che è piaciuto molto!

Infine, negli ultimi due colloqui, ci siamo concentrati sulle nostre aspettative di genitori adottivi, sul bimbo “immaginario”, sulle paure e la disponibilità.

Già, la disponibilità… Ci sarebbe da parlare ore ed ore solo su questo.

Io sono entrata nel mondo dell’adozione già abbastanza preparata e informata (quante giornate passate su internet ad imparare le leggi a memoria!) ma mi sono resa conto che sono tante, tantissime, le cose che ignoravo.

La coppia non deve soltanto scegliere tra adozione nazionale o internazionale e l’età del bambino, o accettare l’eventuale presenza di malattie gravi oppure reversibili; i servizi sociali ci hanno messo di fronte a tutta una serie di decisioni alle quali sinceramente non avevo mai pensato.

L’assistente sociale ci ha spinto a proporci, almeno inizialmente, solo per l’adozione nazionale, visto che è quella su cui “puntiamo” maggiormente. Ci ha consigliato di aspettare un anno, e poi, eventualmente, chiedere al Tribunale il decreto di idoneità per quella internazionale.

Per quanto riguarda l’età noi volevamo dare la disponibilità per la fascia 0-5 ma, visto che non è possibile (si può dare la disponibilità per bambini fino a tre anni, oppure fino ai sei anni) e visto che siamo abbastanza giovani, è stata proprio l’assistente sociale a consigliarci di proporci per bambini fino a tre anni. Ci ha anche detto che abbiamo buone possibilità di essere abbinati ad un neonato, ma sinceramente questo per me non ha più tanta importanza.

Poi c’è il discorso “etnia”… Anche se si tratta di adozione nazionale non significa, come in molti credono, che sicuramente verrai abbinato ad un bambino italiano, anzi! Molto spesso possono capitare bambini di colore, oppure rom, o di altre etnie. L’assistente ci ha chiesto se avremmo dei problemi ad accogliere un bambino di un’etnia diversa dalla nostra, che magari in futuro deciderà di seguire una religione a noi estranea (ma noi non siamo di certo cattolici invasati, quindi… Chi se ne frega!).

Per noi l’aspetto “etnia” è assolutamente irrilevante, e comunque sono sicura che questa fosse una domanda abbastanza “retorica”… Di certo una coppia che afferma di volere solo e soltanto un bimbo bianco, ariano e magari pure dal sangue blu non può ricevere una relazione molto positiva!

Abbiamo anche parlato del discorso malattie, che io, ingenuamente, pensavo fosse il più semplice da affrontare. Credevo che la scelta fosse soltanto tra malattie gravi (come sindrome di Down, ad esempio, oppure cecità o sordità), o malattie reversibili (miopia, strabismo, difficoltà nel linguaggio). Invece le cose non stanno proprio così.

Inizialmente la scelta che ci hanno chiesto di fare verteva proprio su questo; io e Marito, che ne avevamo già parlato tra di noi, ci siamo detti disponibili ad accogliere un bambino con una malattia curabile, perché non ci sentiamo in grado di gestire malattie gravi, anche per mancanza di tempo, visto che per sopravvivere dobbiamo lavorare entrambi.

Pensavo che il discorso fosse chiuso qui… E invece l’assistente ci ha messo di fronte a tutta un’altra serie di scelte, alle quali non siamo riusciti a rispondere subito, con mio grande disappunto (pensavo di essermi preparata bene – ho l’animo da prima della classe!)

Purtroppo esistono alcune malattie che non possono essere diagnosticate alla nascita, ma che si manifestano più avanti con l’età, magari addirittura da adulti.

Classico esempio: le malattie psichiatriche.

“Accettereste un bambino che è nato da una madre malata, che so, di schizofrenia?”

E che cavolo, proprio una della malattie più gravi doveva prendere come esempio?

Sfortunatamente i medici non sono ancora riusciti a capire quanto queste malattie siano influenzate dalla genetica e quanto dall’ambiente in cui una persona vive e cresce.

Dopo essermi confrontata con la mia psicologa, però, ho scoperto che ci sono alcune malattie, e la schizofrenia è tra queste, che sono ad alta trasmissione genetica, e per le quali l’ambiente riveste un’importanza minima.

Durante il colloquio successivo abbiamo parlato a lungo della nostra paura di correre questo rischio… E l’assistente sociale per fortuna l’ha capito, e non credo che ci abbia considerato male per questo. Anzi. La sincerità paga (quasi sempre). Se adottassimo un bambino figlio di una donna schizofrenica, ansiosa come sono, passerei tutto il tempo ad osservare e analizzare ogni suo comportamento, per capire se anche lui manifesta dei sintomi di questa malattia… Questo non è auspicabile né per me, né per lui. E sarei costantemente ossessionata dal pensiero che, indipendentemente dall’amore che posso dargli, un giorno mio figlio potrebbe “impazzire”… Non riuscirei a sopportarlo.

