Pubblicato in: La mia storia

Chiamatemi Grinch

Grinch

Ho un groviglio di pensieri nella testa. E, mi dispiace, ma temo che sarete voi a doverveli sorbire.
Oggi Marito è via per lavoro, e tornerà domani sera. Perciò non ho nessun altro che possa sopportare i miei deliri. Vi ringrazio anticipatamente per la vostra disponibilità.

Dunque. Ho passato gli ultimi giorni a piangere tre, quattro volte al giorno. In macchina, in ufficio, a letto, in qualsiasi momento o luogo o situazione. Ho cercato in tutti i modi di stare serena, di concentrarmi su tutte le belle parole da cui sono stata bombardata in questi giorni, ma la verità è che, se stai male, niente e nessuno può aiutarti. Il dolore deve fare il suo corso, proprio come una malattia, non c’è niente da fare. Se non sperare che non si tratti di una malattia incurabile.

Per diversi giorni ho dormito malissimo. Sono andata in farmacia per comprare un tranquillante. Un tempo ne facevo un grande (ab)uso. La farmacista non ha voluto darmelo senza ricetta, nonostante in questo ultimo anno abbia speso da lei un patrimonio tra test di ovulazione, test di gravidanza, acido folico, progesterone e chi più ne ha più ne metta. Ma io non avevo tempo per andare dal dottore a farmi fare la ricetta. Volevo dormire, e subito, cazzo! Così ho rinunciato. Solo pochi giorni fa, mettendo a posto la cucina, ho ritrovato un flacone semi nuovo di En che Marito mi aveva nascosto mesi fa (senza poi ricordarsi dove l’aveva messo) per curare la mia dipendenza. Ma non l’ho preso. Ormai non mi serviva più.

Ho smesso di piangere. Per ora, almeno. Adesso il mio bel micione riposa nel nostro giardino. Marito gli ha fatto una bellissima lapide.

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Oggi ho riguardato alcune sue foto, ma l’ho fatto con il sorriso. Era veramente un bel gatto, un amico dolcissimo, un fratello. Ha avuto una bella vita. Ci ha donato tanto, e anche noi gli abbiamo dato serenità. Quei bastardi che l’hanno abbandonato non sanno cosa si sono persi in tutti questi anni. Marito dice che ora ci proteggerà da lassù, insieme alla mia bisnonna (morta quando avevo 15 anni), insieme a sua nonna, insieme a Finny e a Cico (il cane dei miei suoceri e il gatto dei miei nonni). E che ci aiuteranno a realizzare il nostro sogno e proteggeranno i nostri bimbi. E’ un bel pensiero. Non possiamo fare altro che cercare di convincerci di questo.

Sono al 44° (QUARANTAQUATTRESIMO) giorno del ciclo e delle Malefiche neppure l’ombra. Ho fatto un altro test di gravidanza, così, tanto per passare il tempo. Quando è apparso il risultato negativo mi sono data dell’idiota da sola per aver sputtanato altri soldi. La mia faccia è un tripudio di brufoli, non faccio altro che mangiare cioccolata e sono lunatica più del solito. Ci siamo quasi, direi. Vi muovete o no? Non vedo l’ora di cominciare a prendere l’estradiolo e poter finalmente programmare il giorno del transfer. Ho bisogno di qualcosa in cui sperare.

Tra qualche giorno è Natale, e a dire il vero stento a crederlo. Negli ultimi anni è nata in me un’avversione verso questa festività. Cibo, cibo, cibo… Regali inutili… Auguri da persone che non senti mai… Ipocrisia… Lusso… Addobbi kitsch… Tutto questo, sinceramente, non mi interessa. Non ho neppure una famiglia unita con cui festeggiarlo, il Natale. Sono credente ma non praticante, dato che la Chiesa mi disgusta sempre di più (oh, gli omosessuali sono una minaccia alla pace, ricordatevelo!).
L’anno scorso ho passato la mattina di Natale a fare volontariato all’Enpa (io sono di turno alla domenica mattina e il 25 dicembre l’anno scorso cadeva proprio di domenica). E ne sono stata contenta, almeno ho dato un significato a questa festa. Quest’anno mi piacerebbe fare qualcosa di simile. Ho trovato un’associazione che alla sera va in giro per la città a distribuire cibo e coperte ai senzatetto. Vorrei contattarli per chiedere se posso dare una mano la sera di Natale. E, chissà, potrebbe anche nascere una collaborazione costante e duratura. Che ci posso fare. Io ho un debole per i reietti, da sempre. Animali, anziani, carcerati, senzatetto, immigrati. Gli ultimi tra gli ultimi. Quelli a cui nessuno pensa, sono quelli a cui io penso di più.
Sto cercando di convincere anche Marito a partecipare, ma non sembra molto convinto. Lui vorrebbe andare in ospedale, nel reparto di oncologia, a distribuire regali ai bambini malati di tumore. Un’idea bellissima, ma difficilmente realizzabile… Marito non conosce il mondo del volontariato, non sa che non ci si può improvvisare in questo modo! Dubito altamente che le infermiere ci farebbero entrare, senza un’associazione alle spalle, senza neppure sapere chi siamo! Per queste cose bisogna essere preparati. Mica puoi andare da un bambino, magari malato terminale, a dargli qualche regalo e a dirgli di pregare e avere speranza! Rischi di fare più danni che altro!
Ma Marito è così, è un sognatore. Meno male che ci sono io che, in quanto donna, sono un po’ più lungimirante!!

