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Ma non starai piangendo davvero!

Dall’ultimo pap test che ho fatto, circa tre settimane fa, è emerso che ho qualcosa che non va. Un ascus. Non ho capito perfettamente di cosa si tratti, comunque ci sono delle cellule che non stanno tanto bene. Perfetto. Ci mancava solo questa!
Mercoledì la ginecologa mi ha effettuato una colposcopia e una biopsia al collo dell’utero, per indagare meglio su queste cellule anomale (ma, tra me e Marito, non abbiamo proprio niente di normale?!). Essendo io molto fifona, soprattutto quando si tratta di esami così invasivi, sono stata male per tutti i giorni precedenti alla visita. Quando sono entrata nello studio medico stavo letteralmente tremando.
Come faccio sempre quando ho paura, ho fatto alla dottoressa mille domande: che strumento sta usando? Cosa vede? Adesso cosa vuole fare? Ma di solito fa male? Ora che cosa sta prendendo?

Sì, sono una piaga, lo ammetto.

Ma in cosa consiste la colposcopia, questo strano esame di cui non avevo mai sentito parlare prima? Per una spiegazione medica, vi rimando a questa pagina (attenzione che le immagini fanno un po’ senso…).
La mia spiegazione: la ginecologa inserisce lo stesso strumento che si usa per il pap test, che si chiama speculum (grazie, Google) lì dentro e poi da una bella occhiata tramite una specie di binocolo, chiamato colposcopio… Figo, eh?
Il tutto non sarebbe neppure doloroso, se ad un certo punto non ti inserisse un tampone bagnato di un acido che “colora” le cellule “malate” per poterle osservare meglio… E, come se questo non bastasse, dopo ti bagna lì dentro con un altro acido ancora… Ho specificato che questo acido BRUCIA?
A questo punto io stavo già imprecando in lingue fino a quel momento a me sconosciute (tipo la bambina posseduta de L’Esorcista), quando la ginecologa mi ha annunciato che mi avrebbe dovuto fare una biopsia… Il mio incubo!
Mi ha infilato una specie di forbice gigante, poi mi ha detto che avrebbe contato fino a tre e a quel punto io avrei dovuto tossire forte, mentre lei avrebbe “strappato” un pezzettino di quelle cellule maledette… Io l’ho fatto, con le lacrime agli occhi, per ben TRE volte…
Non appena mi ha liberato dei forbicioni ho sentito dei dolori forti, simili a quelli mestruali. E sono scoppiata a piangere, come una bambina… La ginecologa non poteva credere ai suoi occhi! Mi ha chiesto: “Ma non starai davvero piangendo, vero?”
Era preoccupata che io stessi male, ma in realtà non è che il dolore fosse poi così forte (non vorrei scatenare il panico tra le donzelle che stanno leggendo questo racconto), ma mi mette un’ansia incredibile sapere di avere degli strumenti dentro al mio corpo… È una sensazione stranissima. E poi, credo che abbia aumentato la mia ansia anche la preoccupazione per quello che potrei avere, e il fatto che, mentre la dottoressa rovistava lì sotto, sentivo in sottofondo le urla disumane di una donna che in una stanza vicino stava partorendo… La ginecologa dice che, se sono così fifona, non riuscirò a sopportare i dolori del parto, ma lei non mi conosce e non sa che non vedo l’ora di provare quella sofferenza, se serve a mettere al mondo il mio bambino.
Questa colposcopia/biopsia, però… Preferirei non ripeterla mai più nella vita, grazie.

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Scusi, infermiere, ma la sua vita sessuale non mi interessa (soprattutto quando ho le tette di fuori)

Nell’ultimo mese e mezzo io e Marito ci siamo sottoposti a tutti gli esami che ci permetteranno di accedere (forse) alla fecondazione assistita (per generare un mostro a due teste, un cane, o quello che sarà).
Dato che le analisi sono tante, e alcune anche costose, abbiamo deciso di farle tutte attraverso il S.S.N. Fortunatamente per questo tipo di analisi non ci sono lunghe liste d’attesa. In due settimane ho fatto tre prelievi del sangue, un tampone vaginale, un pap test e un elettrocardiogramma. Mi manca solamente l’ecografia mammaria, e poi ho finito. Marito deve ancora fare un terzo spermiogramma, poi dovremo pazientemente attendere di raccogliere tutti i risultati (per quelli delle analisi genetiche dovremo aspettare fino a metà aprile!). Il passo successivo sarà quello di andare da un buon andrologo e, a seconda di quello che dirà, Marito proverà una cura per i suoi spermini oppure torneremo al centro per la fecondazione assistita (sperando che la gentil dottoressa sia un po’ più gentile questa volta).

