La mia storia

Le fasi del lutto

Conoscete le cinque fasi del lutto?
Santa Wikipedia mi dice che questo modello è stato elaborato dalla dottoressa Elisabeth Kübler Ross.

Le fasi sono:
1. Fase della negazione o del rifiuto
2. Fase della rabbia
3. Fase della contrattazione o del patteggiamento
4. Fase della depressione
5. Fase dell’accettazione

Sono profondamente convinta che questi siano gli stessi stadi che si trova ad affrontare una coppia dopo aver scoperto la propria sterilità.
In fondo, sempre di morte si tratta.
La morte di un sogno. La morte di una felicità che si credeva facilmente raggiungibile. La morte di un figlio concepito da due persone che si amano, così come stabilito dalla Natura.

Certo, a differenza di un lutto vero e proprio, in questo caso non tutto è perduto.
Esiste la PMA. E l’adozione.
Un figlio conquistato grazie a bombe ormonali e provette nel primo caso, sopportando la burocrazia e mille difficoltà nel secondo.
Ma, in tutti modi, qualunque sia la strada che le coppie come me e Marito decidono di intraprendere, qualcosa dentro di noi muore.

Ero certa di aver già attraversato tutte queste fasi. E di esserci riuscita egregiamente.
Evidentemente, non è così.

Credevo di trovarmi nell’ultima fase, la più serena. Quella dell’accettazione.
Credevo di aver imparato a convivere con questo “lutto”. Con la morte di un figlio naturale.
Credevo di essere diventata più paziente e calma. Che il pensiero dell’adozione mi avesse fatto scordare che sono… Diversa.

E’ così? O sto solo mentendo a me stessa?

In questo momento mi sento più nella fase della depressione. O in quella della rabbia.
Forse io, che sono sempre stata anticonformista, sto percorrendo le fasi del lutto “al contrario”.
Magari presto affermerò pure che i medici si sono sbagliati, che Marito non è veramente sterile…

In questi giorni ho pensato e urlato tanto.
Io e Marito abbiamo litigato a lungo, e trascorso diverse notti separati, chi sul divano e chi al piano di sopra, nella camera da letto (vi lascio indovinare chi ha dormito dove).

Sono stata troppo drammatica, depressa, impulsiva, nel mio ultimo post?
Probabilmente sì, ma non lo so, non ho voglia di rileggerlo.

Ho inveito tanto contro Marito in questi giorni. Soprattutto contro la sua sterilità. Come non ho mai fatto prima.
Che senso ha arrabbiarsi, ora?
Sono quasi due anni che so come stanno le cose. Perché questa rabbia improvvisa, devastante?

So di aver detto cose cattive, cose che a me non piacerebbe sentirmi dire se fossi al suo posto.
Marito non ha colpa se da piccolo ha preso gli orecchioni, se nessun dottore ha mai pensato che questo avrebbe potuto portargli dei gravi danni alla sua fertilità.
In realtà non ce l’ho con lui. Ce l’ho con il destino che mi rende sempre tutto più difficile che alle altre persone.

Ho sempre creduto che bastasse impegnarsi, lottare, per uscire da un problema.
Ma non è così. A volte, più ti sforzi, più peggiori le cose. Oppure rimani fermo.
Come imprigionato nelle sabbie mobili.

So che sono stata una stupida ad essermi lasciata deprimere da un pomeriggio trascorso insieme a bambini che non sono riuscita a conquistare.
Sono stata una stupida ad aver invidiato mio marito.
Sono stata una stupida a paragonare la maternità biologica a quella adottiva. Lo sappiamo tutti che sono due cose diverse, soprattutto all’inizio.

E’ che ho tanta paura.

Avevo paura persino a tornare qui, nel mio nido virtuale. Avevo paura di leggere i commenti al mio ultimo post. Sapevo che sarebbero stati duri, pieni di critica, di pietà.
E questo perché ero consapevole di aver scritto parole sbagliate, rabbiose.
Ho letto i vostri commenti tutto d’un fiato.

Avete detto tutto ciò che Marito non ha fatto altro che ripetermi negli ultimi giorni.
Che non è detto che un figlio naturale ami la propria madre incondizionatamente.
Che è scontato che due bambini grandicelli si trovino meglio con un giovane uomo piuttosto che con una donna.
Che sono egocentrica e ho sbagliato a decidere di fare volontariato per sentirmi amata.

