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Un passo avanti e dieci indietro

No, non sono morta.
Non sono incinta, se è questo che qualcuna di voi, un po’ troppo ottimista, ha pensato.
E il Tribunale non ci ha miracolosamente chiamati per affidarci un bimbo.

Sono stata lontana dal blog semplicemente perché non sapevo cosa scrivere.

Mi guardo allo specchio, e non mi riconosco più. Comincio a pensare di soffrire di personalità multiple.
Ho sempre saputo – mi è sempre stato detto – di essere lunatica, ma… Non pensavo fino a questo punto.

Se questo fosse il mio primo post e mi dovessi presentare, direi qualcosa del genere:

“Ciao a tutti. Mi chiamo Eva, ho ventisette anni. Ho sempre sognato di diventare madre. Due anni fa ho scoperto che io e mio marito non possiamo avere figli. Dopo tre tentativi falliti di PMA, abbiamo deciso di adottare. Ero così convinta della mia scelta che dentro di me compativo le donne che continuavano a provare con la fecondazione assistita dopo tanti tentativi andati male. Avevo rinunciato completamente al pancione. Volevo essere una mamma di cuore. Poi, una mattina, esattamente un mese dopo aver presentato la richiesta di adozione al Tribunale, mi sono svegliata e ho deciso che a ventisette anni non posso, non voglio ancora rinunciare ad avere un bambino che provenga dal mio ventre. E tra pochi giorni andrò all’ ospedale San Paolo di Milano per programmare la prossima PMA. Ah, dimenticavo. Non sono mica tanto normale. Così, giusto per informarvi.”

Beh. Che dire? In poche righe ho condensato tutto quello che è accaduto in queste mie settimane di assenza dal blog. Che poi, in realtà, questo repentino cambio di direzione è accaduto negli ultimi giorni. Sono stati giorni deliranti.

Dopo il terribile colloquio con i giudici al Tribunale per i Minorenni, ho continuato a pensare, a pensare e a tormentarmi senza sosta. Sono stata male, ho avuto la nausea, il mal di stomaco, non ho dormito.
Mi sentivo come se avessi dentro alla testa un criceto che correva sulla ruota, senza mai fermarsi.

Sono stata assalita dall’ansia, dalla paura, dall’impazienza.

Il pensiero di rimanere in attesa per anni di un figlio che forse non sarebbe mai arrivato non mi faceva più dormire la notte.
Le parole del giudice continuavano a risuonare nella mia mente.
“Probabilmente nei prossimi tre anni non vi chiamerà nessuno.”
Parole pronunciate con rabbia, come se non fossimo due brave persone che desiderano avere una famiglia e donare amore e un futuro ad un bambino nato nel posto sbagliato… No, come se fossimo due ladri che vogliono ottenere ciò che non spetta loro!

E mi sono resa conto che io e Marito abbiamo sbagliato a dare la disponibilità solo per l’adozione nazionale.
Me la sono presa con lui. Perché era stato lui a voler aspettare prima di procedere, eventualmente, con l’adozione internazionale. Lui dice sempre che dobbiamo essere ottimisti… E mi sono lasciata contagiare dal suo ottimismo. Anche se io sono sempre stata, tra i due, la più… Non pessimista, ma razionale (spesso i due termini coincidono, considerando tutto quello che ci sta capitando).

E mi sono lasciata influenzare anche dalle parole dell’assistente sociale, che evidentemente non voleva che scegliessimo la strada dell’ A.I., timorosa di un eventuale fallimento.

Un giorno, tre settimane fa, mi sono svegliata e mi sono detta che nessuno può impedirmi di trovare mio figlio. Ho parlato con Marito dell’A.I. Abbiamo litigato e ha dormito sul divano per l’ennesima volta in questo periodo. Non perché non fosse d’accordo con la mia decisione, ma perché, ancora una volta, non ho potuto fare a meno di accusarlo di essere la causa delle mie sofferenze.
Sono una stronza? Sì.
A mia discolpa, provo un costante dolore al petto che forse non può giustificare le mie azioni ma, almeno in parte, scusarle.

Abbiamo parlato con i servizi sociali della nostra decisione di procedere subito con la richiesta per l’A.I. Ma si sono detti contrari. Hanno ribadito che è meglio aspettare, perché il Tribunale potrebbe considerare in modo negativo questo repentino cambio di direzione, e addirittura negarci l’idoneità! Dicono che dobbiamo pazientare. Che le chance sono basse, ma che non dobbiamo farci scoraggiare dalle parole del giudice, e che è stato un po’ troppo duro con noi. Secondo loro il suo atteggiamento poco simpatico è dovuto al fatto che il Tribunale dei Minorenni di Bologna ultimamente ha avuto degli scontri con i Servizi Sociali del nostro Comune (di bene in meglio).

Inoltre gli assistenti sociali ci hanno messo paura (quella che già avevamo non era abbastanza, eh), dicendoci che dal Paese che più ci interessa, ovvero la Bulgaria, provengono per la maggior parte bambini che sono irrecuperabili. Sì, hanno usato proprio questo termine.

Io non ne posso più. Mi sembra di correre in tondo, senza mai arrivare da nessuna parte.

Sapete che in Italia c’è un bambino ogni sette coppie che danno la loro disponibilità all’adozione?
E suppongo che questa sia una statistica molto approssimativa.
Considerando che noi abbiamo dato la disponibilità per un bambino di età compresa tra 0 e 3 anni, e che in Italia i bambini piccoli raramente vengono abbandonati/tolti alle famiglie d’origine…
Le nostre chance sono pari a zero. Non so come ho fatto a farmi convincere che devo essere ottimista.

So che è stupido essere così pessimisti dopo soltanto poco più di un mese dal giorno in cui abbiamo presentato la domanda al Tribunale.

Ma non è solo questo. Non è solo l’attesa a spaventarmi. E’… Tutto.
Io sono sicura che sarei una brava madre adottiva. Che sputerei sangue per mio figlio, che mi sforzerei con tutta me stessa per nascondergli il mio dolore se non dovesse riuscire ad amarmi o se dovesse decidere di rintracciare la sua famiglia biologica.

Ma…

Qualche giorno fa Marito mi ha chiesto se avessi cambiato idea sulla PMA, se volessi riprovare, facendomi presente che i nostri tentativi sono stati sì tre, ma tutti effettuati in un centro dalle dubbie qualità. E che dobbiamo a noi stessi un altro tentativo.

Ultimamente non abbiamo più parlato di PMA, avendo deciso di rinunciare. La sua domanda, però, non mi ha preso in contropiede. Mi sono resa conto che negli ultimi mesi sono sì riuscita a relegare in un angolino del cuore il desiderio di un bimbo di pancia… Ma di non averlo mai abbandonato del tutto.

Penso di aver riflettuto meno di un nanosecondo prima di dirgli: “Ok. Riproviamo.”

E’ stato Marito a decidere di rivolgersi al San Paolo di Milano. Presso questo ospedale è in cura un suo conoscente. Sappiamo che praticano l’IMSI e che è un centro rinomato per la PMA.

E dal giorno in cui abbiamo fatto questa scelta non riesco a pensare ad altro. Sto contando le ore che mancano ad arrivare a lunedì pomeriggio alle sedici. Non voglio pensare alle visite ginecologiche, agli ormoni, all’ansia… No. Penso solo che tra pochi mesi potrei avere una vita dentro di me.
Potrebbe funzionare, stavolta. Potrei farcela. Sì, potrei.

Sono felice. Sono felice di riprovare.
Di aver trovato la forza, la voglia, per fare questa scelta.
Sono felice di avere ancora la possibilità, seppur flebile (il solito 30%!), di avere il pancione.
E, al tempo stesso, mi sento una persona orribile.
Mi sento come se avessi tradito il mio sogno.
Come se avessi tradito quel bambino abbandonato chissà dove, da chissà chi, che forse era destinato a vivere con noi, ma che non entrerà mai nella nostra vita… Se tutto dovesse andare come spero.

Mi sento egoista, impulsiva, immatura… Stupida.

Naturalmente non abbiamo ritirato la domanda di adozione.

Lascerò che sia il destino, il caso, chiamatelo come volete, a decidere.
Io voglio solamente diventare madre.
E per una volta sì, voglio essere egoista, anche se questo mi fa sentire una persona orribile.

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Ufficialmente in attesa

Venticinque ottobre duemilatredici.
Una data che entra direttamente nella top three delle giornate più importanti della mia vita, insieme a quella della mia nascita e del mio matrimonio.

Venerdì io e Marito abbiamo affrontato l’ultimo e, lasciatemelo dire, più traumatico, passo dell’istruttoria, ovvero il colloquio con il giudice presso il Tribunale per i Minorenni.

Da tre giorni siamo ufficialmente in attesa di nostro figlio.
Che è un po’ come essere incinta, solo che la mia gestazione non durerà nove mesi (magari!), probabilmente molto di più.
Questa attesa potrebbe anche non avere mai una fine. E questa è l’eventualità peggiore che possa immaginare.