Ci è stato anche chiesto se siamo disponibili ad adottare il figlio di una donna sieropositiva. Solitamente questi bambini risultano positivi al test per diverso tempo, magari anche un anno, ma di solito in seguito si negativizzano (non è alta la percentuale di trasmissione dell’HIV da madre a figlio). Di solito. Potrebbe anche essere che il bambino sia davvero malato.

Ho esitato molto davanti a questa scelta. Stavo quasi per dire che ero disponibile ad accettare il rischio, ma… Non sono solo io a decidere. E Marito non ne voleva sapere. Così abbiamo detto di no.

L’assistente sociale ci ha parlato anche dei bambini nati prematuramente, e dei rischi che ne conseguono. I bambini nati prima del tempo rischiano di avere delle malformazioni o delle malattie.

In questo caso ci siamo detti disponibili ad accettare il rischio, anche perché i parti prematuri si verificano spesso (nella maggior parte dei casi si tratta di donne che non si sono curate durante la gravidanza).

A parte le malattie, abbiamo anche parlato della disponibilità riguardo il “passato” del bambino. Sinceramente non credevo che ci fosse un’opzione a riguardo. Insomma, quando si adotta si da per scontato che il bambino venga da un passato difficile, no?

L’assistente ci ha chiesto se siamo disponibili ad adottare un bimbo che ha subito abusi sessuali (purtroppo a volte avvengono anche su bambini molto piccoli), con tutti i traumi che ne conseguono. Questo è considerato il caso più grave. Poi ci sono anche bambini che hanno patito la fame, che sono stati picchiati, che sono vissuti in un ambiente malsano sotto tutti i punti di vista…

Non avevo mai pensato di mettere dei “paletti” su questo, perciò ovviamente abbiamo detto che non c’è problema. Affronteremo tutte le difficoltà, tutti i traumi, tutti i ricordi dolorosi, insieme a lui.

A dire il vero tutte queste domande mi hanno lasciata spiazzata. Da un certo punto di vista ero grata di poter esprimere una “scelta”, per evitare di trovarmi in futuro a gestire una situazione che non sono in grado di affrontare, da un altro non mi piaceva l’idea di dover mettere tutti questi “paletti”. Insomma, stiamo adottando un bambino, non siamo mica dal macellaio a scegliere il pezzo di carne migliore…

L’assistente sociale ha compreso appieno le mie perplessità, ma ci ha anche fatto capire che è necessario riflettere su questi aspetti, in modo da essere abbinati al bambino per il quale siamo più adatti.

Io ho capito che è meglio essere sinceri subito… E’ da stupidi rispondere “sì” a tutto, per poi ritrovarsi a dover dire di no al giudice quando ti chiama per proporti un bambino sieropositivo, capendo di non avere la forza per crescerlo!

C’è anche un’altra cosa importante da capire, però…

Chi adotta deve comprendere che adozione significa accoglienza. Se un bambino viene tolto dalla sua famiglia d’origine significa che c’è un grave motivo. Maltrattamenti, abusi sessuali, povertà, sono all’ordine del giorno. Molte donne che rimangono incinta senza desiderarlo, ma decidono di non abortire (per motivi religiosi, pressioni dei genitori, ignoranza), si trascurano durante la gravidanza… Bevono, fumano, assumono droghe… E magari vengono picchiate!

Non si può pretendere di adottare un bambino bello, felice e sano. Non è così. Non può essere così. Ed è anche questo il “bello” dell’adozione. Restituire (o provare a restituire) la dignità, la felicità, ad un bambino che già quando si trovava nell’utero materno (il luogo più sicuro del mondo, in teoria) ha conosciuto solo dolore.

Ammetto che l’assistente sociale ci ha messo un po’ di paura, ma questa è una cosa buona, perché la paura ti spinge a riflettere, a prepararti, a capire. Ovviamente non possiamo essere pronti a tutte le situazioni, non possiamo sapere come sarà il bimbo che arriverà e cosa avrà patito, ma sappiamo che, qualsiasi sia il suo dolore, dovremo affrontarlo. E ci sentiamo pronti a guarirlo.

Oltre a metterci paura, però, devo dire che ci ha anche dato un po’ di speranza. Dalle parole dell’assistente sociale e della psicologa ho capito che scriveranno una bella relazione su di noi, è questo è fondamentale per fare sì che il giudice ci tenga in debita considerazione.