Incredibilmente, l’esame più difficile da sopportare per me è stato l’elettrocardiogramma, che sulla carta sembrava quello più banale. L’infermiere che mi ha effettuato l’elettrocardiogramma era un uomo sulla cinquantina, un napoletano alquanto (troppo) loquace. Mi ha detto di togliermi la maglia e il reggiseno e mi ha fatto stendere sul lettino. Io non provo alcun imbarazzo a spogliarmi davanti ad un medico o ad un infermiere, dato che li considero professionisti che ogni giorno vedono decine di persone nude. Mi ha sistemato gli elettrodi (si chiamano così?) sul petto. Uno, che aveva posizionato vicino al seno, si è subito staccato.

“Eh, non ha attaccato bene,” ha detto l’infermiere, sistemandolo nuovamente. “Dev’essere perché sei magra.”
“Veramente,” ho replicato, ridendo, “non sono poi tanto magra.”
Di certo non sono grassa, ma è vero che negli ultimi mesi ho messo su un paio di chili di troppo.
“Eh, ma la donna deve avere un po’ di carne, altrimenti cosa tocca l’uomo?” ha detto l’infermiere, mimando con le mani il gesto di palpare una donna.
Io non sapevo cosa dire, così ho riso di nuovo.
“Avevo una fidanzata, una volta,” ha proseguito lui, con sguardo sognante, e parlando con molto pathos, “che era secca, secca, non c’era niente da toccare! Io avevo sempre voglia di fare l’amore, ma lei non mi faceva eccitare… Quando la vedevo nuda, mi sembrava un uomo! Sì, la donna deve avere un po’ di carne da toccare!”
Ha continuato a parlarmi delle sue preferenze in fatto di donne per diversi minuti. Io continuavo a ridacchiare, imbarazzata, e visto che non mi aveva detto che dovevo stare ferma, ha dovuto rifarmi l’elettrocardiogramma per ben tre volte, allungando così il tempo di quell’esame decisamente imbarazzante.
Ero allucinata. Non vedevo l’ora di andarmene da lì. In realtà non sentivo se sentirmi più imbarazzata o divertita. Visto che mi sembrava che l’infermiere ogni tanto mi guardasse le tette, forse ero più imbarazzata.
Quando finalmente mi ha fatto rivestire, ecco che arriva la ciliegina sulla torta.
“Ma da quanto sei sposata?” mi ha chiesto.
“Da qualche mese.”
“Non avere fretta di avere figli, eh! Goditi il tuo matrimonio, prima.”
Inutile dire che l’ho fulminato con lo sguardo. Posso sopportare i racconti della vita sessuale di chiunque, ma queste frasi… No.
“Forse non ha guardato bene la prescrizione del medico,” ho ribattuto, un po’ acidamente. “C’è scritto esame per preliminari fecondazione assistita. Vede, io e mio marito abbiamo qualche problemino ad avere figli…”
“Ah. Beh, vabbuò…” (alla Schettino).
L’ho salutato gentilmente e me ne sono andata, ancora allucinata per quell’assurda esperienza, ma in parte soddisfatta per aver restituito all’infermiere un po’ dell’imbarazzo che mi aveva fatto provare.

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Speriamo che sia umano!

Pochi giorni dopo l’esilarante visita dall’urologo, io e Marito siamo andati in un centro privato specializzato in fecondazione assistita per avere una consulenza. Grazie all’ottimismo dimostrato dalla mia ginecologa e dall’urologo, e grazie a tutte le testimonianze positive lette su internet, il mio umore era alle stelle. La mia allegria aveva conagiato anche Marito. Eravamo convinti di essere ad un passo dalla realizzazione del nostro sogno. Ci avrebbero fatto fare milioni di analisi, questo lo sapevamo, e la cosa non ci intimoriva. Saremmo stati sottoposti ad una bella ICSI (perché, indagando su internet, avevevo capito che era questa la tecnica più adatta a noi) e poi sarei rimasta incinta. Ne ero sicura.

