Pubblicato in: La mia storia

Il primo gradino di una lunga scalinata

Piccola premessa: Dio c’è. Ed è un gran burlone. Ho pregato affinché questo triste mese di novembre passasse velocemente, che qualcosa, qualsiasi cosa, mi distraesse dal pensiero del transfer, che arrivasse presto il momento in cui quei puntini luminosi sarebbero diventati parte di me…

Beh, diciamo che Dio mi deve aver ascoltato, dato che, nell’ordine, ha fatto stare mia nonna, ha quasi fatto morire uno dei miei gatti e, dulcis in fundo, mi ha fatto venire una terribile influenza che da quasi una settimana mi costringe a letto.

Ecco, Dio, quando parlavo di distrazioni non mi riferivo propriamente a questo… Andava anche bene una misera vincita al lotto, un week end fuori porta, una visita inaspettata da parte di un’amica… Anche un bel film in tv al posto dei soliti trash-show…

Sì, insomma, qualcosa di positivo. No, eh?

Comunque, in questi giorni di riposo forzato ho realizzato che mi sono dimenticata di raccontarvi l’ultimo incontro del corso preparatorio all’adozione. Me ne sono dimenticata non soltanto a causa di tutto quello che è successo ultimamente, ma anche perché, come potete ben immaginare, in questo periodo sono totalmente concentrata sulla PMA e su quei fagiolini congelati che mi aspettano.

Visto che ora ho tempo da perdere tra una soffiata di naso e l’altra, ho pensato che fosse giusto riprendere l’argomento, anche perché è una strada che non ho assolutamente intenzione di abbandonare, indipendentemente dall’esito della PMA.

Per raccontarvi tutto riprendo alcuni spezzoni di un’e-mail scritta ad una blogger mia omonima, perché mi era piaciuto molto quello che le avevo scritto (e non ho molta voglia di rielaborare tutto quanto)!

Come vi avevo già detto il corso, che è durato quattro incontri per un totale di sedici ore, non è stato particolarmente apprezzato da Marito. A me invece alla fin fine è piaciuto, anche se è stato stancante e se gli assistenti sociali hanno cercato in tutti i modi di metterci paura (vero e proprio terrorismo psicologico).

Durante l’ultimo incontro, l’undici ottobre, abbiamo guardato un documentario che mostrava la situazione di alcuni istituti per orfani/bimbi abbandonati di un Paese africano e di un Paese dell’Est. Guardandolo provavo il desiderio di portarmi a casa tutti quei bimbi bellissimi… Devo dire, però, che questa visione non ci ha sconvolti più di tanto: nonostante la mancanza di punti di riferimento “fissi”, i bambini sembravano ben nutriti e in salute e seguiti con affetto dalle operatrici (il documentario non mostrava scene di violenza o cattiveria nei confronti dei bambini, che magari in realtà accadono in certi istituti o Paesi).

Ciò che in realtà ci ha veramente sconvolti, non solo a me e a Marito, ma anche alle altre coppie, è stata la seconda parte del filmato. Abbiamo ascoltato due interviste ad un ragazzo e ad una ragazza adottati (se non sbaglio in Francia o in Belgio), attualmente giovani adulti. Entrambi esprimevano il proprio affetto per i genitori adottivi, ma non facevano altro che ripetere quanto sentissero ancora il legame con quelli naturali.

Il ragazzo, nonostante fosse stato cresciuto in una famiglia adottiva numerosa e che gli ha donato molto affetto, affermava di essersi sempre sentito un pesce fuor d’acqua, anche a causa delle prese in giro subite a scuola per il fatto di essere stato adottato. Da adolescente è scappato numerose volte da casa, ed è tornato solo quando la madre adottiva si è ammalata gravemente.

Mi ha colpito in particolar modo, però, la storia della ragazza: adottata quando aveva tre mesi, per tutta la vita si è chiesta perché fosse stata abbandonata, e quando ha raggiunto la maggiore età è corsa a cercare la madre naturale. Ha scoperto così che è stata abbandonata per motivi economici, e la verità l’ha aiutata a superare finalmente il trauma. I suoi genitori adottivi avevano sempre evitato di parlare della famiglia naturale, tenendole nascosta la verità, e nel corso degli anni la ragazza si era convinta di essere nata da una prostituta tossicodipendente che l’aveva lasciata per strada… E questo pensiero terribile la faceva stare male.