Io e Marito siamo arrivati a Bologna alle 8.15 del mattino. Ci siamo fermati un po’ in un bar a fare colazione e verso le 9.30 siamo entrati al Tribunale. La nostra udienza era fissata per le dieci. Nella sala d’attesa (un corridoio, in realtà) erano presenti altre coppie.
Le abbiamo viste entrare nella stanza del giudice, una dopo l’altra… Mentre noi non venivamo chiamati da nessuno.
E’ passata un’ora, poi due, poi TRE… Alle dodici e trenta un giudice ha finalmente chiamato il nostro nome, scusandosi per il ritardo.
Io ero stanca morta per quell’estenuante attesa, e ormai ci vedevo doppio a furia di giocare a Ruzzle e Candy Crush Saga sul cellulare (e tenete conto che mi ero svegliata alle sei per arrivare puntuale).
Siamo entrati in un ufficio. I giudici che ci hanno ricevuto erano due: una donna, tra i cinquanta e sessant’anni di età, e un uomo decisamente più giovane. Durante il colloquio è stato quest’ultimo a prendere appunti per stilare il verbale.

Più o meno, leggendo varie testimonianze sul web, sapevo che ci avrebbero chiesto un resoconto delle nostre disponibilità. E così è stato. Ma non credevo che sarebbe stato un colloquio così impegnativo! Peggio di tutti i colloqui con i servizi sociali messi insieme!

Il grave errore che io e Marito abbiamo commesso è stato quello di non rivedere e ripensare alle disponibilità che avevamo dato in precedenza. E accordarci su una versione che andasse bene per entrambi. Ho peccato di arroganza.
Non è da me presentarmi impreparata ad un appuntamento importante. Pensavo che, visto che avevamo superato positivamente i colloqui con i servizi sociali, anche l’incontro con il giudice sarebbe filato via liscio.

Arrossisco ripensando a tutte le volte che io e Marito siamo rimasti a bocca aperta, stile pesce lesso, quando uno dei due giudici ci ha posto domande inaspettate.

La giudice aveva in mano la relazione che i Servizi Sociali hanno scritto su di noi. Per prima cosa ci ha chiesto se ci era stata letta, e noi abbiamo risposto di sì.

Poi ci ha spiegato che voleva che confermassimo le nostre disponibilità per un eventuale bambino. Ha fatto notare che, secondo la relazione, desideriamo un bambino di fascia zero – tre anni. L’ha detto con un leggero disappunto, e io mi sono sentita in dovere di spiegare che all’inizio ci eravamo dati disponibili per un bimbo fino ai cinque anni, ma che i servizi sociali ci hanno consigliato di abbassare il range d’età perché siamo giovani.

A questo punto è intervenuto il giudice, ed è nata una lunga disquisizione. Non riusciva a capire se l’età era stata decisa da noi o dai servizi. Io ho cercato di fargli comprendere che l’età non è un criterio così importante per noi, che ci possono benissimo chiamare anche per un bimbo di quattro anni, non lo rifiuteremmo di certo!
Lui, però, voleva che esprimessimo una decisione ben precisa per poterla mettere a verbale, e ha cominciato a scaldarsi.
Io non sopporto di parlare con persone agitate. Fanno agitare anche me. Purtroppo, quando sono nervosa, tendo a parlare senza freni. Ho continuato a parlare come una macchinetta, finché lui non mi ha fermato, dicendomi che doveva scrivere tutto quello che stavo dicendo e che non riusciva a starmi dietro.

Io mi sono scusata, e lui per tutta risposta ha assunta un’aria acida, ha proteso davanti la mano e ha cominciato a dire:
“Calma. Stia calma!”
“No, mi scusi, è che non mi ero accorta che stava scrivendo…” ho mormorato.
“Calma!”
“Sì sì, scusi, è che…”
“Calma! Ora scrivo. Poi potrà riprendere a parlare.”
Il bello è che io ero calmissima! E questa assurda scena si è ripetuta diverse volte durante il colloquio… Esistono persone che si innervosiscono facilmente e hanno sempre i nervi a fior di pelle… Il giudice fa parte di questa categoria.

Alla fine abbiamo risolto in questo modo: nel verbale il giudice ha scritto che la nostra disponibilità è 0-3 anni, ma che non diremmo di no ad un abbinamento con un bambino di quattro anni (ha riportato tra virgolette le mie esatte parole). Il che per noi va benissimo.

In seguito siamo passati a parlare del fantomatico BAMBINO IMMAGINARIO.
Di questo argomento abbiamo discusso a lungo con l’assistente sociale e la psicologa. Io e Marito non abbiamo in mente un bimbo immaginario.
Nostro figlio potrebbe essere bianco, nero, rosso, giallo, con i capelli biondi, bruni, ecc. Non ce ne frega niente. Ed è questo che abbiamo tentato di far capire ai giudici. E penso che l’abbiano compreso.

Poi abbiamo parlato delle malattie. Questo argomento è sempre il più ostico da affrontare.
Chi di noi vorrebbe un bambino malato, con un arto amputato, handicappato?
Se io rimanessi incinta naturalmente e scoprissi che mio figlio ha un forte handicap, non abortirei di certo. Lo farei nascere e cercherei di dargli la vita migliore possibile, anche a costo di annullare la mia.
Ma un destino infausto e la SCELTA avere un bambino handicappato… Sono due cose ben diverse.
La relazione dei servizi sociali dice che siamo disponibili ad accogliere un bimbo con handicap lievi, ma non gravi. I giudici, però, volevano che fossimo più precisi. E su questo argomento saremo rimasti almeno mezz’ora.

“Quindi, da quello che ho capito, un bambino che è sulla carrozzina non lo vorreste, giusto?”

Io e Marito abbiamo risposto che no, non ce la sentiremmo. E non ce ne vergogniamo.

Ho capito che è da stupidi dire di “sì” a qualsiasi proposta. Non è realistico. Io e Marito non siamo due supereroi.
Siamo consapevoli che i bambini dati in adozione non possono essere tutti belli, biondi, con gli occhi azzurri e sani come dei pesci, ma accettare qualsiasi patologia possibile ed immaginabile non va bene.
Non ti fa neanche fare bella figura. E’ evidente che chi dice “sì” a tutto vuole solo aumentare le chance di abbinamento, salvo poi incorrere in un fallimento colossale, quando la coppia non riesce a gestire il proprio figlio.

Abbiamo confermato di essere disponibili ad accogliere un bimbo con patologie lievi, ma che non ce la sentiamo di avere un figlio con handicap motori, anche perché la nostra casa è su due piani e il bambino dovrebbe fare le scale per arrivare alla sua cameretta.

Il giudice, però, voleva avere la nostra opinione sugli handicap di fascia “media”. Ovvero quelli non reversibili che però non compromettono l’autonomia.

“E se vi venisse proposto un bambino a cui hanno amputato un braccio? O che ha un gamba più corta dell’altra? O zoppo? Cieco da un occhio? Sordo?”

MA COME CAVOLO SI FA A RISPONDERE A DOMANDE DEL GENERE?
Voglio che al mio bambino manchi una gamba o un braccio? Certo che no! Me la sento di accogliere un bimbo con questi problemi? Sì, può essere….

Non ricordo se abbiamo parlato di queste cose con i servizi sociali. Io e Marito siamo rimasti perplessi, e l’atteggiamento provocatorio del giudice non faceva che agitarmi.
Dopo una lunga disquisizione il giudice ha scritto sul verbale che non siamo sicuri della nostra disponibilità rispetto ad handicap medi, perciò valuteremo caso per caso, se e quando verremo chiamati per un abbinamento.

Io capisco che domande del genere siano necessarie. Il Tribunale deve sapere quali coppie può chiamare nel caso in cui si trovino sotto mano il caso di un bambino con problemi del genere.
Ma anche loro devono capire che rispondere non è così facile. Che le coppie che decidono di adottare sono persone che hanno un passato doloroso alle spalle (la quasi totalità delle coppie che adottano hanno problemi di infertilità), e che vivono un presente altrettanto confuso.

Ci siamo trovati in difficoltà persino a rispondere a quesiti già affrontati con i servizi sociali.
Perché il desiderio matura, cresce, si fa più opprimente, si vorrebbe dire di “sì” anche a situazioni che non si è sicuri di poter affrontare, per la paura che quel figlio non arrivi mai… Ed è difficile anche capire cosa si può e non si può affrontare!
Noi non siamo mai stati genitori, non abbiamo avuto amici o parenti con handicap importanti, sono situazioni che non conosciamo.

Abbiamo poi confermato di non essere disponibili ad accogliere bimbi nati da genitori con malattie psichiatriche gravi o bimbi sieropositivi, ma di accettare bambini che hanno subito maltrattamenti o abusi sessuali. Di questo ne abbiamo parlato a lungo con i servizi sociali.
La giudice a questo punto ci ha chiesto se siamo coscienti dei problemi che potrebbe avere un bimbo che ha subito maltrattamenti di questo tipo, e con il mio lungo discorso spero di averla convinta che sì, ne siamo coscienti.

In seguito siamo passati all’argomento ETNIA e RELIGIONE. I giudici hanno voluto sapere se siamo disposti ad accogliere bambini di qualsiasi etnia, e se avremmo dei problemi nel caso in cui nostro figlio decidesse di seguire una religione diversa dalla nostra. Ho fatto notare loro che non siamo di certo dei fanatici religiosi, e che il colore della pelle non è un problema.
La giudice ha insistito più volte sulla possibilità che ci venga dato in adozione un bimbo rom. E noi le abbiamo confermato che andrebbe benissimo.

