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Relaaax! (Paranoie da fivettara)

197603_515087255187808_1956112365_nImmagine dal Web

Il post-transfer è il periodo peggiore per qualsiasi fivettara, che viene improvvisamente assalita da mille paranoie. Non sa come comportarsi. Stare a letto? Andare a lavorare come se nulla fosse? Riposare, ma non troppo? Camminare fa bene? E quanto? Oppure no? Cosa mangiare? E fare la pipì? E’ pericoloso?

Per non parlare dell’impazienza per il fatale giorno del test di gravidanza che molte, sbagliando, anticipano di troppi giorni, e di tutti i timori possibili ed immaginabili che ci tormentano giorno e notte…

Queste paure sono, il più delle volte, irrazionali e totalmente campate in aria.

La sottoscritta, già paranoica nella vita di tutti i giorni, non fa eccezione, e durante il post-transfer si trasforma in una fivettara ossessionata dalla famigerata fuoriuscita degli embrioni (dove cappero devono andare, ‘sti benedetti embrioni, io non lo so).

Ho paura a chinarmi, perciò se devo uscire chiedo a marito di allacciarmi le scarpe. Passo le giornate seduta o sdraiata (sempre supina, perché ho paura che cambiando posizione gli embrioni ne risentano!), e ogni tanto mi alzo per camminare in casa (…), per far circolare un po’ il sangue. Se durante il giorno mi cade qualcosa, qualsiasi cosa, per terra, non mi chino per raccoglierlo (giammai!), ma mi limito a calciare l’oggetto incriminato sotto un mobile per evitare che i cani lo mangino, e alla sera, quando torna Marito, gli consegno una specie di mappa del tesoro con indicate tutte le cose finite sotto i mobili durante il giorno (non vi ho mai detto che ho le mani di merda pastafrolla?). Eh, sì, devo ammettere che pure io, almeno per i primi giorni dopo il transfer, ho una fottuta paura di starnutire e tossire (anche di fare la pipì, ma, ehy, quello non si può proprio evitare!).

E non ho nominato i fantasintomi… Durante i giorni post transfer qualsiasi fivettara degna di questo nome diventa moooolto più sensibile rispetto a qualsiasi dolorino, sensazione strana o mutamento del proprio corpo, cercando di capire se sta iniziando una gravidanza oppure no.

In rete ne ho lette di ogni…

In questi giorni sto facendo in media 100ml di pipì in più al giorno!
Le tette mi sono aumentate di 1/6 di taglia!
Ho sentito dei dolorini al basso ventre… Sì, sono sicura che fosse l’embrione che si stava impiantando!
Mi è venuta una voglia incredibile di cavoletti di Bruxelles!
La cacca ha una consistenza diversa!

La rete è una fonte inesauribile di paranoie. Basta andare su qualsiasi forum dedicato alla PMA o alla gravidanza in generale (CUB, MadreProvetta, se poi andate su AlFemminile è l’apoteosi delle stronzate paranoie) e leggere qualche post dedicato al periodo post-transfer…

Da quello che ho capito le paure più comuni sono quelle di andare in bagno, tossire e starnutire, temendo che in questo modo gli embrioni possano fuoriuscire. Io stessa ho sofferto di queste paranoie, ma quando le leggo su un forum, nero su bianco, mi rendo conto di quanto siano ridicole.

E non è tutto. Ho letto di una donna assolutamente certa di aver “perso” i propri embrioni quando ha fatto la pipì subito dopo il transfer, perché ha visto sugli slip due specie di granelli di sabbia… E un’altra sicura di averli “persi” perché ha visto nel wc, sempre dopo essere stata in bagno (donne, a questo punto facciamoci togliere la vescica, pisciare è troppo pericoloso) due punti rossi ricoperti di gelatina… Per non parlare di quelle che hanno paura di RIDERE per timore di fare del male ai propri piccoli…

Il modo migliore per tranquillizzarsi è semplicemente quello di informarsi. Parlare con altre donne, leggere articoli ATTENDIBILI in rete e, soprattutto, chiedere ai propri medici. Sono lì apposta!

Ma visto che io sono molto magnanima (?), dall’alto della mia FIVET-saggezza (??) ho deciso di condividere con voi alcuni piccoli segreti per vivere bene questo periodo. Scherzi a parte, da quando ho iniziato questo percorso ne ho sentite e lette di tutti i colori, ma visto che io sono molto curiosa e mi piace imparare, ho sempre cercato informarmi il più possibile, anche a costo di porre domande apparentemente idiote ai medici.

La mia ultima perla risale al giorno del transfer, quando ho chiesto alla biologa: Senta, ma cosa fanno gli embrioni quando li mettete dentro? Marito ancora mi prende per il culo. Lui non sa che sono centinaia le donne che in rete se lo chiedono! E io ho avuto il coraggio di chiederlo, mi sono sacrificata per il nostro bene, eh!

Dunque, ecco quello che ho imparato sul post-transfer:

1. EMBRIONI: Al momento del transfer gli embrioni sono visibili soltanto al microscopio. Non si possono perciò vedere ad occhio nudo. Non li potrete mai vedere sugli slip o galleggiare nel wc. Gli embrioni non possono fuoriuscire. Una volta trasferiti nell’utero si annidano nella mucosa, dove rimangono fermi, e gradualmente, o attecchiscono, dando così inizio ad una gravidanza, o vengono riassorbiti.

