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Cinque anni di noi

Il 29 novembre di 5 anni fa è nato il mio bambino, e con lui è nata anche una nuova Me.

Non soltanto una Mamma, ma una nuova Donna, che è cresciuta, giorno dopo giorno, insieme al suo bambino.
E che oggi è una persona molto diversa da quella che sarebbe, se non avesse mai dato alla luce una Vita.
Insieme a Roberto, ho messo al mondo una nuova Eleonora.

Avrei potuto scegliere una foto migliore, a corredo di questo post. O magari pubblicare una foto che ritrae solamente il mio bel bimbo, ed evitare di mostrarvi il mio volto stanco e sfatto, struccato, a pochi giorni dal parto. In pieno baby blues.

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Pubblicato in: maternità, Riflessioni

La mia estate

Non amo le letture estive, mi piace l’abbronzatura ma trovo insopportabile restare immobile sotto il sole per ore ed ore (e poi, con un 4enne al seguito sarebbe impossibile!).
Odio i discorsi da ombrellone, anche perché sentire della gente pontificare sull’immigrazione e sparare a zero su dei poveri cristi mentre si spalmano la crema solare o sorseggiano una birretta fresca, e magari sbagliando pure i congiuntivi, mi sembra alquanto patetico.

Non ho mai conosciuto l’estate che molti di voi hanno vissuto durante l’adolescenza. I pettegolezzi sotto l’ombrellone con le amichette del mare, le passeggiate sul lungomare alla sera e le notti spese nei locali a ballare, gli amori estivi, gli addii… Fare mille promesse con le lacrime agli occhi, sapendo che non verranno mantenute. Non so cosa sia, tutto questo.

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Pubblicato in: infertilità, Riflessioni

Cosa vuol dire essere infertili?

Oggi vorrei spiegarvi cosa significa NON poter avere figli.

Ricevere una diagnosi di infertilità è come vedersi rubare il futuro.

Immaginate di camminare tranquillamente per la strada e ritrovarvi d’un tratto, senza sapere come, senza aver mai sbagliato direzione, sull’orlo di un precipizio.

Una diagnosi di infertilità è una sentenza di infelicità.
Non appena ti senti rivolgere quelle fatidiche parole: “Mi dispiace, lei non può avere figli,” ti senti morire un poco dentro.
Una sensazione che non riuscirai mai a scrollarti di dosso. Di cui il tuo animo resterà per sempre impregnato.

Possono occorrere settimane, mesi, anni, per accettare questa sentenza, e spesso non ci si riesce neanche. Tante sono le coppie che soccombono sotto il peso di questa verità, troppo grande da sopportare, troppo faticosa da combattere.

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D.G.M. (Donna geneticamente modificata)

Rieccomi.

Il Natale è passato, e anche quest’anno non mi sono lasciata sopraffare dal finto buonismo e dall’ipocrisia che lo circonda.

Abbiamo gettato il vecchio calendario appeso alla parete per rimpiazzarlo con uno nuovo. Ma non è che sia cambiato granché.

Sono giorni strani, a volte apatici, altre volte colmi d’emozioni. E mi rendo conto che devo accettarli così come vengono. C’est la vie.

Dal Tribunale nessune nuove.

Non ho neppure sentito mia madre per Natale.

Ho incontrato mio padre per caso, la sera della Vigilia, mentre passavo a salutare i miei nonni. La prima cosa che mi ha detto è stata: “Ehi, ma che culone hai messo su?” No, non era ironico. Io gli ho fatto notare che una frase del genere non può di certo aumentare la mia autostima. Lui non ha nemmeno risposto.

Mia nonna sta sempre peggio. Ormai non mi riconosce neanche più. Sono ormai lontani i tempi in cui mi chiedeva se ero incinta, e davanti al mio sguardo triste diceva che un bambino sarebbe arrivato, che dovevo portare pazienza perché anche lei ha aspettato tanto sua figlia…
Ho il terrore che possa andarsene prima di aver conosciuto il suo nipotino.
Io sono nata quando mia nonna stava malissimo, era in preda alla depressione, perché era da poco rimasta vedova. Mio nonno è morto molto giovane. La mia nascita la riportò alla vita. Mi piacerebbe che il miracolo si ripetesse. Ma… Ma.