Il giudice poi ha voluto conoscere le nostre esperienze in fatto di adozione, e noi le abbiamo raccontato dei nostri conoscenti che hanno adottato, degli amici che sono stati adottati e del nostro volontariato presso la comunità.
Il giudice si è particolarmente interessato a quest’ultimo argomento, e ci ha chiesto se ci siamo affezionati a qualche bambino della comunità in particolare.
Marito ha risposto per primo, e ha detto di essere rimasto colpito da Matteo, un bimbo di nove anni, perché è un gran monello.
Mentre Marito parlava io sono intervenuta per ribadire che sì, Matteo è un bambino molto vivace…
Il giudice si è arrabbiato e mi ha intimato di stare zitta, perché voleva sentire parlare Marito.
E che sarà mai, ho solo fatto un’osservazione!!

Poi si è rivolto a me e mi ha posto la medesima domanda; io ho risposto dicendo di essere rimasta colpita dalla bimba egiziana che durante l’ultima uscita mi abbracciava e mi prendeva per mano.

La giudice infine ci ha chiesto se siamo coscienti che un bambino adottato potrebbe avere dei problemi… Aggressività, apatia, iperattività, comportamenti strani… Le abbiamo risposto di sapere tutto questo e che siamo pronti ad affrontarlo, attraverso la comprensione, il dialogo, l’empatia.

Al termine del colloquio il giudice ci ha riletto il verbale e ce lo ha fatto firmare.
Poi la donna ha dichiarato che da quel momento potevamo considerarci ufficialmente inseriti nella lista.
E che da un momento all’altro possiamo aspettarci di ricevere una telefonata. Le parole che aspettavo di sentire da più di un anno.
MA… Entrambi i giudici ci hanno fatto chiaramente presente che essere chiamati è quasi impossibile.
I bambini disponibili sono pochi, le coppie che desiderano adottare tantissime.
“Probabilmente nei prossimi tre anni non riceverete nessuna chiamata.”
E poi hanno cominciato a spiegarci come dovremo procedere per il rinnovo della domanda.

Ok, sapevo già che sarebbe stato difficile. Ma sentirselo dire in maniera tanto brutale, quasi fosse una certezza, più che una probabilità…
E sentir già parlare di rinnovo…
TRE ANNI DI INUTILE ATTESA DI UNA CHIAMATA CHE SICURAMENTE NON ARRIVERA’…

Mi sono sentita male. Scoraggiata, delusa, amareggiata.

E che mi aspettavo? Cos’altro potevo aspettarmi?

Niente. Eppure quelle parole continuano a risuonare nella mia mente…
“Probabilmente nei prossimi tre anni non riceverete nessuna chiamata.”

E non penso che questa frase sia stata detta perché abbiamo fatto una brutta figura. La relazione dei servizi è buona, il verbale altrettanto, e i giudici che decidono gli abbinamenti non sono gli stessi che fanno i colloqui. Non saranno questi due a decidere se chiamarci o meno per un bambino, non devo temere che i nostri tentennamenti ci abbiano fatto risultare non idonei ai loro occhi.

E’ da venerdì che non faccio altro che pensare, freneticamente, senza darmi pace.

Ero così tranquilla durante il percorso dell’istruttoria, ed ora che finalmente abbiamo finito, anche in maniera positiva direi, mi sento come svuotata, priva di forze. Proprio adesso che le forze mi servirebbero, eccome.

Ma io so perché mi sento così. Finché c’erano colloqui da sostenere, documenti da richiedere, tribunali da chiamare, io mi sentivo parte attiva nella ricerca di mio figlio. Potevo fare qualcosa. Qualcosa di concreto.

Ora questa parte è finita. E non ci resta che aspettare. Una chiamata che quasi sicuramente non arriverà.

E mi sento impotente. La sensazione che detesto di più al mondo.

Ho pensato tanto. Senza arrivare ad una conclusione. Mi sento una stupida, perché sapevo già a cosa stavo andando incontro. Ma non sono più sicura di poterlo sostenere.

Ho pensato di cominciare subito le pratiche anche per l’adozione internazionale. Che è lunga, costosa e poco sicura (per i rischi sanitari), ma almeno è ti da qualche certezza in più. Magari aspetti due o tre anni, ma hai praticamente la certezza di venire, prima o poi, abbinato ad un bambino. Ma abbiamo concordato con i servizi sociali di aspettare un po’ prima di procedere per questa strada, con che faccia potrei presentarmi da loro per dire che abbiamo cambiato idea? Sembreremmo soltanto due ragazzini immaturi e poco decisi.

Io e Marito abbiamo persino ricominciato a parlare di fecondazione assistita. Viva la coerenza, direte voi. E me lo dico pure io.

Ci ho pensato seriamente. A riprovare, intendo. Potremmo. Siamo ancora giovani.
I soldi, in qualche modo, li possiamo trovare. Non c’è nulla che ci trattenga dal riprovare.
Se non il fatto che abbiamo scelto di adottare. Non perché è l’ultima spiaggia, ma perché lo vogliamo.

Io voglio adottare un bambino!
Lo voglio con tutto il mio cuore. E penso che saremmo anche bravi ad accogliere un bimbo. Anzi, molto bravi.

Io lo so, il giudice non lo sa. Per il Tribunale siamo una coppia come molte altre.

E probabilmente non verremo chiamati nei prossimi tre anni.

Il pensiero di riprovare con l’inseminazione mi da il voltastomaco. Immaginarmi mentre mi buco la pancia per iniettarmi il Gonal mi mette tristezza.

Non voglio farlo. E non perché non desideri avere un bambino nato da me. Ma perché abbiamo scelto un’altra strada. Perché penso che l’adozione sia la nostra strada.

Io lo so, il resto del mondo non lo sa. Soprattutto, il giudice non lo sa.

Il pensiero di aspettare per tre anni invano mi getta nel panico.

Certo, sono giovane, e bla bla bla. Ho tutto il tempo che voglio davanti a me.

Quanto mi sono rotta di sentire queste parole.

Quando desideri qualcosa così fortemente, con tutto il cuore, ogni giorno che passa senza aver realizzato il tuo desiderio è un giorno perso.
Che non tornerà mai più indietro.
Certo, mentre aspetto posso cercare ugualmente di godermi la vita, di fare qualcosa di buono con il mio tempo. Ed è quello che sto tentando di fare.

Ma ciò non toglie che il peso di questo desiderio, così grande, che non si realizza, è un macigno che pesa costantemente sul mio cuore, che mi toglie il fiato, che mi impedisce di essere completamente felice.

Pubblicato in: La mia storia

Something beautiful will come your way

Comincio a crederci. Non che prima non fosse così, ma… Ora ci credo un po’ di più.

All’incirca un anno fa è iniziata questa… Avventura, chiamiamola così. Che è ben lungi dall’essere vicino alla fine, ma il primo grande passo è finalmente terminato. Abbiamo chiuso con la fase dell’istruttoria.

Giovedì ci è stata presentata la bozza della relazione socio-psicologica che i servizi sociali hanno scritto su di noi. L’incontro è durato un’oretta.
La relazione è divisa in due parti: una sociale e un approfondimento psicologico. La prima parte parla delle nostre vite – proprio come se fosse un racconto!- delle nostre famiglie d’origine, il nostro incontro, il nostro stile di vita, dove abitiamo, come passiamo le vacanze…

Devo dire che è strano sentire una persona estranea raccontare ad alta voce la tua vita!

La seconda parte parla di noi da un punto di vista psicologico, come siamo uno nei confronti dell’altra, come abbiamo affrontato la sterilità, le nostre emozioni verso l’adozione e la nostra idea di “bambino immaginario”.

Come ci hanno confermato l’assistente sociale e la psicologa, la nostra è una relazione decisamente positiva.
E questo mi rasserena, perché per il giudice la relazione conta moltissimo. La relazione non parla di alcuna problematica – sociale o psicologica – che dobbiamo risolvere. Ci presenta come due persone serene, equilibrate, che hanno due buoni impieghi e una bella casa, amanti degli animali e della natura; una coppia stabile desiderosa di un figlio e che ha ben chiaro cosa significhi adottare.
Dalla relazione Marito appare come un tipo piuttosto sognatore e attaccato alla famiglia, mentre io come quella più indipendente e “pratica”; ma va bene così, prima di tutto perché è vero, secondariamente perché in questo modo appare evidente che ci completiamo a vicenda 😉

Abbiamo chiesto di correggere un paio di imprecisioni, e l’assistente sociale ha immediatamente cancellato le parti “incriminate” senza discutere.

Sia lei che la psicologa sono state molto disponibili e cordiali come al solito; ci hanno dato le ultime “dritte” e, visto che d’ora in avanti dovremo proseguire senza di loro, ci hanno chiesto di contattarle in futuro per informarle su come prosegue il nostro percorso; prima di salutarci ci hanno fatto gli auguri.

Ora non ci resta che aspettare l’attestato di avvenuta istruttoria, che dovrebbe arrivare in una decina di giorni, e poi potremo – finalmente! – presentare domanda al Tribunale.
La relazione riveduta e corretta verrà spedita direttamente al Tribunale dai servizi sociali. Io e Marito abbiamo già preparato tutta la documentazione da allegare alla domanda.