2. COSA FARE E COSA NON FARE: Nei giorni post transfer potete ridere, starnutire, tossire, andare in bagno quando e quanto volete. Non dovete fare esercizio fisico, sollevare pesi o fare grandi sforzi (esempio: non mettetevi a pulire tutte le finestre di casa proprio nei giorni post transfer…). Non dovete avere rapporti sessuali e quando salite o scendete le scale magari non fatelo correndo, ecco… I medici mi hanno rassicurato sull’uso dell’auto, anche se io in questi giorni evito di usarla per paura delle vibrazioni (paura irrazionale, ma così è).

Passeggiare ogni tanto fa bene per la circolazione del sangue!

3. CIBO: Comportatevi come se foste già in gravidanza. Niente fumo, niente alcool, niente carne o pesce crudo e verdure crude solo se lavate accuratamente con l’Amuchina. Se non lo state già prendendo, cominciate ad assumere un integratore di acido folico (sempre dopo aver chiesto al medico). Anche il cavolfiore è un alimento ricco di acido folico.

4. SINTOMI: Ignorante qualsiasi sintomo o fantasintomo. Il seno gonfio, i dolorini, possono essere sia un segnale che stanno arrivando le Malefiche, sia il segnale di una gravidanza che è iniziata. Possono anche essere effetti collaterali delle terapie di supporto. Insomma, possono essere tutto e il contrario di tutto. Si fa prima ad ignorarli, direi.

Ma se avete dei dolori veramente “anomali”, non esitate a dirlo al medico, a costo di ricevere risposte scocciate!

5. RELAAAX! Sia che stiate a casa o decidiate di tornare subito al lavoro, rimanete rilassate. Fate quello che più vi fa sentire a vostro agio. Se non fate lavori pesanti i vostri medici vi consiglieranno di tornare a lavorare, ma se preferite restare a casa (e fatelo, se vi trovate un ambiente lavorativo non proprio idilliaco!), sappiate che la legge è dalla vostra parte. Fatelo notare anche al medico di famiglia, se si rifiutasse di farvi il certificato di malattia.  (Cercate il paragrafo “Procreazione assistita”).

Non abbiate fretta e aspettate il giorno comunicato dal centro PMA (solitamente il 14° p.t.) per effettuare il test di gravidanza! E, in tutti i modi, sia in caso di risultato positivo sia in caso di risultato negativo andate a fare le analisi delle beta hcg. Se proprio non ce la fate ad aspettare, anticipate al massimo di un paio di giorni… Ma, in caso di negativo, ripetete il test il giorno giusto!

 

Se per caso i vostri medici vi hanno consigliato diversamente o se volete aggiungere qualcosa di importante che mi sono scordata, ditemelo pure!

La sottoscritta, ovviamente, non è che rispetti molto queste regole. Tra il dire e il fare… Ci sono di mezzo gli ormoni che mi fanno essere razionale solo a tratti!

Oggi è il 7° p.t. e stavo seriamente pensando di fare un test di gravidanza, per dire… No, non l’ho fatto. Voglio crogiolarmi ancora un po’ nella speranza prima di risvegliarmi bruscamente. Ho una pessima sensazione. Che a volte si trasforma in un ottimismo insensato. Ah, gli ormoni…

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Un anno fa

13 gennaio 2012.

La maggior parte di voi ricorderà questa data per il naufragio della Costa Concordia, o per la scomparsa di Roberta Ragusa.

Tra qualche anno, non appena le luci dei mass media si saranno spente, dimenticherete questi fatti di cronaca e questa data diventerà per voi un giorno come un altro.

Ma non per me.

Il 13 gennaio di un anno fa è iniziato il mio calvario, il mio inferno. Quel giorno un misero pezzo di carta pieno di nomi strani e cifre ha decretato il mio futuro. Un pezzo di carta che a quel tempo (ah, beata innocenza!) non ero neppure in grado di interpretare. La ginecologa aveva dovuto farlo per me.

Ricorderò per sempre il sospiro con cui lesse le analisi e infine, con voce neutra e un pizzico di rammarico, sentenziò: “Mi dispiace, voi non potete avere figli.”
Ricorderò per sempre il mio pianto, mentre guidavo verso casa senza neppure vedere la strada davanti a me, ma soltanto un enorme buco nero. Ricorderò per sempre la sensazione di incredulità, di disperazione, di panico che ho provato quel giorno. E che ho continuato a provare nei mesi successivi.

Il 13 gennaio di un anno fa la mia vita si è interrotta. E’ entrata in una specie di pausa, di stand-by. Da allora, ogni singolo istante della mia giornata, il pensiero che mi occupa la mente è soltanto uno: riuscire a realizzare il mio desiderio di avere un figlio. Non ho smesso di vivere, certo. Continuo a lavorare, a uscire, a seguire le mie passioni, ma… Quel pensiero non mi abbandona mai. Non mi abbandona il senso di frustrazione, di impotenza, di rabbia, di speranza.

Tante cose sono cambiate in quest’ultimo anno. Io sono molto cambiata.
Ho imparato ad essere paziente.
Ho imparato ad accettare una sconfitta e a reagire.
Ho imparato chi sono i veri amici (pochi) e quelli che non meritano di essere considerati tali (la maggior parte).
Ho imparato che tutti sono pronti ad andare con te a prendere un aperitivo, ma nessuno vuole stare al tuo fianco quando affronti qualcosa di grande, di troppo grande.
Ho imparato che al mondo ci sono tante persone ignoranti a cui non importa nulla di imparare.
Ho imparato che al mondo c’è troppa gente che ama giudicare senza conoscere, senza sapere.
Ho imparato che la maggior parte delle persone da tutto per scontato.
Ho imparato che non sono soltanto gli adolescenti, ma pure i cinquantenni a non sapere come si concepisce un bambino.
Ho imparato che in Italia c’è molta ignoranza sull’educazione sessuale, sulla PMA e sull’adozione.
Ho imparato che un uomo e una donna, se si amano realmente, possono rimanere uniti davanti ad una diagnosi di infertilità.
Ho imparato che, ogni tanto, ridere delle proprie disgrazie può essere utile per superarle.

