La mia storia

La paura e la felicità

A volte posso sembrare un po’ lagnosa, insicura, paurosa, permalosa… E tutto questo è vero. Eccome se è vero.
Questi sono i miei peggiori difetti. Un altro mio difetto, che però spesso si trasforma in un pregio, è quello di essere testarda.
Sono molto sicura delle decisioni che prendo. Non sono sicura di me, ma delle mie scelte, quello sì.
E non mi arrendo facilmente, nonostante la paura.

Nei commenti ai miei ultimi post, qualcuno di voi mi ha suggerito, date le mie paure emerse recentemente, di rinunciare all’adozione e ricorrere all’embriodonazione. Un’altra persona, invece, a causa del mio timore di non essere accettata dai bambini, mi ha consigliato di lasciar perdere la comunità dove ho appena iniziato a fare volontariato.

Nella mia vita ho rinunciato a tante cose per colpa della paura. Anche a piccoli e banali piaceri, cose che alla maggior parte delle persone non incutono affatto timore.
Io sono un tipo loquace ma al tempo stesso solitario. Mi sento perennemente un pesce fuor d’acqua. Non amo la folla, perché mi sento a disagio in mezzo a troppa gente. Non mi piace avere a che fare con troppe persone. Non sono brava a gestire i rapporti personali. O, meglio, ho paura di non esserne in grado.

In passato me ne stavo sempre in disparte, desiderosa di fare ma incapace di trovare il coraggio per agire.
Quando venivo invitata ad una cena cercavo tutte le scuse per non andare. Non perché non mi interessasse stare insieme ad altre persone, ma perché temevo di dire o fare le cose sbagliate. Di sentirmi a disagio. Di sembrare ridicola. Di essere esclusa.

Avevo paura a presentarmi ad una persona sconosciuta. Anche solo di entrare in un negozio da sola!

Avrei voluto fare tante cose, quando ero ragazzina. Ma avevo paura. Starmene chiusa nella mia camera, a sognare, a immaginare una vita in cui ero diversa, sembrava più facile.

Da quando ho iniziato ad imparare ad accettare e gestire la paura, però, la vita è diventata più bella. E meno solitaria.

Avete mai guardato il film “Yes man” con Jim Carrey? Se la risposta è no, vi consiglio di guardarlo.

Io ho deciso di essere una Yes Woman. Cerco di approfittare di qualsiasi occasione si presenti. Anche se ho paura. Anche se è più facile starsene da soli nel proprio nido, piuttosto che affrontare il mondo. E non è facile, almeno non per me, credetemi.

E ad un certo punto ho persino deciso che devo essere io stessa a crearmi le occasioni.

Ho iniziato a viaggiare da sola. Lo faccio abbastanza spesso. Per un persona timida e paurosa come me, questa è una prova veramente importante. Almeno apparentemente, perché a dire il vero quando viaggio mi trasformo. Per dire, ho più paura ad affrontare una cena tra conoscenti piuttosto che stare una settimana a Londra da sola.

Sì, ho fatto figure di merda, sono state male per il cibo, mi sono persa, ho fatto brutti incontri in metropolitana… Ho avuto paura, ma tutto questo mi ha fatto crescere. Sarebbe più facile stare a casa piuttosto che affrontare un viaggio da sola, ma rinunciare vorrebbe dire perdermi una felicità ben più grande della paura.

Ho pubblicato un paio di libri, organizzato presentazioni e partecipato a fiere.

Ancora oggi non so dire come abbia fatto a superare la paura!

Avete idea di cosa significhi, per una persona come me, sottoporsi al giudizio di addetti ai lavori e di gente che magari di quello che scrivo non capisce nulla? Parlare di sé e dei propri scritti davanti a tutti?

Ma ce l’ho fatta. Ed è stato bello. Ho ricevuto critiche. Quelle ci sono sempre. Ma ho saputo rispondere. Difendere le mie scelte. Non possiamo piacere a tutti.

Nella mia vita ho sempre desiderato fare qualcosa di buono. Ma per lungo tempo non ho avuto il coraggio di farlo.