Ogni Tribunale ha le proprie regole; quello di Bologna richiede:
– modulo di richiesta per l’adozione nazionale
– fotocopia delle nostre carte di identità
– attestato di eseguita istruttoria presso i servizi sociali
– certificato del medico legale dell’ USL
– modulo di consenso all’adozione firmato dai genitori di entrambi più fotocopie dei documenti di identità (se invece i genitori sono deceduti occorre allegare la corrispondente dichiarazione sostitutiva di certificazione).

Inoltre, se la coppia è sposata da meno di tre anni, occorre presentare o una dichiarazione sostitutiva di certificazione (autocertificazione) dello stato di famiglia storico e/o di residenza storico, oppure una dichiarazione sostitutiva di atto notorio relativo alla convivenza continuativa da almeno tre anni.

Io e Marito siamo sposati da quasi due anni, ma conviviamo dal 2008. Purtroppo Marito ha cambiato la residenza solo dopo il matrimonio, perciò rientra nel mio stato di famiglia da troppo poco tempo.

Dopo aver telefonato al Tribunale, al mio Comune, e aver chiesto lumi all’assistente sociale, finalmente sono riuscita a capire in cosa cavolo consiste questa dichiarazione sostitutiva di atto notorio.
Questa mattina io e Marito siamo andati in Comune, l’impiegata ha redatto e firmato una dichiarazione dove affermiamo di essere conviventi dalla tal data, che poi anche noi abbiamo firmato.
Infine ha messo un milione di timbri, e in dieci minuti abbiamo finito. Non abbiamo dovuto pagare alcun bollo, dato che si tratta di una dichiarazione ai fini dell’adozione.

E quindi… Ci siamo.

Un anno fa ero ancora piena di dubbi. Fecondazione, adozione… Sapevo già quale fosse la strada giusta per noi, lo sentivo nel mio cuore, ma sia la lettura di tragiche esperienze raccontate su internet e i commenti dei soliti idioti mi mettevano tanta paura… Ho sentito parlare di assistenti sociali-arpie, di lavaggi del cervello, di visite a casa a sorpresa, di indagini psicologiche insostenibili, di coppie che scoppiano per il troppo stress…
Non dico che casi del genere non possano accadere, ma a noi non è successo. E non succederà.
Non è stata una passeggiata finora (e il meglio deve ancora venire!), è stato un percorso impegnativo ma molto utile.

Andrà tutto bene.

Something beautiful will come your way… Così dice uno dei pezzi del mio cantante preferito.
Dieci anni fa non facevo altro che ascoltare questa canzone… Cercando con tutte le mie forze di credere a queste parole.
E ho fatto bene, perché così è stato. Tante cose belle sono arrivate nella mia vita. Voglio crederci ancora.

Qualcosa di bello arriverà. La cosa più bella.

 

P.S. Grazie mille a tutte per i vostri bellissimi commenti

Pubblicato in: Adozione, La mia storia

La visita domiciliare

La settimana scorsa io e Marito abbiamo concluso la fase dell’istruttoria per l’adozione.

Per molte coppie questo è un percorso difficile, drammatico persino. Non dico che per noi sia stata una passeggiata, ma devo dire che le cose sono andate meglio di quanto pensassi, forse perché io sono abituata a sentirmi porre domande moooolto personali, dato che sono in cura da una psicologa da anni, e Marito è un tipo estroverso che non si fa problemi a parlare di sé. Inoltre siamo entrambi giovani, pieni di vita, spiritosi, e credo che queste qualità siano state apprezzate dai servizi sociali.

Devo dire che parlare di noi, delle nostre scelte, del nostro percorso, con due persone estranee (ma comunque gentili e disponibili) è stato persino terapeutico e piacevole, se non fosse per la paura di dire le cose sbagliate e di essere giudicati. Penso che le cose siano andate bene, ma per dirlo con certezza aspettiamo di leggere la relazione, a fine agosto!

Comunque, il fatto che l’istruttoria si sia rivelata più semplice di quanto credessi, è un’altra cosa che mi fa ben sperare, che mi convince sempre di più che questo sia il nostro destino.

Come dicevo, abbiamo ultimato la fase dell’istruttoria. L’ultimo passo è stato la visita domiciliare. Naturalmente sia io che Marito ci tenevamo a fare bella figura, perciò i giorni precedenti alla fatidica data ci siamo dati da fare per mettere a posto la casa al meglio…
Per prima cosa abbiamo ridipinto le pareti, visto che in molti punti erano state sporcate dai cani… Ok, devo dirlo, Marito mi detesta quando uso il plurale, visto che per quanto riguarda questi lavori straordinari io in realtà non agisco, ma faccio la “direttrice” dei lavori… 🙂
Ma c’è anche da dire che mi impedisce di toccare persino il barattolo della vernice perché teme che possa fare dei pastrocchi!
Poi “abbiamo” cominciato a dipingere la cameretta, abbiamo scelto il colore verde, come la speranza! E abbiamo anche cercato di metterla un po’ a posto, togliendo mobili inutili, visto che, come tutte le coppie infertili che si rispettano, anche noi usiamo la camera del futuro bimbo come una specie di magazzino… (La nostra sembra più una discarica, a dire il vero).
Era da tanto tempo che tenevo da parte quadri e quadretti vari da mettere alle pareti, e finalmente sono riuscita ad obbligare Marito a trovare loro una degna sistemazione.
Ho accuratamente tolto tutte le ragnatele, lavato tutti i vetri, tolto le tende dalla cameretta, che erano state mangiate dai cani (ops). In realtà avevo comprato delle tende nuove all’Ikea, ma non ricordo dove le ho messe! Oh beh, prima o poi salteranno fuori…

Purtroppo non abbiamo avuto tempo per sistemare i gradini in legno, anche quelli sgranocchiati dai cani, ma Marito ha pensato che fosse meglio così… Non dobbiamo mostrare di essere maniaci dell’ordine e della pulizia (che sarebbe una falsità, tra l’altro!), anche perché i bimbi, soprattutto quando sono piccoli, sporcano e lasciano un gran disordine in giro… Abbiamo pensato che fosse una buona mossa far vedere che piccoli danni casalinghi non sono un gran dramma, per noi!

Tenete presente che noi viviamo con due cani (che stanno in casa), perciò la casa non potrà mai essere pulita come uno specchio…
La mattina stessa della visita mi sono alzata prestissimo, ho dato un’ultima pulita ai bagni, mi sono assicurata che tutti i piatti sporchi fossero nella lavastoviglie, che il giardino fosse libero dai “regalini” dei cani, ho dato un’ultima spolverata ai mobili e una lavata ai pavimenti, ho spruzzato in ogni dove massicce dosi di profumo per la casa, ho ricoperto la poltrona dei cani (una poltrona vera, eh, per “umani” – ma i miei cani sono quasi umani) con un telo (non era proprio pulitissima, diciamo) e naturalmente ho nascosto i portaceneri (che di solito si trovano un po’ ovunque!).
Tutte le cianfrusaglie per le quali non riuscivo a trovare una sistemazione o che non mi andava di buttare le ho temporaneamente nascoste nell’armadio a muro… Se qualcuno avesse osato aprirlo, sarebbe crollato tutto… (ricordate questo particolare!).

Sopra il tavolino in salotto ho messo una rivista di Emergency… Mi arriva ogni mese da quando abbiamo comprato da loro le bomboniere per il matrimonio ma, devo essere sincera, non trovo mai il tempo di leggerla…
A Marito non è sfuggito questo particolare, e quando se n’è accorto mi ha detto: “Ma hai messo apposta lì il giornale di Emergency?”
E io: “Certo! Così facciamo vedere di essere persone impegnate!”

pokerface

L’assistente sociale è arrivata verso le 9.15, Marito si è incontrato con lei a qualche chilometro da casa per mostrarle la strada. Con lei sarebbe dovuta venire anche la psicologa, ma visto che quest’ultima era impegnata, ha effettuato la visita da sola.
Purtroppo l’assistente ha paura dei cani, perciò li ho dovuti “relegare” in giardino…
Quando l’a.s. è arrivata aveva molta paura di entrare dal cancelletto e attraversare quei pochi passi per entrare in casa… Il piccolo vialetto che conduce all’ingresso è separato dal resto del giardino da una rete, perciò le mie bestiole non potevano avvicinarsi, ma le ho dovuto giurare che non riuscivano a saltare la rete prima di convincerla a entrare!

Ha voluto subito fare un tour della casa… Le ho mostrato tutte le stanze (non è voluta andare in giardino per paura dei cani!), ma in realtà non è che abbia ispezionato molto, si è limitata a rimanere sulla soglia e dare una veloce occhiata all’interno… Immaginavo che sarebbe andata così, in realtà.

Dopo il tour ci siamo seduti sul divano e siamo rimasti un’oretta a parlare tranquillamente, abbiamo fatto il punto della situazione, soprattutto per quanto riguarda la nostra disponibilità (età, malattie, ecc.) e poi la conversazione è andata a finire su temi di attualità, come ad esempio la violenza che sembra crescere di giorno in giorno, sia verso i bambini che verso le donne. Insomma, è stato un incontro tranquillo.

