Pubblicato in: Riflessioni

Anno nuovo: nuova forza, nuovi obiettivi.

Oggi, 5 gennaio, è un giorno speciale, perché sarebbe l’undicesimo compleanno della mia Diana… Ma lei non è più qui con noi, non fisicamente, almeno.
Per me questa è una giornata molto intensa, piena di emozioni e di ricordi.

Il mio bambino sa che la sua sorella pelosa ora è sulla luna e, a furia di ripeterglielo, me ne sono convinta anche io. Cerco la luna ogni sera, e per me è impossibile non sorridere, mentre la guardo.
E rivolgere un pensiero a lei.

Ciò che mi consola è che presto tutti sapranno che sulla luna c’è una cagnolina che si chiama Diana… Perché il mio prossimo lavoro sarà dedicato a lei.

Continua a leggere “Anno nuovo: nuova forza, nuovi obiettivi.”

Pubblicato in: Infanzia&Bambini, Riflessioni

La Diana sulla Luna

La prima cosa che Robertino fa, ogni sera, quando torna dall’asilo – dopo aver chiesto un pezzo di cioccolato – è salutare le sue cagnoline. Diana e Yuma.
Ma quel venerdì sera maledetto, c’è solo Yuma ad aspettarlo. Non se ne accorge subito. È così abituato alla loro presenza, da considerarla una cosa… Scontata. E la possibilità che non possano più esserci, impossibile.

“Mamma, dov’è Iaia?”
“Siediti, tesoro. Devo dirti una cosa. Ti ricordi che Diana era molto ammalata, vero?”
“Sì. Bua al pancino.”
“Esatto. Aveva molto male al pancino. Ecco, stava così male che è dovuta andare via.”
“Per sempre?”
“Purtroppo, sì.”
Sgrana gli occhi. Non ho mai visto quello sguardo negli occhi del mio bimbo.
“E non tornerà mai più?”
“No, amore mio. Mai più. Mi dispiace tanto.”
Roberto piange. Mai lacrime mi hanno fatto più male.

Continua a leggere “La Diana sulla Luna”

Pubblicato in: Riflessioni

YuyuYaya (ciao, Diana)

YuyuYaya. È così che, per anni, mio figlio ha chiamato il luogo in cui vive. Si rifiutava proprio di dire la parola “casa”, e solo a fatica nelle ultime settimane la logopedista è riuscita a convincerlo a pronunciare questa, apparentemente semplice, parola.

Per lui casa è YuyuYaya.

Ciao, bibì! Io vado da YuyuYaya!” diceva, con entusiasmo, all’uscita dall’asilo, e ovviamente nessuno lo capiva (non che la cosa gli importasse più di tanto).

In realtà un po’ mi dispiaceva che la logopedista volesse a tutti i costi convincerlo a fargli abbandonare questo curioso modo di dire. Io lo trovavo così dolce, tanto che ogni volta mi veniva da sorridere.

Già, perché YuyuYaya non è una strana parola in dialetto bambinesco. Non è neppure uno scioglilingua assurdo. Yuyu e Yaya sono i nomi dei nostri cani: Yuma – detta YuYu per gli amici – e Diana – che mio figlio ha ribattezzato Yaya.

Continua a leggere “YuyuYaya (ciao, Diana)”

Pubblicato in: La mia storia

Dall’altra parte

wpid-img_20140614_173126.jpg

Sedici settimane e un giorno. Questo è il tempo finora trascorso dall’inizio della mia gravidanza.
Ogni giorno mi sento più… Incinta.
Il tempo passa, tutto sembra andare per il meglio, e la mia ansia si è un pochino placata. O, almeno, è questo che mi ripeto sempre. In realtà, è nella mia natura essere ansiosa, e difficilmente potrò cambiare.

Ogni giorno mi sento più… Normale. Come una qualsiasi altra donna con il pancione. O quasi.

La mia, però, non è una gravidanza normale. Non la può essere, per ovvi motivi.