Da quando ha scoperto la verità la ragazza ha deciso di mantenere i rapporti con la madre naturale.

Questa storia ha sconvolto tutti i partecipanti al corso, ed io sono stata la prima a dire ad alta voce ciò che pensavamo tutti. Tutti noi aspiranti genitori adottivi sogniamo di adottare per avere finalmente quel figlio che la Natura non ci permette di avere… Sogniamo di avere un bambino tutto nostro, da amare e che ci ami. Che ami soltanto noi.
Ma non si può negare che il legame con i genitori naturali c’è, e resterà per sempre… La cosa migliore è evitare di negare questo legame, non mentire al proprio figlio sui motivi per cui è stato abbandonato, e accompagnarlo e aiutarlo nel caso in cui un giorno decidesse di incontrare chi gli ha dato – materialmente – la vita. Anche se è un passo difficilissimo.

Questo è uno degli aspetti dell’adozione che mi fa più paura. Io sono una persona estremamente possessiva… Ma capisco che le persone non si possono possedere, e per amore di mio figlio riuscirei ad affrontare questa difficoltà. Dovrei riuscirci per forza.
L’adozione è una cosa che ho dentro da sempre. Ma non posso negare che negli ultimi anni si fa sentire sempre di più l’istinto materno, il desiderio di sentire una vita crescere dentro di me. Il mio sogno sarebbe quello di avere un figlio di pancia e uno di cuore… Io voglio sempre strafare!

Io intendo ancora adottare, con tutto il cuore, ma è qualcosa che vorrei fare per il bambino e non per me. Ora la mia voglia di maternità è così forte, rabbiosa, che fa quasi male, non mi dona la pazienza e la serenità necessarie per compiere un percorso difficile e lungo come l’adozione. Ho paura che sbaglierei tutto. Sia prima, che dopo. Se riuscissi ad avere un figlio naturale, a trovare quella gioia e quella pace che desidero da tanto tempo, affronterei l’adozione con un’altra ottica. E la vedrei più come una scelta di donare amore, piuttosto che come il desiderio di avere amore, di completare la famiglia.

Non intendo dire che amerei meno un figlio adottato, avendone già uno naturale, o che lo considererei in maniera diversa… No! Assolutamente no! Però IO sarei diversa. Sarei più serena, più calma, come ora non sono affatto. Se la PMA dovesse andare male ancora, se quel figlio di pancia non dovesse arrivare mai, sicuramente procederemmo con l’adozione. Ma sarebbe un vero e proprio calvario. Dovrei sforzarmi con tutta me stessa per non perdere la testa durante tutti quegli anni di attesa, e i colloqui con gli psicologi, e i corsi (basta non se ne può più di ‘sti corsi!!) che ti obbligano a fare gli enti per l’adozione internazionale… Lo farei, perché per avere un figlio farei qualsiasi cosa. Ma forse non lo farei con lo spirito giusto.

Devo ancora imparare tanto… Ma ce la farò. In fondo, imparare a fare la mamma – di pancia o di cuore non importa – è la cosa più bella del mondo.

Ecco, se magari arrivasse anche il materiale su cui studiare non sarebbe male, eh.

Annunci
Pubblicato in: La mia storia

Quello che gli uomini non dicono

Immagine di Cranky Old Mission Guy

Ultimamente ho scritto un po’ troppi post un po’ troppo tristi. Non è questo non lo spirito con cui ho aperto il blog, ma mi rendo conto che da marzo ad oggi il mio stato d’animo è cambiato parecchio, e l’iniziale entusiasmo è stato piano piano sostituito dalla malinconia. E poi, avendo trovato, proprio grazie al mio piccolo spazio virtuale, tante persone sensibili che riescono a capirmi, mi viene naturale sfogarmi.

Oggi, però, vorrei raccontarvi un episodio molto tenero accaduto questa mattina.