Secondo loro dovremmo farcela entro tre anni, quindi prima della scadenza della domanda. Come ho già detto, è facile essere chiamati per un abbinamento entro il primo anno dalla presentazione della richiesta, ovvero quando il colloquio con il giudice è ancora “fresco”, oppure verso la fine dei tre anni, quando le domande in scadenza vengono revisionate… Le solite cose all’italiana.

Io ho già deciso che ogni tanto farò un salto in tribunale a salutare il giudice per fare in modo che si ricordi di noi 🙂

E magari gli manderò anche qualche regalino a casa… Che so, una Ferrari, un buono per una vacanza alle Maldive, un collier di diamanti per la moglie… Un pensierino così, diciamo =P

A parte gli scherzi… Non ho idea di quanto dovremo aspettare, so solo che quello che arriverà sarà LUI… NOSTRO FIGLIO. Lui e soltanto lui. La felicità che aspettiamo da anni.

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Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

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“Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” (dipinto del 1897 di Paul Gauguin)

Mi sento persa.

Non so più bene chi sono, dove mi trovo e dove sto andando.

Nell’ultimo mese, per vari motivi, sono stata un po’ lontana dal blog e da internet in generale, e ho cercato anche di tenere la mente lontana dall’unico pensiero che ha dominato i miei ultimi due anni di vita.
Ho tentato di concentrarmi sul lavoro, credendo di avere l’opportunità per fare e ottenere qualcosa di buono. Non ho mai pensato di poter fare carriera, per carità, siamo in Italia e per ricevere una promozione devi avere minimo quaranta-quarantacinque anni e saper leccare molti fondoschiena, virtù che io non possiedo.
Speravo, però, che si fosse presentata l’occasione per mettermi in mostra, per far vedere le mie capacità, per crescere, se non di grado e stipendio, almeno per quanto riguarda le responsabilità.

A causa del progetto in cui sono stata coinvolta ho trascorso le ultime settimane passando da una riunione all’altra con i dirigenti più alti dell’azienda, gente che esce dall’ufficio alle otto di sera e che evidentemente lavora in un bunker e non ha mai bisogno di andare in bagno, visto che nei corridoi non la si incontra mai…
Tra i colleghi che partecipano al progetto io sono quella con il grado più basso, gli altri sono tutti come minimo quadri e gestiscono varie risorse, perciò ovviamente ho pochissima possibilità di parola, certi dirigenti manco mi salutano e credo che non sappiano neppure il mio nome, né si sono mai curati di saperlo.
Come sono solita fare sempre, mi sto impegnando per questo progetto con tutte le mie forze, ma ho capito che a nessuno interessa, sono e resterò l’ultima ruota del carro, un’umile schiava che non conta nulla.

E la cosa non è che mi dispiaccia più di tanto.

Mi sembra di essermi improvvisamente risvegliata, non so se da un sogno o da un incubo.

Io con questa gente non c’entro nulla. Con questa gente che maltratta i propri “sottoposti” (in politichese sono chiamati “collaboratori”, ma a me l’ipocrisia non piace), che ignora o, peggio ancora, deride i problemi personali di questi ultimi, con questa gente che, a parte il lavoro, non ha nulla e fa di tutto per compiacere chi sta sopra di loro (la gerarchia aziendale non ha fine, a quanto pare)… Io non ho niente a che fare con loro.
Non mi piacciono, non voglio diventare come loro, e se solo potessi abbandonerei questo progetto e tornerei a fare l’umile schiava full time.

E forse anche osservando i comportamenti di queste persone, la loro ipocrisia, la loro maleducazione, il loro squallore, mi sono risvegliata.

Ora tutti i miei pensieri stanno nuovamente convergendo verso quell’unico obiettivo, l’unico desiderio che conta davvero: un figlio.

A maggio io e Marito avremo il secondo colloquio per l’adozione. E poi il terzo, il quarto, il quinto… Fino a fine giugno saremo impegnati con l’istruttoria. Poi i servizi sociali decideranno se potrà bastare o se dovremo farci psicanalizzare ancora un po’. Nel primo caso i s.s. (inquietante questa sigla…) redigeranno la relazione (speriamo positiva) per il tribunale dei minori e potremo finalmente presentare la richiesta di adozione. Nel secondo caso, il tormento dovrà continuare.