Continua a leggere “Dall’altra parte”

Pubblicato in: La mia storia

2 anni, 24 mesi, 731 giorni e infinite lacrime

E così, è passato un altro anno.
Tra decisioni, indecisioni, certezze crollate miseramente, sogni affiorati e poi spezzati, equilibri conquistati a fatica e rovinose cadute.

Oggi è il secondo anniversario della mia morte.
Beh, certo, detto così suona troppo drammatico, forse.
La morte segna la fine di ogni speranza. Ed io, di speranza, ne ho ancora.
Nonostante, quel giorno di esattamente due anni fa, che ora pare lontanissimo, qualcosa dentro di me sia morto davvero.

Il 13 gennaio 2012 io e Marito abbiamo scoperto di non poter avere figli. E da allora tutto è cambiato. E tutto è rimasto uguale.

Anche l’anno scorso ho scritto un post per ricordare il nostro lutto.
Sono sempre stata una maniaca delle date, delle ricorrenze.
Io e Marito festeggiamo ancora il mesiversario, per dire. Ricordo la data in cui ci siamo messi insieme, ormai sono passati dieci anni, il giorno in cui abbiamo fatto l’amore o ci siamo detti “ti amo” per la prima volta, il giorno in cui abbiamo deciso di provare ad avere un bambino.

Marito non ha la più pallida idea di che giorno sia oggi. Lui è una frana con le date.
Io non gliel’ho ricordato. Mi avrebbe detto di smetterla di pensarci. E io mi sarei arrabbiata.
E poi, voglio “gustarmi” questo dolore da sola.

Oggi non ho fatto altro che ripercorrere con la memoria quel giorno lontano.
Ricordo tutto, perfettamente. La dura giornata al lavoro, l’incidente d’auto in pausa pranzo, la litigata con i miei, la corsa dalla ginecologa, alla sera, per mostrarle il risultato delle analisi.
E le sue parole: “Voi non potrete mai avere un bambino, mi dispiace.”
Il mio pianto, davanti all’ingresso della clinica. I passanti che mi guardavano come se fossi pazza. Il viaggio in macchina verso casa. Niente autoradio. Solo il rumore delle mie lacrime.

La litigata con mio marito. La mia rabbia verso di lui. Il dolore per entrambi. La consapevolezza che niente sarebbe stato più come prima.
Che quell’attesa, già durata un anno e mezzo, si sarebbe protratta per molto tempo.
La voglia di lottare.
La speranza.

Vorrei sentirmi speranzosa come quel giorno.
Quel giorno è stato il più brutto della mia vita, ma la speranza era diversa rispetto a quella che provo oggi.
Due anni fa credevo che con l’aiuto della medicina tutto sarebbe stato facile.

E’ impossibile che due persone come noi non possano diventare genitori, dicevo.

La speranza c’è ancora. Ma non è più limpida come quel giorno.
Oggi è annebbiata dalla stanchezza, dalla rabbia, dall’insicurezza.

Spero, tra un anno, di non ritrovarmi a scrivere un altro post come questo.

Pubblicato in: La mia storia

D.G.M. (Donna geneticamente modificata)

Rieccomi.

Il Natale è passato, e anche quest’anno non mi sono lasciata sopraffare dal finto buonismo e dall’ipocrisia che lo circonda.

Abbiamo gettato il vecchio calendario appeso alla parete per rimpiazzarlo con uno nuovo. Ma non è che sia cambiato granché.

Sono giorni strani, a volte apatici, altre volte colmi d’emozioni. E mi rendo conto che devo accettarli così come vengono. C’est la vie.

Dal Tribunale nessune nuove.

Non ho neppure sentito mia madre per Natale.

Ho incontrato mio padre per caso, la sera della Vigilia, mentre passavo a salutare i miei nonni. La prima cosa che mi ha detto è stata: “Ehi, ma che culone hai messo su?” No, non era ironico. Io gli ho fatto notare che una frase del genere non può di certo aumentare la mia autostima. Lui non ha nemmeno risposto.