Quando Marito si è svegliato, dopo essersi stiracchiato per bene, mentre facevamo colazione, entrambi ancora mezzi addormentati, mi guarda e fa: “Cavolo… Che sogno ho fatto stanotte!”
“Che hai sognato?” gli ho domandato, mentre con movimenti da bradipo cercavo di aprire la bottiglia del latte.
“Eravamo ad una cena… Io e te… Penso insieme alle altre coppie con cui abbiamo fatto il corso per l’adozione. Quando siamo usciti, ho visto una bambina per strada, sembrava abbandonata… Sono corsa da lei, l’ho presa in braccio e ho cominciato a gridare: E’ mia, è mia! Poi sei arrivata tu, l’hai guardata e ti sei messa a piangere… Infine è arrivato mio padre e ha cominciato a dire che dovevamo chiamare la polizia, e io l’ho mandato a quel paese! E’ mia, ho continuato a ripetere. E nessuno me la potrà portare via!”

Io ho iniziato a ridere… Ma porca miseria… Suocero riesce a rompere le scatole anche nei sogni?!

Non sapevo cosa dire… L’unica cosa che mi è venuta in mente di chiedere è stata: “E com’era la bimba? Era bella?”

“Era bellissima.”

E poi non ho più detto niente, perché l’emozione era forte…

Molto spesso noi “donne PMA” ci lamentiamo del fatto che i nostri uomini non ci capiscono, ed è vero. Non sanno, non possono capire cosa significhi la maternità, desiderare un figlio, sentire una vita dentro di sé e poi perderla, riempirsi di ormoni, attendere con ansia il giorno del test di gravidanza, fare di tutto affinché il proprio corpo diventi un nido caldo e accogliente.
Non si sfogano come facciamo noi femminucce, spesso a causa del loro stupido orgoglio si tengono tutto dentro. Nei pochi momenti in cui mi sento ottimista cerco di parlare con Marito del nostro futuro bambino, della sua cameretta, dei giochi che gli compreremo, di come sarà bello alla sera guardare i cartoni animati tutti insieme, noi due, il frutto del nostro amore, e le nostre bimbe pelose (mi sa che dovremo prendere un divano più grande, però)… Quando parto con i miei viaggi mentali lui cerca sempre di frenarmi, di riportarmi alla realtà, di farmi capire che non è detto che ce la faremo…
E io mi arrabbio, perché sognare a volte sembra l’unico rimedio per non morire, e visto che sono così rari i momenti in cui riesco ad immaginare il futuro che desidero con tutta me stessa vorrei soltanto che lui sognasse con me, anche se so che la felicità di quell’istante è generata dalla fantasia.

Quello che Marito mi ha raccontato stamattina, però, mi ha commosso, e molto. Credo di non essere neppure riuscita a farglielo capire. Ma è così. So che anche lui pensa sempre a quel bambino che ci aspetta, da qualche parte… Solo che non ne parla in continuazione, come invece faccio io, soltanto per difendere la mia, e la sua, sanità mentale (la poca che ci è rimasta).

Però è stato così bello sentirlo parlare in quel modo… Sentirlo parlare come se la bimba del sogno non fosse solamente una fantasia, ma qualcosa di concreto, qualcosa che doveva difendere a tutti i costi, qualcosa che voleva tantissimo.

La nostra bimba sarà bellissima… Ma questo già lo sapevo 😉

Pubblicato in: La mia storia

Fatemi scendere, per favore

Dopo lo sfogo dell’altra sera ho cercato di convincermi che, proprio come qualcuna di voi mi ha detto nei commenti, avrei dovuto approfittare di quest’ennesima attesa, neppure tanto lunga, ma atroce, per prendermi cura di me stessa, per rendere il mio corpo un nido accogliente per i miei “bimbi”. E non per bere, fumare come un ossesso e mangiare un giorno sì e due no come sto facendo ultimamente.

Ma non faccio in tempo a smettere di piangere, a rialzare la testa, che dietro l’angolo mi aspetta già l’ennesima sofferenza. E un nuovo pianto.