E ho capito che, in un modo o nell’altro, io voglio diventare madre.

E’ passato un anno, e io sono ancora al punto di partenza. Quanto ero ingenua, un anno fa! Ero talmente cieca davanti alla realtà e piena di speranza da credere che, in pochi mesi, la PMA avrebbe regalato a me e Marito il dono più grande… Mi dicevo che non era possibile che noi non potessimo avere figli, che la Natura si era sbagliata, che non avremmo dovuto soffrire tanto a lungo… E, invece… Eccomi qui. Ancora qui.
Di nuovo a sperare. Di nuovo a lottare. Senza aver ottenuto nulla, se non tanto, ulteriore dolore.

Ho fatto il transfer giovedì. Mi hanno trasferito due embrioni. Purtroppo ne hanno dovuti scongelare quattro, perché due sono morti subito.
Il transfer non è stato facile. La prima volta non avevo provato alcun dolore, questa volta invece ho sofferto molto. Devo dire che la ginecologa non è stata molto delicata. Mi ha inserito lo speculum con la gentilezza di un elefante. Ho subito urlato per il male, e mi son irrigidita tutta. Cercavo in tutti i modi di rilassarmi, ma non ci riuscivo!
Ha dovuto persino usare le pinze per trovare il collo dell’utero… Io, che da sdraiata non vedevo cosa stesse accadendo, sentivo degli strani rumori e credevo si trattasse di forbici…! Meno male che l’infermiera mi ha rassicurata spiegandomi che si trattava solo di pinze. Ho sentito gli stessi dolori che provo dopo il pick up, che poi sono come dei dolori mestruali fortissimi… Meno male che è durato solo pochi minuti, durante i quali mi sono fatta però compatire per bene, piangendo e praticamente spaccando la mano dell’infermiera…

E’ da giovedì pomeriggio che vivo tra divano e cibo… Non ho voglia di far niente, ho sempre sonno, anche se a volte mi costringo ad alzarmi perché stare troppo ferma non va bene, il sangue non circola! Mi hanno consigliato di fare delle passeggiate e mi hanno detto che potevo andare a lavorare, dato che faccio l’impiegata, ma io ho preferito mettermi in malattia per due settimane.

Mi sento una stupida. Sto attenta ad ogni movimento, quando salgo o scendo le scale lo faccio a passo di lumaca, Marito non mi lascia neppure apparecchiare la tavola per timore che mi stanchi troppo…!
E io non faccio altro che pensare… E se stessi facendo tutto questo per niente? E se andasse male anche stavolta e mi sentissi una deficiente totale per aver vissuto due settimane come una malata?
Ma non è veramente questo a impensierirmi…
Io ho paura.
Ho il terrore che vada male. Ho il terrore di vedere il test di gravidanza negativo. E ho pure il terrore di vederlo positivo, perché potrebbe succedere come l’altra volta…

E poi… Non so se è a causa del Progynova, del Progesterone, della solitudine forzata o dell’astinenza dal fumo e dall’alcool, ma è da due giorni che mi sento perennemente sull’orlo di una crisi di nervi, comincio ad urlare ed inveire senza motivo, mi viene sempre voglia di piangere e urlare.

Forse è solo la paura.

Farò il test il 22 gennaio, in anticipo di due giorni rispetto a quello che mi ha detto il centro, tanto si dovrebbe già vedere un risultato positivo.

Questi giorni sono lunghissimi. Noiosi. E vuoti. Spero che un giorno ricorderò questi giorni come fantastici. Spero che un giorno riderò ripensandomi sul divano a strafogarmi di cibo per alleviare la malinconia, e dirò: “E’ in quei giorni che è iniziata la vita di mio figlio!”

Speriamo.

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Arrivate o no?!

Mi rendo conto che la mia vita è sempre una perenne attesa, una ricerca di qualcosa che non riesco a raggiungere, almeno non facilmente come (all’apparenza) riescono le altre persone.

Non sono mai stata in grado di vivere e godermi appieno “il momento”. La mia esistenza è scandita da conti alla rovescia. E una volta che il tempo è scaduto, via!, si riparte con un’altra attesa. Quest’anno è stato pieno di attese. Ho trascorso l’inverno e la primavera a contare i giorni che separavano me e Marito da questa o quest’altra visita medica. E poi il conto alla rovescia per l’inizio della PMA, per il trasferimento embrionale, per il test di gravidanza… E quando finalmente credevo di aver finito di aspettare… Ho scoperto che era stata soltanto un’illusione. Non avevo più niente in cui credere, niente da programmare, niente da aspettare, niente in cui sperare!

Il prossimo tentativo di PMA mi sembrava tanto lontano, e invece… Ci siamo. Quasi.

In questi giorni c’è l’ennesima attesa che mi tormenta. Quella delle Malefiche Rosse, il cui arrivo mi permetterà finalmente di capire quando dovrò iniziare il mio amatissimo Gonal. Ne ho ben 5 confezioni in casa… Mi ero scordata che me ne erano avanzate dal primo tentativo e sono andata a prenderne altre all’ospedale – oh, quando la roba è gratis non si sta mica tanto lì a controllare! In realtà non vedo l’ora di tornare in ospedale a restituire le confezioni extra urlando: “Ora non mi servono più!!”