Mia nonna sta sempre peggio. Ormai non mi riconosce neanche più. Sono ormai lontani i tempi in cui mi chiedeva se ero incinta, e davanti al mio sguardo triste diceva che un bambino sarebbe arrivato, che dovevo portare pazienza perché anche lei ha aspettato tanto sua figlia…
Ho il terrore che possa andarsene prima di aver conosciuto il suo nipotino.
Io sono nata quando mia nonna stava malissimo, era in preda alla depressione, perché era da poco rimasta vedova. Mio nonno è morto molto giovane. La mia nascita la riportò alla vita. Mi piacerebbe che il miracolo si ripetesse. Ma… Ma.

L’altro giorno abbiamo festeggiato il quinto compleanno di uno dei miei adorati cani.
Ho sempre sognato di vedere mio figlio giocare con le sue “sorelline” a quattro zampe.
Ma il tempo passa, inesorabilmente. E ogni giorno che passa è un giorno triste in più, un giorno strappato alla felicità.

Ogni volta che sto con i bambini della comunità, i miei adorabili selvaggi, mi rendo conto di quanto sarebbe bello essere madre.

Insomma, è cambiato l’anno sul calendario, ma la vita rimane sempre la stessa.

A dicembre io e Marito siamo stati al centro PMA del San Paolo di Milano. La dottoressa con cui abbiamo parlato, capo dell’equipe, ci è sembrata molto in gamba. Ci ha illustrato il loro protocollo, che è diverso e molto più personalizzato rispetto a quello che ho seguito a Reggio Emilia.
Mi ha prescritto decine di analisi (soprattutto genetiche) che finora nessuno mi aveva chiesto, per capire come mai gli embrioni che mi hanno trasferito non hanno mai attecchito. Potrebbero esserci dei problemi, e non essere soltanto colpa della sfiga.

A fine gennaio dobbiamo rivederci per programmare la prossima ICSI, a pagamento. Spero di riuscire a cominciare il trattamento con il ciclo che dovrebbe iniziare a metà febbraio, anche se sarà dura.

Intanto sto cominciando a ricevere i risultati di qualche esame.
Oggi ho scoperto di avere una mutazione del II Allele MTHFR.
Non ho bene idea di cosa voglia dire, ma non mi sembra una cosa buona. Curiosando su internet ho scoperto che questa mutazione è abbastanza frequente e che può essere causa di aborti spontanei, se non trattata con i dovuti farmaci. Farmaci che non ho mai preso, non sapendolo.
Ma vaffanculo, va. A saperlo prima…

Le mie giornate sono nuovamente scandite dal conto alla rovescia per la prossima visita, prelievo del sangue o ecografia. Che gioia.

Intanto cerco di godermi ciò che di bello c’è nella mia vita.

E’ dura, quando hai un pensiero fisso in testa di cui poche persone riescono a capirne l’importanza.
Quando senti le forze scivolarti via, insieme al tempo.
E che diavolo c’entra se sono giovane. E se ho tanto tempo davanti.
Non mi interessa la possibilità di essere felice, un domani.
Io vorrei essere felice. Ora.

Entrare nella mia testa è sempre stato complicato, per tutti.

Ora mi rendo conto che è praticamente impossibile.

Saluti da una donna geneticamente modificata.

Spero di non aspettare il 2015 per scrivere di nuovo.

Pubblicato in: La mia storia

Ufficialmente in attesa

Venticinque ottobre duemilatredici.
Una data che entra direttamente nella top three delle giornate più importanti della mia vita, insieme a quella della mia nascita e del mio matrimonio.

Venerdì io e Marito abbiamo affrontato l’ultimo e, lasciatemelo dire, più traumatico, passo dell’istruttoria, ovvero il colloquio con il giudice presso il Tribunale per i Minorenni.

Da tre giorni siamo ufficialmente in attesa di nostro figlio.
Che è un po’ come essere incinta, solo che la mia gestazione non durerà nove mesi (magari!), probabilmente molto di più.
Questa attesa potrebbe anche non avere mai una fine. E questa è l’eventualità peggiore che possa immaginare.