E nel frattempo… Nel frattempo, io e Marito abbiamo finalmente concluso le analisi preliminari per l’ennesimo ciclo di PMA che ci attende in quel di Bologna.
Marito la settimana scorsa si è sottoposto all’ormai famigerato “test per la frammentazione del dna spermatico”.
Risultato: frammentazione del 20%. Il valore normale è attorno al 10-15%. Questo significa che, oltre ad essere pochi, immobili e anormali, molti dei suoi spermini sono pure “rotti”.
Non so neppure se esserne sollevata oppure no. In parte la sono, perché può significare che i nostri ripetuti fallimenti sono dovuti proprio a questa ulteriore anomalia. Anomalia che non era mai stata diagnosticata prima.
D’altro canto sono delusa, perché l’andrologo, che Marito vedrà la settimana prossima, probabilmente gli prescriverà per alcuni mesi una cura con degli antiossidanti. Questa cura non migliorerà di certo la motilità o la morfologia, ma potrebbe ridurre la percentuale di frammentazione, aumentando le probabilità di successo della PMA ed evitandoci una IMSI, che costa, nel centro che ci sta seguendo, all’incirca mille euro in più di una “semplice” ICSI.

Questo significa che il prossimo tentativo di fecondazione, che speravo di cominciare a inizio maggio, dovrà essere rimandato.

I soldi che dovremo spendere sono tanti, e se con una semplice cura ci può essere la possibilità di aumentare le percentuali di successo, è giusto provare. Ne sono consapevole.
Ma negli ultimi giorni non ho fatto altro che sognare il momento in cui avrei ricominciato a bucarmi la pancia col Gonal… (Sono in crisi d’astinenza). E non sapere quando potremo finalmente riprovare, quando finalmente potrò decidere se abbandonare questa strada o se gioire per la nostra perseveranza, mi fa impazzire.

In questi ultimi giorni, euforica all’idea di aver cominciato l’istruttoria per l’adozione, e altrettanto felice di aver terminato le analisi pre-PMA, non ho fatto altro che ripetermi: “Ci siamo!”

Ma dove siamo?!
Non siamo proprio da nessuna parte.
Siamo in un limbo.

I colloqui per l’adozione finiranno chissà quando… E anche quando ci avranno strizzato per bene il cervello, mica sarà finita… E’ lì che inizierà il bello! Dovremo presentare la domanda nei tribunali di mezza Italia, e poi ci dovremo mettere pazientemente in attesa della telefonata di un giudice che, quando sarà il momento (tra un anno? Due? Tre?) ci chiamerà per scegliere se dare in adozione un bambino – se dare la felicità – a noi oppure ad un’altra coppia… Manco fossero le selezioni per uno show televisivo.

Non ho idea di quanto durerà la cura di Marito, non so neppure se avrà qualche effetto (devo ancora trovare su internet i testi di letteratura scientifica che ne parlano – ormai sono più aggiornata di un medico). Non so quando potremo provare ancora con la PMA, e soprattutto non so come andrà a finire.

Io vorrei soltanto poter fare qualcosa… Ma non posso fare niente, se non aspettare, pregare, imprecare, cercare di distrarmi.

Lo so. LO SO. Lo so che ci sono coppie che aspettano un figlio da dieci anni o più, coppie che, per mille motivi, hanno deciso di intraprendere il cammino della PMA o dell’adozione a quarant’anni e passa, quando il tempo stringe, quando non si è più tanto giovani da poter attendere ancora.

Ma penso di avere anch’io il diritto di soffrire.

Quando desideri qualcosa – qualcosa che non è uno sfizio, un capriccio, qualcosa come UN FIGLIO, che è il fulcro della vita – ogni giorno, ogni ora, ogni istante che vivi senza riuscire ad ottenerlo, ne senti la mancanza. Almeno, per me è così.

Sono passati tre anni. Anzi, un po’ di più. Tre anni che cerco la mia, la nostra felicità, invano.

E’ trascorso quasi un anno e mezzo dal quel terribile giorno in cui abbiamo scoperto che la Natura è nostra nemica, che la felicità per noi non è a portata di mano, come la è per molti altri.

Un anno e mezzo. Non è tanto, se ci penso. Eppure mi sembra passata un’eternità da quella triste sera di gennaio in cui la ginecologa mi ha brutalmente annunciato che per noi non c’è speranza, che non potremo mai avere figli come tutti gli altri. Che il nostro amore non basta.

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

Me lo sono spesso chiesta, non solo pensando a me stessa, ma all’intero genere umano. Da sempre rifletto sul senso della vita, della nascita, della morte…
Ma ora mi pongo queste domande riguardo me. Noi. E lui. Quel figlio che non c’è. Ma è che ben vivo dentro di noi.