Stamattina sono andata a trovare mia nonna materna al ricovero dove mia madre l’ha letteralmente sbattuta ormai diversi mesi fa contro la sua volontà. Era da un po’ che non la vedevo, a causa della PMA e tutto il resto. Tra l’altro il ricovero si trova ad un’ora dalla mia città, in un paesino sperduto sugli Appennini… Non oso pensare quando ci sarà la neve (e lì nevica parecchio…) come farò ad andarci.
Ultimamente mia nonna non fa che peggiorare. Ormai non mi riconosce più, non parla, non riesce a camminare, in bagno non riesce neppure a tirarsi giù i pantaloni da sola e devo aiutarla io o le infermiere. Negli ultimi anni mia nonna è finita spesso all’ospedale perché ha tanti problemi a causa della vecchiaia, ma quando l’andavo a trovare in ospedale non era così stranita come ora! Mi ricordo che una volta, quando era ricoverata, le avevo persino portato le foto del matrimonio e le aveva guardate con gioia… Fino ad un anno fa andava in bagno tranquillamente da sola, addirittura cucinava per sé (ok, faceva cuocere la pasta per 45 minuti, ma almeno riusciva a mettere una pentola sul fuoco!).
Ora sembra un’altra persona… Non fa altro che ripetere che vuole andare via da lì, ma io sono impotente, non posso fare nulla, non posso prendere decisioni! Se potessi la porterei a casa con me, ma ha bisogno di qualcuno che stia con lei, e io e Marito siamo al lavoro tutto il giorno, mica possiamo lasciarla da sola in casa con due cani…
La sto guardando spegnersi ogni giorno di più, e non posso fare nulla… Vorrei tanto che il mio bambino la potesse conoscere, ma non so se accadrà…

Quando ragionava ancora, qualche mese fa, mia nonna mi ha chiesto quando avrei avuto un figlio… Io le ho detto che ci stavamo “lavorando”… Ovviamente non le ho detto della PMA, sarebbe un po’ difficile da spiegare ad una donna di 86 anni (me la immagino chiedermi in dialetto: “Cos’è quella roba lì? Stimolazione ovarica? Liquido seminale? Provetta??”).
Mia nonna in quell’occasione mi ha solo consigliato di portare pazienza, perché anche lei aveva aspettato mia madre per dieci anni (tanta attesa per un risultato così!!). Io le ho detto che, quando sarei rimasta incinta, sarebbe stata la prima a saperlo… Ma ci sarà ancora, quando questo piccolo grande miracolo accadrà? Sarà ancora in grado di capire, di gioire con me, per me? Potrà prendere in braccio il suo nipotino (dovrei dire pronipotino, ma suona male) e capire chi è?

Forse no. Probabilmente no.

I miei genitori sono da una settimana alle Mauritius. Credo che debbano rientrare domenica prossima. Non li sento da mesi, ormai, a parte qualche sporadico sms che mi manda mia madre per farmi sapere quanto mi detesta o che devo ritenermi orfana. Qualche giorno fa mia nonna paterna mi ha pregato di chiamarli perché aveva saputo che dovevano parlarmi. Controvoglia, ma preoccupata che fosse successo qualcosa, l’ho fatto.

E’ stato strano risentire la voce di mia madre dopo tanto tempo. Non so neppure spiegare esattamente cos’abbia provato. Tanta rabbia, credo. E un pizzico di tristezza per quello che avremmo potuto essere, per quello che non siamo mai state l’una per l’altra.

Naturalmente mia madre non mi ha chiesto nulla sulla fecondazione assistita. Mi ha solamente domandato, frettolosamente e con tono indifferente: “come stai?”. Io ho risposto con un altrettanto laconico “bene”. La sua replica? “Ah, ok.” Nient’altro.
Sa benissimo quello che sto passando. Anzi, no, non sa proprio nulla, dato che non si è mai interessata. Non sa dell’iperstimolazione, dei dolori che ho dovuto sopportare, della mia angoscia… Ma è a conoscenza del fatto che in questo periodo mi sarei dovuta sottoporre ad un secondo ciclo di PMA. Gliel’ho detto un paio di mesi fa, quando le ho annunciato che, purtroppo, non mi sarei potuta occupare io della casa e dei gatti durante la loro assenza. Quando gliel’ho detto ovviamente pensavo che in questo periodo sarei dovuta stare a riposo dopo il transfer, o magari sarei stata incinta e quindi impossibilitata a fare sforzi.
Dato che è saltato tutto, lunedì scorso ho mandato un sms a mia madre per dirle che ero libera e che avrei potuto occuparmi io dei mici, ma lei mi ha risposto che era meglio di no. Aveva già chiesto al figlio della veterinaria di andare a casa ogni sera per dare loro da mangiare e che, dato che uno dei gatti sta poco bene e deve prendere delle medicine, preferiva che fosse questo ragazzo a farlo, perché è più esperto di me. E mi ha espressamente vietato di andare a casa per non stargli tra i piedi.