Il fatto è che io non sono tanto diversa dai bambini che si trovano in comunità, con alle spalle delle famiglie disagiate.
Non ho mai superato, e forse mai supererò, la mancanza di una famiglia di riferimento nella mia vita.
L’unica differenza è che la mia situazione famigliare non è mai venuta alla luce. Non sono mai apparsa come una bambina o una ragazza disagiata.
Solo Marito, gli amici più stretti, la mia psicologa, sanno cosa ho passato. E quanto ancora questo mi faccia male.
Un’altra differenza è che io non sono più una bambina. Sono un’adulta. Da me ci si aspetta che sia saggia e riflessiva.

Ma, a volte, non ci riesco.
A volte la bambina sola e ferita che c’è in me torna alla luce.
E non riesco a metterla a tacere.
Anche se sono grande.

Mi detesto per aver dubitato sull’idea dell’adozione.
In realtà non ho avuto davvero dei dubbi. Sono e spero di essere sempre felice di aver scelto questa strada.

Ma ho paura!

Ho paura dell’ennesimo fallimento.

Ho paura di dover aspettare anni e anni.

Ho paura che il giudice non ci chiamerà mai.

Ho paura che quel bambino che tanto ho aspettato, cercato, sognato, non riesca ad amarmi.

Ho sempre pensato che l’amore fosse sufficiente per ottenere altro amore.
E se non fosse così?

L’assistente sociale, durante i colloqui, ci ha fatto capire molto bene che le coccole e l’affetto non bastano a crescere un bambino (soprattutto se adottivo, ma di certo vale anche per un figlio  biologico). Che occorre comprensione, empatia, pazienza.
Tutto questo è ben chiaro nella mia mente. E sono pronta ad affrontarlo. Sono pronta ad affrontare qualsiasi situazione. Comportamenti violenti, droga, alcool, gioco d’azzardo, cattive compagnie,  domande sull’adozione, il desiderio di ritrovare la famiglia originaria…

Tutto questo non mi fa paura.
Sono brava ad affrontare i problemi. Sia dal lato “pratico” che da quello “emozionale”.

L’unica cosa che mi fa paura è che lui, o lei, non riesca ad amarmi.
Che non mi prenda mai per mano.
Che non mi cerchi per darmi un bacio.
Che non mi preghi di leggergli/le la favola della buona notte, che non mi chieda consigli.

Che non mi veda mai come una “mamma”.

Che non voglia accettare tutto l’amore che ho da dargli.

Una volta, in un post, ho affermato che non mi importerebbe se mio figlio non volesse mai chiamarmi mamma, se preferisse chiamarmi per nome.

Beh, mentivo.
In quel momento non ne ero consapevole, sia chiaro.

Ma ora mi rendo conto che è così.
Ho il terrore di non essere mai una mamma.

Fino a ieri ho tenuto relegato questo pensiero, questo terrore, in un angolo del cuore.
Ma, dopo quello che è accaduto con quei due bambini…

Io non piaccio alla gente. Non sono mai piaciuta.
E non è per fare del facile vittimismo; è proprio così.

Gli altri non mi odiano, no. Io provoco solo… Pura e insignificante indifferenza, nella maggior parte dei casi.

Mi sono sempre sentita invisibile.

Quando ero bambina e partecipavo alle feste di compleanno, spesso mi sentivo tagliata fuori, inadatta, a disagio. Come un pesce fuor d’acqua.
Non sono mai stata brava a prendere l’iniziativa, a propormi agli altri bambini. Ero timida e avevo paura di essere cacciata via.

L’unico modo che conoscevo per attirare l’attenzione, per dire: “Ehi, ci sono anch’io! Io esisto!” era… Fuggire via. Sparire.
Assurdo, vero?

Nel bel mezzo del pomeriggio scappavo dalla casa del festeggiato di turno e mi nascondevo, sperando che qualcuno venisse a cercarmi, che qualcuno sentisse la mia mancanza, che qualcuno volesse ritrovarmi.
Il più delle volte nessuno si accorgeva della mia fuga e, dopo essere rimasta a lungo nascosta, tornavo con la coda tra le gambe.
Altre volte, invece, gli altri bambini mi venivano a cercare. Ma nessuno era felice che stessi bene.
Dicevano sempre: “Brava, ci hai rovinato la festa! E’ un’ora che ti cerchiamo!”
E così sono diventata famosa come Eva la guastafeste.