L’altro giorno abbiamo festeggiato il quinto compleanno di uno dei miei adorati cani.
Ho sempre sognato di vedere mio figlio giocare con le sue “sorelline” a quattro zampe.
Ma il tempo passa, inesorabilmente. E ogni giorno che passa è un giorno triste in più, un giorno strappato alla felicità.

Ogni volta che sto con i bambini della comunità, i miei adorabili selvaggi, mi rendo conto di quanto sarebbe bello essere madre.

Insomma, è cambiato l’anno sul calendario, ma la vita rimane sempre la stessa.

A dicembre io e Marito siamo stati al centro PMA del San Paolo di Milano. La dottoressa con cui abbiamo parlato, capo dell’equipe, ci è sembrata molto in gamba. Ci ha illustrato il loro protocollo, che è diverso e molto più personalizzato rispetto a quello che ho seguito a Reggio Emilia.
Mi ha prescritto decine di analisi (soprattutto genetiche) che finora nessuno mi aveva chiesto, per capire come mai gli embrioni che mi hanno trasferito non hanno mai attecchito. Potrebbero esserci dei problemi, e non essere soltanto colpa della sfiga.

A fine gennaio dobbiamo rivederci per programmare la prossima ICSI, a pagamento. Spero di riuscire a cominciare il trattamento con il ciclo che dovrebbe iniziare a metà febbraio, anche se sarà dura.

Intanto sto cominciando a ricevere i risultati di qualche esame.
Oggi ho scoperto di avere una mutazione del II Allele MTHFR.
Non ho bene idea di cosa voglia dire, ma non mi sembra una cosa buona. Curiosando su internet ho scoperto che questa mutazione è abbastanza frequente e che può essere causa di aborti spontanei, se non trattata con i dovuti farmaci. Farmaci che non ho mai preso, non sapendolo.
Ma vaffanculo, va. A saperlo prima…

Le mie giornate sono nuovamente scandite dal conto alla rovescia per la prossima visita, prelievo del sangue o ecografia. Che gioia.

Intanto cerco di godermi ciò che di bello c’è nella mia vita.

E’ dura, quando hai un pensiero fisso in testa di cui poche persone riescono a capirne l’importanza.
Quando senti le forze scivolarti via, insieme al tempo.
E che diavolo c’entra se sono giovane. E se ho tanto tempo davanti.
Non mi interessa la possibilità di essere felice, un domani.
Io vorrei essere felice. Ora.

Entrare nella mia testa è sempre stato complicato, per tutti.

Ora mi rendo conto che è praticamente impossibile.

Saluti da una donna geneticamente modificata.

Spero di non aspettare il 2015 per scrivere di nuovo.

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Le fasi del lutto

Conoscete le cinque fasi del lutto?
Santa Wikipedia mi dice che questo modello è stato elaborato dalla dottoressa Elisabeth Kübler Ross.

Le fasi sono:
1. Fase della negazione o del rifiuto
2. Fase della rabbia
3. Fase della contrattazione o del patteggiamento
4. Fase della depressione
5. Fase dell’accettazione

Sono profondamente convinta che questi siano gli stessi stadi che si trova ad affrontare una coppia dopo aver scoperto la propria sterilità.
In fondo, sempre di morte si tratta.
La morte di un sogno. La morte di una felicità che si credeva facilmente raggiungibile. La morte di un figlio concepito da due persone che si amano, così come stabilito dalla Natura.

Certo, a differenza di un lutto vero e proprio, in questo caso non tutto è perduto.
Esiste la PMA. E l’adozione.
Un figlio conquistato grazie a bombe ormonali e provette nel primo caso, sopportando la burocrazia e mille difficoltà nel secondo.
Ma, in tutti modi, qualunque sia la strada che le coppie come me e Marito decidono di intraprendere, qualcosa dentro di noi muore.

Ero certa di aver già attraversato tutte queste fasi. E di esserci riuscita egregiamente.
Evidentemente, non è così.

Credevo di trovarmi nell’ultima fase, la più serena. Quella dell’accettazione.
Credevo di aver imparato a convivere con questo “lutto”. Con la morte di un figlio naturale.
Credevo di essere diventata più paziente e calma. Che il pensiero dell’adozione mi avesse fatto scordare che sono… Diversa.

E’ così? O sto solo mentendo a me stessa?