Io e Marito abbiamo aspettato nella sala d’attesa per un sacco di tempo. Troppo, dato che per quella consulenza avremmo speso quasi duecento euro. Se spendo così tanto, pretendo almeno una certa puntualità. Finalmente la direttrice del centro ci ha fatto accomodare nel suo studio. Ci siamo presentati e le ho esposto il nostro problema, facendole visionare le nostre analisi (per il momento erano soltanto i due spermiogrammi di Marito e i miei esami dei dosaggi ormonali).
Lei ha guardato i referti, poi ha confermato la mia ipotesi, ovvero che nel nostro caso avremmo dovuto fare una ICSI. Ero contenta di aver indovinato e guardavo la dottoressa con una specie di soddisfazione. Tutte le mie serate spese su internet non erano state vane!
Non vedevo l’ora di conoscere l’iter che avremmo dovuto affrontare. Ero pronta a tutto. A farmi analizzare, anestetizzare, a farmi riempire di ormoni, a farmi sventrare… Avrei affrontato qualsiasi dolore, qualsiasi imbarazzo, pur di realizzare il mio sogno.

“Certo che… Con questi valori, non so se si potrà fare. Cento per cento di forme anomale…” ha detto la dottoressa, guardando con aria di disapprovazione lo spermiogramma di Marito.
Il sangue mi si è gelato nelle vene.
“Mi scusi, dottoressa,” ho detto, una volta che mi sono ripresa dallo shock, “io ho letto che si può ugualmente provare… Che, anche se le analisi dicono che tutti gli spermatozoi sono anomali, con le tecniche odierne potete riuscire a trovarne almeno uno che possa fecondare…”
“No, signora, non è così. Il problema è che non sappiamo cosa potreste generare voi due…”
Io e Marito ci siamo guardati, letteralmente allibiti. Nella mia testa frullavano mille domande che non sono riuscita a trovare la forza di porre. La dottoressa non ha fornito ulteriori spiegazioni. Avrei voluto strozzarla in quello stesso istante.
Ancora adesso mi chiedo cosa intendesse dire. Cosa potremmo generare? Un bambino malato? Un mostro? Un cane? In quest’ultimo caso, potremmo anche essere contenti. Abbiamo già due bimbe pelose, una terza sarebbe ben accetta…
Davanti ai nostri sguardi spaventati e increduli, la dottoressa non ha saputo dire nient’altro che: “Beh, ma tanto siete giovani. Ne avete di tempo. Dovete indagare e capire le ragioni di questi valori così anomali. Suo marito potrebbe provare a fare una cura ormonale, di tre o sei mesi…”
Tre o sei mesi? TRE O SEI MESI? Vedevo il mio bambino allontanarsi sempre di più…
“Ma, dottoressa,” ho replicato, dato che non riesco a stare zitta (quando invece dovrei tacere, e non parlo quando dovrei farlo…), “io ho letto che queste cure solitamente non servono a niente…”
“Sì, non hanno molto successo di solito… Ma, tanto, SIETE GIOVANI!”

Siamo giovani.

Sì, è vero, lo siamo, almeno rispetto all’età media in cui le coppie di oggi decidono di avere figli. E allora? Non abbiamo quindici anni. Non siamo adolescenti capricciosi che desiderano qualcosa fuori dalla loro portata. Siamo un uomo e una donna, un marito e una moglie, che desiderano con tutto il loro cuore avere un bambino. E nessuno, neppure il dottore più famoso del pianeta, può dirci che il nostro desiderio può aspettare.

La dottoressa ci ha poi consegnato un foglio con una lista interminabili di esami a cui ogni coppia che intende sottoporsi alla fecondazione assistita deve fare per legge: svariate analisi del sangue, analisi genetiche, elettrocardiogramma, ecografia mammaria, un tampone vaginale, un altro spermiogramma…
“Fate queste analisi, poi chiedete una consulenza ad un bravo andrologo. Poi, se volete, tornate qui e vediamo come procedere. Va bene? Arrivederci.”
Avevo diecimila domande da fare, ma la testa mi girava e mi sentivo svenire. Non sono riuscita a dire nulla. Quelle parole “cosa potreste generare?” continuavano a risuonare nella mia testa, come una maledizione. Quasi duecento euro spesi per avere le mie speranze infrante. Ero entrata nella clinica piena d’ottimismo, ne sono uscita distrutta.
Anche Marito era giù, ma in macchina mi ha preso la mano e mi ha detto che non dovevo fasciarmi la testa, che avremmo fatto tutte le analisi e che Dio, o Allah, o Vishnu, insomma, che qualcuno, lassù, ci avrebbe aiutato.
Non posso che sperarlo.