Mi è dispiaciuto molto, perché quei gatti con cui ho vissuto per anni sono per me come dei figli, e mi piace di tanto in tanto prendermi cura di loro e coccolarli. Non lo posso fare spesso, dato che voglio evitare i contatti con i miei genitori, e quindi vado a casa loro soltanto quando non ci sono…

Sapevo che in fondo era meglio così perché, anche se sono da anni una volontaria della Protezione Animali e somministro sempre medicine ai gatti del nostro rifugio, mi sarei sentita in difficoltà a dovermi accollare questa responsabilità… Mi sono detta che sicuramente il figlio della veterinaria era più bravo di me, e anche se avesse faticato non si sarebbe fatto dei problemi a chiamare sua madre per aiutarlo.

Purtroppo io sono una maniaca del controllo. Ma proprio maniaca, eh. Non mi fido di nessuno. E da quando i miei genitori sono partiti non faccio altro che chiedermi: “ma quel ragazzo sarà bravo? Farà attenzione che i gatti non scappino per le scale? E se si dimenticasse di chiudere la finestra e uno dei gatti cadesse giù? E se si scordasse di dare loro l’acqua e morissero di sete?”

Sì, sono paranoica. Ma forse sono giustificata dal fatto che, quando aveva soltanto qualche mese, dieci anni fa il nostro primo gatto è caduto giù dal balcone (dal terzo piano). Sono rimasta traumatizzata per anni da quella terribile notte, anche se il micio si è salvato ed è tuttora il re della casa.

In questi giorni ho cercato in tutti i modi di restare tranquilla, ho provato con tutte le mie forze a fidarmi di questa persona.

E proprio l’altra sera mia madre, ignara (perché neppure me l’ha chiesto) di tutto quello che è successo, che mi è successo, ha deciso di annunciarmi che il gatto che sta male probabilmente non vivrà ancora a lungo. Me l’ha detto così, senza alcuna delicatezza, senza neppure spiegarmi il perché.

Zymil. Sì, proprio come il latte. Questo è il nome del micio. Un bellissimo gatto persiano dal pelo folto e bianco che abbiamo trovato, abbandonato, otto anni fa. Dovrebbe avere all’incirca dieci anni, ma forse ne ha anche dodici. Come molti gatti della sua razza, ha entrambi i reni policistici. Una malattia incurabile.

I miei gatti sono stati i miei unici amici durante un’adolescenza vissuta per la maggior parte nella solitudine e nella sofferenza. Io sono stata la prima persona di cui Zymil si sia fidato. E nessuno si era mai fidato di me, prima di allora. Avevo diciotto anni quando i miei genitori l’hanno portato a casa, tutto sporco e arruffato. Non appena l’hanno liberato si è nascosto in cucina e non ne voleva sapere di venir fuori. Io sono stata una sera intera accucciata per terra, cercando di convincerlo ad avvicinarsi a me, cercando di fargli capire che non gli volevo fare del male. Lui non si muoveva, ma ad un certo punto ho cominciato a sentire uno strano rumore. Credevo che stesse ringhiando e ho preso paura, ma poi ho sorriso capendo che stava facendo le fusa! Mi sembrava quasi che volesse dirmi: “Vorrei fidarmi di te, ho capito che sei buona, ma ho paura!”

Con il tempo Zymil è diventato un gattone buono e coccolone… Anche se negli ultimi anni mi vede raramente, ogni volta che entro in casa mi riconosce, inizia immediatamente a fare le fusa e si mette a pancia all’aria per farsi coccolare… A differenza degli altri mici, lui beve molto e ogni volta la sua “barba” si impregna d’acqua, e lascia una lunga scia sul pavimento… Ha due occhi bellissimi, uno è ambrato e l’altro azzurro… Quando mi guarda penso di non aver mai visto occhi così belli e intensi.