Particolare divertente: ad un certo punto l’assistente sociale si è soffermata a guardare l’armadio a muro (quello stipato di cianfrusaglie) e ha chiesto chi avesse costruito le ante… Io le ho spiegato che le ha fatte mio suocero, perché è molto bravo con il legno… Per qualche secondo ha continuato ad accarezzare le ante, avevo il terrore che volesse aprirle… Se l’avesse fatto, le sarebbe crollato tutto addosso! Nella mia mente pregavo affinché non lo aprisse e finalmente dopo un po’ si è allontanata… Fiuuuuu! Panico!

raisins

Avevo comprato dei biscottini apposta per lei, ma quando le abbiamo offerto qualcosa, ha voluto solo un po’ d’acqua… Lo immaginavo, ma comunque volevo trovarmi pronta! (Tanto sapevo che poi sarebbero stati divorati da Marito…).

Non appena l’assistente sociale se n’è andata ho messo via il giornale di Emergency (con la speranza di riuscire prima o poi a leggerlo), ho rimesso “in disordine” tutte le cose nascoste nell’armadio a muro, ho rimesso i portaceneri in giro, e, soprattutto, i cani si sono potuto riprendere il loro spazio vitale!

Mi ci è voluto quasi più tempo a ripristinare il nostro disordine che a pulire tutto prima 😀

Mi sono divertita a leggere su internet le impressioni di altre coppie sulla visita domiciliare… Devo dire che spesso la gente si spaventa per niente! E detto da una fifona come me, questo è il massimo!
I forum sull’adozione sono zeppi di post in cui le donne si confrontano sulla pulizia pre-visita domiciliare… Alcune dichiarano addirittura di aver chiamato a casa la mamma/suocera/cognata/migliore amica per aiutarle a pulire… Ci sono alcune che hanno persino assunto una donna delle pulizie per l’evento!
Capisco che l’idea che una persona estranea guardi la nostra casa ci possa mettere in imbarazzo, ma non bisogna stressarsi troppo per questo…
La visita domiciliare non serve per capire se togliamo o meno le ragnatele, non si perdono punti se c’è un mobile pieno di polvere che ci siamo scordati di pulire…
La visita serve solo per accertarsi che la casa non sia una topaia e per capire se è idonea ad ospitare un bambino, se c’è una camera per lui, ecc. E se avete animali domestici, i servizi sociali vogliono accertarsi che non siano aggressivi (anche se questo è difficile per loro da stabilire, dato che non è detto che se ne intendano).

Insomma… E’ andata! E io ne sono molto felice!

Il prossimo appuntamento è fissato per il 22 agosto, quando l’assistente sociale e la psicologa ci leggeranno la relazione, e a settembre potremo finalmente presentare la domanda al Tribunale dei Minorenni (ad agosto i tribunali sono chiusi, perciò è perfetto così).

Ora io Marito pensiamo a goderci le ferie insieme alle nostre primogenite pelose
Sperando che per le prossime vacanze estive ci sia anche un bambino con noi!

Visto che mi sono state poste domande su questo argomento, il prossimo post sarà dedicato alle paure relative sia al pre che al post adozione.
A presto!

Pubblicato in: La mia storia

Verde speranza

Quante cose da raccontare. Quante emozioni, quanta paura, quanta confusione, quanta speranza.

Speranza è la parola chiave nella mia vita, ora.

Ed è di color verde speranza che, pian piano, stiamo dipingendo la camera del nostro bimbo (sì, mi piace mettere le mani avanti – Marito teme che voglia iniziare a sfogliare i cataloghi delle università…).

La settimana scorsa mi sono concessa, in occasione del mio compleanno, una vacanza da sola di qualche giorno. Sono andata a trovare una mia amica e insieme siamo andate al concerto del nostro cantante preferito. Dieci ore in coda sotto al sole… Ma ne è valsa la pena. Mi sono sentita ringiovanita. La stessa pazzia l’abbiamo compiuta esattamente dieci anni fa, per lo stesso cantante. Quell’evento aveva rappresentato una specie di spartiacque nella mia vita. Io, che sono tanto cinica ma anche tanto romantica, non posso che sperare che anche stavolta avvenga lo stesso…

E poi… Squilli di tromba, please

Ieri io e Marito abbiamo affrontato l’ultimo colloquio con i servizi sociali! Manca soltanto la visita domiciliare, che abbiamo fissato per la settimana prossima, e poi finalmente avremo terminato la fase dell’istruttoria.

Non amo particolarmente parlare di burocrazia, preferirei concentrarmi sulle emozioni. Visto, però, che su internet sono poche le coppie che parlano approfonditamente del percorso adozione e vorrei che questo blog fosse utile per chi è alla ricerca di informazioni… Farò uno strappo alla regola.

Le regole cambiano un po’ da regione a regione, perciò ovviamente io spiegherò come funzionano le cose da noi, in Emilia Romagna.

Una volta terminata la fase dell’istruttoria (composta ad un certo numero di colloqui, a discrezione dei servizi sociali, e della visita domiciliare) i servizi scrivono una relazione, che viene in seguito letta e sottoscritta dalla coppia. A noi verrà letta a fine agosto, quindi circa un mesetto dopo la fine dei colloqui, ma la tempistica può variare in base al periodo e agli impegni degli assistenti sociali.

Una volta firmata la relazione, essa viene inviata dai servizi sociali al Tribunale dei Minorenni di competenza, nel nostro caso quello di Bologna.

Dovremo aspettare di ricevere dal Comune un attestato in cui è dichiarato che abbiamo terminato la fase dell’istruttoria, e solo allora potremo presentare domanda di adozione presso il nostro Tribunale di competenza ed eventualmente, se lo vogliamo, anche presso altri tribunali (io penso che lo invieremo a tutti i tribunali d’Italia…).

La domanda può essere inviata online, ma deve essere spedita anche in via cartacea (strano, lo so) e non ci sono bolli da pagare. Dev’essere corredata da una serie di documenti, tra cui uno dove la coppia riassume i propri dati (tra i quali anche la “composizione” dell’abitazione) e la propria disponibilità (età del bambino, preferenze di etnia, malattie accettate, ecc.) Questo documento può essere scaricato dai siti dei vari tribunali, ma i servizi sociali ce ne hanno già data una copia.

Se la coppia è sposata da meno di tre anni, come noi, può presentare domanda a patto che conviva da almeno tre anni. Bisogna avere pronti due testimoni (uno può essere il marito o la moglie, l’altro un parente o un estraneo) perché in certi casi il tribunale chiede che vadano a depositare una dichiarazione giurata in cui affermano che la coppia ha effettivamente convissuto a partire dalla tal data…

Inoltre alla richiesta di adozione bisogna allegare un documento (anche questo scaricabile da internet) in cui i genitori di entrambi i coniugi dichiarano il loro consenso all’adozione. Bisogna anche allegare la copia di un documento di identità dei genitori. Per me questa, come ho già detto in passato, è una cosa assurda, ma è la legge italiana… E dobbiamo accettarla (sopportarla).

In seguito, il giudice del tribunale di competenza chiama la coppia per un colloquio conoscitivo (a Bologna i tempi medi sono di tre mesi dalla deposizione della richiesta).

Poi l’iter cambia se si intende proseguire con l’adozione nazionale, l’internazionale o entrambe.

Nel caso di adozione nazionale la domanda resta valida per tre anni, e il giudice contatta la coppia quando riceve la pratica di un bambino adottabile per il quale ritiene la coppia adatta. Attenzione, però, perché il bambino non viene proposto solo ad una coppia, ma a diverse… Sarà poi il giudice a decidere, dopo un colloquio, quale è la più adatta (il colloquio è una specie di “provino”, insomma).

L’assistente sociale ci ha detto che per la nazionale è facile essere chiamati dal giudice entro il primo anno dalla deposizione della domanda (quando il colloquio fatto con il giudice è “fresco” e si ricorda della coppia) oppure verso la fine dei tre anni, quando le domande in scadenza vengono riviste.

Nel caso di adozione internazionale il tribunale emette un decreto di idoneità, che la coppia deve presentare all’ente autorizzato attraverso il quale ha intenzione di procedere con il percorso adottivo.

La lista degli enti autorizzati si trova qui.

Si può anche procedere con entrambi i percorsi contemporaneamente, ma bisogna stare attenti perché alcuni enti chiedono la rinuncia alla nazionale quando si da loro l’incarico, mentre invece altri, ma sono pochi, permettono di continuare con l’adozione nazionale fino al momento dell’abbinamento con un bambino straniero.

E ora che abbiamo parlato di burocrazia… Parliamo di altro.

La fase dell’istruttoria, i colloqui con i servizi sociali per intenderci, è quella che di solito fa più paura agli aspiranti genitori adottivi. Anche io ero molto timorosa, ma devo dire che è andata bene. Non è stata sicuramente una passeggiata, e di certo dipende dall’assistente sociale e dallo psicologo che ti capita, ma… E’ andata bene.

Finora credo di aver parlato soltanto dei primissimi colloqui che abbiamo sostenuto con i servizi. Abbiamo iniziato facendo una chiacchierata generale, poi sia io che Marito abbiamo parlato della nostra vita, dall’infanzia all’età adulta (rapporto con i genitori, amici, scuola, lavoro, ambizioni…).

In seguito ci è stato chiesto di raccontare il nostro incontro, come ci siamo innamorati e cosa ci piace l’uno dell’altra. E qui abbiamo fatto ridere sia l’assistente sociale che la psicologa, perché il nostro incontro è stato decisamente divertente!