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Sono invidiosa… Di un gatto!

Oggi sono andata, come ogni domenica, a fare volontariato presso l’associazione per gli animali a cui sono iscritta. Io amo gli animali. Animali e bambini sono le creature più belle del mondo. Innocenti, indifesi, privi di ogni malvagità. Ma, mentre i bambini sono amati e rispettati praticamente da tutti (anche chi non ne vuole avere, non si sognerebbe mai di giustificare le crudeltà che ogni giorno vengono inflitte ai bimbi, né giudicherebbe male chi svolge volontariato per loro), gli animali, purtroppo, no. E visto che io sono da sempre una paladina dei “reietti”, da qualche anno mi sono iscritta a questa associazione per aiutarli. Quando curo gli animali mi sento meglio, i pensieri negativi svaniscono, almeno per qualche ora. Mi sento bene.

Negli ultimi giorni una delle gatte curate presso la nostra struttura ha partorito quattro cuccioli. Oggi li ho visti per la prima volta. Mi sono commossa. Sono creature così piccole, docili, indifese… La mamma li teneva abbracciati a sé, e mentre prendevano il latte i “bimbi” erano avvinghiati l’uno all’altro. Una meraviglia della Natura! Non ho resistito e, dato che la mamma sembrava buona, ho preso un cucciolino in mano e l’ho adagiato sul mio petto per fargli sentire il mio calore e fargli capire che non doveva avere paura, che io gli voglio bene. Mi è sembrato di stringere un bambino… Quel bambino che, forse, non avrò mai.

Ad un certo punto il cucciolo ha iniziato ad agitarsi, voleva tornare dalla sua mamma… E mamma gatta mi guardava intensamente con i suoi grandi occhi gialli, mi sembrava quasi che mi stesse dicendo: “Che fai? Ridammi il mio cucciolo! Lui è mio, tu non ne hai, e non ne avrai mai!”
Ho rimesso il gattino nella gabbia con i suoi fratellini, e lui ha ricominciato subito a prendere il latte. Ho continuato a guardarli ancora per un po’. E mentre guardavo quella scena dolcissima, mi sono resa conto che, in effetti, io ero invidiosa della mamma gatta. L’ho osservata stringere i suoi cuccioli, allattarli con pazienza e amore, e non facevo altro che chiedermi “E io? Perché questo gatto sì, e io no?”

Sono invidiosa di un gatto.

Quando l’ho raccontato a Marito, lui ha detto semplicemente: “Quel gatto non ti può aver parlato. I gatti non fanno ragionamenti così complicati…”
“Ma certo, lo so che non mi ha parlato!” (Ok, sono un po’ fuori di melone, ma non fino a questo punto). “Ma hai capito quello che ti ho detto? Sono invidiosa di un gatto!”
“Mmh… Vabbé (stile Gisella de “I soliti idioti”). È ora di pranzo. Mangiamo?”
Certo, mangiamo. Sperando che le mezze maniche della Barilla non decidano di parlarmi.

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La scoperta della verità

Ho sempre avuto un forte istinto materno. Quando ero bambina amavo fare da babysitter ai figli delle famiglie bisognose che mia madre, volontaria in parrocchia, seguiva.
Da adolescente parlavo spesso con la mia amica A. di quanto sarebbe stato bello diventare madre.
Ricordo in particolare una conversazione che abbiamo avuto quando avevamo sedici anni ed eravamo in vacanza in Sardegna. Era sera e stavamo passeggiando sul lungomare. Ad un tratto iniziammo a parlare dei figli che avremmo avuto, un giorno. 
Entrambe desideravamo una femminuccia, dato che in quel periodo dell’adolescenza, com’è giusto che sia, odiavamo i maschi, così bugiardi e infingardi.
Rammento quell’episodio come se fosse accaduto ieri. Credo d’aver capito proprio quella sera quanto fosse forte il mio desiderio di diventare madre. A quel tempo, da brava adolescente pessimista e priva di autostima, credevo che il mio sogno fosse impossibile, perché non avrei mai trovato un uomo con cui realizzarlo (e A., che ha dovuto sopportare i miei lamenti e piagnistei, ne sa qualcosa).