Marito dice che non è vero. Che ho tante persone che mi amano. Peccato che, quando ha provato ad elencarle, gli sia venuto in mente solo il suo stesso nome.

Secondo lui non è tanto difficile farsi amare da un bambino. Basta una battuta, uno scherzo, fare il solletico, proporre di fare qualcosa insieme…
Ma a me tutto questo non riesce. Con i bambini della comunità mi sento molto timida. Ho paura ad avvicinarmi, a meno che non siano loro a chiedermelo. E se mi allontanassero? Se mi rifiutassero?
Io, che bambina non sono mai stata, non so bene come comportarmi con loro.

So che con mio figlio sarà diverso. Perché io sarò la sua mamma, almeno sulla carta, e avrò e sentirò tutto il diritto di sgridarlo, di abbracciarlo, di prendergli la mano.

Ma se lui mi rifiutasse?

Ho sbagliato tutto.
Il vero motivo per cui ho deciso di fare volontariato in questa comunità è sbagliato. Sentirmi mamma. Che idea stupida ed egoista.

Ciò che più desidero è ricevere amore, quell’amore che ho sempre sognato.
Io sono pronta a sacrificare tutta me stessa per il bambino che arriverà. Che poi, per me non si tratterebbe di un sacrificio, ma della strada per la felicità.
Ma voglio che anche lui mi ami. Lo voglio, ma non posso pretenderlo.

Potrei non piacergli.
Potrebbe preferire Marito.

Qualcuno, nei commenti al mio ultimo post, mi ha detto che questa eventualità esiste.
Non ci avevo mai pensato.
Mi ritrovo a rifletterci solo ora.
E il pensiero mi spaventa.

Riuscirò a trattenere la rabbia, se questo dovesse accadere?
Riuscirò ad accettarlo?

E quel bambino potrebbe anche non arrivare mai.

Questa è l’ipotesi che mi fa più paura.
Perché io sono pronta a rischiare, a impegnarmi, per creare la famiglia felice che ho sempre sognato.

Voglio avere la possibilità di rischiare.
Ma ho anche il timore di non riuscire.

Sono veramente tanto stanca.
E anche in piena fase premestruale.
Piango per qualsiasi cosa. Non è proprio il momento più adatto per lasciarsi andare a riflessioni profonde, che ne pensate?

Oggi ho inveito contro una collega perché non mi ha messo in copia in un’e-mail…
E sogghignando stile ” personaggio cattivo dei cartoni animati” ho affermato di voler dare fuoco all’azienda con tutti i colleghi dentro.

Ehm, insomma… Chissà, forse questa non è veramente la “fase della depressione”. E manco quella della “rabbia”.
Forse è solo la fase “ormoni in subbuglio”.
I brufoli e le tette gonfie sembrano darmi ragione.

Speriamo che sia davvero così.

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7 thoughts on “Le fasi del lutto

  1. Ero stata tentata di scriverti al precedente post poi ho pensato che come me forse avevi solo bisogno di sfogo.. Anche io non ho avuto una famiglia facile… Anzi!! E il mondo non lo sa, a parte Lui è le mie amiche. Ho una nipote che non mi bacia e non mi abbraccia, lo fa con Lui che conosce da soli 3 anni. Io per lei sono l’adulto serio a cui obbedire…ma forse sono io che ho preferito darle la sicurezza che a me è mancata piuttosto che il divertimento. Ho avuto paura dei punti del lutto… Io sono ancora tra il primo e il secondo…a 40anni e due fivet fallite. La depressione deve ancora arrivare quindi. Sarai una mamma come potrai essere, sicuramente piena d ‘amore e quindi non sbagliata. Lo so che non è facile stare con una persona sterile, io non lo so perché Lui resta con me ma mi piace pensare che sia perché non ha dubbi sul suo amore per me, voglio credere che darebbe stato così anche per me se fosse stato il contrario. Essere infertili ti fa sentire mutilata e non ha niente a che vedere o almeno non del tutto col gatto di non avere figli. Ti abbraccio, stringi tuo marito!!

