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La Diana sulla Luna

La prima cosa che Robertino fa, ogni sera, quando torna dall’asilo – dopo aver chiesto un pezzo di cioccolato – è salutare le sue cagnoline. Diana e Yuma.
Ma quel venerdì sera maledetto, c’è solo Yuma ad aspettarlo. Non se ne accorge subito. È così abituato alla loro presenza, da considerarla una cosa… Scontata. E la possibilità che non possano più esserci, impossibile.

“Mamma, dov’è Iaia?”
“Siediti, tesoro. Devo dirti una cosa. Ti ricordi che Diana era molto ammalata, vero?”
“Sì. Bua al pancino.”
“Esatto. Aveva molto male al pancino. Ecco, stava così male che è dovuta andare via.”
“Per sempre?”
“Purtroppo, sì.”
Sgrana gli occhi. Non ho mai visto quello sguardo negli occhi del mio bimbo.
“E non tornerà mai più?”
“No, amore mio. Mai più. Mi dispiace tanto.”
Roberto piange. Mai lacrime mi hanno fatto più male.

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Correre.

Mi piace correre.

Mi piace correre da sola, in sperdute stradine di campagna, così come nel caos cittadino. Poco importa: quando corro, esiste solo l’asfalto. Il rumore dei miei passi su di esso. E il mio respiro affannoso.

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Pubblicato in: maternità, Riflessioni

La mia estate

Non amo le letture estive, mi piace l’abbronzatura ma trovo insopportabile restare immobile sotto il sole per ore ed ore (e poi, con un 4enne al seguito sarebbe impossibile!).
Odio i discorsi da ombrellone, anche perché sentire della gente pontificare sull’immigrazione e sparare a zero su dei poveri cristi mentre si spalmano la crema solare o sorseggiano una birretta fresca, e magari sbagliando pure i congiuntivi, mi sembra alquanto patetico.

Non ho mai conosciuto l’estate che molti di voi hanno vissuto durante l’adolescenza. I pettegolezzi sotto l’ombrellone con le amichette del mare, le passeggiate sul lungomare alla sera e le notti spese nei locali a ballare, gli amori estivi, gli addii… Fare mille promesse con le lacrime agli occhi, sapendo che non verranno mantenute. Non so cosa sia, tutto questo.

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Solitudine. Tristezza. Ansia. Noia. (7° giorno pt)

Oggi è il compleanno di Marito. Nessuno dei due ha voglia di festeggiare.

Ho preparato un post orribile.
Ma lo tengo da parte, per pubblicarlo al momento giusto.
Orribile non perché sia scritto male, intendiamoci. Lo sapete che curo molto la forma.
Orribile perché è rabbioso. E triste. Perché parla dell’ingiustizia della vita. Della mia vita. Della famiglia che non ho mai avuto e di quella che non mi è stato concesso di costruire. Della domanda che mi assilla da decenni.

Ma è inutile parlarne ora. Lo tengo da parte per venerdì.
Sì, lo pubblicherò dopo aver ritirato le risposta delle beta e aver letto il solito, straziante numero: ZERO

Pubblicarlo adesso non avrebbe senso. Se lo leggesse Marito (e ora che gli è venuta la mania dei blog è molto probabile) mi darebbe dell’idiota.
E anche voi, probabilmente. Perché durante la cova non ha senso essere tristi o pessimisti. O arrabbiati.

Non so cosa stia succedendo nel mio corpo. Potrebbe andare tutto bene. Venerdì potrei avere il test di gravidanza positivo e un numero altissimo e bellissimo delle beta. Sì. Potrei. Ho paura a crederlo. Mi viene da ridere. Una risata ironica. Perché quella di poter essere incinta – che IO possa essere incinta – mi sembra una battuta degna di Zelig.

Settimo giorno post transfer.

La solitudine, la tristezza, l’ansia e la noia mi stanno divorando. Dormo, guardo dei film, tento di scribacchiare un po’.
E’ difficile, però, non riesco a concentrarmi. Dormire sembra la cosa più facile. Quando dormo non penso. E, dormendo, il tempo passa più velocemente. Gli unici effetti collaterali sono il mal di schiena e la sensazione di stare sprecando le giornate. Ma cos’altro potrei, dovrei fare?

Non ho sintomi particolari. Un po’ di crampetti al basso ventre, non sempre, ma spesso. Potrebbero essere causati dal progesterone. O trattarsi di un dolore premestruale. Ho sempre freddo, ma io in effetti sono molto freddolosa. Ho fame. Tanta fame. Penso anche per il fatto di aver smesso di fumare da un momento all’altro. Non avete idea di quanta voglia avrei di una sigaretta.