Ho abbastanza elementi a disposizione per dichiarare con certezza quasi assoluta che le Malefiche stanno per arrivare.

L’altra sera, non ricordo neppure per quale motivo, mentre preparavamo la cena ho iniziato ad inveire contro Marito, poi mi sono chiusa in camera e mi sono stesa sul letto a piangere, così, senza sapere perché. Dopo un po’ sono tornata al piano di sotto, ho mangiato come se niente fosse e mi sono messa sul divano con Marito a coccolarlo come se non fosse successo niente.

Stamattina ho preteso che Marito mi accompagnasse in centro a fare shopping. Sentivo di avere assolutamente bisogno di un paio di scarpe nuove. Non appena sono salita in macchina ho deciso che non mi andava più di comprarle e sono stata assalita dal desiderio di andare a pagare l’assicurazione della macchina.

Ah, e quando una delle mie bimbe pelose mi ha messo le zampette addosso, sporcandomi i jeans, io mi sono messa a piangere come una disperata, come se quella macchietta di fango fosse la rovina della mia esistenza… Per poi chiedermi, dopo diversi minuti di delirio: “E se li mettessi in lavatrice, ‘sti cazzo di jeans?”

Insomma, direi che ci siamo. Aggiungo che la mia faccia al momento sembra quella di un’adolescente, mi spuntano brufoli a go-go, come mi accade sempre tra l’ovulazione e l’arrivo delle MR (ma ora la situazione è persino peggio del solito – effetto collaterale dell’Enantone?)

Eppure non arrivano. Dai, su, muovetevi! Voglio vedere il sangue (bleah), voglio sentire i crampi, voglio rotolarmi dal dolore, ma, soprattutto, voglio iniziare ‘ste cavolo di punture! Non vedo l’ora di guardare Marito sudare freddo mentre tiene tra le mani tremanti la siringa per bucarmi la pancia!

Voglio ancora andare fuori di testa per colpa degli ormoni, voglio vedere quei puntini luminosi che entrano nel mio corpo, voglio sperare, voglio contare i giorni che mi separano dal test di gravidanza, voglio ridere ed essere felice vedendolo positivo, voglio che questa volta la felicità duri per sempre, e non per 72 ore…!

Insomma, mi risulta un po’ difficile fare dei conti alla rovescia se NON SO da quando farlo partire, ‘sto benedetto conto. Quindi, per favore, non tiratevela troppo e arrivate al più presto. Lo so, lo so che di solito vi prego di non arrivare, ma cercate di capire che ora la situazione è diversa. Tanto sono consapevole di non poter rimanere incinta naturalmente, lo so che prima o poi arriverete, perciò cercate di non farvi attendere troppo, ok? Dai, che qua c’è qualcuno che ha voglia di bucarsi. Sono in crisi di astinenza da Gonal. Altro che “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” o “Trainspotting”. Dovrebbero fare un film sulle donne dipendenti da ormoni.