Non mi piace il Natale, non mi piace proprio. Si dice che a Natale siano tutti più buoni, ma in realtà a me sembrano solo tutti più ipocriti.

Oggi, a metà mattina, sono uscita a fumarmi una sigaretta. Da quando la mia “compagna di fumo”, interinale, è stata lasciata a casa, la pausa del mattino la trascorro da sola. Giusto il tempo di fumare e torno in ufficio. Tempo: circa 4 minuti (il capo ringrazia). La cosa non mi dispiace, sinceramente. Il pensiero di unirmi al gregge dei gggiovani che si siedono sulla scalinata davanti all’entrata dell’azienda (nonostante sia proibito) e ridono sguaiatamente come dei liceali non mi intriga per niente.
Oggi, mentre sfumacchiavo allegramente (?), ho incontrato E., una collega, che però lavora in un altro ufficio. Io e lei siamo state assunte più o meno nello stesso periodo. Non ricordo quanti anni abbia, comunque una trentina o forse meno. Appena è stata assunta è rimasta incinta. Ora sua figlia ha all’incirca due anni. Si è fermata un minuto a parlare con me. Le ho chiesto come stava la bimba.
Lei mi ha detto, euforica: “Tra poco ne arriva un’altra!”
Credo di essere sbiancata. E di aver distrutto la sigaretta che tenevo tra le dita.
“Eh sì, sono di nuovo incinta!” ha esclamato, aprendo il piumino (avrei voluto gridare “ti prego non farlo!!”) per mostrarmi il pancione.
Sono rimasta impietrita. Mi sono scostata di qualche passo da lei con la scusa che non volevo che respirasse il mio fumo. In realtà sarei voluta scappare via, lontano da lei e dal suo pancione.
Ho impiegato diversi istanti per ricompormi e farle le mie congratulazioni.
“Eh, però,” ha detto lei, un po’ scocciata, “aspetto un’altra femmina! Io avrei voluto un maschietto!”
“Beh, pensa a chi non può neppure avere figli…” ho replicato io, acidamente.
“Eh sì sì, è vero,” ha detto lei, ma non credo che abbia capito quello che intendevo dire.
Ovvero che aveva proprio davanti a sé una donna che non può averli.

Ora vado a scaldarmi una pizza surgelata e a finire di scolarmi la mia bella bottiglia di Crémant d’Alsace. Che serata, gente.

Al prossimo sproloquio.

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Le donne invisibili

Sono ovunque. Le mamme sono ovunque. In primavera ad ogni angolo incontro una donna col pancione, oppure una mamma con al seguito uno o più bimbetti. E quando vedo una donna incinta che tiene per mano un figlio piccolo… Questa è l’apoteosi dell’invidia. Dentro di me penso che magari queste donne hanno pure calcolato perfettamente il tempo che doveva trascorrere tra una gravidanza e l’altra… E, chissà, magari sono pure amareggiate dal fatto che il secondo figlio sia stato concepito un mese prima del previsto, oppure dopo. Non posso neppure trovare un briciolo di consolazione criticandole perché sono sciatte o chiattone, perché… Beh, non lo sono. Le mamme di oggi sono glamour. Sono cool. Portano jeans attillati, borse firmate e spingono il passeggino indossando un tacco 12.
Cazzo, sono ovunque! Al supermercato, in ufficio, alle poste, al pub, al ristorante stellato, alla trattoria sotto casa, ovunque! Non mi danno un attimo di tregua! Potete sparire almeno per un giorno, per favore? Almeno per un giorno potete far sparire dalla mia mente il pensiero che tutte le donne siano mamme, tranne me?

E poi ci sono loro. Noi. Le donne invisibili. Quelle che desiderano con tutto il cuore, con tutto l’animo, avere un figlio, ma che la Natura ha punito decidendo che dovessero soffrire prima di ottenerlo. Donne che potrebbero essere ottime madri, se soltanto il destino desse loro questa opportunità. Donne che frequentano l’ospedale più di un ottantenne pieno di acciacchi che si rompe il femore un giorno sì e un giorno no. Donne costrette a mentire al lavoro per prendere ore di permesso per fare le analisi. Donne che, se osano confessare alla persona sbagliata il proprio problema, si devono sorbire consigli merdosi o prese in giro. Donne costrette a sorridere davanti all’ennesimo annuncio di una nuova gravidanza di una collega/parente/amica. Donne che ogni giorno ridono, anche se imbottite di ormoni. Donne che sentono un colpo al cuore ogni volta che passano davanti ad un negozio per bimbi. Donne che fanno dieci test di gravidanza ogni mese, conoscendo già il risultato. Donne che vivono, nonostante tutto.