Un giorno, non scorderò mai quel giorno, ho deciso che volevo smetterla di sprecare il mio tempo. Mi sono iscritta ad un’associazione di volontariato a favore degli animali. E che sarà mai, direte voi? Per me è stata una grande sfida. Far parte di un gruppo, sottostare a regole, avere a che fare con altre persone… Che fatica! Ma ne vale la pena.
Non tutti mi sono simpatici, io non sono simpatica a tutti. Ma ho l’occasione per fare qualcosa di buono. Qualcosa che mi fa sentire bene, e che è utile. E ne sono felice. E ho persino trovato qualche amico.

Ho sempre avuto paura anche di parlare in modo chiaro ai miei stessi genitori, che mi hanno sempre fatta sentire inferiore, ingrata, una figlia cattiva.

Qualche tempo fa ho incontrato mio padre, dietro sua richiesta. Erano mesi che non ci vedevamo.

Avevo tanta paura. Una figlia che ha paura di parlare con suo padre…! Incredibile, vero?
Ma nella mia assurda esistenza capita anche questo.
Beh, in quell’occasione ho capito che era giunto il momento di mettere da parte la paura e dire tutto quello che tengo dentro da sempre. La mia rabbia, il mio dolore. Lui ha cercato ancora una volta di far ricadere la colpa su di me. E ci era quasi riuscito.
Poi ho pensato a tutte le sedute di psicoterapia… Alla psicologa che mi ha aiutato a capire che io non ho alcuna colpa… E ho parlato.

Se avessi dato retta alla paura, non l’avrei fatto. E lui avrebbe creduto, ancora una volta, per l’ennesima volta, di avere ragione. Non so dire se abbia compreso pienamente quello che gli ho detto, ma almeno ci ho provato. E non vivrò con il rimpianto di non averlo fatto.

Al giorno d’oggi tutti desiderano essere eternamente giovani, belli, intraprendenti, brillanti, apprezzati.

Beh, la vita non è così. Invecchiare è inevitabile, non tutti siamo belli, non tutti abbiamo una carriera di successo, non tutti siamo stimati, non tutti siamo intelligenti. Però possiamo metterci la crema per le rughe o andare dal chirurgo plastico, possiamo valorizzare le parti migliori del nostro corpo e tentare di nascondere la ciccia, cercare un impiego migliore, studiare, darci da fare per emergere…
Ma non è detto che ci riusciremo. Sicuramente non potremo mai essere perfetti. Belli, ricchi, apprezzati, di successo.

L’importante è accettare ciò che siamo. E capire cosa possiamo e vogliamo essere.

Ecco, con la paura è la stessa cosa.

E’ lecito avere paura. Tutti abbiamo diritto ad avere paura, ogni tanto! E questo non è sempre un male.
La paura ci sprona a fermarci e a ragionare su quello che stiamo facendo o che vogliamo fare, ci spinge a guardare dentro noi stessi, ci aiuta a superare i nostri limiti.

La paura non è il campanello d’allarme che ci avverte di rinunciare a quello che stiamo facendo.
Certo, potrebbe anche essere questo, ma non è detto che sia così. Aver paura non significa che dobbiamo arrenderci. Ma solo che dobbiamo pensare. E poi, forse, rinunciare. Ma non a causa della paura. Non perché è più semplice prendere un’altra strada. Se rinunciamo a qualcosa dev’essere soltanto perché ci rendiamo conto che quello che vogliamo fare è sbagliato, oppure che non va bene per noi.

Credo che aver paura di adottare un bambino sia ben più lecito che non tremare al pensiero di andare a cena fuori con dei conoscenti.

Ed è bello affermarlo. Mi da un senso di liberazione.
Io ho paura! E certo che ho paura. Chi non l’avrebbe, al mio posto?

Anche una donna fertile, sposata ad un uomo altrettanto fertile, giovane, bella, intelligente, benestante, ha tutto il diritto di avere paura all’idea di avere un figlio… Guai se non fosse così!
Diffiderei altamente dell’intelligenza di una donna che afferma di poter essere la mamma più brava del mondo, ancora prima di diventarla.