In questo momento mi sento più nella fase della depressione. O in quella della rabbia.
Forse io, che sono sempre stata anticonformista, sto percorrendo le fasi del lutto “al contrario”.
Magari presto affermerò pure che i medici si sono sbagliati, che Marito non è veramente sterile…

In questi giorni ho pensato e urlato tanto.
Io e Marito abbiamo litigato a lungo, e trascorso diverse notti separati, chi sul divano e chi al piano di sopra, nella camera da letto (vi lascio indovinare chi ha dormito dove).

Sono stata troppo drammatica, depressa, impulsiva, nel mio ultimo post?
Probabilmente sì, ma non lo so, non ho voglia di rileggerlo.

Ho inveito tanto contro Marito in questi giorni. Soprattutto contro la sua sterilità. Come non ho mai fatto prima.
Che senso ha arrabbiarsi, ora?
Sono quasi due anni che so come stanno le cose. Perché questa rabbia improvvisa, devastante?

So di aver detto cose cattive, cose che a me non piacerebbe sentirmi dire se fossi al suo posto.
Marito non ha colpa se da piccolo ha preso gli orecchioni, se nessun dottore ha mai pensato che questo avrebbe potuto portargli dei gravi danni alla sua fertilità.
In realtà non ce l’ho con lui. Ce l’ho con il destino che mi rende sempre tutto più difficile che alle altre persone.

Ho sempre creduto che bastasse impegnarsi, lottare, per uscire da un problema.
Ma non è così. A volte, più ti sforzi, più peggiori le cose. Oppure rimani fermo.
Come imprigionato nelle sabbie mobili.

So che sono stata una stupida ad essermi lasciata deprimere da un pomeriggio trascorso insieme a bambini che non sono riuscita a conquistare.
Sono stata una stupida ad aver invidiato mio marito.
Sono stata una stupida a paragonare la maternità biologica a quella adottiva. Lo sappiamo tutti che sono due cose diverse, soprattutto all’inizio.

E’ che ho tanta paura.

Avevo paura persino a tornare qui, nel mio nido virtuale. Avevo paura di leggere i commenti al mio ultimo post. Sapevo che sarebbero stati duri, pieni di critica, di pietà.
E questo perché ero consapevole di aver scritto parole sbagliate, rabbiose.
Ho letto i vostri commenti tutto d’un fiato.

Avete detto tutto ciò che Marito non ha fatto altro che ripetermi negli ultimi giorni.
Che non è detto che un figlio naturale ami la propria madre incondizionatamente.
Che è scontato che due bambini grandicelli si trovino meglio con un giovane uomo piuttosto che con una donna.
Che sono egocentrica e ho sbagliato a decidere di fare volontariato per sentirmi amata.

Il fatto è che io non sono tanto diversa dai bambini che si trovano in comunità, con alle spalle delle famiglie disagiate.
Non ho mai superato, e forse mai supererò, la mancanza di una famiglia di riferimento nella mia vita.
L’unica differenza è che la mia situazione famigliare non è mai venuta alla luce. Non sono mai apparsa come una bambina o una ragazza disagiata.
Solo Marito, gli amici più stretti, la mia psicologa, sanno cosa ho passato. E quanto ancora questo mi faccia male.
Un’altra differenza è che io non sono più una bambina. Sono un’adulta. Da me ci si aspetta che sia saggia e riflessiva.

Ma, a volte, non ci riesco.
A volte la bambina sola e ferita che c’è in me torna alla luce.
E non riesco a metterla a tacere.
Anche se sono grande.

Mi detesto per aver dubitato sull’idea dell’adozione.
In realtà non ho avuto davvero dei dubbi. Sono e spero di essere sempre felice di aver scelto questa strada.

Ma ho paura!

Ho paura dell’ennesimo fallimento.

Ho paura di dover aspettare anni e anni.

Ho paura che il giudice non ci chiamerà mai.

Ho paura che quel bambino che tanto ho aspettato, cercato, sognato, non riesca ad amarmi.

Ho sempre pensato che l’amore fosse sufficiente per ottenere altro amore.
E se non fosse così?

L’assistente sociale, durante i colloqui, ci ha fatto capire molto bene che le coccole e l’affetto non bastano a crescere un bambino (soprattutto se adottivo, ma di certo vale anche per un figlio  biologico). Che occorre comprensione, empatia, pazienza.
Tutto questo è ben chiaro nella mia mente. E sono pronta ad affrontarlo. Sono pronta ad affrontare qualsiasi situazione. Comportamenti violenti, droga, alcool, gioco d’azzardo, cattive compagnie,  domande sull’adozione, il desiderio di ritrovare la famiglia originaria…

Tutto questo non mi fa paura.
Sono brava ad affrontare i problemi. Sia dal lato “pratico” che da quello “emozionale”.