  2. Non ti ho mai scritto, ma stavolta mi sento di lasciarti un commento. Ho letto tutto d’un fiato il post di prima e quello di adesso (tra l’altro ti faccio i miei complimenti, perché sai tradurre egregiamente le tue emozioni in scrittura..) e vorrei solo dirti una cosa: ognuno di noi è il prodotto di quello che ha vissuto fino ad oggi, nel bene e nel male.. ognuno di noi ha un vissuto alle spalle che l’ha segnato, magari con dolori più o meno grandi o con gioie o con abbandoni.. siamo tutti come un puzzle, dove diverse tessere si sono incastrate negli anni a formare quello che siamo.. a volte questo ci piace e a volte no.. però io credo che alla fine, nonostante questo puzzle non possa cambiare di fondo, la bellezza della vita è che noi abbiamo la possibilità di comporre le tessere in diversi modi, e di lottare perché il disegno assuma la forma che vogliamo noi. E questo spiega come mai due persone diverse possono reagire in modi totalmente opposti a un dolore, a una perdita o ad un abbandono. Io credo che tu abbia trovato il modo di tirare fuori dalla tua storia e dalle mancanze che hai subito qualcosa di positivo.. Pensaci bene, alla fine avresti potuto reagire alle mancanze dei tuoi genitori chiudentoti in te stessa, o vivendo la tua vita pensando solo a te, visto che nessuno a te ci aveva mai pensato. Invece ti sei costruita un sogno bellissimo, quello di poter dare insieme alla persona che ami quello che non hai avuto tu ad un’altra persona.. e probabilmente se la natura non ci avesse messo lo zampino a impedirti questa cosa saresti già una mamma bravissima.. una mamma che ama con tutta se stessa, con tutti i suoi difetti e le sue imperfezioni.. invece la natura ti ha messo davanti ad un’altra prova, e hai dovuto per forza di cose iniziare a pensare a pensare e a pensare a una cosa che invece in “natura” non viene pensata ma solo vissuta.. Nessuna mamma è perfetta, e nessun figlio è perfetto.. ma ce la si mette tutta, e alla fine ce la si fa.. solo che per te quello che hai vissuto rende difficile crederlo.. tu sai purtroppo che una mamma può non amare il proprio figlio, e un figlio può non amare la propria madre.. ma l’esperienza che ti manca è quella che un figlio ami la propria madre anche se non è perfetta e una madre ami il proprio figlio anche se non è perfetto.. e questo è perché l’amore non si può razionalizzare, non puoi fare calcoli o previsioni.. ti travolge e basta.. pensa all’amore che hai con tuo marito..sicuramente lui avrà tantissimi difetti, come te.. ma perché nonostante quelli tu lo ami lo stesso? non puoi spiegartelo.. e così è per un figlio.. tutti noi magari abbiamo desiderato per un momento una mamma diversa.. e magari tutte le mamme per un momento hanno desiderato un figlio diverso..ma alla fine quello che lega una mamma ad un bimbo è il fatto che giorno dopo giorno ce la si metta tutta.. con pazienza e umiltà..mettendosi in gioco..esattamente come si fa in un matrimonio..senza pensarci troppo su..
    Non sei sbagliata..anzi.. razionalizzare le proprie mancanze e i propri difetti è un grande pregio.. ma io credo che a volte prima di tutto con se stessi bisogna anche riconoscersi i punti di forza e i pregi.. se li vediamo noi anche gli altri prima o poi riusciranno a vederli..
    scusami per la lungaggine del commento..ti abbraccio.. e ti mando un in bocca al lupo grosso come una casa..

  3. io non capisco come si faccia a non amare o volere bene una persona come te che ne ha estremo bisogno. se fossi li ti prenderei per mano e poi ti abbraccerei forte. io sono sicura che tuo figlio ti vorrà bene, certo ci vorrà tempo ma ti amerà come una mamma… tutte noi abbiamo paura di non essere accettate o amate dai nostri figli sia di pancia che di cuore è normale siamo umane… ma già il fatto che tu sia risultata idonea all’asozione non significa qualcosa per te???? spero che questo bimbno arrivi presto per poterti far cambiare idea…