Da dove veniamo?
C’è un Dio che ci ha creati, che ha deciso che noi dovessimo essere qui, ora?
Non si risponde ad una domanda con un’altra domanda, giusto?
Sarebbe facile affermare che veniamo dai grembi delle nostre madri…
Ma in realtà noi, quello che siamo ora, è stato forgiato dalla vita che abbiamo vissuto, dai passi compiuti, dalle scelte fatte, dai dolori che ci sono stati inflitti e dall’amore che ci è stato concesso, non importa da chi, indipendentemente dai legami di sangue.
Noi veniamo dal nostro desiderio di amare. Noi veniamo da quel figlio che ancora non c’è.

Chi siamo?
Dei genitori senza figli. Un cuore pieno d’amore che non pulsa. Un nido caldo, ma vuoto. Una felicità priva di sorriso.

Dove andiamo?
Andiamo verso di lui. Verso quel figlio che forse è già nato, che aspetta di rinascere in noi, con noi.
Verso quel figlio che forse deve ancora nascere, che magari troverà la vita in un’asettica provetta, ma che avrà una vita colorata, tutt’altro che asettica.

Andiamo verso un futuro che DEVE per forza realizzarsi. Perché, altrimenti, non so cosa resterebbe di me.

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Buona la prima (Colloquio adozione #1)

E’ ANDATA.

E credo che sia andata pure bene. Come, di cosa sto parlando?

Lunedì scorso era il Gran Giorno. Io e Marito abbiamo sostenuto il primo colloquio con assistente sociale + psicologa per l’adozione.

Quella mattina mi sono svegliata decisamente agitata. Ero certa che davanti a loro avrei tirato fuori il peggio di me e il mio carattere timido sarebbe emerso stile tsunami.
Immaginavo che mi sarebbe tremata la voce, che avrei iniziato a giocherellare con i capelli come faccio sempre quando sono nervosa, e che avrei detto un mucchio di cavolate a sproposito…

Marito si è vestito, come sempre, dato che poi doveva andare a lavorare, con un abito elegante, camicia e cravatta, mentre io ho optato per un tubino blu con camicia rosa e stivali… Io amo molto il nero, e mi vesto spesso total black, ma, si sa, il nero è un colore che esprime tristezza, ed io volevo sembrare elegante, seria ma anche serena, perciò ho deciso di mettermi addosso un po’ di colore… Quante seghe mentali, eh??

Come mi era già stato detto da altre coppie, l’A.S. con cui abbiamo parlato, e che ci seguirà in tutto il percorso, è una donna di 50 anni circa, molto cordiale e oserei dire dolce. Tutt’altro che un’arpia, all’apparenza. La psicologa ha più o meno la stessa età, e la conoscevamo già, dato che si tratta della stessa dottoressa che ha tenuto il corso. E’ una persona che sta un po’ sulle sue, non si lascia spesso andare a sorrisi di incoraggiamento come la sua collega, però sembra ben disposta ad ascoltare e abbastanza affabile.

Dopo le presentazioni di rito, come mi aspettavo la prima domanda dell’A.S. è stata: “Dalla vostra cartella vedo che avete fatto il corso tra settembre e ottobre dell’anno scorso… E’ passato un po’ di tempo… Come mai avete aspettato tanto per continuare il percorso? Avete avuto bisogno di riflettere? O avete provato altre strade?”

Cazzo, questa ci legge nella mente!

Se avessi avuto con me una bacchetta magica, l’avrei puntata contro di lei e urlato: Protego!

A quel punto ho iniziato a parlare… E parlare… E parlare… A ruota libera. Non ho mai tremato, né esitato, né mi sono toccata i capelli, una sola volta… E mentre parlavo riuscivo persino a concentrarmi sul movimento delle mani e la postura del corpo… Ehi, esercitarsi davanti allo specchio serve davvero!

Ho spiegato che dopo il corso, che ci aveva un po’ spaventati (la paura ci rende più umani, non dobbiamo sembrare troppo sicuri di noi!), e dopo esserci confrontati con le altre coppie presenti (si fa sempre bella figura mostrando di essere persone che si mettono in gioco e chiedono consiglio), abbiamo capito che forse avevamo sbagliato a provare solo una volta con la PMA, che dovevamo dare a noi stessi un’altra possibilità (da quello che ho letto gli assistenti sociali e gli psicologi diffidano da chi rinuncia al primo ostacolo ad una maternità/paternità biologica).

Ho raccontato dell’iperstimolazione avuta a novembre e del transfer rimandato a inizio anno, di come sia fallito e di come infine mi sia pentita di aver provato ancora. Ho anche spiegato loro che tutte le paure che ci sono state trasmesse al corso siamo riusciti ad elaborarle ed ora siamo convinti di questo percorso… La mia risposta sembra averle soddisfatte.