Nei colloqui successivi abbiamo parlato della decisione di avere un bambino, della scoperta della sterilità, del “lutto biologico” e della scelta adottiva. E’ stata la fase più difficile, ma anche la più liberatoria.

L’assistente sociale la settimana scorsa ci ha addirittura assegnato un “compito”… Voleva che io e Marito preparassimo qualcosa, una specie di regalo, fatto con le nostre mani, per il futuro bimbo, dove dovevamo descrivere il nostro passato, il presente e il futuro.

Marito ha realizzato un video, molto commovente, ispirandosi al film “La ricerca della felicità”, il famoso e bellissimo film con Will Smith.

Io, invece, ho fatto un collage di foto, su un cartellone a forma di cuore, che è piaciuto molto!

Infine, negli ultimi due colloqui, ci siamo concentrati sulle nostre aspettative di genitori adottivi, sul bimbo “immaginario”, sulle paure e la disponibilità.

Già, la disponibilità… Ci sarebbe da parlare ore ed ore solo su questo.

Io sono entrata nel mondo dell’adozione già abbastanza preparata e informata (quante giornate passate su internet ad imparare le leggi a memoria!) ma mi sono resa conto che sono tante, tantissime, le cose che ignoravo.

La coppia non deve soltanto scegliere tra adozione nazionale o internazionale e l’età del bambino, o accettare l’eventuale presenza di malattie gravi oppure reversibili; i servizi sociali ci hanno messo di fronte a tutta una serie di decisioni alle quali sinceramente non avevo mai pensato.

L’assistente sociale ci ha spinto a proporci, almeno inizialmente, solo per l’adozione nazionale, visto che è quella su cui “puntiamo” maggiormente. Ci ha consigliato di aspettare un anno, e poi, eventualmente, chiedere al Tribunale il decreto di idoneità per quella internazionale.

Per quanto riguarda l’età noi volevamo dare la disponibilità per la fascia 0-5 ma, visto che non è possibile (si può dare la disponibilità per bambini fino a tre anni, oppure fino ai sei anni) e visto che siamo abbastanza giovani, è stata proprio l’assistente sociale a consigliarci di proporci per bambini fino a tre anni. Ci ha anche detto che abbiamo buone possibilità di essere abbinati ad un neonato, ma sinceramente questo per me non ha più tanta importanza.

Poi c’è il discorso “etnia”… Anche se si tratta di adozione nazionale non significa, come in molti credono, che sicuramente verrai abbinato ad un bambino italiano, anzi! Molto spesso possono capitare bambini di colore, oppure rom, o di altre etnie. L’assistente ci ha chiesto se avremmo dei problemi ad accogliere un bambino di un’etnia diversa dalla nostra, che magari in futuro deciderà di seguire una religione a noi estranea (ma noi non siamo di certo cattolici invasati, quindi… Chi se ne frega!).

Per noi l’aspetto “etnia” è assolutamente irrilevante, e comunque sono sicura che questa fosse una domanda abbastanza “retorica”… Di certo una coppia che afferma di volere solo e soltanto un bimbo bianco, ariano e magari pure dal sangue blu non può ricevere una relazione molto positiva!

Abbiamo anche parlato del discorso malattie, che io, ingenuamente, pensavo fosse il più semplice da affrontare. Credevo che la scelta fosse soltanto tra malattie gravi (come sindrome di Down, ad esempio, oppure cecità o sordità), o malattie reversibili (miopia, strabismo, difficoltà nel linguaggio). Invece le cose non stanno proprio così.

Inizialmente la scelta che ci hanno chiesto di fare verteva proprio su questo; io e Marito, che ne avevamo già parlato tra di noi, ci siamo detti disponibili ad accogliere un bambino con una malattia curabile, perché non ci sentiamo in grado di gestire malattie gravi, anche per mancanza di tempo, visto che per sopravvivere dobbiamo lavorare entrambi.

Pensavo che il discorso fosse chiuso qui… E invece l’assistente ci ha messo di fronte a tutta un’altra serie di scelte, alle quali non siamo riusciti a rispondere subito, con mio grande disappunto (pensavo di essermi preparata bene – ho l’animo da prima della classe!)

Purtroppo esistono alcune malattie che non possono essere diagnosticate alla nascita, ma che si manifestano più avanti con l’età, magari addirittura da adulti.

Classico esempio: le malattie psichiatriche.

“Accettereste un bambino che è nato da una madre malata, che so, di schizofrenia?”

E che cavolo, proprio una della malattie più gravi doveva prendere come esempio?

Sfortunatamente i medici non sono ancora riusciti a capire quanto queste malattie siano influenzate dalla genetica e quanto dall’ambiente in cui una persona vive e cresce.

Dopo essermi confrontata con la mia psicologa, però, ho scoperto che ci sono alcune malattie, e la schizofrenia è tra queste, che sono ad alta trasmissione genetica, e per le quali l’ambiente riveste un’importanza minima.

Durante il colloquio successivo abbiamo parlato a lungo della nostra paura di correre questo rischio… E l’assistente sociale per fortuna l’ha capito, e non credo che ci abbia considerato male per questo. Anzi. La sincerità paga (quasi sempre). Se adottassimo un bambino figlio di una donna schizofrenica, ansiosa come sono, passerei tutto il tempo ad osservare e analizzare ogni suo comportamento, per capire se anche lui manifesta dei sintomi di questa malattia… Questo non è auspicabile né per me, né per lui. E sarei costantemente ossessionata dal pensiero che, indipendentemente dall’amore che posso dargli, un giorno mio figlio potrebbe “impazzire”… Non riuscirei a sopportarlo.

Ci è stato anche chiesto se siamo disponibili ad adottare il figlio di una donna sieropositiva. Solitamente questi bambini risultano positivi al test per diverso tempo, magari anche un anno, ma di solito in seguito si negativizzano (non è alta la percentuale di trasmissione dell’HIV da madre a figlio). Di solito. Potrebbe anche essere che il bambino sia davvero malato.

Ho esitato molto davanti a questa scelta. Stavo quasi per dire che ero disponibile ad accettare il rischio, ma… Non sono solo io a decidere. E Marito non ne voleva sapere. Così abbiamo detto di no.

L’assistente sociale ci ha parlato anche dei bambini nati prematuramente, e dei rischi che ne conseguono. I bambini nati prima del tempo rischiano di avere delle malformazioni o delle malattie.

In questo caso ci siamo detti disponibili ad accettare il rischio, anche perché i parti prematuri si verificano spesso (nella maggior parte dei casi si tratta di donne che non si sono curate durante la gravidanza).

A parte le malattie, abbiamo anche parlato della disponibilità riguardo il “passato” del bambino. Sinceramente non credevo che ci fosse un’opzione a riguardo. Insomma, quando si adotta si da per scontato che il bambino venga da un passato difficile, no?

L’assistente ci ha chiesto se siamo disponibili ad adottare un bimbo che ha subito abusi sessuali (purtroppo a volte avvengono anche su bambini molto piccoli), con tutti i traumi che ne conseguono. Questo è considerato il caso più grave. Poi ci sono anche bambini che hanno patito la fame, che sono stati picchiati, che sono vissuti in un ambiente malsano sotto tutti i punti di vista…

Non avevo mai pensato di mettere dei “paletti” su questo, perciò ovviamente abbiamo detto che non c’è problema. Affronteremo tutte le difficoltà, tutti i traumi, tutti i ricordi dolorosi, insieme a lui.

A dire il vero tutte queste domande mi hanno lasciata spiazzata. Da un certo punto di vista ero grata di poter esprimere una “scelta”, per evitare di trovarmi in futuro a gestire una situazione che non sono in grado di affrontare, da un altro non mi piaceva l’idea di dover mettere tutti questi “paletti”. Insomma, stiamo adottando un bambino, non siamo mica dal macellaio a scegliere il pezzo di carne migliore…

L’assistente sociale ha compreso appieno le mie perplessità, ma ci ha anche fatto capire che è necessario riflettere su questi aspetti, in modo da essere abbinati al bambino per il quale siamo più adatti.

Io ho capito che è meglio essere sinceri subito… E’ da stupidi rispondere “sì” a tutto, per poi ritrovarsi a dover dire di no al giudice quando ti chiama per proporti un bambino sieropositivo, capendo di non avere la forza per crescerlo!

C’è anche un’altra cosa importante da capire, però…

Chi adotta deve comprendere che adozione significa accoglienza. Se un bambino viene tolto dalla sua famiglia d’origine significa che c’è un grave motivo. Maltrattamenti, abusi sessuali, povertà, sono all’ordine del giorno. Molte donne che rimangono incinta senza desiderarlo, ma decidono di non abortire (per motivi religiosi, pressioni dei genitori, ignoranza), si trascurano durante la gravidanza… Bevono, fumano, assumono droghe… E magari vengono picchiate!

Non si può pretendere di adottare un bambino bello, felice e sano. Non è così. Non può essere così. Ed è anche questo il “bello” dell’adozione. Restituire (o provare a restituire) la dignità, la felicità, ad un bambino che già quando si trovava nell’utero materno (il luogo più sicuro del mondo, in teoria) ha conosciuto solo dolore.