Io e Marito siamo arrivati a Bologna alle 8.15 del mattino. Ci siamo fermati un po’ in un bar a fare colazione e verso le 9.30 siamo entrati al Tribunale. La nostra udienza era fissata per le dieci. Nella sala d’attesa (un corridoio, in realtà) erano presenti altre coppie.
Le abbiamo viste entrare nella stanza del giudice, una dopo l’altra… Mentre noi non venivamo chiamati da nessuno.
E’ passata un’ora, poi due, poi TRE… Alle dodici e trenta un giudice ha finalmente chiamato il nostro nome, scusandosi per il ritardo.
Io ero stanca morta per quell’estenuante attesa, e ormai ci vedevo doppio a furia di giocare a Ruzzle e Candy Crush Saga sul cellulare (e tenete conto che mi ero svegliata alle sei per arrivare puntuale).
Siamo entrati in un ufficio. I giudici che ci hanno ricevuto erano due: una donna, tra i cinquanta e sessant’anni di età, e un uomo decisamente più giovane. Durante il colloquio è stato quest’ultimo a prendere appunti per stilare il verbale.

Più o meno, leggendo varie testimonianze sul web, sapevo che ci avrebbero chiesto un resoconto delle nostre disponibilità. E così è stato. Ma non credevo che sarebbe stato un colloquio così impegnativo! Peggio di tutti i colloqui con i servizi sociali messi insieme!

Il grave errore che io e Marito abbiamo commesso è stato quello di non rivedere e ripensare alle disponibilità che avevamo dato in precedenza. E accordarci su una versione che andasse bene per entrambi. Ho peccato di arroganza.
Non è da me presentarmi impreparata ad un appuntamento importante. Pensavo che, visto che avevamo superato positivamente i colloqui con i servizi sociali, anche l’incontro con il giudice sarebbe filato via liscio.

Arrossisco ripensando a tutte le volte che io e Marito siamo rimasti a bocca aperta, stile pesce lesso, quando uno dei due giudici ci ha posto domande inaspettate.

La giudice aveva in mano la relazione che i Servizi Sociali hanno scritto su di noi. Per prima cosa ci ha chiesto se ci era stata letta, e noi abbiamo risposto di sì.

Poi ci ha spiegato che voleva che confermassimo le nostre disponibilità per un eventuale bambino. Ha fatto notare che, secondo la relazione, desideriamo un bambino di fascia zero – tre anni. L’ha detto con un leggero disappunto, e io mi sono sentita in dovere di spiegare che all’inizio ci eravamo dati disponibili per un bimbo fino ai cinque anni, ma che i servizi sociali ci hanno consigliato di abbassare il range d’età perché siamo giovani.

A questo punto è intervenuto il giudice, ed è nata una lunga disquisizione. Non riusciva a capire se l’età era stata decisa da noi o dai servizi. Io ho cercato di fargli comprendere che l’età non è un criterio così importante per noi, che ci possono benissimo chiamare anche per un bimbo di quattro anni, non lo rifiuteremmo di certo!
Lui, però, voleva che esprimessimo una decisione ben precisa per poterla mettere a verbale, e ha cominciato a scaldarsi.
Io non sopporto di parlare con persone agitate. Fanno agitare anche me. Purtroppo, quando sono nervosa, tendo a parlare senza freni. Ho continuato a parlare come una macchinetta, finché lui non mi ha fermato, dicendomi che doveva scrivere tutto quello che stavo dicendo e che non riusciva a starmi dietro.

Io mi sono scusata, e lui per tutta risposta ha assunta un’aria acida, ha proteso davanti la mano e ha cominciato a dire:
“Calma. Stia calma!”
“No, mi scusi, è che non mi ero accorta che stava scrivendo…” ho mormorato.
“Calma!”
“Sì sì, scusi, è che…”
“Calma! Ora scrivo. Poi potrà riprendere a parlare.”
Il bello è che io ero calmissima! E questa assurda scena si è ripetuta diverse volte durante il colloquio… Esistono persone che si innervosiscono facilmente e hanno sempre i nervi a fior di pelle… Il giudice fa parte di questa categoria.