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Adozione terzo round

Giovedì sono andata al terzo – e penultimo! – appuntamento del corso per l’adozione. Parlo al singolare perché mio marito, accidenti a lui, non poteva prendere un altro permesso dal lavoro e quindi mi è toccato andare da sola.
A voi non sembrerà una gran cosa, ma a me, che detesto trovarmi in un gruppo di più di quattro persone, è stata un’impresa affrontare questa giornata. Nei gruppi, soprattutto se si tratta di estranei, mi sento a disagio, in particolar modo se non ho vicino una persona cara a cui “aggrapparmi”. Mi serve del tempo per conoscere le persone, imparare a fidarmi di loro e trovarmi bene, e in soli due incontri non avevo neppure imparato a memoria i nomi di tutti!
Mio marito mi chiede sempre come cavolo ho fatto a vivere all’estero da sola con tutte queste fobie 😉
Mentre mi avvicinavo alla sede dell’AUSL il cuore mi batteva fortissimo, come se stessi andando al patibolo… Fuori dal portone c’erano tutte le altre coppie che aspettavano e chiacchieravano tra di loro in gruppetti. Avrei voluto avvicinarmi a qualcuno di loro ma, non sapendo bene come fare, sono rimasta da sola come un’idiota. Sono consapevole, dato che in passato qualcuno me l’ha detto, che questo atteggiamento mi fa apparire come una snob asociale. Sigh. Proprio io che sono tutto il contrario! Adoro conoscere gente, posso stare ore ed ore a chiacchierare… Ma non sono capace di avvicinarmi agli altri per prima.
Questo incontro era dedicato all’adozione internazionale. Era anche presente una rappresentante di un ente autorizzato per darci tutte le informazioni. Come al solito all’inizio abbiamo fatto un lavoro di gruppo. Mi sono rilassata un po’ quando, prima di iniziare il nostro brain storming, io e gli altri componenti del gruppo abbiamo dato voce ad un pensiero comune: questi incontri sono insopportabili e le sedie scomodissime! (Non sono l’unica a cui fa male il sedere quando torna a casa!).
L’adozione internazionale mi è sempre interessata. Ho sempre sognato avere un figlio biologicamente mio e un figlio adottivo di un altro Paese. Sognavo una famiglia multiculturale. Ho sempre amato conoscere e scoprire altre culture e nella mia vita cerco sempre, con ogni mezzo, di combattere il razzismo e la paura del “diverso” che purtroppo sono ben radicati nella mentalità dei nostri connazionali. Una famiglia multiculturale rappresenterebbe chi sono e quello in cui credo, e, perché no, penso che potrebbe essere un buon esempio anche per gli altri.
Purtroppo l’adozione internazionale non è poi così facile rispetto a quella nazionale. I costi sono molto elevati (si parla di decine di migliaia di euro), i bambini adottabili grandicelli (non ricordo quale sia la media, comunque credo sia impossibile avere un bambino di età inferiore ai cinque anni) e il rischio sanitario un pericolo.
La scorsa volta avevo un po’ preso in giro la ragazza che si era mostrata tanto preoccupata per eventuali malattie non dichiarate che potrebbe manifestare un bambino adottato, ma durante questo incontro ho capito che è un pericolo reale. I bimbi adottati con l’adozione internazionale provengono da Paesi del Terzo Mondo dove non esistono neppure certi strumenti per diagnosticare le malattie.
Inoltre uno dei mariti presenti al corso, che conosce alcune coppie che hanno preso questa strada, in privato mi ha detto che quasi sempre, per riuscire ad avere un bambino, occorre pagare una somma extra ai giudici o agli assistenti sociali del Paese estero… Insomma, bisogna andare là muniti di taaaanti contanti. Io, con la mia ingenuità, non ci avevo neppure pensato. Tutto questo mi fa schifo.
Tutte le coppie presenti, me compresa, hanno espresso la loro preoccupazione non soltanto per i tempi dell’adozione internazionale, ma anche per l’età dei bambini adottabili. Naturalmente tutti desiderano adottare un bambino il più giovane possibile. E qui si ritorna al solito discorso: con l’adozione si cerca di sopperire alla mancanza di una genitorialità naturale. Sbagliato. Egoistico, forse. Ma naturale, istintivo, comprensibile.
Però l’istinto materno è la cosa più naturale che ci sia, è quello che ha permesso al genere umano di continuare ad esistere! Com’è possibile reprimerlo, ucciderlo, dimenticarlo?
Credevo che la mia impazienza, il mio desiderio di “affrettare” i tempi, fossero dovuti alla mia giovane età, ma ho notato che anche le altre coppie, nonostante abbiano diversi anni più di noi, sono impazienti allo stesso modo. Alcune di loro cercano un figlio da dieci anni o più, ma questa attesa non li ha aiutati a diventare più pazienti, a mettersi, in un certo senso, il cuore in pace. Anzi. E se penso che noi siamo alla ricerca solamente da due anni e mezzo… Se fossi al loro posto, sarei già impazzita.
Se dovessimo proseguire con l’adozione, dovrò veramente imparare ad essere più calma e tollerante. Quando la rappresentante dell’ente autorizzato ha detto che dobbiamo riuscire a goderci il tempo dell’attesa, io sarei voluta scoppiare a ridere. Cosa cavolo c’è di divertente nell’attesa? Nulla ma, in effetti, visto che i tempi burocratici/logistici sono estremamente lunghi e non si possono accorciare, è inutile disperarsi, vivere questa esperienza con ansia. Bisognerebbe essere capaci di cogliere l’opportunità per fare un viaggio dentro se stessi e imparare ad apprezzare l’attesa.

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Il primo incontro

Giovedì io e mio marito abbiamo partecipato al primo incontro del corso per l’adozione, della durata di quattro ore.
Io ero molto nervosa all’idea di frequentare questo corso, prima di tutto perché per natura sono abbastanza timida e mi occorre un po’ di tempo per aprirmi con gli altri, secondariamente perché avevo paura di dire delle cavolate ed essere giudicata male dagli assistenti sociali e dalla psicologa, e terzo perché temevo di sentirmi a disagio, ben consapevole che sarei stata la persona più giovane presente al corso.

In linea di massima devo dire che le mie paure si sono rivelate infondate.

Le coppie partecipanti sono nove, e il corso è tenuto da un’assistente sociale più due stagiste e da una psicologa.
Come immaginavo, ero la persona più giovane presente. C’erano alcune coppie sui 30-35 anni e molte over-40 o addirittura più vicino ai 50. Ma questo non mi ha scoraggiata.
Sono abituata a confrontarmi con gente più grande di me – sia amici che colleghi – e non ho mai trovato difficoltà ad affrontare con loro qualsiasi discorso, dal più futile al più impegnato. Mi considero umile e ammetto la mia ignoranza, soprattutto quando mi trovo con persone che, per ovvi motivi di età, hanno avuto più esperienze di me. Comunque spesso ho notato che anch’io posso insegnare loro qualcosa. Anche se sono giovane ho vissuto esperienze (tipo vivere all’estero) che molte persone over 40 non hanno mai provato. Temevo, forse scioccamente, che qualcuno mi avrebbe guardato male o in maniera strana a causa della mia giovane età (ma perché, poi??), e invece non è stato così. Alla fine ho scoperto che, tra tutti, quella che ne sa più di adozione, almeno sul piano giuridico, sono proprio io. Gli under-30 sanno usare meglio Google 😉

All’inizio del corso la psicologa ci ha chiesto di presentarci agli altri. Benissimo. Quello che più temevo.
Avevo paura che la voce mi tremasse, di diventare rossa dalla vergogna, proprio come quando ero bambina e a scuola arrossivo soltanto se la maestra pronunciava il mio nome…
Invece, credo di essere stata brava. Devo ammettere che con gli anni sono migliorata. In effetti nell’ultimo periodo mi è capitato spesso di dover parlare davanti a diverse persone, sia per le presentazioni dei miei libri, sia al lavoro, dove sono comparsa in diversi filmini per la promozione dell’azienda (cosa che non ho chiesto io, ma che i miei capi mi hanno praticamente costretta a fare, perché pensavano di fare bella figura facendo partecipare l’impiegata più giovane dell’azienda – sì, pure lì sono la più piccola!!).
Molte delle coppie presenti – tutte nervose come noi, lo sottolineo – hanno esperienze simili alle nostre: hanno provato a lungo ad avere un bambino, dopo aver fatto degli esami hanno scoperto di avere dei problemi, hanno provato con la PMA e poi sono approdati all’adozione. Era presente anche una coppia che ha già una figlia di cinque anni (credo che quando lo hanno ammesso tutti abbiano provato l’istinto di strozzarli), ma che non riesce ad avere un secondo bambino.