Ammetto che l’assistente sociale ci ha messo un po’ di paura, ma questa è una cosa buona, perché la paura ti spinge a riflettere, a prepararti, a capire. Ovviamente non possiamo essere pronti a tutte le situazioni, non possiamo sapere come sarà il bimbo che arriverà e cosa avrà patito, ma sappiamo che, qualsiasi sia il suo dolore, dovremo affrontarlo. E ci sentiamo pronti a guarirlo.

Oltre a metterci paura, però, devo dire che ci ha anche dato un po’ di speranza. Dalle parole dell’assistente sociale e della psicologa ho capito che scriveranno una bella relazione su di noi, è questo è fondamentale per fare sì che il giudice ci tenga in debita considerazione.

Secondo loro dovremmo farcela entro tre anni, quindi prima della scadenza della domanda. Come ho già detto, è facile essere chiamati per un abbinamento entro il primo anno dalla presentazione della richiesta, ovvero quando il colloquio con il giudice è ancora “fresco”, oppure verso la fine dei tre anni, quando le domande in scadenza vengono revisionate… Le solite cose all’italiana.

Io ho già deciso che ogni tanto farò un salto in tribunale a salutare il giudice per fare in modo che si ricordi di noi 🙂

E magari gli manderò anche qualche regalino a casa… Che so, una Ferrari, un buono per una vacanza alle Maldive, un collier di diamanti per la moglie… Un pensierino così, diciamo =P

A parte gli scherzi… Non ho idea di quanto dovremo aspettare, so solo che quello che arriverà sarà LUI… NOSTRO FIGLIO. Lui e soltanto lui. La felicità che aspettiamo da anni.

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Buona la prima (Colloquio adozione #1)

E’ ANDATA.

E credo che sia andata pure bene. Come, di cosa sto parlando?

Lunedì scorso era il Gran Giorno. Io e Marito abbiamo sostenuto il primo colloquio con assistente sociale + psicologa per l’adozione.

Quella mattina mi sono svegliata decisamente agitata. Ero certa che davanti a loro avrei tirato fuori il peggio di me e il mio carattere timido sarebbe emerso stile tsunami.
Immaginavo che mi sarebbe tremata la voce, che avrei iniziato a giocherellare con i capelli come faccio sempre quando sono nervosa, e che avrei detto un mucchio di cavolate a sproposito…

Marito si è vestito, come sempre, dato che poi doveva andare a lavorare, con un abito elegante, camicia e cravatta, mentre io ho optato per un tubino blu con camicia rosa e stivali… Io amo molto il nero, e mi vesto spesso total black, ma, si sa, il nero è un colore che esprime tristezza, ed io volevo sembrare elegante, seria ma anche serena, perciò ho deciso di mettermi addosso un po’ di colore… Quante seghe mentali, eh??

Come mi era già stato detto da altre coppie, l’A.S. con cui abbiamo parlato, e che ci seguirà in tutto il percorso, è una donna di 50 anni circa, molto cordiale e oserei dire dolce. Tutt’altro che un’arpia, all’apparenza. La psicologa ha più o meno la stessa età, e la conoscevamo già, dato che si tratta della stessa dottoressa che ha tenuto il corso. E’ una persona che sta un po’ sulle sue, non si lascia spesso andare a sorrisi di incoraggiamento come la sua collega, però sembra ben disposta ad ascoltare e abbastanza affabile.

Dopo le presentazioni di rito, come mi aspettavo la prima domanda dell’A.S. è stata: “Dalla vostra cartella vedo che avete fatto il corso tra settembre e ottobre dell’anno scorso… E’ passato un po’ di tempo… Come mai avete aspettato tanto per continuare il percorso? Avete avuto bisogno di riflettere? O avete provato altre strade?”

Cazzo, questa ci legge nella mente!

Se avessi avuto con me una bacchetta magica, l’avrei puntata contro di lei e urlato: Protego!

A quel punto ho iniziato a parlare… E parlare… E parlare… A ruota libera. Non ho mai tremato, né esitato, né mi sono toccata i capelli, una sola volta… E mentre parlavo riuscivo persino a concentrarmi sul movimento delle mani e la postura del corpo… Ehi, esercitarsi davanti allo specchio serve davvero!

Ho spiegato che dopo il corso, che ci aveva un po’ spaventati (la paura ci rende più umani, non dobbiamo sembrare troppo sicuri di noi!), e dopo esserci confrontati con le altre coppie presenti (si fa sempre bella figura mostrando di essere persone che si mettono in gioco e chiedono consiglio), abbiamo capito che forse avevamo sbagliato a provare solo una volta con la PMA, che dovevamo dare a noi stessi un’altra possibilità (da quello che ho letto gli assistenti sociali e gli psicologi diffidano da chi rinuncia al primo ostacolo ad una maternità/paternità biologica).

Ho raccontato dell’iperstimolazione avuta a novembre e del transfer rimandato a inizio anno, di come sia fallito e di come infine mi sia pentita di aver provato ancora. Ho anche spiegato loro che tutte le paure che ci sono state trasmesse al corso siamo riusciti ad elaborarle ed ora siamo convinti di questo percorso… La mia risposta sembra averle soddisfatte.

Dico sembra perché queste due donne devono essere molto brave nell’arte dell’occlumanzia. Quando sorridono e annuiscono non so mai se siano realmente contente, oppure ironiche o, addirittura, contrariate.

Poi ci hanno chiesto se conosciamo dei nostri coetanei adottati o coppie che hanno adottato… E qui sia io che Marito abbiamo parlato a lungo, dato che tra i nostri amici/colleghi ci sono parecchi ragazzi adottati o famiglie adottive…
A.S. e psicologa sembravano positivamente impressionate da questo.

Ad un certo punto ci è stato domandato quale fosse la nostra paura più grande riguardo all’adozione. Mi ero già preparata la risposta (non so se si è capito, a me piace avere tutto sotto controllo), ho guardato Marito e gli ho detto: “Ti dispiace se rispondo io?” (stile prima della classe che alza la mano per rispondere) con occhi talmente assatanati che non ha potuto dirmi di no (e probabilmente lui non avrebbe neppure saputo cosa rispondere!).

Ho spiegato la verità, ovvero che la mia paura più grande, che prima del corso non avevo, è che tutto l’amore che ho da dare non basti per rendere il nostro futuro figlio/a sereno, che il trauma dell’abbandono lo perseguiti per sempre (come è successo in alcuni casi che ci sono stati presentati al corso) e non riesca mai ad accettarci come genitori.
Ho anche aggiunto, però, che più che dare tutto il nostro amore e comprensione noi non possiamo fare, e che qualunque decisione nostro figlio/a prenderà (rintracciare la sua famiglia d’origine, ad esempio), noi l’accetteremo e lo/la sosterremo.

Il primo colloquio è stato più che altro una chiacchierata generale, siamo passati da un argomento all’altro, ricordo che abbiamo parlato anche di noi come coppia, da quanto tempo stiamo insieme, da quanto conviviamo e in che zona abitiamo.

Abbiamo fatto notare che viviamo in una casa di proprietà in campagna dove abbiamo anche due cani, il che sarebbe positivo per un eventuale bambino/a, perché è importante crescere a contatto con la natura e gli animali… Sembravano contente di questo, anche se purtroppo l’a.s. ci ha confessato di avere paura dei cani, e ci ha fatto promettere che li terremo a guinzaglio quando verranno a fare l’ispezione a casa…

Ma porca miseria, proprio una che ha paura dei cani ci doveva capitare??

“No no, non si preoccupi, tanto sono addestrate, sono bravissime, anche con i bambini!” abbiamo esclamato all’unisono io e Marito.
Oh, che le nostre cagnolone sono bravissime e dolci è vero, però diciamo che sanno anche essere piuttosto vivaci…
E per esperienza so che una persona timorosa dei cani si spaventa ancora di più se vede due bestie sconosciute che scodinzolano e corrono per fare le feste…

Abbiamo parlato anche dell’età e della provenienza del nostro futuro figlio/a. Al corso ho capito che non è bello mostrarsi troppo rigidi riguardo all’età e all’etnia (beh, quest’ultimo punto è scontato!).
Ci siamo detti più propensi per l’adozione nazionale sia per motivi economici, sia perché Marito ha paura dell’aereo, ma che stiamo anche riflettendo sui Paesi dell’Est, che sono facilmente raggiungibili anche in auto o pullman, e che speriamo di ricevere da loro consigli su questo (mostrarsi umili e far vedere che riteniamo preziosi i loro consigli: mossa spero ottima, ovviamente studiata a tavolino).

Per quanto riguarda i problemi di salute ci siamo già detti disponibili per quelli minori, sappiamo già che per vari motivi (in primis le condizioni di abbandono in cui sono tenuti certi bimbi, soprattutto all’estero) è difficile avere un figlio sano come un pesce, e non è bello pretendere una cosa del genere… Non si sceglie mica un bambino come al supermercato si sceglie il pesce migliore, eh!
E poi, sinceramente, un bambino miope o con un’allergia (sono questi i problemi di salute minori di cui si parla) non mi sembra una grande disgrazia!
Abbiamo già fatto capire, però, e questo mi sembrava doveroso, che non ci sentiamo pronti ad accogliere un bimbo con problemi gravi, tipo AIDS o problemi neurologici.
Da quello che ho letto su internet chi offre disponibilità per i casi più gravi ottiene (scusate il termine) l’adozione in tempi più brevi, però bisogna essere molto preparati a questo, e noi non lo siamo, soprattutto in termini di tempo. Accogliere un bambino con un handicap grave significa dovergli prestare molte più attenzioni e cure del normale, e visto che lavoriamo entrambi (e dobbiamo lavorare entrambi, per campare), non ci sentiamo adatti.