L’unica cosa che mi fa paura è che lui, o lei, non riesca ad amarmi.
Che non mi prenda mai per mano.
Che non mi cerchi per darmi un bacio.
Che non mi preghi di leggergli/le la favola della buona notte, che non mi chieda consigli.

Che non mi veda mai come una “mamma”.

Che non voglia accettare tutto l’amore che ho da dargli.

Una volta, in un post, ho affermato che non mi importerebbe se mio figlio non volesse mai chiamarmi mamma, se preferisse chiamarmi per nome.

Beh, mentivo.
In quel momento non ne ero consapevole, sia chiaro.

Ma ora mi rendo conto che è così.
Ho il terrore di non essere mai una mamma.

Fino a ieri ho tenuto relegato questo pensiero, questo terrore, in un angolo del cuore.
Ma, dopo quello che è accaduto con quei due bambini…

Io non piaccio alla gente. Non sono mai piaciuta.
E non è per fare del facile vittimismo; è proprio così.

Gli altri non mi odiano, no. Io provoco solo… Pura e insignificante indifferenza, nella maggior parte dei casi.

Mi sono sempre sentita invisibile.

Quando ero bambina e partecipavo alle feste di compleanno, spesso mi sentivo tagliata fuori, inadatta, a disagio. Come un pesce fuor d’acqua.
Non sono mai stata brava a prendere l’iniziativa, a propormi agli altri bambini. Ero timida e avevo paura di essere cacciata via.

L’unico modo che conoscevo per attirare l’attenzione, per dire: “Ehi, ci sono anch’io! Io esisto!” era… Fuggire via. Sparire.
Assurdo, vero?

Nel bel mezzo del pomeriggio scappavo dalla casa del festeggiato di turno e mi nascondevo, sperando che qualcuno venisse a cercarmi, che qualcuno sentisse la mia mancanza, che qualcuno volesse ritrovarmi.
Il più delle volte nessuno si accorgeva della mia fuga e, dopo essere rimasta a lungo nascosta, tornavo con la coda tra le gambe.
Altre volte, invece, gli altri bambini mi venivano a cercare. Ma nessuno era felice che stessi bene.
Dicevano sempre: “Brava, ci hai rovinato la festa! E’ un’ora che ti cerchiamo!”
E così sono diventata famosa come Eva la guastafeste.

Marito dice che non è vero. Che ho tante persone che mi amano. Peccato che, quando ha provato ad elencarle, gli sia venuto in mente solo il suo stesso nome.

Secondo lui non è tanto difficile farsi amare da un bambino. Basta una battuta, uno scherzo, fare il solletico, proporre di fare qualcosa insieme…
Ma a me tutto questo non riesce. Con i bambini della comunità mi sento molto timida. Ho paura ad avvicinarmi, a meno che non siano loro a chiedermelo. E se mi allontanassero? Se mi rifiutassero?
Io, che bambina non sono mai stata, non so bene come comportarmi con loro.

So che con mio figlio sarà diverso. Perché io sarò la sua mamma, almeno sulla carta, e avrò e sentirò tutto il diritto di sgridarlo, di abbracciarlo, di prendergli la mano.

Ma se lui mi rifiutasse?

Ho sbagliato tutto.
Il vero motivo per cui ho deciso di fare volontariato in questa comunità è sbagliato. Sentirmi mamma. Che idea stupida ed egoista.

Ciò che più desidero è ricevere amore, quell’amore che ho sempre sognato.
Io sono pronta a sacrificare tutta me stessa per il bambino che arriverà. Che poi, per me non si tratterebbe di un sacrificio, ma della strada per la felicità.
Ma voglio che anche lui mi ami. Lo voglio, ma non posso pretenderlo.

Potrei non piacergli.
Potrebbe preferire Marito.

Qualcuno, nei commenti al mio ultimo post, mi ha detto che questa eventualità esiste.
Non ci avevo mai pensato.
Mi ritrovo a rifletterci solo ora.
E il pensiero mi spaventa.

Riuscirò a trattenere la rabbia, se questo dovesse accadere?
Riuscirò ad accettarlo?

E quel bambino potrebbe anche non arrivare mai.

Questa è l’ipotesi che mi fa più paura.
Perché io sono pronta a rischiare, a impegnarmi, per creare la famiglia felice che ho sempre sognato.