Dopo le presentazioni la psicologa ci ha chiesto di fare un brain storming e pensare a tutte le parole che il termine “adozione” ci fa venire in mente… Anche in questo caso, diversamente da mio marito che, stranamente, è rimasto in un imbarazzato silenzio, io sono riuscita a dire la mia. Ne ero parecchio soddisfatta! Eva 1 – Timidezza 0
Alcune delle parole che ricordo sono: fare tua una cosa, aiuto, solidarietà, maternità, famiglia, futuro, mamma e papà, speranza, felicità, gioia, paura…
In seguito ci hanno chiesto di parlare delle nostre paure e aspettative rispetto all’adozione, e ci hanno dato qualche informazione sui tempi e sulle leggi, tema che comunque sarà affrontato meglio nel secondo incontro, giovedì prossimo.
Poi la psicologa ci ha diviso in due gruppi (“scoppiando” le coppie) e a entrambi ha dato un lavoro da svolgere: il mio gruppo doveva pensare a quali sono i limiti e le risorse della coppia che vuole adottare, mentre il gruppo di mio marito doveva pensare ai limiti e alle risorse del bambino abbandonato che si ritrova in una nuova famiglia. Devo dire che anche in questo frangente sono stata abbastanza propositiva.
Durante il nostro brain storming si è acceso un piccolo dibattito tra due componenti del gruppo. Una ragazza si è detta molto preoccupata per il rischio sanitario, soprattutto nel caso di adozione internazionale, ovvero la possibilità (a cui io non avevo mai minimamente pensato) che un bambino che il Paese di origine dichiara sano con il tempo riveli poi delle patologie anche gravi. Un altro signore sosteneva che questa possibilità non dovrebbe costituire una paura per la coppia che adotta, perché anche un bambino concepito naturalmente potrebbe avere delle malattie. Sinceramente la questione non mi turba più di tanto.
A parte il fatto che io e mio marito siamo più propensi per l’adozione nazionale, e questo problema in Italia non dovrebbe sussistere, anche se decidessimo di optare per quella internazionale devo dire che non importa se il bambino dovesse presentare delle malattie in futuro. Cavolo, è – sarebbe – nostro figlio, lo cureremo con tutti i nostri mezzi e possibilità, e se non dovessimo riuscirci cercheremo di dargli la migliore vita possibile e saremo felici ugualmente!
Durante il corso è venuto fuori un altro argomento che, sinceramente, mi fa imbestialire, sentimento che non ho nascosto e spero di approfondire durante i colloqui “privati”.
La legge, almeno qui da noi in Emilia-Romagna (ma credo che le cose cambino da regione a regione), prevede che le coppie forniscano un documento in cui i genitori di entrambi i coniugi si dichiarano favorevoli all’adozione. Nonostante gli innumerevoli problemi con i miei genitori, sono sicura che non esiterebbero a dare il consenso. Non è questo il problema. Il problema è un altro. Ho chiesto alla psicologa se può essere un fattore discriminante per gli aspiranti adottanti il fatto che i genitori di un coniuge decidano di non firmare il documento in questione. Lei mi ha detto di no. Per me tutto questo è incoerente.
Se il fatto che i futuri “nonni” non siano d’accordo con l’adozione non è un punto a sfavore, allora, perché cavolo chiederlo? Se la legge fosse coerente, dovrebbe automaticamente scartare le coppie i cui genitori dicono di no.
E per quanto riguarda le coppie che ottengono il consenso dei genitori, a questo punto anche i futuri “nonni” dovrebbero sostenere dei colloqui con la psicologa e gli assistenti sociali. Voglio dire, cosa te ne frega se i nonni sono favorevoli o meno, se non controlli neppure se sono persone a posto oppure no?
In tutti i modi, anche se la legge fosse coerente la cosa non mi andrebbe giù.
I miei genitori possono anche essere fuori di testa (ehm, e infatti è così), ma questo non pregiudica le mie qualità come persona e le mie capacità di essere una buona mamma. Ma è possibile che a 26 anni piuttosto che a 30 o a 50, si debba ancora ottenere il consenso dei genitori per fare qualcosa? Non siamo mica bambini che devono chiedere il permesso per andare in gita scolastica!
L’adozione è una questione intima e privata che riguarda un uomo e una donna, una coppia, e basta.
Purtroppo in Italia la famiglia non viene considerata l’insieme di un lui e una lei (ma anche due lui o due lei! Seee, prima di arrivare a questo traguardo…) e degli eventuali figli. No.
In Italia la famiglia è considerata lui+lei+tutti i parenti viventi. Lo stato ci considera dei bamboccioni a vita. E questo non mi piace. Siamo NOI ad adottare un bambino. Non i nostri genitori. PUNTO.