Parlando dell’età, io e Marito ci eravamo già accordati nel dare la disponibilità per la fascia 0-5 anni, sperando ovviamente che, dato che siamo giovani, ci venisse comunque affidato un bambino entro i tre anni…
Devo dire la verità, fino a qualche tempo fa io e Marito, pensando ad un figlio adottivo, immaginavamo soltanto un bimbo ancora in fasce. Durante il corso, quando ci è stato detto che è difficilissimo ottenere in adozione un neonato (difficilissimo con l’adozione nazionale, impossibile con quella internazionale), io e Marito siamo rimasti indignati.
“Non è giusto, a noi devono dare un bambino piccolo!” ci siamo ripetuti, tra di noi, per giorni e giorni.

Sono felice di ammettere che la nostra affermazione era dettata solo dall’egoismo e che, fortunatamente, durante questi mesi in cui abbiamo elaborato tutte le paure e le aspettative riguardo all’adozione, abbiamo sinceramente cambiato idea.
Se ci dessero in adozione un bambino di 5 anni (ma pure di sei o di sette) sarebbe veramente un grandissimo dono dal Cielo…
Certo, è triste pensare di perdere tutta la fase iniziale della vita di tuo figlio – i primi passi, le prime parole, portarlo a spasso nel passeggino – ma per due persone, come noi, alle quali la Natura ha rubato tanto, avere la possibilità di crescere un bambino, un bambino qualsiasi, di qualsiasi età o colore, sarebbe comunque meraviglioso…
E chi se ne frega se quando nascerà nelle nostre vite saprà già parlare o se non potremo metterlo nel passeggino!

La nostra disponibilità ha fatto piacere ad a.s. e psicologa ma, con mio grande stupore, ci hanno consigliato di dare disponibilità per la fascia 0-3, sia perché siamo giovani e per la nostra età sarebbe più adatto un bambino piccolo (anzi, il contrario, noi non saremmo adatti per un bambino “grandicello”) sia perché la fascia 0-5 non esiste, si passa da 0-3 a 3-6 direttamente…

Parlando dell’adozione internazionale, ci hanno confermato (con mio stupore) una triste notizia di cui ci era già giunta voce da altre aspiranti coppie adottive: all’estero, oltre ai costi “ufficiali”, spesso vengono chieste cifre “extra” sottobanco per poter ottenere un’adozione… A d una coppia, e questo ce l’ha detto l’a.s. eh, , è stato richiesto di portare 30.000 (TRENTAMILA) euro in contanti nella valigia… Altrimenti, niente bambino. Allucinante.
Ricordiamoci che si parla di Paesi poveri del Terzo Mondo, dove la corruzione è all’ordine del giorno (non che qui sia mooolto diverso, soprattutto in certi ambienti), non dovrei stupirmi più di tanto, ma questa notizia sinceramente mi lascia un grande amaro in bocca.

In tutti i modi uno dei prossimi colloqui sarà interamente dedicato al nostro futuro bambino, perciò non ci siamo soffermati più di tanto sull’argomento.

Come già sapevo, spesso gli a.s. cercano deliberatamente di provocare la coppia con domande sibilline per giudicare la reazione. Ero pronta a questo, ma devo ammettere che, quando la provocazione è arrivata, non l’ho colta subito, e me ne sono accorta soltanto a casa, quando ho ripensato al colloquio.

Mentre io e Marito parlavamo di noi, l’a.s. ha fatto notare con estrema enfasi che siamo una coppia decisamente giovane, soprattutto io…
“Lei è praticamente una ragazzina!” ha esclamato, un po’ acidamente.

Miiii… Ci risiamo! Che nervoso!!

Ho fatto notare che non sono una ragazzina, ma una donna, e che non è colpa mia se ovunque vado sono la più giovane…
Ho fatto l’esempio dell’ufficio, dove l’età media è sui cinquant’anni e i colleghi che vanno in pensione non vengono rimpiazzati con nuove assunzioni. Non è la mia presenza ad essere anomala, ma il fatto che un’azienda si basi al 99% sul lavoro di dipendenti vicino alla pensione!
Se lavorassi in un altro Paese, un po’ più avanzato del nostro, io sarei, non dico tra i più vecchi, ma sicuramente in una fascia di età considerata “normale”… E probabilmente sarei già stata promossa ad un livello superiore…
Ma siamo in Italia, dove vedo donne di 45-50 anni che parlando di se stesse e delle proprie coetanee come delle “ragazze”… Ovvio che, in confronto a loro, secondo questo ragionamento, io sia praticamente una bimba… Ma questa NON è la normalità!

Inoltre, io non giudico nessuno, né chi vuole avere figli a 20 anni né chi li cerca a 50, però non mi possono dire che desiderare un figlio a 27 anni (dopo una relazione di nove anni, tra cui cinque di convivenza e uno e mezzo di matrimonio) sia “strano”…

Comunque, come dicevo, non ho colto subito la provocazione, perciò non ho potuto rispondere per le rime, anche perché poi siamo passati ad un altro argomento, ma spero che riprenderemo la questione nei prossimi incontri, perché ci tengo molto a far capire che sono una donna (donna, non ragazzina) matura e che credo veramente in quello che io e Marito stiamo facendo.

Spero vivamente che la nostra giovane età (ma giovane di che, poi? Marito ha 34 anni!!) venga vista come un punto a favore e non il contrario. Io lo credo fermamente, non solo perché voglio tirare l’acqua al nostro mulino.

Io credo che esista un’età giusta per ogni passo, un’età che non necessariamente è uguale per tutti.
Ci sono persone che a vent’anni desiderano già una famiglia e dei figli, altre che fino a quaranta preferiscono divertirsi e solo successivamente scelgono di metter su famiglia, altre ancora che vogliono rimanere single per tutta la vita…
La cosa importante è che una coppia decida di avere un bambino – naturale o adottato – solo quando si sente realmente pronta, quando lo desidera davvero e ha la testa per farlo.
Ci sono cinquantenni immaturi a cui io non darei manco un criceto, e ventenni o trentenni affidabili e con la testa sulle spalle…

In tutti i modi, si sa che per crescere un figlio ci vuole tanta energia, e per affrontare un’adozione occorre anche una marcia in più…
Sia al corso che nella vita quotidiana ho conosciuto coppie ben più grandi di noi che, prima di decidere di prendere questa strada, hanno aspettato per anni e anni, facendosi mille paranoie…
Rischio sanitario, rischio giuridico, mi amerà?, cosa diranno gli altri?, magari prima è meglio fare carriera…

Ripeto, io non giudico nessuno, e pure noi prima di partire con l’adozione abbiamo riflettuto a lungo. Però la nostra giovane (che palle ‘sta parola) età ci dona qualcosa che magari coppie più anziane non hanno (chiedo perdono per la parola “anziane”): tanta energia e una sana dose di incoscienza.
Incoscienza non in senso negativo, non intendo dire che ci buttiamo senza riflettere, ma che abbiamo ancora il coraggio di rischiare, di metterci in gioco.

Se avessimo dieci o venti anni di più forse ci saremmo già abituati ad una vita senza figli, l’istinto di sopravvivenza di cui ho già parlato ci avrebbe obbligato a farlo. Ci saremmo concentrati sulla carriera, avremmo occupato il tempo facendo viaggi, approfondendo le nostre passioni… Probabilmente avremmo dieci cani, cinque criceti, un paio di conigli e magari pure un cavallo…
Insomma, avremmo di che pensare. Non dico che il desiderio di un figlio possa svanire così, semplicemente pensando ad altro, dico solo che chi si è abituato ad una vita senza bambini fatica di più a cominciare questo percorso.

Questo è il mio pensiero, giusto o sbagliato che sia, e nei prossimi giorni mi eserciterò per poi ripeterlo alla prima occasione davanti all’a.s. …

A proposito, al termine del colloquio abbiamo preso appuntamento per altri sei incontri, che dovrebbero concludersi a fine giugno. Il prossimo sarà tra tre settimane, perché prima non avevano posto. Alla fine, o ci fisseranno ulteriori incontri (se dovessero riscontrare delle problematiche da approfondire) oppure fisseremo la visita ispettiva a casa, che è l’ultimo passo prima che a.s. e psicologa scrivano la relazione su di noi da mandare al tribunale.

Ci hanno spiegato che nella nostra regione i servizi sociali sono soliti incontrare parecchie volte le coppie, mentre in altre regioni bastano due o tre colloqui. Meno male che me l’hanno detto, io mi ero già preoccupata, da quello che avevo letto sapevo che gli a.s. incontrano così tante volte soltanto coppie che non sembrano tanto affidabili… Se questa è la prassi da noi, non posso che accettarla.

Non so dove ci porterà questo percorso, e neppure se e quando arriveremo al traguardo, ma sono felice di averlo iniziato.
Ogni passo che facciamo, io mi sento più vicina a nostro figlio…
Anche se la felicità sembra ancora molto lontana.

Spero solo di riuscire a resistere fino alla fine.

So che ne vale la pena.

Ma è difficile resistere, soprattutto se non sai se raggiungerai mai il traguardo.