Se dovesse andare male di nuovo, penso che batterei un record.
Ancora lontana dai trent’anni, sarebbero 4 tentativi di PMA falliti.

E pensare che c’è chi rimane incinta senza neppure volerlo – oops. Ho amici e conoscenti che ce l’hanno fatta al primo tentativo di PMA.
Chissà che cazzo ho fatto di male nella mia vita. Boh. Forse ero un gerarca nazista, prima.

Lo so che non c’è nessuna legge che dice che, chi più tenta, più ha diritto a farcela.

Quello che mi da fastidio è che, fin da bambini, il mondo ci inganna dicendo che il duro lavoro verrà sempre ricompensato, che volere è potere, che bisogna lottare per i propri sogni, che il bene che si fa ti torna sempre indietro…
Stronzate.

E negli ultimi anni, quanti mi hanno esaltata per niente dicendo: “Ma sei così giovane, avrai due gemelli, ce la farai subito!”

Mi auto censuro e non condivido cosa vorrei dire a queste persone, ora.

Anche qui sul blog, quante di voi mi hanno detto: “Se ce la fanno tante coppie, perché voi no?”

Già. Perché no?

Perché non c’è nessun destino, nessuna legge divina, nessun momento giusto.

E’ tutto in mano al caos. E, se una persona come me ce la fa, non è per giustizia divina o chissà che, ma per puro, semplice culo.

Che io non ho. Che non ho mai avuto. Cioè, fisicamente sì, ma metaforicamente no.

Spero solo di non dover pubblicare quell’orribile post.

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5 pt

Sono stanca. Arrabbiata. Ho voglia di piangere. Ma nessuna di queste emozioni ha un suo preciso perché. O forse sì. Non lo so. Non so più niente.
Ieri sera ho avuto una crisi di nervi. Avrei voluto spaccare la casa, e se non l’ho fatto è solo perché mi sono mancate le forze.
Questo è un post transfer molto diverso dal solito.
Mercoledì sono tornata a lavorare, esattamente il giorno successivo al transfer.
Chissà perché, forse sono troppo ingenua e troppo fiduciosa verso il genere umano, ma credevo sinceramente che i miei colleghi sarebbero stati un po’ più rispettosi verso i miei confronti, sapendo quello che sto passando, sapendo che questo è un periodo molto delicato.
Credevo che avessero capito che vado a lavorare (rinunciando alla malattia di cui ho diritto) anche per loro, per non lasciarli nella cacca e per non costringerli, ancora una volta, a sostituirmi (che poi sostituire me è molto difficile, dato che lavoro come tre dei miei colleghi cinquantenni messi insieme…).
E invece, non è andata così. Il giorno in cui sono rientrata al lavoro è trascorso tra stupidi litigi per stupidi motivi di lavoro.
Quando questo accade io divento matta. Comincio a sentire un mal di pancia terribile e il cuore che batte fortissimo.
Perché? Perché tutte a me? Perché tutti mi odiano?
Io devo stare tranquilla! Almeno in questi giorni, devo stare tranquilla! Perché non merito neppure qualche giorno di pace?
Per fortuna poi la situazione si è placata.
Il mal di pancia, però, mi è restato.

Ma non è per questo che sto tanto male.

Non posso bere, non posso fumare. Durante i precedenti post-transfer né l’alcool né il fumo mi sono mancati. Ero convinta che valesse la pena fare quel piccolo “sacrificio” per i miei puntini luminosi, che dovevo fare di tutto per aiutarli a rimanere ben aggrappati alla loro mamma…
Ma, dopo due tentativi falliti, le speranze iniziano a vacillare. Tutto quello che sto facendo, tutti i piccoli “sacrifici” che sto compiendo, probabilmente saranno del tutto vani.
Ho una fottuta voglia di fumare fino a farmi venire la nausea e di trangugiare una bottiglia di Franciacorta, fino a stordire i miei sensi, sperando che l’alcool riesca a farmi ridere, senza un motivo, perché io il motivo di ridere l’ho perso da tanto tempo.
Ma non è neppure per questo che sto male.
Ho deciso di tornare subito a lavorare e fare la vita “normale”, ma devo dire che con tutte le buche che ho preso con la macchina, solo un miracolo potrebbe aver permesso ai miei piccini di sopravvivere.
E quindi, ora, ho pure il senso di colpa per non essere stata a casa in malattia. L’ultima volta, però, mi sono pentita per non essere andata a lavorare.

Sono indecifrabile persino a me stessa.

Ma no, non è per questo che sto male.