Quando ho incontrato Marito, però, la mia vita ha preso una piega diversa. Ero convinta di poter essere finalmente, pienamente felice. Abbiamo aspettato di comprare una casa e di trovare entrambi un lavoro fisso e poi, ancora prima di sposarci, abbiamo deciso di metterci all’opera per realizzare il nostro desiderio comune.
Dato che il pessimismo della mia giovinezza era ormai scomparso, non avrei mai potuto immaginare che il nostro sogno sarebbe stato tanto difficile da realizzare.
Come potevo sapere che uno di noi avesse dei problemi? Perché proprio noi?
Dopo un anno e mezzo di tentativi falliti (e dopo un matrimonio), a dicembre dell’anno scorso ho chiesto consiglio alla mia ginecologa. Quando ho detto a mio marito che la dottoressa aveva prescritto le analisi ormonali per me e uno spermiogramma per lui, mi ha guardato come se fossi impazzita.
“Il mio sperma sta benissimo!” ha detto, visibilmente offeso.
“Certo, certo…” ho risposto io, alzando gli occhi al cielo. “Ma un controllino non fa male, non credi?” Marito non era molto convinto, ma alla fine, dopo mille insistenze, ha accettato di sottoporsi a questa immensa tortura. Anzi, a dire il vero dopo averci riflettuto sembrava quasi contento.
“Quindi questo vuol dire che per una volta ho il tuo permesso per guardare i siti porno?” ha esclamato, tutto felice.
“…Se proprio devi…” Marito ha raccolto il campione in casa.
Io l’ho aspettato in macchina, con il motore acceso, per scaldare l’abitacolo. Era una freddissima mattina di dicembre, non volevo che gli spermini si congelassero! Dopo una decina di minuti Marito è uscito, con un faccia stanca, manco avesse appena corso la maratona… È entrato in macchina e mi ha consegnato il prezioso contenitore, che io ho avvolto tra le mie braccia, come se fosse un bambino.
“Beh? Soddisfatto? Ti sei guardato un bel video porno?” ho chiesto, un po’ ingelosita, effettivamente.
“No, ho usato l’immaginazione…”
“E a che hai pensato?”
“Boh, a delle donne nude, così…”
Ora, se noi esponenti del gentil sesso fossimo dotate di un membro come i maschietti, probabilmente per raggiungere autonomamente il piacere ci impegneremmo ad immaginare nella nostra complicata mente l’intricata trama di un film erotico… Ci metteremmo una buona mezz’ora soltanto per delineare perfettamente i corpi dei personaggi, per inventare i dialoghi più eccitanti… Invece lui, cinque minuti e – bum! – aveva già fatto. E, nonostante non avesse neppure minimamente sforzato la fantasia, pareva fisicamente distrutto.
Gli uomini sono veramente strani.
Comunque, i risultati del primo spermiogramma erano disastrosi. Pochissimi spermini, talmente pochi che il laboratorio non si era neppure curato di misurarne velocità e forma.
Né io né Marito eravamo riusciti ad interpretare i risultati delle analisi, ma quando li ho mostrati alla ginecologa, la sua espressione ha fugato ogni mio dubbio.
Le mie analisi ormonali andavano bene, ma ha detto che lo spermiogramma era il più brutto che avesse mai visto (grazie, eh), e che la nostra unica possibilità era la fecondazione assistita.
Era comunque abbastanza ottimista che, grazie alla scienza, ce l’avremmo fatta. Il suo ottimismo mi ha infuso speranza, ma, naturalmente, ero ugualmente devastata.
Come affrontare una notizia del genere? Davanti ad un dramma simile, marito e moglie dovrebbero rimanere uniti, sostenersi a vicenda, non colpevolizzare nessuno, lottare insieme per il sogno comune… Ed è quello che noi stiamo facendo, ora.
Il primo periodo dopo questa terribile scoperta, però, non è stato particolarmente positivo per noi.

