La mia storia

Il primo gradino di una lunga scalinata

Piccola premessa: Dio c’è. Ed è un gran burlone. Ho pregato affinché questo triste mese di novembre passasse velocemente, che qualcosa, qualsiasi cosa, mi distraesse dal pensiero del transfer, che arrivasse presto il momento in cui quei puntini luminosi sarebbero diventati parte di me…

Beh, diciamo che Dio mi deve aver ascoltato, dato che, nell’ordine, ha fatto stare mia nonna, ha quasi fatto morire uno dei miei gatti e, dulcis in fundo, mi ha fatto venire una terribile influenza che da quasi una settimana mi costringe a letto.

Ecco, Dio, quando parlavo di distrazioni non mi riferivo propriamente a questo… Andava anche bene una misera vincita al lotto, un week end fuori porta, una visita inaspettata da parte di un’amica… Anche un bel film in tv al posto dei soliti trash-show…

Sì, insomma, qualcosa di positivo. No, eh?

Comunque, in questi giorni di riposo forzato ho realizzato che mi sono dimenticata di raccontarvi l’ultimo incontro del corso preparatorio all’adozione. Me ne sono dimenticata non soltanto a causa di tutto quello che è successo ultimamente, ma anche perché, come potete ben immaginare, in questo periodo sono totalmente concentrata sulla PMA e su quei fagiolini congelati che mi aspettano.

Visto che ora ho tempo da perdere tra una soffiata di naso e l’altra, ho pensato che fosse giusto riprendere l’argomento, anche perché è una strada che non ho assolutamente intenzione di abbandonare, indipendentemente dall’esito della PMA.

Per raccontarvi tutto riprendo alcuni spezzoni di un’e-mail scritta ad una blogger mia omonima, perché mi era piaciuto molto quello che le avevo scritto (e non ho molta voglia di rielaborare tutto quanto)!

Come vi avevo già detto il corso, che è durato quattro incontri per un totale di sedici ore, non è stato particolarmente apprezzato da Marito. A me invece alla fin fine è piaciuto, anche se è stato stancante e se gli assistenti sociali hanno cercato in tutti i modi di metterci paura (vero e proprio terrorismo psicologico).

Durante l’ultimo incontro, l’undici ottobre, abbiamo guardato un documentario che mostrava la situazione di alcuni istituti per orfani/bimbi abbandonati di un Paese africano e di un Paese dell’Est. Guardandolo provavo il desiderio di portarmi a casa tutti quei bimbi bellissimi… Devo dire, però, che questa visione non ci ha sconvolti più di tanto: nonostante la mancanza di punti di riferimento “fissi”, i bambini sembravano ben nutriti e in salute e seguiti con affetto dalle operatrici (il documentario non mostrava scene di violenza o cattiveria nei confronti dei bambini, che magari in realtà accadono in certi istituti o Paesi).

Ciò che in realtà ci ha veramente sconvolti, non solo a me e a Marito, ma anche alle altre coppie, è stata la seconda parte del filmato. Abbiamo ascoltato due interviste ad un ragazzo e ad una ragazza adottati (se non sbaglio in Francia o in Belgio), attualmente giovani adulti. Entrambi esprimevano il proprio affetto per i genitori adottivi, ma non facevano altro che ripetere quanto sentissero ancora il legame con quelli naturali.

Il ragazzo, nonostante fosse stato cresciuto in una famiglia adottiva numerosa e che gli ha donato molto affetto, affermava di essersi sempre sentito un pesce fuor d’acqua, anche a causa delle prese in giro subite a scuola per il fatto di essere stato adottato. Da adolescente è scappato numerose volte da casa, ed è tornato solo quando la madre adottiva si è ammalata gravemente.

Mi ha colpito in particolar modo, però, la storia della ragazza: adottata quando aveva tre mesi, per tutta la vita si è chiesta perché fosse stata abbandonata, e quando ha raggiunto la maggiore età è corsa a cercare la madre naturale. Ha scoperto così che è stata abbandonata per motivi economici, e la verità l’ha aiutata a superare finalmente il trauma. I suoi genitori adottivi avevano sempre evitato di parlare della famiglia naturale, tenendole nascosta la verità, e nel corso degli anni la ragazza si era convinta di essere nata da una prostituta tossicodipendente che l’aveva lasciata per strada… E questo pensiero terribile la faceva stare male.