Sicuro, l’embriodonazione per noi sarebbe una strada più facile, almeno sulla carta.
Non dovremmo sottostare alle regole della burocrazia, non saremmo sotto la lente d’ingrandimento dei servizi sociali.
Nessuno verrebbe a vedere come cresciamo nostro figlio. Potrei tenerlo nel mio ventre, partorirlo, allattarlo… Bello, certo.
Ma non è quello che voglio. Non sempre la via più facile è quella che porta alla felicità.

Il fatto che io abbia delle paure riguardo l’adozione non significa che debba rinunciare a percorrere questa strada.
Ho paura che mio figlio non mi ami? Certo.
Provo rabbia al pensiero di non poterlo tenere nel mio ventre e allattarlo? Ovvio.

Penso che tutte le coppie che hanno adottato o stanno per farlo abbiano queste paure. Ma in molti sono riusciti a superarle, ad affrontarle, a farsene una ragione. Ce la faremo anche noi.

Ho deciso di fare volontariato presso una comunità di bambini perché voglio fare qualcosa di buono. E, certo, anche per sentirmi un po’ mamma, ma questo è un piccolo segreto che ho rivelato solo a voi. Un sentimento sbagliato. Ma, ehi, penso di essere una brava persona, ma non sono di certo Madre Teresa di Calcutta.

La prima uscita è stata un disastro. E ho litigato tanto con Marito. Perché sono insicura, gelosa, bisognosa d’affetto, permalosa. Ma non ho mai pensato di tirarmi indietro.

Avrei dovuto rinunciare solo perché ho paura di non essere amata, di essere emarginata?
Ma qui non si tratta di me, come anche qualcuno di voi mi ha fatto notare. Ed è proprio così.
Io sono già stata bambina, ho già avuto la mia pessima infanzia. Nessuno mi ha aiutata, mi sentirò sempre addosso il peso di quegli anni tristi, ma ora sono un’adulta, penso anche piuttosto equilibrata (?), nonostante tutto, e quei bimbi hanno bisogno di me.
Perché io penso di poterli aiutare. E poco importa se non mi daranno la mano o non mi ameranno.
L’importante è che loro stiano bene, e se io posso dare il mio piccolo contributo, ben venga.

Sabato scorso abbiamo portato fuori i bambini per la seconda volta.
Quando Marito ha saputo che l’educatore che ci avrebbe accompagnati era Gianluca, ci è rimasto molto male.
Abbiamo conosciuto Gianluca alla riunione di inizio anno tra volontari. E’ un uomo sulla cinquantina, molto simpatico e ci sa fare con i bambini. E’ volontario da una ventina d’anni, è molto esperto e i piccoli ospiti della comunità lo adorano.
A me ha ispirato simpatia fin dal primo momento. Marito era irritato perché, secondo lui, dato il loro legame, i bambini avrebbero dato retta solo a Gianluca, ignorando totalmente noi due.

Io, fiera della mia saggezza (oh, le Malefiche sono finite e sono tornata in me!), gli ho detto che stava affrontando la situazione nel modo sbagliato. Che non dobbiamo litigare tra di noi per avere l’affetto di quei bimbi, ma aiutarci a vicenda per fare in modo che si divertano e che ricevano l’educazione che non trovano nelle loro famiglie.

Marito era felice solo di una cosa: era certo che non avremmo litigato.
Mi ha detto: “Mi sa che stasera manderai Gianluca a dormire sul divano!” 😉

Abbiamo portato fuori un gruppo di otto bambini (tra cui anche Luca e Matteo) di diverse etnie, ma tutti di un’età compresa tra i nove e i dieci anni. Prima di andare alla meta prescelta, ovvero un parco cittadino particolarmente amato dai bimbi, abbiamo accompagnato al gruppo scout due bambine.
Una di loro, Fatima, una bimba minuta con i capelli biondi, aveva uno zaino pesantissimo e più grande di lei. Mi faceva pena, quindi gliel’ho portato io fino alla macchina.
Quella bimba, così dolce ed educata, mi ispirava una tenerezza che non so spiegare.
E’ stato amore a prima vista.
Le bimbe sono venute in macchina con noi. Erano timide perciò ho cercato qualche argomento interessante per farle aprire un po’.
Ho chiesto loro se amano i cani. Fatima si è illuminata.
“I cani sono la cosa più meravigliosa del mondo!” ha detto.
Il mio cuore si è sciolto.
Le ho fatto vedere le foto dei nostri cani e lei ha detto che sono bellissimi.
Avrei voluto riempire quella bimba di baci. E portarla a casa con noi.
Ma quale razza di genitore ha una bambina così bella e lascia che siano degli estranei a portarla in giro, anziché tenerla sempre con sé??