Prestate particolare attenzione al mio racconto, poiché nelle prossime righe scoprirete tutto quello che NON dovete fare quando venite a sapere che vostro marito/moglie ha un problema di sterilità.
Dopo aver sentito il parere della ginecologa sono tornata a casa in lacrime. Marito era molto preoccupato, e mi ha chiesto cos’avessi. Ancora non poteva sapere quanto fosse grave la situazione.
Senza smettere di piangere ho sbattuto il foglio delle analisi sul tavolo e ho urlato: “Avevo ragione! Noi non possiamo avere figli! Sei tu!”
Marito non sapeva cosa dire. Non aveva ben capito cosa stessi dicendo. Mi sarei meritata un bel ceffone, ma lui è troppo buono e ha cercato solo di consolarmi. In realtà non volevo colpevolizzarlo, anche se così sembrava.
Ovviamente lui non ha scelto di avere questo problema! E se fossi io ad avere un problema del genere, non potrei sopportare di essere accusata per questo.
In verità ero arrabbiata perché da diversi mesi, ormai, mi ero convinta che uno di noi avesse un problema, perché non era possibile che il nostro bambino impiegasse così tanto tempo ad arrivare… Marito, però, mi aveva fatto patire prima di accettare di sottoporsi a delle analisi. E, come spesso accade, il mio intuito aveva ragione.
Insomma, ero arrabbiata perché Marito non mi aveva dato retta prima.
Un mese dopo, Marito ha ripetuto lo spermiogramma, per confermare, oppure stravolgere, il primo risultato. Entrambi, ovviamente, speravamo che il primo esame fosse andato così male perché durante il trasporto il prezioso liquido era stato influenzato dal freddo, nonostante le mille precauzioni…
La seconda volta Marito ha fatto meno storie, fortunatamente. Il secondo spermiogramma l’ha effettuato presso un centro privato di fecondazione assistita, direttamente sul posto. Marito era convinto che il centro privato avesse a disposizione una sala apposita per la “raccolta campione”, dotato persino di televisione per guardare dei film a luci rosse per velocizzare il tutto… (In effetti, questo gli aveva riferito un amico che aveva fatto lo spermiogramma presso lo stesso centro).
Forse siamo veramente sfigati, perché Marito, invece, ha dovuto sostenere l’ardua impresa dentro ad un angusto bagno unisex… Dove per ben due volte gli hanno bussato alla porta, interrompendo bruscamente le sue visioni di donnine svestite… Non potete immaginare quanto ho riso quando me l’ha raccontato!
Noi donne siamo solite sostenere così tanti esami imbarazzanti (e spesso dolorosi), i maschietti non capiscono che una “disavventura” del genere non è niente!

Purtroppo il secondo spermiogramma di Marito ha evidenziato la stessa identica situazione riportata dal primo esame. Anzi, addirittura peggiore, dato che il secondo laboratorio ha effettuato indagini più approfondite. Gli spermini sono pochissimi e tutti malformi (100% di forme anomale).
La ginecologa, una volta visionato il risultato, ha confermato la diagnosi precedente: la fecondazione assistita è la nostra unica speranza. Da quel giorno io e Marito ogni sera abbiamo iniziato, una volta tornati a casa dal lavoro, a parlare di sperma, spermatozoi, fecondazione assistita, bambini… Per lungo tempo le nostre conversazioni hanno ruotato soltanto attorno all’argomento bimbo (conversazioni farcite da litigate e pianti) finché non abbiamo capito che questo pensiero fisso ci stava rovinando.
Non passa giorno senza che io pensi al nostro bambino, quel bambino che non so quando finalmente potrò abbracciare… Ho imparato, però, che la vita deve comunque  andare avanti.
Il coraggio è la prima cosa che insegnerò al mio bambino, e se io stessa non riesco ad essere coraggiosa, come posso pretendere che lui lo sia?

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Mentre ti aspetto…

Io non sono superstiziosa, anzi, a dire il vero ho sempre detestato certe credenze popolari, ma… Se la diventassi, non mi stupirei. Era venerdì 13 gennaio 2012, giorno del Santo Patrono della mia città, e giorno in cui la Costa Concordia è affondata. Nonostante fosse festa, io ero in ufficio. In pausa pranzo, mentre tornavo a casa, ho tamponato una macchinata di vecchie (pardon, di signore anziane) che avevano deciso di frenare nel bel mezzo della tangenziale. In quell’esatto momento sono passati i miei genitori, con cui, devo precisarlo, non ho un buon rapporto e che non vedevo da mesi, da ben prima del mio matrimonio (a cui i suddetti non hanno voluto partecipare). Continua a leggere “Mentre ti aspetto…”