Ieri io e mio marito abbiamo incontrato un nostro conoscente, un ragazzo della nostra età. Ieri era estremamente sorridente. Luminoso, direi. Con un gran sorriso ci ha annunciato ch la sua ragazza dovrebbe partorire a giorni. Io sono entrata in macchina senza proferire parola, mentre mio marito è rimasto a scambiare qualche frase di circostanza.
“Lui non ha mica nessuna colpa…” mi ha detto poi, vedendomi tanto amareggiata e conoscendo il motivo del mio disagio.
Lo so che non ha colpa.
Questi due ragazzi sono brave persone. Di certo saranno bravi genitori, non ho motivi per pensare il contrario.
Di certo si meritano di essere genitori…
E perché noi no?
Ma non è per questo motivo che sto male.

I miei genitori hanno ricominciato a litigare.
Avere due genitori che si comportano come adolescenti, una madre che si mette mezza nuda su internet, che minaccia di rigarti la macchina, ti chiama “maledetta” e ti dice che la vita ti punirà… E finire in cura dallo psicologo per questo… Non è il massimo, ve l’assicuro.

Ma no, non è neanche questo il motivo della mia crisi di nervi.

In questi giorni ho realizzato che sono sola. E non solo perché non ho i genitori. Non è di certo la prima volta che mi ritrovo a fare questa affermazione, ma… Ci sono momenti in cui la solitudine pesa di più. Ci sono momenti in cui riesco a dire “chi non mi vuole non mi merita” o “meglio soli che male accompagnati”… Questo, però, non è uno di quelli.

Sicuramente le amiche non mi hanno abbandonata perché faccio del vittimismo. Ogni volta che parlo di me per più di due minuti mi sento in colpa e inizio a riempire il mio interlocutore di domande sulla sua vita, perciò…
Le amiche sono tutte prese dai loro figli, dalla ricerca di un lavoro, dalla loro compagnia di amici…
Io non sono un tipo “da compa”, non ho mai fatto parte di un gruppo, sono più un outsider.
Forse è per questo che non piaccio, chi lo sa.
O forse il problema è che nessuno può e vuole capire cosa significhi quello che sto vivendo da un anno a questa parte. La gente si stanca presto dei drammi, anche se la persona che li subisce cerca di affrontarli con il sorriso, senza far pesare il suo dolore sugli altri…
Ma il bello è questo. Io non voglio amiche con cui devo reprimere me stessa, con cui devo trattenere le lacrime per non sembrare quella che fa del vittimismo, con cui devo ridere a forza per sembrare simpatica… Io voglio amiche con cui posso piangere, e urlare, e chiedermi perché Dio mi odia tanto, e immaginare quel figlio che forse mai arriverà, e lasciarmi coccolare…

Oggi ho cominciato a ricontattare amiche che non sento da un pezzo, sperando di riallacciare qualche rapporto. Probabilmente in poche risponderanno, e forse solo una o due accetteranno il mio invito, ma… Se riuscissi a ritrovare anche solo un’amicizia, un’amicizia vera, sarei già felice.

E… No, non è questo il motivo per cui sto male.

Oggi io e mio marito siamo andati a trovare La Nonna nella casa di riposo. Non sono neppure sicura che mi abbia riconosciuto.

Mi ha pregato, più e più volte, di portarla a casa, perché lì non ci vuole stare… Io non sapevo cosa risponderle, mi veniva solo da piangere.
Poi, guardando me e mio marito, ha chiesto se siamo sposati.
“Sì,” abbiamo detto.
“E bambini, ne avete?”
Io e mio marito ci siamo guardati, sconsolati.
“No, nonna, non ne abbiamo…”
“Ah… Beh, fate bene, se volete avere più tempo libero per voi!”
“Eh già… E’ proprio così.”
La stessa conversazione si è ripetuta per tre – TRE – volte. Sigh.
Poi La Nonna ha voluto sapere come sta SUA MAMMA. Non potevo mentirle, e così le ho detto che è morta undici anni fa. Lei sembrava non ricordarsi nulla, e mi ha guardato sgranando gli occhi. Sembravano quelli di una bambina. Innocenti. Buoni. Spaventati.
“E’ morta?”
“Sì, ma… Era molto anziana… Se fosse viva, ora, sarebbe veramente molto, molto vecchia…”
Poi La Nonna si è rinchiusa nel suo silenzio. Le ho chiesto di parlarmi, di dirmi cosa provava, e lei mi ha detto soltanto che le emozioni erano troppe.
“Tutto il tempo che sono stata qui io ho pensato alla mia mamma… E ora tu mi dici che non c’è più!”
Da quando è entrata nella casa di riposo La Nonna è sempre più magra e sempre più lontana… Sta perdendo completamente la memoria, e io non posso permettere che questo accada! Ho provato a ricordarle alcuni momenti della sua vita, l’ incontro con suo mio marito, l’ufficio in cui lavorava, di quando il pippo sparava e lei doveva buttarsi nel fosso, di quando curava sua madre morente, e ho cercato di farle ricordare anche gli ultimi anni, quando ha vissuto con mia madre e mio padre, e i gattini che si accucciavano sul suo letto e le facevano compagnia… Niente. Sembrava non ricordarsi niente.
Poi, come succede sempre, dopo qualche minuto è andata in trance, e… Non c’è stato verso di farla parlare di nuovo. Io e mio marito ce ne siamo andati, lasciandola alle cure della suora e promettendole che saremmo tornati al più presto.
E io, ancora una volta, per l’ennesima volta, ho pensato a quanto sia bastardo il destino.
Se io e mio marito avessimo un bambino… Sono sicura che lui/lei sì che sarebbe capace di riportare La Nonna alla vita!
E riporterebbe alla vita anche me… Ma quel bambino non c’è. Quell’ ingenuità, quella speranza, quella dolcezza, quel futuro non c’è. E a noi non resta che piangere e tacere.