Chiusa parentesi. Abbiamo portato i restanti sei bambini (due femmine e quattro maschi) al parco.

Non appena siamo arrivati, è iniziata l’ANARCHIA TOTALE.

Vi giuro, tre volontari non bastavano per stare dietro a tutti quanti. Ce ne sarebbero voluti una decina!

I bambini di quell’età sono strani. Non sono ancora ragazzini, ma non sono neppure totalmente bambini.
Vogliono essere indipendenti e cominciano a ribellarsi alle regole degli adulti, imparano le prime parolacce e maschi e femmine si amano e si odiano al tempo stesso.
Nonostante questo, sono consapevoli di dover sottostare agli ordini impartiti dagli adulti – genitori, suore o volontari che siano – e sanno quando sbagliano. Intuiscono velocemente il carattere di chi hanno di fronte, sanno di chi potersi approfittare e con chi poter fare i capricci, e imparano alla svelta a chi devono obbedire.
Naturalmente la sottoscritta fa parte della prima categoria. Basta farmi gli occhi dolci o qualche moina e io mi sciolgo.

I bambini (da me soprannominati i SELVAGGI) si sono volontariamente divisi in due gruppi.
Io ho seguito il gruppo che è andato a giocare nel campo da basket, mentre Marito e Gianluca sono rimasti con quelli che correvano nel prato.

Ho cercato di sedare delle risse, ho dovuto sgridare i bambini che si urlavano parolacce e si spintonavano, ho tentato – invano – di convincere una bambina a condividere il suo pallone con gli altri… Un bambino masticava una catena, un altro si arrampicava sul tabellone, un altro urlava “stronza” ad un’altra…
Sarei voluta andare a chiamare Marito o Gianluca per chiedere aiuto, ma avevo paura a lasciarli soli anche per un minuto.
Si sarebbero ammazzati o avrebbero dato fuoco a qualcosa!

Dopo un po’ il gruppo si è riunito. Gianluca ha inventato un gioco, una specie di nascondino con delle regole particolari.
I bambini non si stancavano MAI. Non so quanto ho corso. Marito e Gianluca non si sono stancati tanto, più che altro lasciavano che i bimbi si sfogassero, ma io prendo i giochi molto seriamente, perciò mi sono impegnata alla grande! Ancora oggi ho le gambe distrutte!

Gianluca è veramente bravo, e ha fatto i complimenti anche a me e Marito per come ci siamo comportati. Dice che ci sappiamo fare con i bimbi 🙂

Ovviamente Marito ha cambiato totalmente idea su di lui… E te pareva. Ama essere adulato.

Una bambina egiziana, dal carattere molto vivace, ha preso subito confidenza con me e Marito, tanto da chiamarci con dei nomignoli.
Non faceva altro che abbracciarmi e tenermi per mano…
Mentre i maschi mi stavano più alla larga, mi prendevano in giro e non mi ascoltavano quando li sgridavo. Boh.
Allora le mie teorie erano completamente sbagliate.
Ho sempre pensato che i maschietti si affezionino di più alle donne, mentre le femminucce agli uomini.
Forse non è così, o forse questi bimbi si trovano in un’età particolare in cui cercano appoggio nelle persone del loro stesso sesso. Difficile capire.

Ma chi se ne frega. Quanto è bello essere abbracciati da un bambino! E’ un calore che non so spiegare.

Ho capito una cosa importante da questa giornata: a volte non è possibile ragionare con i bambini.

Ho sempre pensato (un’altra delle mie teorie) che con i bambini occorra parlare, sempre. Che non bisogna dire solamente “no” o impartire ordini categorici, ma discutere, fare domande, chiedere opinioni.

Ecco, non è così. Non sempre, almeno.