E’ solo un gatto, ma io gli voglio bene. Non voglio che se ne vada. Ora non potrei sopportarlo. Vorrei che anche lui conoscesse il mio bambino, che potesse fargli le fusa, che potesse insegnarli che il cuoricino di un gatto può dare più amore di tanti esseri umani…

Ieri ho chiamato la veterinaria per sapere le reali condizioni di Zymil. Non mi fido molto di mia madre, pensavo che avesse esagerato. La dottoressa era felice che l’avessi chiamata e mi ha pregato di portarle il gatto, perché suo figlio non riesce a prenderlo e ha bisogno di fare flebo ogni due giorni. Ma mia madre non poteva dirmelo, sapendo che per i gatti farei qualsiasi cosa?! Voleva che saltasse le flebo per due settimane intere?
Ho portato immediatamente il micio da lei dopo il lavoro. Era da un po’ che non lo vedevo. E’ veramente magro. Prima pesava sei chili, ora la metà esatta… Quando lo accarezzo sento le ossa, prima sentivo solamente della bella ciccia, e lo prendevo sempre in giro per questo…
Non appena l’ho visto sono scoppiata a piangere. E ho continuato mentre la veterinaria gli faceva la flebo, e sono crollata quando mi ha annunciato che sì, potrà vivere ancora, ma non per più di qualche mese.
Oggi sono andata ancora a trovare il micio, per coccolarlo un po’. Mi sono sdraiata sul letto con lui (ama accucciarsi sul cuscino) e l’ho accarezzato a lungo. E più mi faceva le fusa, più io piangevo. Anche Marito, che mi aveva accompagnato, aveva gli occhi lucidi. E lui non piange quasi mai.

Porterò di nuovo il micio dalla veterinaria lunedì. E so che piangerò di nuovo. Cercherò di trattenermi, ma lo farò ugualmente.

Con gli anni ho imparato che il vittimismo non serve a niente, che bisogna cercare di apprezzare ciò che di bello si ha… Non mi piace lamentarmi, non mi piace farmi vedere sempre triste, ma in questi giorni è molto dura sorridere. Cerco di vedere quello che di buono c’è nella mia vita, e so di avere tante cose belle, ma è difficile gioire quando non puoi fare nulla per chi ami!

Sono circondata dalla morte. E sono totalmente impotente davanti a tutto questo. E mi chiedo: come posso trovare la vita, in mezzo a tutta questa desolazione?
Soltanto realizzare il desiderio di avere un figlio potrebbe ridarmi la gioia.
Ma come potranno i miei embrioncini rimanere attaccati ad un corpo così pieno di dolore? Chi vorrebbe restare con una persona che non fa altro che piangere?
Sono tanto stanca di queste prese in giro del destino, di questa giostra del dolore. Fatemi scendere, per favore!

Ieri sera ho parlato con Dio.  Era da tanto che non lo facevo. Dico “parlato” e non “pregato” perché le mie non sono vere e proprie preghiere. Mi scappano anche delle parolacce quando parlo con Lui. Non ho idea se Dio sia uno e trino, se Gesù Cristo facesse sul serio i miracoli o se la Vergine Maria fosse davvero vergine. Non me ne frega niente, in realtà. Io so che Lui c’è. Ed è questo che mi fa più incazzare. Gli ho detto che non sento più la Sua presenza accanto a me. Dentro di me. Che forse non l’ho mai sentita. Che vorrei sentirla, davvero, per riacquistare un po’ di fede. Non so cosa mi aspettassi. A volte faccio troppi voli con la fantasia, soprattutto dopo aver bevuto un po’… Forse speravo che mi desse un segno, tangibile, della Sua presenza. Che mi facesse sentire che non sono sola. Che Lui, oltre ad esserci, mi ama, ci ama. Ma non mi ha dato alcun segno. Non sono meritevole neppure della Sua attenzione?