Non è neppure questo a farmi stare male…
E’ tutto questo messo insieme.
Tutto questo è troppo per me. Troppo!
Ma penso che potrei affrontare tutto se non mi sentissi tanto VUOTA.
No, non sono mezza piena. E neppure mezza vuota. Sono proprio vuota.
Me lo sento.
E’ così.
Non è per essere pessimisti, o vittimisti, o chissà cos’altro.
E’ che non ho motivi per credere il contrario.
Questa volta ho deciso di anticipare ulteriormente il test di gravidanza. Lo farò venerdì prossimo, al 10° pt.
Se fossi incinta si dovrebbe già vedere. E se sarà negativo, almeno potrò evitarmi di passare un altro week end chiusa in casa.
Potrò ubriacarmi, fumare, e anche se poi passerò la notte chinata sul cesso a vomitare, almeno per qualche ora starò bene.
Certo, quando poi l’effetto dell’alcool sarà finito tutto sarà triste come prima.
Ma sembra proprio che qualche ora di finta euforia sia tutto ciò che posso avere, tutto ciò che mi merito.
L’unica cosa di cui sono sicura è che se non diventerò mamma al più presto, diventerò senz’altro un membro dell’Alcolisti Anonimi.

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Fatemi scendere, per favore

Dopo lo sfogo dell’altra sera ho cercato di convincermi che, proprio come qualcuna di voi mi ha detto nei commenti, avrei dovuto approfittare di quest’ennesima attesa, neppure tanto lunga, ma atroce, per prendermi cura di me stessa, per rendere il mio corpo un nido accogliente per i miei “bimbi”. E non per bere, fumare come un ossesso e mangiare un giorno sì e due no come sto facendo ultimamente.

Ma non faccio in tempo a smettere di piangere, a rialzare la testa, che dietro l’angolo mi aspetta già l’ennesima sofferenza. E un nuovo pianto.

Stamattina sono andata a trovare mia nonna materna al ricovero dove mia madre l’ha letteralmente sbattuta ormai diversi mesi fa contro la sua volontà. Era da un po’ che non la vedevo, a causa della PMA e tutto il resto. Tra l’altro il ricovero si trova ad un’ora dalla mia città, in un paesino sperduto sugli Appennini… Non oso pensare quando ci sarà la neve (e lì nevica parecchio…) come farò ad andarci.
Ultimamente mia nonna non fa che peggiorare. Ormai non mi riconosce più, non parla, non riesce a camminare, in bagno non riesce neppure a tirarsi giù i pantaloni da sola e devo aiutarla io o le infermiere. Negli ultimi anni mia nonna è finita spesso all’ospedale perché ha tanti problemi a causa della vecchiaia, ma quando l’andavo a trovare in ospedale non era così stranita come ora! Mi ricordo che una volta, quando era ricoverata, le avevo persino portato le foto del matrimonio e le aveva guardate con gioia… Fino ad un anno fa andava in bagno tranquillamente da sola, addirittura cucinava per sé (ok, faceva cuocere la pasta per 45 minuti, ma almeno riusciva a mettere una pentola sul fuoco!).
Ora sembra un’altra persona… Non fa altro che ripetere che vuole andare via da lì, ma io sono impotente, non posso fare nulla, non posso prendere decisioni! Se potessi la porterei a casa con me, ma ha bisogno di qualcuno che stia con lei, e io e Marito siamo al lavoro tutto il giorno, mica possiamo lasciarla da sola in casa con due cani…
La sto guardando spegnersi ogni giorno di più, e non posso fare nulla… Vorrei tanto che il mio bambino la potesse conoscere, ma non so se accadrà…