Dico sembra perché queste due donne devono essere molto brave nell’arte dell’occlumanzia. Quando sorridono e annuiscono non so mai se siano realmente contente, oppure ironiche o, addirittura, contrariate.

Poi ci hanno chiesto se conosciamo dei nostri coetanei adottati o coppie che hanno adottato… E qui sia io che Marito abbiamo parlato a lungo, dato che tra i nostri amici/colleghi ci sono parecchi ragazzi adottati o famiglie adottive…
A.S. e psicologa sembravano positivamente impressionate da questo.

Ad un certo punto ci è stato domandato quale fosse la nostra paura più grande riguardo all’adozione. Mi ero già preparata la risposta (non so se si è capito, a me piace avere tutto sotto controllo), ho guardato Marito e gli ho detto: “Ti dispiace se rispondo io?” (stile prima della classe che alza la mano per rispondere) con occhi talmente assatanati che non ha potuto dirmi di no (e probabilmente lui non avrebbe neppure saputo cosa rispondere!).

Ho spiegato la verità, ovvero che la mia paura più grande, che prima del corso non avevo, è che tutto l’amore che ho da dare non basti per rendere il nostro futuro figlio/a sereno, che il trauma dell’abbandono lo perseguiti per sempre (come è successo in alcuni casi che ci sono stati presentati al corso) e non riesca mai ad accettarci come genitori.
Ho anche aggiunto, però, che più che dare tutto il nostro amore e comprensione noi non possiamo fare, e che qualunque decisione nostro figlio/a prenderà (rintracciare la sua famiglia d’origine, ad esempio), noi l’accetteremo e lo/la sosterremo.

Il primo colloquio è stato più che altro una chiacchierata generale, siamo passati da un argomento all’altro, ricordo che abbiamo parlato anche di noi come coppia, da quanto tempo stiamo insieme, da quanto conviviamo e in che zona abitiamo.

Abbiamo fatto notare che viviamo in una casa di proprietà in campagna dove abbiamo anche due cani, il che sarebbe positivo per un eventuale bambino/a, perché è importante crescere a contatto con la natura e gli animali… Sembravano contente di questo, anche se purtroppo l’a.s. ci ha confessato di avere paura dei cani, e ci ha fatto promettere che li terremo a guinzaglio quando verranno a fare l’ispezione a casa…

Ma porca miseria, proprio una che ha paura dei cani ci doveva capitare??

“No no, non si preoccupi, tanto sono addestrate, sono bravissime, anche con i bambini!” abbiamo esclamato all’unisono io e Marito.
Oh, che le nostre cagnolone sono bravissime e dolci è vero, però diciamo che sanno anche essere piuttosto vivaci…
E per esperienza so che una persona timorosa dei cani si spaventa ancora di più se vede due bestie sconosciute che scodinzolano e corrono per fare le feste…

Abbiamo parlato anche dell’età e della provenienza del nostro futuro figlio/a. Al corso ho capito che non è bello mostrarsi troppo rigidi riguardo all’età e all’etnia (beh, quest’ultimo punto è scontato!).
Ci siamo detti più propensi per l’adozione nazionale sia per motivi economici, sia perché Marito ha paura dell’aereo, ma che stiamo anche riflettendo sui Paesi dell’Est, che sono facilmente raggiungibili anche in auto o pullman, e che speriamo di ricevere da loro consigli su questo (mostrarsi umili e far vedere che riteniamo preziosi i loro consigli: mossa spero ottima, ovviamente studiata a tavolino).

Per quanto riguarda i problemi di salute ci siamo già detti disponibili per quelli minori, sappiamo già che per vari motivi (in primis le condizioni di abbandono in cui sono tenuti certi bimbi, soprattutto all’estero) è difficile avere un figlio sano come un pesce, e non è bello pretendere una cosa del genere… Non si sceglie mica un bambino come al supermercato si sceglie il pesce migliore, eh!
E poi, sinceramente, un bambino miope o con un’allergia (sono questi i problemi di salute minori di cui si parla) non mi sembra una grande disgrazia!
Abbiamo già fatto capire, però, e questo mi sembrava doveroso, che non ci sentiamo pronti ad accogliere un bimbo con problemi gravi, tipo AIDS o problemi neurologici.
Da quello che ho letto su internet chi offre disponibilità per i casi più gravi ottiene (scusate il termine) l’adozione in tempi più brevi, però bisogna essere molto preparati a questo, e noi non lo siamo, soprattutto in termini di tempo. Accogliere un bambino con un handicap grave significa dovergli prestare molte più attenzioni e cure del normale, e visto che lavoriamo entrambi (e dobbiamo lavorare entrambi, per campare), non ci sentiamo adatti.