Pubblicato in: La mia storia, Riflessioni

Il nostro pianto

Image and video hosting by TinyPic

Immagine di sepulture/is.dead/

Lunedì sono tornata al lavoro. Ero felice, a dire il vero. Pensavo che sarebbe stato bello rivedere i miei colleghi, anche se spesso discutiamo, e riprendere la vita “normale”.
Ma il ritorno alla realtà è stato più brusco di quanto non pensassi. Mi sono ritrovata a dover rispondere alle solite domande stupide, a dover lavorare mentre la testa vagava altrove, a dovermi sforzare per sorridere e recitare come al solito la parte del pagliaccio per non lasciar trapelare quello che provo… Pensavo che sarebbe stato piacevole, forse in un certo senso persino rilassante, tornare a “vivere”… Ma questa può forse dirsi “vita”?

Tutto quello che faccio durante il giorno – alzarmi, guidare, entrare in ufficio, lavorare, chiacchierare, sorridere – lo faccio come se fossi un automa, senza neppure riflettere, perché so che è quello che devo fare, che gli altri si aspettano da me. Tutto quello che vorrei fare, in realtà, è fermarmi e urlare, urlare a squarciagola. Tutto quello a cui riesco a pensare sono quegli embrioncini che mi aspettano, quelle potenzialità di vita che, forse, una vita non l’avranno mai. A cui io forse non riuscirò a donare la vita.

Sabato sono tornata al centro PMA e, come previsto, la ginecologa mi ha detto che il transfer è rimandato al mese prossimo, perché le mie ovaie sono ancora un po’ gonfie, nonostante io mi senta bene. Dovrò aspettare che mi tornino le Malefiche, probabilmente tra il 6 e il 10 dicembre, poi almeno per dodici giorni dovrò impasticcarmi di Progynova e infine, finalmente, potremo fare il transfer, si spera entro Natale. Altrimenti, suppongo, tutto slitterà a gennaio.

Questa notizia non mi ha intristito più di tanto, all’inizio. Ormai sono due anni e mezzo che aspetto il mio bimbo, un’attesa di un altro mese, o anche due, non è di certo una tragedia.

Ma negli ultimi giorni, dopo essere rientrata alla “realtà”, il panico ha cominciato a prendere il sopravvento.

Non so perché, forse è causato dallo scombussolamento ormonale, ma mi sento triste come mai prima. Mi sento molto sola. E mi sono data della stupida per aver creduto di essere felice rientrando in ufficio e rivedendo i miei colleghi. Quelle persone non sanno niente di me, non sanno cosa sto passando, non se lo possono neppure immaginare… E, anche se lo dicessi loro, probabilmente non otterrei nient’altro che critiche e le solite frasi banali che ci fanno tanto incazzare.

Mi sento tanto sola. E tanto stanca. So che non dovrei. Dovrei essere forte. E speranzosa. Tra un mesetto o poco più quei puntini luminosi che amo così tanto entreranno a far parte di me. Avrò un’altra possibilità. Ma, mentre a volte mi sento agguerrita e piena di ottimismo, in questi giorni provo soltanto un grande senso di vuoto.

Oggi ho ricevuto l’ennesimo annuncio di gravidanza. Una conoscente mia e di Marito è incinta. Una ragazza che avrà più o meno la mia età. E’ stato Marito a dirmelo, mentre stavo per uscire dall’ufficio. Sapeva che prima o poi l’avrei scoperto, e non voleva che lo sapessi da altri. Questa notizia è stata la ciliegina sulla torta di una giornata molto triste.

Quando sono uscita dal lavoro, mentre mi incamminavo verso la macchina, nascosta nel buio, ho cominciato a piangere. E ho continuato durante tutto il viaggio in macchina verso casa. E mentre piangevo pensavo che forse quella ragazza avrebbe perso il suo bambino. In fondo, anche le gravidanze “naturali” possono andare male. Questo pensiero ha attraversato la mia mente per un millesimo di secondo, ma in quel millesimo di secondo ho provato un macabro sollievo. Poi mi sono vergognata di me stessa. E ho cominciato a piangere ancora più forte.

In questo periodo le uniche persone che sono riuscite a strapparmi un sorriso o a scaldarmi il cuore sono quelle che ho conosciuto su internet.