Quando ragionava ancora, qualche mese fa, mia nonna mi ha chiesto quando avrei avuto un figlio… Io le ho detto che ci stavamo “lavorando”… Ovviamente non le ho detto della PMA, sarebbe un po’ difficile da spiegare ad una donna di 86 anni (me la immagino chiedermi in dialetto: “Cos’è quella roba lì? Stimolazione ovarica? Liquido seminale? Provetta??”).
Mia nonna in quell’occasione mi ha solo consigliato di portare pazienza, perché anche lei aveva aspettato mia madre per dieci anni (tanta attesa per un risultato così!!). Io le ho detto che, quando sarei rimasta incinta, sarebbe stata la prima a saperlo… Ma ci sarà ancora, quando questo piccolo grande miracolo accadrà? Sarà ancora in grado di capire, di gioire con me, per me? Potrà prendere in braccio il suo nipotino (dovrei dire pronipotino, ma suona male) e capire chi è?

Forse no. Probabilmente no.

I miei genitori sono da una settimana alle Mauritius. Credo che debbano rientrare domenica prossima. Non li sento da mesi, ormai, a parte qualche sporadico sms che mi manda mia madre per farmi sapere quanto mi detesta o che devo ritenermi orfana. Qualche giorno fa mia nonna paterna mi ha pregato di chiamarli perché aveva saputo che dovevano parlarmi. Controvoglia, ma preoccupata che fosse successo qualcosa, l’ho fatto.

E’ stato strano risentire la voce di mia madre dopo tanto tempo. Non so neppure spiegare esattamente cos’abbia provato. Tanta rabbia, credo. E un pizzico di tristezza per quello che avremmo potuto essere, per quello che non siamo mai state l’una per l’altra.

Naturalmente mia madre non mi ha chiesto nulla sulla fecondazione assistita. Mi ha solamente domandato, frettolosamente e con tono indifferente: “come stai?”. Io ho risposto con un altrettanto laconico “bene”. La sua replica? “Ah, ok.” Nient’altro.
Sa benissimo quello che sto passando. Anzi, no, non sa proprio nulla, dato che non si è mai interessata. Non sa dell’iperstimolazione, dei dolori che ho dovuto sopportare, della mia angoscia… Ma è a conoscenza del fatto che in questo periodo mi sarei dovuta sottoporre ad un secondo ciclo di PMA. Gliel’ho detto un paio di mesi fa, quando le ho annunciato che, purtroppo, non mi sarei potuta occupare io della casa e dei gatti durante la loro assenza. Quando gliel’ho detto ovviamente pensavo che in questo periodo sarei dovuta stare a riposo dopo il transfer, o magari sarei stata incinta e quindi impossibilitata a fare sforzi.
Dato che è saltato tutto, lunedì scorso ho mandato un sms a mia madre per dirle che ero libera e che avrei potuto occuparmi io dei mici, ma lei mi ha risposto che era meglio di no. Aveva già chiesto al figlio della veterinaria di andare a casa ogni sera per dare loro da mangiare e che, dato che uno dei gatti sta poco bene e deve prendere delle medicine, preferiva che fosse questo ragazzo a farlo, perché è più esperto di me. E mi ha espressamente vietato di andare a casa per non stargli tra i piedi.

Mi è dispiaciuto molto, perché quei gatti con cui ho vissuto per anni sono per me come dei figli, e mi piace di tanto in tanto prendermi cura di loro e coccolarli. Non lo posso fare spesso, dato che voglio evitare i contatti con i miei genitori, e quindi vado a casa loro soltanto quando non ci sono…

Sapevo che in fondo era meglio così perché, anche se sono da anni una volontaria della Protezione Animali e somministro sempre medicine ai gatti del nostro rifugio, mi sarei sentita in difficoltà a dovermi accollare questa responsabilità… Mi sono detta che sicuramente il figlio della veterinaria era più bravo di me, e anche se avesse faticato non si sarebbe fatto dei problemi a chiamare sua madre per aiutarlo.

Purtroppo io sono una maniaca del controllo. Ma proprio maniaca, eh. Non mi fido di nessuno. E da quando i miei genitori sono partiti non faccio altro che chiedermi: “ma quel ragazzo sarà bravo? Farà attenzione che i gatti non scappino per le scale? E se si dimenticasse di chiudere la finestra e uno dei gatti cadesse giù? E se si scordasse di dare loro l’acqua e morissero di sete?”