Alla fine abbiamo risolto in questo modo: nel verbale il giudice ha scritto che la nostra disponibilità è 0-3 anni, ma che non diremmo di no ad un abbinamento con un bambino di quattro anni (ha riportato tra virgolette le mie esatte parole). Il che per noi va benissimo.

In seguito siamo passati a parlare del fantomatico BAMBINO IMMAGINARIO.
Di questo argomento abbiamo discusso a lungo con l’assistente sociale e la psicologa. Io e Marito non abbiamo in mente un bimbo immaginario.
Nostro figlio potrebbe essere bianco, nero, rosso, giallo, con i capelli biondi, bruni, ecc. Non ce ne frega niente. Ed è questo che abbiamo tentato di far capire ai giudici. E penso che l’abbiano compreso.

Poi abbiamo parlato delle malattie. Questo argomento è sempre il più ostico da affrontare.
Chi di noi vorrebbe un bambino malato, con un arto amputato, handicappato?
Se io rimanessi incinta naturalmente e scoprissi che mio figlio ha un forte handicap, non abortirei di certo. Lo farei nascere e cercherei di dargli la vita migliore possibile, anche a costo di annullare la mia.
Ma un destino infausto e la SCELTA avere un bambino handicappato… Sono due cose ben diverse.
La relazione dei servizi sociali dice che siamo disponibili ad accogliere un bimbo con handicap lievi, ma non gravi. I giudici, però, volevano che fossimo più precisi. E su questo argomento saremo rimasti almeno mezz’ora.

“Quindi, da quello che ho capito, un bambino che è sulla carrozzina non lo vorreste, giusto?”

Io e Marito abbiamo risposto che no, non ce la sentiremmo. E non ce ne vergogniamo.

Ho capito che è da stupidi dire di “sì” a qualsiasi proposta. Non è realistico. Io e Marito non siamo due supereroi.
Siamo consapevoli che i bambini dati in adozione non possono essere tutti belli, biondi, con gli occhi azzurri e sani come dei pesci, ma accettare qualsiasi patologia possibile ed immaginabile non va bene.
Non ti fa neanche fare bella figura. E’ evidente che chi dice “sì” a tutto vuole solo aumentare le chance di abbinamento, salvo poi incorrere in un fallimento colossale, quando la coppia non riesce a gestire il proprio figlio.

Abbiamo confermato di essere disponibili ad accogliere un bimbo con patologie lievi, ma che non ce la sentiamo di avere un figlio con handicap motori, anche perché la nostra casa è su due piani e il bambino dovrebbe fare le scale per arrivare alla sua cameretta.

Il giudice, però, voleva avere la nostra opinione sugli handicap di fascia “media”. Ovvero quelli non reversibili che però non compromettono l’autonomia.

“E se vi venisse proposto un bambino a cui hanno amputato un braccio? O che ha un gamba più corta dell’altra? O zoppo? Cieco da un occhio? Sordo?”

MA COME CAVOLO SI FA A RISPONDERE A DOMANDE DEL GENERE?
Voglio che al mio bambino manchi una gamba o un braccio? Certo che no! Me la sento di accogliere un bimbo con questi problemi? Sì, può essere….

Non ricordo se abbiamo parlato di queste cose con i servizi sociali. Io e Marito siamo rimasti perplessi, e l’atteggiamento provocatorio del giudice non faceva che agitarmi.
Dopo una lunga disquisizione il giudice ha scritto sul verbale che non siamo sicuri della nostra disponibilità rispetto ad handicap medi, perciò valuteremo caso per caso, se e quando verremo chiamati per un abbinamento.

Io capisco che domande del genere siano necessarie. Il Tribunale deve sapere quali coppie può chiamare nel caso in cui si trovino sotto mano il caso di un bambino con problemi del genere.
Ma anche loro devono capire che rispondere non è così facile. Che le coppie che decidono di adottare sono persone che hanno un passato doloroso alle spalle (la quasi totalità delle coppie che adottano hanno problemi di infertilità), e che vivono un presente altrettanto confuso.