Voglio avere la possibilità di rischiare.
Ma ho anche il timore di non riuscire.

Sono veramente tanto stanca.
E anche in piena fase premestruale.
Piango per qualsiasi cosa. Non è proprio il momento più adatto per lasciarsi andare a riflessioni profonde, che ne pensate?

Oggi ho inveito contro una collega perché non mi ha messo in copia in un’e-mail…
E sogghignando stile ” personaggio cattivo dei cartoni animati” ho affermato di voler dare fuoco all’azienda con tutti i colleghi dentro.

Ehm, insomma… Chissà, forse questa non è veramente la “fase della depressione”. E manco quella della “rabbia”.
Forse è solo la fase “ormoni in subbuglio”.
I brufoli e le tette gonfie sembrano darmi ragione.

Speriamo che sia davvero così.

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Inamabile

Non sono sempre così tranquilla come traspare da molti dei miei post.

In realtà io sono davvero serena, la maggior parte del tempo. Ma solo perché celo, persino a me stessa, la mia rabbia, il mio dolore, la mia frustrazione, le mie paure, dietro discorsi farciti di dolcezza, bontà, sicurezza, discorsi sul destino… Ma, a furia di accumulare dolore, alla fine è impossibile trattenerlo.

Si giunge ad un momento in cui non se ne può più. E si scoppia. Ed è quello che è accaduto a me oggi.

Oggi io e Marito abbiamo affrontato il nostro primo pomeriggio come volontari presso una comunità che si occupa di bambini provenienti da famiglie disagiate. Abbiamo preso questa decisione prima dell’estate, ma abbiamo dovuto attendere oggi prima di iniziare, perché durante l’estate i bimbi si trasferiscono nella sede in montagna.

La comunità è gestita da suore, e anche la collega di cui più volte vi ho parlato era una volontaria presso questa comunità e me ne ha parlato molto bene, anche se non è più molto attiva da quando ha adottato la sua bambina (ovviamente, quest’ultima merita tutte le sue attenzioni e cure).

La comunità è volutamente composta da pochi bambini, in modo che ci si possa occupare di tutti nel modo migliore possibile. Come ci è stato spiegato durante la riunione di inizio anno, compito dei volontari – sotto la sorveglianza degli educatori esperti – è quello di aiutare i bimbi a studiare, giocare con loro, accompagnarli al cinema, al parco, ecc. ecc.

Ciò che la coordinatrice ha voluto farci capire maggiormente è che questi bambini hanno una famiglia. Che non è di certo quella del Mulino Bianco, ma comunque non sono bimbi orfani. E noi non siamo i loro genitori, ma solo volontari. Amici, educatori, istruttori, ma non genitori. E questo è un concetto fondamentale.

Io e Marito abbiamo deciso di diventare volontari perché, mentre aspettiamo nostro figlio, vogliamo cercare di sfruttare questo tempo per aiutare altri bimbi… E per imparare a comportarci con un bambino che proviene da una situazione difficile…
Ma, lo devo ammettere, anche se io ho cercato di imprimermi bene nella mente i consigli della coordinatrice, il mio obiettivo principale è sempre stato quello di sentirmi un po’ mamma. Senza farlo intuire a nessuno, ovviamente, né agli altri volontari, né ai bimbi stessi.

Una piccola sensazione di gioia che volevo provare in un angolino del mio cuore.

La mia collega mi ha raccontato che alcuni di questi bambini si erano affezionati talmente tanto a lei e suo marito, entrambi volontari, da cominciare a chiamarli “mamma” e “papà”…
Non speravo in un atto d’affetto così eclatante, ma nella mia mente sognavo di prendere un bambino per mano… Di abbracciarlo… Di ricevere i suoi sorrisi… Di sentirmi un po’ mamma. Solo un po’. Quel tanto che basta per riscaldare il mio cuore gelato.

Oggi io e Marito, accompagnati da un’educatrice esperta, abbiamo portato in giro due bambini, Luca e Matteo (i nomi sono di fantasia), rispettivamente di dieci e nove anni. Questi bimbi sono fantastici. Pieni di vita, divertenti, a volte irruenti…

Dovete sapere che io sono una persona decisamente timida, sia con gli adulti che con i bambini. Con questi ultimi, forse, ancora di più. Ho sempre paura di dire o fare le cose sbagliate, di parlare in modo troppo infantile o mostrarmi troppo affettuosa e risultare inappropriata.