Sì, sono paranoica. Ma forse sono giustificata dal fatto che, quando aveva soltanto qualche mese, dieci anni fa il nostro primo gatto è caduto giù dal balcone (dal terzo piano). Sono rimasta traumatizzata per anni da quella terribile notte, anche se il micio si è salvato ed è tuttora il re della casa.

In questi giorni ho cercato in tutti i modi di restare tranquilla, ho provato con tutte le mie forze a fidarmi di questa persona.

E proprio l’altra sera mia madre, ignara (perché neppure me l’ha chiesto) di tutto quello che è successo, che mi è successo, ha deciso di annunciarmi che il gatto che sta male probabilmente non vivrà ancora a lungo. Me l’ha detto così, senza alcuna delicatezza, senza neppure spiegarmi il perché.

Zymil. Sì, proprio come il latte. Questo è il nome del micio. Un bellissimo gatto persiano dal pelo folto e bianco che abbiamo trovato, abbandonato, otto anni fa. Dovrebbe avere all’incirca dieci anni, ma forse ne ha anche dodici. Come molti gatti della sua razza, ha entrambi i reni policistici. Una malattia incurabile.

I miei gatti sono stati i miei unici amici durante un’adolescenza vissuta per la maggior parte nella solitudine e nella sofferenza. Io sono stata la prima persona di cui Zymil si sia fidato. E nessuno si era mai fidato di me, prima di allora. Avevo diciotto anni quando i miei genitori l’hanno portato a casa, tutto sporco e arruffato. Non appena l’hanno liberato si è nascosto in cucina e non ne voleva sapere di venir fuori. Io sono stata una sera intera accucciata per terra, cercando di convincerlo ad avvicinarsi a me, cercando di fargli capire che non gli volevo fare del male. Lui non si muoveva, ma ad un certo punto ho cominciato a sentire uno strano rumore. Credevo che stesse ringhiando e ho preso paura, ma poi ho sorriso capendo che stava facendo le fusa! Mi sembrava quasi che volesse dirmi: “Vorrei fidarmi di te, ho capito che sei buona, ma ho paura!”

Con il tempo Zymil è diventato un gattone buono e coccolone… Anche se negli ultimi anni mi vede raramente, ogni volta che entro in casa mi riconosce, inizia immediatamente a fare le fusa e si mette a pancia all’aria per farsi coccolare… A differenza degli altri mici, lui beve molto e ogni volta la sua “barba” si impregna d’acqua, e lascia una lunga scia sul pavimento… Ha due occhi bellissimi, uno è ambrato e l’altro azzurro… Quando mi guarda penso di non aver mai visto occhi così belli e intensi.

E’ solo un gatto, ma io gli voglio bene. Non voglio che se ne vada. Ora non potrei sopportarlo. Vorrei che anche lui conoscesse il mio bambino, che potesse fargli le fusa, che potesse insegnarli che il cuoricino di un gatto può dare più amore di tanti esseri umani…

Ieri ho chiamato la veterinaria per sapere le reali condizioni di Zymil. Non mi fido molto di mia madre, pensavo che avesse esagerato. La dottoressa era felice che l’avessi chiamata e mi ha pregato di portarle il gatto, perché suo figlio non riesce a prenderlo e ha bisogno di fare flebo ogni due giorni. Ma mia madre non poteva dirmelo, sapendo che per i gatti farei qualsiasi cosa?! Voleva che saltasse le flebo per due settimane intere?
Ho portato immediatamente il micio da lei dopo il lavoro. Era da un po’ che non lo vedevo. E’ veramente magro. Prima pesava sei chili, ora la metà esatta… Quando lo accarezzo sento le ossa, prima sentivo solamente della bella ciccia, e lo prendevo sempre in giro per questo…
Non appena l’ho visto sono scoppiata a piangere. E ho continuato mentre la veterinaria gli faceva la flebo, e sono crollata quando mi ha annunciato che sì, potrà vivere ancora, ma non per più di qualche mese.
Oggi sono andata ancora a trovare il micio, per coccolarlo un po’. Mi sono sdraiata sul letto con lui (ama accucciarsi sul cuscino) e l’ho accarezzato a lungo. E più mi faceva le fusa, più io piangevo. Anche Marito, che mi aveva accompagnato, aveva gli occhi lucidi. E lui non piange quasi mai.

Porterò di nuovo il micio dalla veterinaria lunedì. E so che piangerò di nuovo. Cercherò di trattenermi, ma lo farò ugualmente.