Parlando dell’età, io e Marito ci eravamo già accordati nel dare la disponibilità per la fascia 0-5 anni, sperando ovviamente che, dato che siamo giovani, ci venisse comunque affidato un bambino entro i tre anni…
Devo dire la verità, fino a qualche tempo fa io e Marito, pensando ad un figlio adottivo, immaginavamo soltanto un bimbo ancora in fasce. Durante il corso, quando ci è stato detto che è difficilissimo ottenere in adozione un neonato (difficilissimo con l’adozione nazionale, impossibile con quella internazionale), io e Marito siamo rimasti indignati.
“Non è giusto, a noi devono dare un bambino piccolo!” ci siamo ripetuti, tra di noi, per giorni e giorni.

Sono felice di ammettere che la nostra affermazione era dettata solo dall’egoismo e che, fortunatamente, durante questi mesi in cui abbiamo elaborato tutte le paure e le aspettative riguardo all’adozione, abbiamo sinceramente cambiato idea.
Se ci dessero in adozione un bambino di 5 anni (ma pure di sei o di sette) sarebbe veramente un grandissimo dono dal Cielo…
Certo, è triste pensare di perdere tutta la fase iniziale della vita di tuo figlio – i primi passi, le prime parole, portarlo a spasso nel passeggino – ma per due persone, come noi, alle quali la Natura ha rubato tanto, avere la possibilità di crescere un bambino, un bambino qualsiasi, di qualsiasi età o colore, sarebbe comunque meraviglioso…
E chi se ne frega se quando nascerà nelle nostre vite saprà già parlare o se non potremo metterlo nel passeggino!

La nostra disponibilità ha fatto piacere ad a.s. e psicologa ma, con mio grande stupore, ci hanno consigliato di dare disponibilità per la fascia 0-3, sia perché siamo giovani e per la nostra età sarebbe più adatto un bambino piccolo (anzi, il contrario, noi non saremmo adatti per un bambino “grandicello”) sia perché la fascia 0-5 non esiste, si passa da 0-3 a 3-6 direttamente…

Parlando dell’adozione internazionale, ci hanno confermato (con mio stupore) una triste notizia di cui ci era già giunta voce da altre aspiranti coppie adottive: all’estero, oltre ai costi “ufficiali”, spesso vengono chieste cifre “extra” sottobanco per poter ottenere un’adozione… A d una coppia, e questo ce l’ha detto l’a.s. eh, , è stato richiesto di portare 30.000 (TRENTAMILA) euro in contanti nella valigia… Altrimenti, niente bambino. Allucinante.
Ricordiamoci che si parla di Paesi poveri del Terzo Mondo, dove la corruzione è all’ordine del giorno (non che qui sia mooolto diverso, soprattutto in certi ambienti), non dovrei stupirmi più di tanto, ma questa notizia sinceramente mi lascia un grande amaro in bocca.

In tutti i modi uno dei prossimi colloqui sarà interamente dedicato al nostro futuro bambino, perciò non ci siamo soffermati più di tanto sull’argomento.

Come già sapevo, spesso gli a.s. cercano deliberatamente di provocare la coppia con domande sibilline per giudicare la reazione. Ero pronta a questo, ma devo ammettere che, quando la provocazione è arrivata, non l’ho colta subito, e me ne sono accorta soltanto a casa, quando ho ripensato al colloquio.

Mentre io e Marito parlavamo di noi, l’a.s. ha fatto notare con estrema enfasi che siamo una coppia decisamente giovane, soprattutto io…
“Lei è praticamente una ragazzina!” ha esclamato, un po’ acidamente.

Miiii… Ci risiamo! Che nervoso!!

Ho fatto notare che non sono una ragazzina, ma una donna, e che non è colpa mia se ovunque vado sono la più giovane…
Ho fatto l’esempio dell’ufficio, dove l’età media è sui cinquant’anni e i colleghi che vanno in pensione non vengono rimpiazzati con nuove assunzioni. Non è la mia presenza ad essere anomala, ma il fatto che un’azienda si basi al 99% sul lavoro di dipendenti vicino alla pensione!
Se lavorassi in un altro Paese, un po’ più avanzato del nostro, io sarei, non dico tra i più vecchi, ma sicuramente in una fascia di età considerata “normale”… E probabilmente sarei già stata promossa ad un livello superiore…
Ma siamo in Italia, dove vedo donne di 45-50 anni che parlando di se stesse e delle proprie coetanee come delle “ragazze”… Ovvio che, in confronto a loro, secondo questo ragionamento, io sia praticamente una bimba… Ma questa NON è la normalità!