Siamo andati a fare un giro per il parco, e fin da subito il bimbo più piccolo, Matteo, si è letteralmente appiccicato a Marito, mentre Luca, più introverso, se ne stava un po’ per i fatti suoi. Mentre attraversavamo la strada Marito ha preso per mano Matteo. Da quel momento sono diventati inseparabili. Abbiamo giocato nel parco, e Matteo si lanciava tra le braccia di Marito, ridendo felice.

Non so cos’avrei dato per essere al posto di mio marito. Per poter stringere quel bimbo tra le mie braccia.
Quando passeggiavamo era Matteo stesso a cercare la mano di Marito. Io mi mettevo di fianco al bimbo, lasciavo penzolare la mano vicino alla sua, sperando che la prendesse… Ma non l’ha mai fatto.

E io non ho osato prendere l’iniziativa. Temevo che mi rifiutasse.

Ho provato anche ad avvicinarmi a Luca, invano. Rispondeva alle mie domande, chiacchierava con me, ma non sentivo alcun affetto da parte sua. E come potevo pretenderlo? Sono una perfetta sconosciuta per lui! Era tutto assolutamente normale.
Tranne per il fatto che il piccolo Matteo stava attaccato a Marito come un sanguisuga. Perché lui sì, e io no?

Marito ad un certo punto ha capito che avevo qualcosa di strano, mi ha preso in disparte e mi ha chiesto cosa stesse succedendo. Io non ho voluto rispondergli, in quel momento non era il caso di iniziare a litigare, gli ho solo mormorato che voglio il divorzio.

Sì, avete letto bene.

Marito aveva intuito cosa mi tormentasse e, mentre camminava tenendo Matteo per mano, l’ho sentito chiedere al bimbo di prendere anche la mia, di mano.

Il bimbo ha risposto di no.

Marito non si è dato per vinto. Ha provato a fare la stessa domanda a Luca. Non l’ho sentito mentre glielo chiedeva, ma l’ho capito non appena Luca, mentre stavamo per attraversare la strada, si è avvicinato e ha esclamato: “Tuo marito mi ha detto di prenderti per mano!”

Non mi sono mai sentita tanto umiliata.

Ho preso il bambino per mano, perché a quel punto non potevo fare nient’altro.
Non avrei voluto lasciarla più. Non appena abbiamo finito di attraversare, però, lui l’ha lasciata. E io non ho più osato riprendergliela.

Abbiamo riportato i bambini dalle suore meno di due ore fa. Non appena io e Marito siamo tornati a casa ho cominciato ad inveire contro di lui.

Marito, in realtà, non ha sbagliato nulla. Si è comportato bene. Perfettamente, direi.

Il problema sono io.

Nessuno mi ha mai voluto bene nella mia vita. Neppure i miei genitori.

Marito dice che i bambini si sono attaccati a lui perché è più espansivo e infantile rispetto a me… Che, con il tempo, si abitueranno anche alla mia presenza. Ma io non ci credo.

Io sono sbagliata. Sono totalmente sbagliata. Nella mia vita non ho fatto altro che cercare di migliorare. Ho sempre fallito. Ogni volta che cerco di farmi amare da qualcuno, fallisco.

Volevo diventare mamma. Pensavo che solo così avrei trovato la felicità, la pace. Ma anche questo mi è proibito, nonostante tutti i miei sforzi. Ho un marito sterile. Tre PMA, tre fallimenti. A ventisette anni.

Come posso adottare un bambino? E se il fallimento si ripetesse?
Se il bambino si affezionasse di più a Marito che a me?
Se Marito fosse costretto a dirgli: “Prendi la mano della mamma…” e lui rispondesse di no?

Se partorissi un bambino, non avrei bisogno di “conquistare” il suo affetto. Io sarei la sua mamma. Punto. Non ci penserebbe neppure un istante prima di prendermi la mano. Sarebbe una cosa… Naturale.

Con un bambino adottato si ripeterebbe l’orribile situazione vissuta oggi. Dover conquistare, elemosinare il suo affetto. E se non ci riuscissi? Non sono riuscita neppure a conquistare l’affetto dei miei stessi genitori…!

Non è che io pensi a queste difficoltà per la prima volta, eh. Ho ben chiaro nella mia mente cosa significhi adottare.

Ma, forse, solo oggi mi sono resa conto che io potrei non farcela.