Con gli anni ho imparato che il vittimismo non serve a niente, che bisogna cercare di apprezzare ciò che di bello si ha… Non mi piace lamentarmi, non mi piace farmi vedere sempre triste, ma in questi giorni è molto dura sorridere. Cerco di vedere quello che di buono c’è nella mia vita, e so di avere tante cose belle, ma è difficile gioire quando non puoi fare nulla per chi ami!

Sono circondata dalla morte. E sono totalmente impotente davanti a tutto questo. E mi chiedo: come posso trovare la vita, in mezzo a tutta questa desolazione?
Soltanto realizzare il desiderio di avere un figlio potrebbe ridarmi la gioia.
Ma come potranno i miei embrioncini rimanere attaccati ad un corpo così pieno di dolore? Chi vorrebbe restare con una persona che non fa altro che piangere?
Sono tanto stanca di queste prese in giro del destino, di questa giostra del dolore. Fatemi scendere, per favore!

Ieri sera ho parlato con Dio.  Era da tanto che non lo facevo. Dico “parlato” e non “pregato” perché le mie non sono vere e proprie preghiere. Mi scappano anche delle parolacce quando parlo con Lui. Non ho idea se Dio sia uno e trino, se Gesù Cristo facesse sul serio i miracoli o se la Vergine Maria fosse davvero vergine. Non me ne frega niente, in realtà. Io so che Lui c’è. Ed è questo che mi fa più incazzare. Gli ho detto che non sento più la Sua presenza accanto a me. Dentro di me. Che forse non l’ho mai sentita. Che vorrei sentirla, davvero, per riacquistare un po’ di fede. Non so cosa mi aspettassi. A volte faccio troppi voli con la fantasia, soprattutto dopo aver bevuto un po’… Forse speravo che mi desse un segno, tangibile, della Sua presenza. Che mi facesse sentire che non sono sola. Che Lui, oltre ad esserci, mi ama, ci ama. Ma non mi ha dato alcun segno. Non sono meritevole neppure della Sua attenzione?

Pubblicato in: La mia storia

Il mio posto nel mondo

Sono pronta. Domani è il giorno del pick up.

Almeno, la ginecologa dice che sono pronta. Non vedevo l’ora che questo giorno arrivasse, e ora ho paura. Ma non posso tirarmi indietro. Non voglio, soprattutto.

Io faccio sempre così. Mi mostro calma e serena, quasi fredda, apatica. Scherzo, rido, interpreto la parte di quella forte, della guerriera che può affrontare tutto, che non ha paura di niente. Solo quando poi mi trovo realmente davanti alla prova che devo superare comincio a capire davvero cosa sta accadendo.

Ma non è di questo che voglio parlare, ora. Domani avrò tutto il tempo per sfogarmi e raccontarvi di come mi sono fatta nuovamente compatire urlando davanti ai medici…

Ora vorrei condividere con voi un post che ho scritto qualche giorno fa e che finora non avevo trovato il tempo di pubblicare.

 

La domanda che mi sento porre più spesso dalle poche persone a cui ho parlato dei nostri tentativi di PMA è: “Come mai hai tanta fretta di avere un figlio?”
Non mi chiedono perché io desideri un bambino, che sarebbe una domanda più che lecita. No. Mi domandano perché lo voglia ora. E questo mi fa girare le ovaie a mille.

Dall’atteggiamento di queste persone ho capito una cosa importante. La maggior parte della gente ritiene che avere un figlio sia un fatto naturale, istintivo, non un desiderio d’amore, ma un compito che si deve alla società, a cui assolvere dopo aver, possibilmente, goduto appieno della propria vita. Ovvero, dopo essersi divertiti alla grande, aver viaggiato tanto, fatto esperienze nuove e magari aver intrapreso una carriera lavorativa. Infatti mi sono anche sentita chiedere, da un’amica che sa che a novembre i miei genitori andranno alle Mauritius, perché non abbia deciso di rimandare la PMA e approfittarne per andare via con loro… Come se una vacanza fosse più importante di un figlio! Come se avere un bambino non potesse essere un desiderio, ma soltanto un obbligo a cui ci tocca adempiere perché costretti dall’istinto o dalla società. Come se un figlio non fosse la vita, ma una scocciatura, come se una vacanza, o la carriera, o il divertimento fossero i veri piaceri dell’esistenza umana.

Magari per qualcuno è così. Se sta bene a loro, sta bene anche a me. Ma per me è diverso.

Perché voglio tanto un figlio?