  4. Sai una cosa? Il compito, lo scopo di un genitore non è e non deve essere quello di essere amato/a. No. Sembra brutto? Ma forse, invece, se ci pensi bene, può anche aiutarti. Perché ti toglie un peso, il peso del dover essere amata e del voler essere amata. E giusto poco tempo fa ho ascoltato questo stesso concetto da Massimo Recalcati, uno psicoanalista. Costui faceva notare che fino più o meno agli scorsi anni ’70 i genitori (pensa ai nostri nonni) non avevano come oggi la preoccupazione di essere amati dai figli, quindi si facevano molti meno problemi anche per es. nell’essere severi, nell’imporre regole e così via. I genitori di oggi (quelli della nostra generazione), figli degli anni ’70, hanno invece una paura folle (anche senza saperlo) di non riuscire a conquistarsi l’amore dei figli e per questo fanno molta fatica a imporre regole, a dire dei no, proprio perché temono, in questo modo, che poi i figli non li amino. O si fanno venire mille angosce (come te in questo momento) sul timore di non essere amati. E’ insomma un problema tutto nostro (nostro come generazione, quindi non solo tuo, anche se puoi comunque sentire che nel tuo caso c’è l’aggravante di essere stata una bambina non amata), con cui dobbiamo fare i conti, perché essere genitori (adulti) insicuri e irrisolti che si preoccupano di chiedere amore anziché di essere figure solide e autosufficienti che devono guidarti nella vita è un grosso problema. Io ci penso molto.
    Voglio dirti anche una cosa più personale. Anch’io non ho avuto l’amore della mamma. So come ci si sente a essere sempre in cerca di quell’amore anche mentre cresci e ormai sei grande. Bene, alcuni anni fa, è successo che me ne sono fatta una ragione. Non so dirti esattamente come sia successo, certamente è stato il frutto di un lungo processo personale e credo ognuno abbia il suo. Ma a un certo punto ho capito che potevo anche continuare a essere arrabbiata e sofferente in eterno per la mancanza di questo amore: ma non sarebbe cambiato niente. La rabbia, il dolore e la fame di amore che ti (uso un “tu” generico) rodono dentro e minano le fondamenta della tua personalità non otterranno che tu possa cambiare il passato o che quello specifico vuoto d’amore venga riempito. Ma la bella notizia è che si può riuscire lo stesso a essere felici e sentirsi amati. Una mamma è fondamentale, ma non è Tutto.

  5. posso farti una domanda? hai mai pensato alla donazione del seme o all’embriodonazione? non è assolutamente una domanda per farmi gli affaracci tuoi,ma solo perchè mi sembra di capire che il tuo timore principale sia non riuscire a relazionarti con un bambino più grandicello,che ha già dei traumi alle spalle(tu combatti ancora con le tue chimere di bambina inadatta ,e forse non ti senti in grado di affrontare anche le sue)magari con un “foglio bianco” potresti sentirti piu’ amata ed affrontare la vita piu’ serenamente,visto che avrebbe te come unico punto di riferimento femminile e materno.
    non so se si è capito cosa volessi dire,scusami ma a volte sono parecchio scoordinata,penso una cosa e ne dico un’altra…

  6. Cara, tutte le tue riflessioni secondo me le fa qualsiasi donna che si avvicina all’adozione…magari molte non sono così sincere come te! Ma io credo che sia normale avere così tanta paura, e avere dei dubbi ogni tanto! E’ un percorso così difficile, mille volte, un milione di volte di più che essere madre in modo naturale. Io sono sicura che uscirai da questa crisi ancora più rafforzata, e che tu e Marito vi ritroverete uniti e combattivi per il vostro sogno! Andare a fare volontariato è stata una buona idea, ma se deve metterti in crisi e farti stare male, non sei obbligata! Già è tutto abbastanza difficile così!!! Ti mando un abbraccio fortissimo, tutto il sostegno che posso, e poi mi permetto solo di consigliarti di considerare anche l’adozione internazionale, in modo da avere più chance che vi chiamino, dato che effettivamente i bambini per la nazionale sono molto pochi….te lo dico solo perchè i nostri carissimi amici che stanno tornando dall’Equador con il loro bimbo avevano fatto molti anni fa la domanda per la nazionale, ma non sono stati mai chiamati! Per ciò dopo qualche hanno hanno rifatto tutta la trafila per l’internazionale, e ora finalmente ce l’hanno fatta! E’ solo un consiglio, dato che tra le tue paure c’è anche quella di non riuscire ad essere chiamata! Ti abbraccio di nuovo!!!!

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