Da quando ho aperto questo blog mi capita sempre più spesso di ricevere lettere da parte di donne che soffrono come, e con, me.

Il termine “e-mail” mi ispira freddezza. Preferisco chiamarle “lettere” perché è proprio questo che sono. E ogni volta che una donna mi scrive per raccontarmi la sua storia e per donarmi un abbraccio, seppur intangibile, mi sento un po’ meno sola, e un po’ più triste.

Oggi, mentre piangevo, ripensavo a quelle donne. Alle donne invisibili. Pensavo a quando mi raccontano cos’hanno provato al primo, o all’ennesimo, tentativo di PMA fallito. Pensavo a quando avevo creduto di essere incinta, per poi vedere il mio sogno dileguarsi nel sangue. Pensavo a quanto mi sembrassero forti, loro, e quanto io abbia paura di sperare ancora. E il mio dolore si confondeva con il loro. Oggi ho pianto per me, e per voi. E questa, sicuramente, non è una grande consolazione per nessuno. Noi dovremmo sorridere, non piangere. Noi ci meritiamo di sorridere, non di piangere.

Vi è mai capitato di ascoltare una canzone e pensare che fosse stata scritta proprio per voi, che addirittura voi stessi avreste potuto scriverla, che sono le stesse parole che si celano da tempo immemore nel vostro animo…?

A me sì.

Ultimamente non posso fare a meno di ascoltare questa canzone. E’ “All Alright” dei Fun.

 

I’ve given everyone I know
a good reason to go
I was surprised you stuck around
long enough to figure out
That it’s all alright
I guess it’s all alright.
I got nothing left inside of my chest, but
it’s all alright.
Yeah, it’s all alright.
I guess it’s all alright.
I got nothing left inside of my chest, but
it’s all alright.

Ho dato a tutti quelli che conosco
una buona ragione per andarsene
mi ha sorpreso che tu sia rimasto
abbastanza a lungo per capire
che va tutto bene
Penso che vada tutto bene
Non mi è rimasto più niente nel petto, ma
va tutto bene.
Sì, va tutto bene.
Penso che vada tutto bene.
Non mi è rimasto più niente nel petto, ma
va tutto bene.

Pubblicato in: La mia storia

Iperstimolata e iperannoiata

Sabato scorso finalmente la ginecologa si è decisa a visitarmi e a farmi un’eco per controllare la situazione, dato che ormai la mia pancia aveva raggiunto dimensioni mostruose. Mi ha ordinato di stare a riposo per altri quindici giorni, mi ha prescritto un sacco di analisi del sangue e mi ha detto di fare una puntura di un anticoagulante, il Fragmin, ogni sera. Sulla pancia. Ecchepalle.

Questa settimana, però, ho cominciato a stare molto meglio, anche perché martedì sono arrivate le Malefiche. Mi sono finalmente sgonfiata e ho ritrovato la mia forma e il mio peso normali, e ho deciso che lunedì tornerò a lavorare. Ho smesso le punture e non ho ancora fatto le analisi; le farò domattina tanto per dare una controllatina ai valori ma penso che la dottoressa me le avrebbe dovute prescrivere molto prima…

Domani torno al centro PMA per sapere se posso iniziare l’assunzione degli estrogeni per prepararmi al transfer degli embrioni congelati o se dobbiamo aspettare il prossimo ciclo. Al telefono la dottoressa mi ha detto che è più propensa ad aspettare, dato che sono stata molto male, ma ora sto benissimo e spero che cambi idea… (Sono una testona, lo so).

Credevo che durante questo riposo forzato avrei trovato tanto tempo per scrivere sul blog e invece… Invece, questi sono stati giorni pigri, lunghi e noiosi. Quando stavo male non riuscivo a concentrarmi su nulla, e anche ora che sto meglio mi sento stanca, spossata, una specie di ameba.

Non pensavo che l’avrei detto, ma sono contenta di tornare a lavorare… Anche se so che poi rimpiangerò tutto questo tempo libero!

Penso che riacquisterò un po’ di energia e di ottimismo solo quando finalmente cominceremo a programmare il transfer… Sono una maniaca della pianificazione, che ci posso fare?!