Nella mia vita mi sono sempre sentita fuori posto. Prima di tutto nella mia squilibrata famiglia. Ed è a causa dell’anaffettività dei miei genitori che mi sono sempre sentita molto sola, diffidente, spesso incapace di stringere legami. Ho dovuto leggere numerose ricerche mediche e subire anni di psicanalisi prima di capirlo… Ma ora, finalmente, ce l’ho fatta. Ho capito che tutti i miei fallimenti sono stati in gran parte causati da quello che ho passato nella prima, delicatissima fase della vita. La psicologa dice che, con un vissuto come il mio, avrei potuto facilmente imboccare la strada sbagliata, diventare a mia volta una persona squilibrata, addirittura finire nel tunnel della droga o diventare aggressiva. La rabbia c’è, non lo nego, ma il desiderio di trasformala in amore, anziché essere risucchiata dall’ira, è più grande.

Non mi sento mai al posto giusto. Mi sento sempre diversa. A volte migliore, ma spesso peggiore degli altri. Ho perennemente paura di sbagliare, di essere fraintesa, di non essere amata. Faccio di tutto per essere accettata dagli altri, per avere una briciola di affetto. Ma questo non mi aiuta ad ottenere amore, ma mi mostra come una persona insicura e anche un po’ pirla.

Sono sempre stata esclusa, incompresa, non amata. Prima di tutto dai miei genitori, che mi hanno sempre detto che sono un’ingrata e un fallimento, dalle coetanee che da ragazzina mi escludevano perché dicevano che ero strana, e dalle attuali amicizie che si ricordano di me soltanto per Natale e il giorno del mio compleanno.

Le difficoltà sul lavoro, i litigi con i miei genitori, il matrimonio, la PMA, sono tutte grandi prove che ho dovuto affrontare da sola. Certo, ho Marito al mio fianco, ma a volte sarebbe bello avere una mamma da cui farsi coccolare o un’amica pronta a correre da te quando stai male.

Sarebbe bello. Ma, a dire il vero, forse in fondo al cuore non è che mi importi più di tanto.

A volte penso che l’unico modo per sentirmi finalmente al mio posto sia diventare madre.

Questa affermazione, detta da una femminista come me, può sembrare alquanto paradossale. Ma è proprio così che mi sento.

Non è che la mia vita sia totalmente vuota, eh. Ho un buon lavoro, ho la passione per la scrittura, ho il volontariato. E anche l’amore non mi manca. So che Marito mi ama e sono certa che staremo insieme per sempre, e ho i miei cani che mi donano ogni giorno un affetto puro e disinteressato. E gli amici… Le rare volte in cui sono, sanno darmi affetto anche loro. Non è un affetto sui cui io possa contare, ma è meglio di niente.

Non ho nessuna intenzione di avere un figlio per riversare su di lui tutta la mia frustrazione, i miei sogni non realizzati, per avere una rivincita attraverso di lui, o per assicurarmi un “bastone” per la vecchiaia… No, ve lo assicuro. Non importa se mio figlio sarà un genio oppure un asino, o semplicemente mediocre, non importa se sarà bello o brutto, non importa neppure se mi vorrà bene o se mi vedrà come una rompiballe. E non mi interessa neanche se a vent’anni dovesse decidere di lasciare l’Italia per trasferirsi dall’altra parte del mondo.

Dal momento in cui darò alla luce mio figlio, io non mi sentirò più sola. Non sarò più sola. Troverò finalmente quel legame che ho sempre desiderato. Un legame indissolubile, qualsiasi cosa accada. Io ho bisogno di quel legame. Ho bisogno di sapere che in questo mondo c’è qualcuno legato a me, per sempre.
E solo un figlio ti può dare quella certezza. Non mi sentirò più inutile, un fallimento. Avrò una piccola creatura da crescere. Una creatura che avrà bisogno di me. Una creatura da cui non dovrò elemosinare amore, ma che mi amerà a prescindere, perché io gli darò la vita.

Forse penserete che io sia un’egoista, che abbia troppe aspettative verso la maternità… Ma non credo che sia così. Prendete me. Nonostante tutto quello che mia madre mi ha fatto – e vi assicuro che su questo blog ho raccontato solo le parti divertenti – io continuo a tenderle la mano, aspettando – invano – che l’afferri. Continuo a farmi del male, volontariamente, perché una madre e un figlio sono per sempre legati, qualsiasi cosa accada.

Mio figlio avrà da me tutto quello di cui un bambino ha bisogno: amore e protezione. E non importa se non riuscirà a restituirmi lo stesso affetto. Semplicemente donargli il mio amore mi farà sentire bene. Perché finalmente saprò di non stare sprecando le mie energie e il mio cuore per qualcuno che non li merita, per qualcuno che non sa cosa farsene.

Amare è tutto quello che desidero fare. Voglio fare qualcosa di buono. Amare e sapere che il mio amore non è vano.