Ci siamo trovati in difficoltà persino a rispondere a quesiti già affrontati con i servizi sociali.
Perché il desiderio matura, cresce, si fa più opprimente, si vorrebbe dire di “sì” anche a situazioni che non si è sicuri di poter affrontare, per la paura che quel figlio non arrivi mai… Ed è difficile anche capire cosa si può e non si può affrontare!
Noi non siamo mai stati genitori, non abbiamo avuto amici o parenti con handicap importanti, sono situazioni che non conosciamo.

Abbiamo poi confermato di non essere disponibili ad accogliere bimbi nati da genitori con malattie psichiatriche gravi o bimbi sieropositivi, ma di accettare bambini che hanno subito maltrattamenti o abusi sessuali. Di questo ne abbiamo parlato a lungo con i servizi sociali.
La giudice a questo punto ci ha chiesto se siamo coscienti dei problemi che potrebbe avere un bimbo che ha subito maltrattamenti di questo tipo, e con il mio lungo discorso spero di averla convinta che sì, ne siamo coscienti.

In seguito siamo passati all’argomento ETNIA e RELIGIONE. I giudici hanno voluto sapere se siamo disposti ad accogliere bambini di qualsiasi etnia, e se avremmo dei problemi nel caso in cui nostro figlio decidesse di seguire una religione diversa dalla nostra. Ho fatto notare loro che non siamo di certo dei fanatici religiosi, e che il colore della pelle non è un problema.
La giudice ha insistito più volte sulla possibilità che ci venga dato in adozione un bimbo rom. E noi le abbiamo confermato che andrebbe benissimo.

Il giudice poi ha voluto conoscere le nostre esperienze in fatto di adozione, e noi le abbiamo raccontato dei nostri conoscenti che hanno adottato, degli amici che sono stati adottati e del nostro volontariato presso la comunità.
Il giudice si è particolarmente interessato a quest’ultimo argomento, e ci ha chiesto se ci siamo affezionati a qualche bambino della comunità in particolare.
Marito ha risposto per primo, e ha detto di essere rimasto colpito da Matteo, un bimbo di nove anni, perché è un gran monello.
Mentre Marito parlava io sono intervenuta per ribadire che sì, Matteo è un bambino molto vivace…
Il giudice si è arrabbiato e mi ha intimato di stare zitta, perché voleva sentire parlare Marito.
E che sarà mai, ho solo fatto un’osservazione!!

Poi si è rivolto a me e mi ha posto la medesima domanda; io ho risposto dicendo di essere rimasta colpita dalla bimba egiziana che durante l’ultima uscita mi abbracciava e mi prendeva per mano.

La giudice infine ci ha chiesto se siamo coscienti che un bambino adottato potrebbe avere dei problemi… Aggressività, apatia, iperattività, comportamenti strani… Le abbiamo risposto di sapere tutto questo e che siamo pronti ad affrontarlo, attraverso la comprensione, il dialogo, l’empatia.

Al termine del colloquio il giudice ci ha riletto il verbale e ce lo ha fatto firmare.
Poi la donna ha dichiarato che da quel momento potevamo considerarci ufficialmente inseriti nella lista.
E che da un momento all’altro possiamo aspettarci di ricevere una telefonata. Le parole che aspettavo di sentire da più di un anno.
MA… Entrambi i giudici ci hanno fatto chiaramente presente che essere chiamati è quasi impossibile.
I bambini disponibili sono pochi, le coppie che desiderano adottare tantissime.
“Probabilmente nei prossimi tre anni non riceverete nessuna chiamata.”
E poi hanno cominciato a spiegarci come dovremo procedere per il rinnovo della domanda.

Ok, sapevo già che sarebbe stato difficile. Ma sentirselo dire in maniera tanto brutale, quasi fosse una certezza, più che una probabilità…
E sentir già parlare di rinnovo…
TRE ANNI DI INUTILE ATTESA DI UNA CHIAMATA CHE SICURAMENTE NON ARRIVERA’…

Mi sono sentita male. Scoraggiata, delusa, amareggiata.

E che mi aspettavo? Cos’altro potevo aspettarmi?