Da quando ha scoperto la verità la ragazza ha deciso di mantenere i rapporti con la madre naturale.

Questa storia ha sconvolto tutti i partecipanti al corso, ed io sono stata la prima a dire ad alta voce ciò che pensavamo tutti. Tutti noi aspiranti genitori adottivi sogniamo di adottare per avere finalmente quel figlio che la Natura non ci permette di avere… Sogniamo di avere un bambino tutto nostro, da amare e che ci ami. Che ami soltanto noi.
Ma non si può negare che il legame con i genitori naturali c’è, e resterà per sempre… La cosa migliore è evitare di negare questo legame, non mentire al proprio figlio sui motivi per cui è stato abbandonato, e accompagnarlo e aiutarlo nel caso in cui un giorno decidesse di incontrare chi gli ha dato – materialmente – la vita. Anche se è un passo difficilissimo.

Questo è uno degli aspetti dell’adozione che mi fa più paura. Io sono una persona estremamente possessiva… Ma capisco che le persone non si possono possedere, e per amore di mio figlio riuscirei ad affrontare questa difficoltà. Dovrei riuscirci per forza.
L’adozione è una cosa che ho dentro da sempre. Ma non posso negare che negli ultimi anni si fa sentire sempre di più l’istinto materno, il desiderio di sentire una vita crescere dentro di me. Il mio sogno sarebbe quello di avere un figlio di pancia e uno di cuore… Io voglio sempre strafare!

Io intendo ancora adottare, con tutto il cuore, ma è qualcosa che vorrei fare per il bambino e non per me. Ora la mia voglia di maternità è così forte, rabbiosa, che fa quasi male, non mi dona la pazienza e la serenità necessarie per compiere un percorso difficile e lungo come l’adozione. Ho paura che sbaglierei tutto. Sia prima, che dopo. Se riuscissi ad avere un figlio naturale, a trovare quella gioia e quella pace che desidero da tanto tempo, affronterei l’adozione con un’altra ottica. E la vedrei più come una scelta di donare amore, piuttosto che come il desiderio di avere amore, di completare la famiglia.

Non intendo dire che amerei meno un figlio adottato, avendone già uno naturale, o che lo considererei in maniera diversa… No! Assolutamente no! Però IO sarei diversa. Sarei più serena, più calma, come ora non sono affatto. Se la PMA dovesse andare male ancora, se quel figlio di pancia non dovesse arrivare mai, sicuramente procederemmo con l’adozione. Ma sarebbe un vero e proprio calvario. Dovrei sforzarmi con tutta me stessa per non perdere la testa durante tutti quegli anni di attesa, e i colloqui con gli psicologi, e i corsi (basta non se ne può più di ‘sti corsi!!) che ti obbligano a fare gli enti per l’adozione internazionale… Lo farei, perché per avere un figlio farei qualsiasi cosa. Ma forse non lo farei con lo spirito giusto.

Devo ancora imparare tanto… Ma ce la farò. In fondo, imparare a fare la mamma – di pancia o di cuore non importa – è la cosa più bella del mondo.

Ecco, se magari arrivasse anche il materiale su cui studiare non sarebbe male, eh.

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5 thoughts on “Il primo gradino di una lunga scalinata

  1. purtroppo è davvero così… io conosco una ragazza adottata, ormai adulta, che nonostante debba praticamente tutto agli adottanti (chiamiamoli così, anche se secondo me genitore è chi ti cresce e si prodiga per te a prescindere dal legame bio) non ha mai legato-legato con loro e sia più attaccata a questa ipotetica entità biologica, chissà dove, che a loro.
    fossi negli adottanti l’avrei vissuta MALISSIMO, loro invece credo se ne siano fatti una santa ragione nel corso degli anni. triste.

  2. ..che meraviglia leggere le tue riflessioni sull’ adozione.. Sono sensazioni talmente soggettive che è curioso confrontarsi su argomenti così profondi e importanti! Premetto che io sono alla fase pma e non ho ancora elaborato un eventuale discorso adozione.. Xò credo che x molte di noi sarebbe più facile da accettare l’ idea del bimbo adottivo affiancato al bimbo biologico.. T i mando un abbraccio

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