Questa giornata è stata faticosa ma non inutile, anche se in realtà non ho appreso nuove informazioni, dato che conoscevo già le nozioni fornite dalla psicologa e dall’assistente sociale. Comunque mi è piaciuto confrontarmi con gli altri e soprattutto sentire le storie di coppie che hanno problemi simili ai nostri.
Dall’incontro ho capito una cosa importante: la maggior parte delle persone che aspirano ad adottare insistono a voler paragonare un bambino adottato ad un bambino avuto naturalmente. Per questo tutti sperano di ottenere (scusate il termine) un neonato e non un bambino più grandicello.
Ma il fatto è che, anche se ricevi in adozione un bimbo di qualche mese, non sarà mai come avere un figlio naturale. Concepire un bambino e adottarlo sono due cose completamente diverse.
La gravidanza crea un legame tra madre e figlio che non si può ricreare in nessun modo. Anche se adotti un bambino piccolissimo, lui è comunque rimasto nove mesi nel grembo di un’altra donna, non puoi fingere di averlo dato tu alla luce…
L’adozione è un percorso difficile, sia per i genitori che per il figlio. Occorre tanta pazienza e capacità di sacrificarsi per adottare. L’adozione è un percorso ad ostacoli che però, nel lungo periodo, ti può dare tantissima gioia. E io sono pronta a dare e ricevere questa gioia. Solo che preferirei affrontare questo percorso con un altro spirito. Ora sono troppo impaziente, delusa, arrabbiata, speranzosa… Ho sempre sognato di adottare. Ma ora non posso che sperare che la prossima PMA vada bene, e di riavvicinarmi all’adozione quando sarò più matura, più calma, più serena, più paziente.

Ma se così non dovesse essere, se la Natura ci dovesse ostacolare nuovamente, se dovessimo procedere con l’adozione… Io sono pronta. Metterò da parte tutta la mia rabbia e l’impazienza.
Mio figlio è da qualche parte che mi aspetta, e farò qualsiasi cosa per riuscire a trovarlo.

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Dai, cazzo!

 La mia faccia quando la gente mi chiede: “E bambini? Ancora niente?”

Eccomi qui. Sono ancora viva. Ho smesso di piangere. Già da un po’ di giorni, a dire il vero.

Mercoledì sono rientrata in ufficio. Mi tremavano le gambe, come se fosse il mio primo giorno di lavoro, anzi, ancora peggio, come una ragazzina al primo giorno di superiori.

Naturalmente tutti i colleghi non hanno fatto altro che esclamare “bentornata!” e chiedermi “come stai?”

Sono consapevole che non sanno quello che sto passando, ma avrei voluto bruciarli tutti con lo sguardo. Credo che il mio responsabile abbia intuito più o meno a che tipo di “operazione” mi sono sottoposta, perché tempo fa aveva indovinato che ero sotto ormoni (io avevo parlato genericamente di “farmaci”) e quando gli ho fatto presente che in autunno dovrò ripetere questo fantomatico “intervento” lui non ha fatto domande ma mi ha solamente consigliato di stare calma e distrarmi un po’.

Il rientro al lavoro non è stato particolarmente traumatico. Ho ritrovato subito la concentrazione e ho sparato le mie cazzate con i colleghi come al solito. Tenere il muso non sarebbe servito a niente, se non a far aumentare la curiosità della gente.

Oggi io e Marito siamo tornati al centro PMA per parlare con la ginecologa di un eventuale futuro tentativo, che potremo fare a ottobre. Ho chiesto lumi su quanto accaduto, ma la dottoressa ha detto che non è possibile sapere come mai la gravidanza non è andata avanti. Mi ha rassicurata dicendo che gli sforzi che ho fatto mentre ero a casa non c’entrano niente. Almeno posso smetterla di sentirmi in colpa.

Non so ancora se faremo sempre a Reggio Emilia il prossimo tentativo, oppure al Demetra di Firenze. Ho sentito parlare bene anche del Tecnobios di Bologna. Probabilmente userò i giorni di ferie che ho ad agosto per andare a sentire un po’ in giro (sperando che ad agosto tutti i dottori non siano in vacanza!) perché se chiedo altri giorni a luglio il mio capo potrebbe uccidermi.

Come programmato ho anche preso appuntamento con l’assistente sociale per iniziare la pratica per un’adozione, ma questo argomento merita un post a parte.

Io e Marito non avevamo previsto di andare in vacanza quest’anno, ma dato che le cose sono andate male e abbiamo entrambi due settimane di ferie in agosto vorremmo trovare un posticino economico e isolato dal mondo dove recuperare un po’ di forze per qualche giorno.

In questo momento vorrei soltanto stare lontana da tutti. Non sopporto più nessuno.

Non sopporto i colleghi che mi prendono in giro perché sono pallida come un morto (dopo sedici giorni di malattia pensavano forse che sarei tornata abbronzata??).

Non sopporto la tabaccaia che l’altro giorno, quando io e Marito siamo andati a comprare le sigarette, con tono allegro ci ha chiesto: “E bambini? Ancora niente?”

Non sopporto le donne incinta che incontro OVUNQUE e che si accarezzano il pancione manco stessero per dare alla luce il futuro salvatore del mondo… Si vede che siete in attesa, sembrate delle balene, non c’è bisogno di ostentare, stronze!

Non sopporto le donne che cercano il secondo figlio e poi sono sconvolte perché arriva subito, quando il primogenito è ancora in fasce… Ma andate un po’ a fanculo, va! Se non vuoi rimanere incinta  usa un cazzo di preservativo!

Non sopporto le “amiche” che alla notizia del mio tentativo fallito mi hanno mandato un sms dicendo “Quanto mi dispiace!”… Né una chiamata, né una visita, né un’e-mail…

Non sopporto l’amica neo-mamma che mi chiede in continuazione di andarla a trovare per vedere il suo pupo… Io tuo figlio non lo voglio vedere, non lo posso vedere! Posso permettermi di essere egoista, una volta ogni tanto?