Quando abbiamo lasciato il parco per tornare alla comunità uno dei bambini che doveva venire in macchina con me e Marito si è rifiutato di salire. Continuava a vagare nel parcheggio, e più io lo chiamavo, più lui mi ignorava. Voleva a tutti i costi salire sulla macchina di Gianluca, che era già piena.
Gianluca ad un tratto è partito, e io ho minacciato il bimbo di lasciarlo lì.
(Gianluca in seguito ci ha spiegato che se n’è andato perché non voleva darla vinta al bimbo e doveva fargli capire che non aveva altra scelta che salire sulla nostra macchina, come gli era stato ordinato, senza fare troppe storie).

Ma il bimbo non si è impaurito.
Allora mi sono avvicinata a lui e gli ho chiesto perché non voleva salire con noi.
“Non lo so,” mi ha detto.
“Beh, ma se non me lo dici, come posso aiutarti?” gli ho chiesto.
Silenzio.
“Ti sto forse antipatica?”
Lui ha scosso la testa, mentre si mordeva il colletto della felpa.
“Allora qual è il problema? Cos’è successo? Io vorrei aiutarti!”
Ho continuato per almeno dieci minuti a insistere per capire quale fosse il problema.
Ad un certo punto, con mia grande gioia, Marito è sceso dalla macchina, l’ha preso per un braccio e l’ha costretto a salire in macchina.
E dopo un secondo il bimbo ha smesso di tenere il broncio, e ha cominciato a ballare al ritmo della musica dell’autoradio.

Ehi, ma era così facile?!

E’ proprio vero che a volte siamo noi adulti a farci tante paranoie per niente!

Non vedo l’ora di portare di nuovo fuori questi dolci selvaggi. La prossima volta correrò meno e sarò più dura, come le suore e Gianluca mi hanno insegnato. Questi bimbi hanno tantissimo bisogno di regole ed educazione. Anche loro lo sanno. A volte sembra che ci provochino apposta per scatenare una nostra reazione, per essere ripresi.

E, per finire, una buona notizia: venerdì mattina io e Marito abbiamo appuntamento al Tribunale dei Minorenni di Bologna per il colloquio con il giudice onorario, l’ultimo step prima dell’inizio dell’ATTESA.
Dovremo fare di tutto per fare bella figura e fare in modo che il giudice si ricordi di noi.

Fatemi un grosso in bocca al lupo…

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6 thoughts on “La paura e la felicità

  1. Questi bambini ti insegneranno tanto! Io ho fatto volontariato in una struttura simile, nella mia città, tra i 16 e i 20 anni ed è stata un’esperienza incredibile. Pensi di essere te a fare qualcosa per loro, ma in realtà sono loro che lo fanno a te 🙂

  2. mi hai fatto piangere. come carattere siamo molto simili sai?anche io avevo e ho ancora paura di tante cose. A scuola non parlavo con nessuno tanto che le maestre pensavano fossi autistica. Piano piano sono migliorata ma ho ancora tante paure, come ad esempio guidare o strae tra gente che non conosco, ci metto un pò a fare amicizia… e ho sempre voluti dei bambini forse anche per dimostrare che merito di essere amata, sei stata bravissima con quei ragazzi…in bocca al lupo.

  3. Quello che dici sull apaura che ti blocca…quanto è vero, e quanto è giusto farsi forza e fare le nostre esperienze cercando di non farsi condizionare.
    Comunque sappi che anche noi mamme di pancia abbiamo paura che i nostri bimbi nonci amino, quindi le tue paure sono normali. E quando sarà il momento ti renderai conto da sola di quanto siano state infondate, e di come i bambini siano fonte di amore continua!

  4. sono nel pieno della paura al momento e dello sconforto. Le tue riflessioni sono molto utili!
    Sono certa che solo tu saprai la strada migliore e mi sembri una che nonostante si definisca timida e lo sia probabilmente per molte cose ha davvero molta forza e grinta da tirare fuori, specie per gli altri, che è sempre la migliore…

  5. “Perché io penso di poterli aiutare. E poco importa se non mi daranno la mano o non mi ameranno.
    L’importante è che loro stiano bene, e se io posso dare il mio piccolo contributo, ben venga”.
    Si Eva…è proprio questo lo spirito giusto!
    In bocca al lupo per venerdì
    Ti abbraccio
    Alessia

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