Anche loro sono ovunque. Eppure non le vediamo. Il mondo non le vede. Non sono come le mamme, loro. Non si mettono in mostra, non cercano compassione, né simpatia. In pochi conoscono ciò che le tormenta. Chi le incontra per strada le vede come donne “normali”, forse persino felici. C’è addirittura chi le invidia. Persino certe mamme le invidiano. Perché loro, le donne invisibili, possono viaggiare, andare fuori a cena, permettersi gite fuori porta, il tutto senza marmocchi tra i piedi. Il fatto è che le donne invisibili non sognano altro che avere la propria routine sconvolta da dei marmocchi, e i viaggi, le cene, le gite, sono solo dei modi per riempire il vuoto che sentono dentro… Un vuoto che nessuno vede, che nessuno vuol vedere. Perché le donne invisibili sono forti, non mostrano il proprio dolore. E poi, in fondo, sappiamo tutti che il mondo non desidera vedere la sofferenza, che si copre gli occhi davanti ad essa.

Sono poche le persone a cui ho raccontato quello che io e Marito stiamo passando. Ogni volta che ho parlato a qualcuno del nostro problema dentro di me mi dicevo che quella persona non avrebbe mai potuto capirmi, che avrei dovuto spiegare cosa significano le parole “infertilità” e “fecondazione assistita”… Invece, quasi ogni volta, mi sono sentita raccontare storie di parenti/conoscenti/amici che stanno attraversando le stesse difficoltà. Le donne invisibili sono ovunque. Solo che noi non le vediamo (se si chiamano invisibili ci sarà un motivo…). Le puoi riconoscere perché sono quelle si toccano il petto quando passano davanti ad un negozio per bambini, sono quelle che allentano il passo incrociando una donna incinta, sono quelle che si accarezzano la pancia piattissima senza alcun apparente motivo, sono quelle che guardano il proprio figlio adoranti, come se fosse un miracolo, come se dentro di loro gridassero: “Ce l’ho fatta!”.

Sono invisibili, ma non per questo sono meno vive. Io non mi sento meno viva delle altre. Delle mamme. Solo… Un po’ più sfigata, forse. Ma sono convinta che questa ennesima difficoltà mi stia aiutando a diventare una donna migliore. Invisibile, ma migliore.

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Sono invidiosa… Di un gatto!

Oggi sono andata, come ogni domenica, a fare volontariato presso l’associazione per gli animali a cui sono iscritta. Io amo gli animali. Animali e bambini sono le creature più belle del mondo. Innocenti, indifesi, privi di ogni malvagità. Ma, mentre i bambini sono amati e rispettati praticamente da tutti (anche chi non ne vuole avere, non si sognerebbe mai di giustificare le crudeltà che ogni giorno vengono inflitte ai bimbi, né giudicherebbe male chi svolge volontariato per loro), gli animali, purtroppo, no. E visto che io sono da sempre una paladina dei “reietti”, da qualche anno mi sono iscritta a questa associazione per aiutarli. Quando curo gli animali mi sento meglio, i pensieri negativi svaniscono, almeno per qualche ora. Mi sento bene.

Negli ultimi giorni una delle gatte curate presso la nostra struttura ha partorito quattro cuccioli. Oggi li ho visti per la prima volta. Mi sono commossa. Sono creature così piccole, docili, indifese… La mamma li teneva abbracciati a sé, e mentre prendevano il latte i “bimbi” erano avvinghiati l’uno all’altro. Una meraviglia della Natura! Non ho resistito e, dato che la mamma sembrava buona, ho preso un cucciolino in mano e l’ho adagiato sul mio petto per fargli sentire il mio calore e fargli capire che non doveva avere paura, che io gli voglio bene. Mi è sembrato di stringere un bambino… Quel bambino che, forse, non avrò mai.

Ad un certo punto il cucciolo ha iniziato ad agitarsi, voleva tornare dalla sua mamma… E mamma gatta mi guardava intensamente con i suoi grandi occhi gialli, mi sembrava quasi che mi stesse dicendo: “Che fai? Ridammi il mio cucciolo! Lui è mio, tu non ne hai, e non ne avrai mai!”
Ho rimesso il gattino nella gabbia con i suoi fratellini, e lui ha ricominciato subito a prendere il latte. Ho continuato a guardarli ancora per un po’. E mentre guardavo quella scena dolcissima, mi sono resa conto che, in effetti, io ero invidiosa della mamma gatta. L’ho osservata stringere i suoi cuccioli, allattarli con pazienza e amore, e non facevo altro che chiedermi “E io? Perché questo gatto sì, e io no?”

Sono invidiosa di un gatto.

Quando l’ho raccontato a Marito, lui ha detto semplicemente: “Quel gatto non ti può aver parlato. I gatti non fanno ragionamenti così complicati…”
“Ma certo, lo so che non mi ha parlato!” (Ok, sono un po’ fuori di melone, ma non fino a questo punto). “Ma hai capito quello che ti ho detto? Sono invidiosa di un gatto!”
“Mmh… Vabbé (stile Gisella de “I soliti idioti”). È ora di pranzo. Mangiamo?”
Certo, mangiamo. Sperando che le mezze maniche della Barilla non decidano di parlarmi.