E non sopporto me stessa perché le ho detto di sì, e so che l’andrò a trovare, farò mille complimenti al bambino, lo riempirò di regali spendendo un patrimonio e poi quando sarò da sola scoppierò a piangere…

DAI, CAZZO!

Ecco, ora mi sento un pochino meglio.

Dopo questo sfogo vorrei aggiungere dell’altro.

La vita mi ha insegnato che bisogna affrontare tutto con decisione, a testa alta, che si deve combattere per ciò in cui si crede e che ogni dramma, ogni dolore, può rappresentare una possibilità. E’ difficile capirlo mentre si sta vivendo un momento buio, ma sono sicura che sia così.

Le persone che hanno figli per caso o senza alcuna difficoltà non si rendono conto della loro fortuna. Non sapete quanta gente di mezza età conosco che si lamenta dei propri figli e afferma che se tornasse indietro non li metterebbe al mondo. Forse c’è un motivo per cui noi dobbiamo soffrire e aspettare tanto. Ora non riesco a capire questo motivo, ma un giorno ci riuscirò. O forse il nostro destino è quello di dare amore ad un bambino che è stato abbandonato. Forse Dio sta cercando di dirci che da qualche parte c’è una creatura che non ha avuto l’amore che merita e sa che noi, invece, possiamo donarglielo.

O forse non esiste alcuna spiegazione, alcun destino, e se tutti noi dobbiamo patire tanto è solo perché la Natura è stronza. Ma preferisco la prima ipotesi.

Ed è vero che la maggior parte delle mie amiche non si sono dimostrate tali, ma grazie a questo blog ho potuto conoscere tante persone che sanno starmi vicino come le persone “reali” non sanno fare. Può sembrare triste, ma in realtà sono fortunata. C’è chi non ha nessuno, io ho voi!

E sono fortunata ad avere un marito che sa farmi ridere e combatte con me, per me, per noi.

Mi piacerebbe avere anche dei genitori con cui parlare e da cui ricevere conforto, e delle amiche con cui sfogarmi, ma devo accontentarmi di quello che ho. E, in fondo, mica è poco, eh!

Mi sembra di essere tornata indietro nel tempo di mesi, quando io e Marito stavamo ancora facendo tutte le analisi, ed io ero elettrizzata all’idea della PMA, ingenuamente convinta che saremmo stati fortunati al primo tentativo. Ora inizia un’altra atroce attesa, c’è sempre la determinazione a combattere ma manca l’entusiasmo, perché è forte la paura di un’altra delusione.

Ma la vita è questa, e non si può far altro che andare avanti.

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Una settimana infinita

Prima di tutto, grazie a tutte per il vostro sostegno, davvero. Anche se non vi conosco di persona le vostre parole di conforto e solidarietà mi fanno molto piacere.

È da sabato che non riesco a dormire e non ho neppure più appetito (forse è meglio, perché vorrei cercare di perdere quei chiletti che ho messo su ultimamente, prima di gonfiarmi con gli ormoni…).
Sono perennemente in ansia. Mi sento i battiti a mille. In questi giorni cerco di pensare ad altro, di svagarmi, di passare poco tempo a casa… Lunedì sera dopo il lavoro sono andata a trovare mia nonna, ieri pomeriggio ho partecipato ad una manifestazione animalista, stasera sono andata a trovare un mio amico in ospedale… In ufficio c’è un gran casino e non ho neppure dieci minuti liberi per girovagare su internet sui soliti forum che parlano di maternità (e forse è bene così!)… Eppure… Il tempo sembra non passare mai!
Non vedo l’ora che sia sabato per fare la puntura di Enantone. Ho una fifa boia, eppure non vedo l’ora che arrivi quel giorno. Non vedo l’ora di iniziare. Non riesco a pensare ad altro! Proprio io, che ho una paura atroce degli aghi…

Mi sento ottimista e felice, forse anche troppo. Continuo a pensare che, tra un mese e mezzo o giù di lì, potrei essere incinta… Potrei finalmente realizzare il mio sogno, dopo questi mesi orribili in cui tutto sembrava perduto!

Lo so che non devo farmi troppe illusioni, che le cose potrebbero anche andare male, ma… Non riesco a non sorridere. Sono felice, ed era da tanto tempo che non mi sentivo così.

Esattamente un anno fa stavo organizzando il mio matrimonio. Fino a qualche giorno fa desideravo con tutto il cuore poter tornare indietro a quel periodo magico, alle prove dell’abito, alla scelta delle bomboniere, quando ancora non sapevo che gli spermini di Marito fanno schifo (una buona percentuale è priva di testa… O__o). Invece ora non faccio altro che contare i giorni che mancano a sabato. Questa settimana sembra infinita, e non oso pensare alle prossime!

Non vedo l’ora di farmi bucare, di ingrassare, di diventare isterica, di riempirmi di brufoli! Sarò un mostro tipo gli spermini di Marito, ma… Magari sarò incinta!

Oggi ho letto questo articolo sul Corriere della Sera. Un certo John Morris afferma che secondo lui  Jack lo Squartatore in realtà era una donna che, dopo aver scoperto di non poter avere figli, aveva deciso di vendicarsi uccidendo le ragazze e sventrando i loro corpi.

Fino a qualche giorno fa avrei pensato di essere una reincarnazione del famoso serial killer… Ora, invece, quando incontro una donna incinta o una mamma con al seguito il suo bambino, non posso fare a meno di sorridere e pensare tra me e me… Tra poco anch’io farò parte del club!