Inoltre, io non giudico nessuno, né chi vuole avere figli a 20 anni né chi li cerca a 50, però non mi possono dire che desiderare un figlio a 27 anni (dopo una relazione di nove anni, tra cui cinque di convivenza e uno e mezzo di matrimonio) sia “strano”…

Comunque, come dicevo, non ho colto subito la provocazione, perciò non ho potuto rispondere per le rime, anche perché poi siamo passati ad un altro argomento, ma spero che riprenderemo la questione nei prossimi incontri, perché ci tengo molto a far capire che sono una donna (donna, non ragazzina) matura e che credo veramente in quello che io e Marito stiamo facendo.

Spero vivamente che la nostra giovane età (ma giovane di che, poi? Marito ha 34 anni!!) venga vista come un punto a favore e non il contrario. Io lo credo fermamente, non solo perché voglio tirare l’acqua al nostro mulino.

Io credo che esista un’età giusta per ogni passo, un’età che non necessariamente è uguale per tutti.
Ci sono persone che a vent’anni desiderano già una famiglia e dei figli, altre che fino a quaranta preferiscono divertirsi e solo successivamente scelgono di metter su famiglia, altre ancora che vogliono rimanere single per tutta la vita…
La cosa importante è che una coppia decida di avere un bambino – naturale o adottato – solo quando si sente realmente pronta, quando lo desidera davvero e ha la testa per farlo.
Ci sono cinquantenni immaturi a cui io non darei manco un criceto, e ventenni o trentenni affidabili e con la testa sulle spalle…

In tutti i modi, si sa che per crescere un figlio ci vuole tanta energia, e per affrontare un’adozione occorre anche una marcia in più…
Sia al corso che nella vita quotidiana ho conosciuto coppie ben più grandi di noi che, prima di decidere di prendere questa strada, hanno aspettato per anni e anni, facendosi mille paranoie…
Rischio sanitario, rischio giuridico, mi amerà?, cosa diranno gli altri?, magari prima è meglio fare carriera…

Ripeto, io non giudico nessuno, e pure noi prima di partire con l’adozione abbiamo riflettuto a lungo. Però la nostra giovane (che palle ‘sta parola) età ci dona qualcosa che magari coppie più anziane non hanno (chiedo perdono per la parola “anziane”): tanta energia e una sana dose di incoscienza.
Incoscienza non in senso negativo, non intendo dire che ci buttiamo senza riflettere, ma che abbiamo ancora il coraggio di rischiare, di metterci in gioco.

Se avessimo dieci o venti anni di più forse ci saremmo già abituati ad una vita senza figli, l’istinto di sopravvivenza di cui ho già parlato ci avrebbe obbligato a farlo. Ci saremmo concentrati sulla carriera, avremmo occupato il tempo facendo viaggi, approfondendo le nostre passioni… Probabilmente avremmo dieci cani, cinque criceti, un paio di conigli e magari pure un cavallo…
Insomma, avremmo di che pensare. Non dico che il desiderio di un figlio possa svanire così, semplicemente pensando ad altro, dico solo che chi si è abituato ad una vita senza bambini fatica di più a cominciare questo percorso.

Questo è il mio pensiero, giusto o sbagliato che sia, e nei prossimi giorni mi eserciterò per poi ripeterlo alla prima occasione davanti all’a.s. …

A proposito, al termine del colloquio abbiamo preso appuntamento per altri sei incontri, che dovrebbero concludersi a fine giugno. Il prossimo sarà tra tre settimane, perché prima non avevano posto. Alla fine, o ci fisseranno ulteriori incontri (se dovessero riscontrare delle problematiche da approfondire) oppure fisseremo la visita ispettiva a casa, che è l’ultimo passo prima che a.s. e psicologa scrivano la relazione su di noi da mandare al tribunale.

Ci hanno spiegato che nella nostra regione i servizi sociali sono soliti incontrare parecchie volte le coppie, mentre in altre regioni bastano due o tre colloqui. Meno male che me l’hanno detto, io mi ero già preoccupata, da quello che avevo letto sapevo che gli a.s. incontrano così tante volte soltanto coppie che non sembrano tanto affidabili… Se questa è la prassi da noi, non posso che accettarla.

Non so dove ci porterà questo percorso, e neppure se e quando arriveremo al traguardo, ma sono felice di averlo iniziato.
Ogni passo che facciamo, io mi sento più vicina a nostro figlio…
Anche se la felicità sembra ancora molto lontana.

Spero solo di riuscire a resistere fino alla fine.

So che ne vale la pena.

Ma è difficile resistere, soprattutto se non sai se raggiungerai mai il traguardo.