Nessuno mi vuole bene. Perché il nostro bimbo dovrebbe amarmi?

Scusate, forse non so neppure bene cosa sto scrivendo. Dopo due Heineken da 66 e una decina di sigarette mi si è offuscata la vista e la mente.

Non ho ripensamenti sull’adozione. E non voglio realmente divorziare da Marito…!

E’ che sono tanto stanca. Odio la mia vita, sempre così difficile.
E odio me stessa. Per le mie aspettative troppo alte, per l’invidia che provo verso il mio stesso marito.

Vorrei essere diversa. Vorrei avere una famiglia che mi ama, un marito fertile, tanti amici.

Ma non è così. E devo imparare a convivere con il mio destino.

La mia paura più grande è riuscire a non farcela, non perché non lo meriti o perché non mi impegni abbastanza, ma semplicemente perché non sono una persona che può essere amata da qualcuno.

Sono… Inamabile.

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La conversazione più assurda

Ho scritto parecchie volte di conversazioni assurde che mi sono trovata a dover affrontare a proposito della PMA o della ricerca di un figlio.
Quella che vi sto per raccontare, però, le batte tutte. Sia quelle passate sia, ne sono certa!, quelle che dovrò affrontare in futuro.

La conversazione che vi sto per raccontare e che, di sicuro, vi lascerà a bocca aperta, non ha molto a che fare con la PMA.
Una delle persone coinvolte, però, e soprattutto il mio rapporto con lei, è forse la principale causa della mia spasmodica ricerca di un figlio.

Antefatto: Qualche giorno fa uno sconosciuto, un certo Luca di Milano, mi ha chiesto l’amicizia su Facebook. Io ho accettato, come faccio sempre (tranne con i capi), anche se non avevo idea di chi fosse… Pensavo che fosse un mio collega di Milano, oppure che avesse avuto il mio contatto tramite l’associazione animalista di cui faccio parte. Dopo aver accettato l’amicizia, mi sono completamente scordata di lui.

Domenica io e Marito abbiamo sfortunatamente incontrato i miei genitori al supermercato. Io e Marito non andiamo mai a quel supermercato, ma era l’unico aperto, e da quello che so neppure i miei genitori ci vanno spesso. E’ stata una pura botta di sfiga.
La sorpresa e l’incazzatura iniziali hanno ben presto lasciato spazio ad una sensazione di pietà. Era da mesi che non li vedevo. Ogni volta che per caso li incontro (viviamo in una piccola città, purtroppo accade più spesso di quanto non vorrei), li vedo sempre più vecchi e stanchi, ingrigiti, appassiti, anche se anziani non li sono affatto, in due hanno poco più di cent’anni.

Mi fa pena mia madre, così altezzosa e sicura di sé, che pensa che tutti gli uomini vogliano portarsela a letto, che ha fatto interdire la propria madre, una donna di 86 anni, e l’ha rinchiusa in una casa di riposo dove sta rapidamente morendo, senza neppure rendersi conto di quello che ha fatto.

Mi fa pena mio padre, che forse tanto cattivo non è, ma solo stupido, che mi ha dato un buffetto sulla guancia e mi ha sgridato dicendomi che non mi faccio mai sentire, che mi ha chiesto “come stai?” probabilmente riferendosi alla PMA di cui sa grazie a mia nonna, ma di cui non ha il coraggio di parlare apertamente…

Ma non dovrebbero essere i genitori ad accudire i figli, a cercarli quando non si fanno sentire, a interessarsi a loro?

La pietà è sparita non appena mia madre, ormai patita di Facebook (non ha mai lavorato e ultimamente passa tutto il suo tempo in chat – oh, meno male che ha abbandonato mia nonna in un ospizio perché non aveva tempo di curarla!), mi ha chiesto di accettare l’amicizia del suddetto Luca, perché questo ragazzo aveva qualcosa di molto importante da dirmi.

Ho cominciato a scaldarmi. Chi cappero è questo Luca? Che deve dirmi?
Ovviamente mia madre non ha voluto anticiparmi nulla. Mi ha solo detto di parlare con lui.

Non appena arrivata a casa ho mandato un messaggio a questo ragazzo chiedendogli chi fosse e cosa volesse da me. Ieri mi ha risposto, ripetendo che aveva qualcosa di molto importante da dirmi e che voleva parlarmi in chat.