Niente. Eppure quelle parole continuano a risuonare nella mia mente…
“Probabilmente nei prossimi tre anni non riceverete nessuna chiamata.”

E non penso che questa frase sia stata detta perché abbiamo fatto una brutta figura. La relazione dei servizi è buona, il verbale altrettanto, e i giudici che decidono gli abbinamenti non sono gli stessi che fanno i colloqui. Non saranno questi due a decidere se chiamarci o meno per un bambino, non devo temere che i nostri tentennamenti ci abbiano fatto risultare non idonei ai loro occhi.

E’ da venerdì che non faccio altro che pensare, freneticamente, senza darmi pace.

Ero così tranquilla durante il percorso dell’istruttoria, ed ora che finalmente abbiamo finito, anche in maniera positiva direi, mi sento come svuotata, priva di forze. Proprio adesso che le forze mi servirebbero, eccome.

Ma io so perché mi sento così. Finché c’erano colloqui da sostenere, documenti da richiedere, tribunali da chiamare, io mi sentivo parte attiva nella ricerca di mio figlio. Potevo fare qualcosa. Qualcosa di concreto.

Ora questa parte è finita. E non ci resta che aspettare. Una chiamata che quasi sicuramente non arriverà.

E mi sento impotente. La sensazione che detesto di più al mondo.

Ho pensato tanto. Senza arrivare ad una conclusione. Mi sento una stupida, perché sapevo già a cosa stavo andando incontro. Ma non sono più sicura di poterlo sostenere.

Ho pensato di cominciare subito le pratiche anche per l’adozione internazionale. Che è lunga, costosa e poco sicura (per i rischi sanitari), ma almeno è ti da qualche certezza in più. Magari aspetti due o tre anni, ma hai praticamente la certezza di venire, prima o poi, abbinato ad un bambino. Ma abbiamo concordato con i servizi sociali di aspettare un po’ prima di procedere per questa strada, con che faccia potrei presentarmi da loro per dire che abbiamo cambiato idea? Sembreremmo soltanto due ragazzini immaturi e poco decisi.

Io e Marito abbiamo persino ricominciato a parlare di fecondazione assistita. Viva la coerenza, direte voi. E me lo dico pure io.

Ci ho pensato seriamente. A riprovare, intendo. Potremmo. Siamo ancora giovani.
I soldi, in qualche modo, li possiamo trovare. Non c’è nulla che ci trattenga dal riprovare.
Se non il fatto che abbiamo scelto di adottare. Non perché è l’ultima spiaggia, ma perché lo vogliamo.

Io voglio adottare un bambino!
Lo voglio con tutto il mio cuore. E penso che saremmo anche bravi ad accogliere un bimbo. Anzi, molto bravi.

Io lo so, il giudice non lo sa. Per il Tribunale siamo una coppia come molte altre.

E probabilmente non verremo chiamati nei prossimi tre anni.

Il pensiero di riprovare con l’inseminazione mi da il voltastomaco. Immaginarmi mentre mi buco la pancia per iniettarmi il Gonal mi mette tristezza.

Non voglio farlo. E non perché non desideri avere un bambino nato da me. Ma perché abbiamo scelto un’altra strada. Perché penso che l’adozione sia la nostra strada.

Io lo so, il resto del mondo non lo sa. Soprattutto, il giudice non lo sa.

Il pensiero di aspettare per tre anni invano mi getta nel panico.

Certo, sono giovane, e bla bla bla. Ho tutto il tempo che voglio davanti a me.

Quanto mi sono rotta di sentire queste parole.

Quando desideri qualcosa così fortemente, con tutto il cuore, ogni giorno che passa senza aver realizzato il tuo desiderio è un giorno perso.
Che non tornerà mai più indietro.
Certo, mentre aspetto posso cercare ugualmente di godermi la vita, di fare qualcosa di buono con il mio tempo. Ed è quello che sto tentando di fare.

Ma ciò non toglie che il peso di questo desiderio, così grande, che non si realizza, è un macigno che pesa costantemente sul mio cuore, che mi toglie il fiato, che mi impedisce di essere completamente felice.