Sul suo profilo avevo notato che la sua data di nascita era uguale alla mia. Il mio primo pensiero è stato: “Cavolo! Vuoi vedere che ci hanno scambiato nelle culle? Magari ho degli altri genitori da un’altra parte!”
Ma questa illusione (speranza??) è sparita non appena mi sono resa conto che Luca è nato qualche anno prima di me.
Niente da fare. Questi genitori me li devo tenere.

Le altre opzioni erano:

– Lui e mia madre avevano una tresca
– Era il figlio illegittimo di mia madre
– Voleva donarmi il suo sperma (oh, uno le pensa tutte!)

A questo punto ho perso di nuovo le staffe, gli ho detto che non uso la chat di Facebook e di scrivermi un messaggio privato, se proprio voleva comunicare con me.

Col senno di poi, mi dico che avrei fatto meglio ad eliminarlo dagli amici immediatamente.

Ieri pomeriggio mi ha mandato un messaggio, molto educato e cordiale devo dire, in cui mi ha raccontato che lui e mia madre si sono conosciuti su Facebook tramite un amico comune e che chattano e si sentono spesso al cellulare.
Cioè, mentre io lavoro, affronto la fecondazione assistita, le pratiche dell’adozione, curo i cani, la casa, mi impegno in progetti nuovi, cerco il modo di riportare mia nonna alla vita… Mentre io faccio tutto questo, mia madre – mia madre! – passa le giornate a parlare su facebook con un ragazzo trentenne sconosciuto?
E non vuole ascoltare sua figlia mentre le spiega la PMA? E non partecipa al suo matrimonio? Ah… Ok.

Luca mi ha spiegato che mia madre è molto depressa, che non fa altro che parlare di me e pentirsi per gli errori fatti in passato, che si chiede se potrà mai riabbracciarmi… Mi ha detto che devo sforzarmi per aiutarla, perché solo una figlia può aiutare la propria madre (e io che credevo fosse il contrario!).

Mi ha anche detto che ero libera di mandarlo al diavolo, che mi aveva scritto solo per aiutare un’amica che evidentemente sta male.

Oh, datemi pure della cinica, ma io ho riso tutto il tempo mentre leggevo ‘sto messaggio delirante!

Naturalmente, io che non so stare zitta, gli ho risposto in maniera altrettanto educata.
Gli ho detto che deve stare attento alle persone con cui parla in chat, che non tutto è come appare, e che io non sono la figlia ingrata che gli è stata raccontata… Gli ho spiegato che mia madre cerca in tutti i modi di attirare l’attenzione, che non gliene importa nulla di me ma usa la nostra triste storia soltanto per essere compatita e amata…
Gli ho parlato un po’ dei miei problemi (tanto, questo chi lo conosce) e del fatto che a mia madre non si è mai interessata per sapere come sto, che non ha neppure presenziato al mio matrimonio!

E ho concluso dicendo che non importa da che pancia sei nato, che conta chi ti ama e chi ti tiene per mano durante il duro percorso della vita…

Speravo che il mio messaggio l’avrebbe messo a tacere, invece Luca mi ha risposto dicendomi nuovamente che devo sforzarmi per aiutare mia madre e riavvicinarmi a lei… Tutti consigli molto belli e teneri, ma che NON sono ben accetti da un perfetto SCONOSCIUTO!

E, come se non bastasse, oggi pomeriggio, mentre mi districavo tra mille pratiche lavorative, mia madre mi ha mandato un sms dicendomi che non riusciva a comunicare con Luca perché aveva dieci – DIECI – chat aperte e le si era bloccato il computer… E chi se ne frega?!

Dopo pochi minuti mi ha scritto dicendomi che spera che Luca dopo avermi parlato le spieghi cos’ha sbagliato con me…

Cioè, questa ha bisogno che qualcuno glielo spieghi? Ma ci è o ci fa?
Ok, capisco i suoi problemi mentali e tutto (magari li ammettesse anche lei), ma se non partecipi al matrimonio di tua figlia, se non ti interessi quando ti parla dei suoi problemi di sterilità, se non le prepari mai il pranzo o la cena, se la guardi senza fare nulla mentre affronta problemi alimentari e altre difficoltà di cui non sto a parlare… Cioè, poi ti chiedi cos’hai sbagliato?! O__o

Per non parlare del fatto che per comunicare con sua figlia deve chiedere aiuto ad un estraneo di 30 anni con cui chatta su Facebook…!

Tutto questo farebbe ridere, se non fosse così squallido.