Pubblicato in: Riflessioni

Cosa fai per vivere?

Quando fai conoscenza con qualcuno, una delle prime domande che inevitabilmente ti viene posta è: “Cosa fai per vivere?”

Mi trovo sempre a disagio nel rispondere.
Chi mi conosce bene sa che non amo stare ferma, e che un giorno sì e uno pure mi invento un nuovo obiettivo da raggiungere, una nuova sfida da affrontare. Non tutto mi riesce bene, certo, ma ci metto sempre il cuore, in ogni cosa che faccio.

Quando una persona mi pone quella domanda, però, so bene che quello che intende veramente è sapere quale sia il mio lavoro. Non vuole conoscere i miei sogni, le mie aspirazioni, i miei mille progetti…

E così, con un sorriso tirato, mi ritrovo a rispondere che sono impiegata in una grande azienda. Lavoro in un ufficio. Che è l’unica attività, tra tutte quelle che riempiono la mia giornata, a darmi uno stipendio… E che è pure quella che meno mi rappresenta!

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Pubblicato in: La mia storia, Riflessioni

Quando dire basta

Da quando ho aperto questo blog mi sento meno sola. Non solo perché posso sfogare la mia frustrazione, la mia rabbia e il mio dolore nero su bianco, ma soprattutto perché ho avuto la possibilità di conoscere tante meravigliose donne che, come me, devono convivere con una diagnosi di infertilità, con un desiderio che si è trasformato in sogno, con un’ attesa che è diventata infinita e stancante.

Alcune hanno deciso di adottare anziché ricorrere alla PMA, altre sono all’inizio del cammino, altre ancora hanno alle spalle tanti, troppi, tentativi falliti, ma ancora sperano, altre ancora si sentono svuotate da ogni speranza e timorose verso il futuro, e altre ancora hanno deciso di arrendersi.

Non ho mai riflettuto molto attentamente sull’impatto che il racconto dei miei insuccessi potrebbe avere sulle altre donne, forse perché io stessa non vengo influenzata negativamente quando leggo di chi è al sesto o settimo tentativo e ancora non ce l’ha fatta… Sono sempre stata ingenuamente convinta (ultimamente un po’ meno, ad essere sincera) che le statistiche non contassero nulla, che io e Marito ce l’avremmo fatta in pochissimo tempo a realizzare il nostro sogno.

Ormai è passato più di un anno dall’inizio di questo calvario, e questa certezza comincia a venire meno.

E, leggendo le storie di queste donne, mi rendo conto che le parole hanno un peso, che chi mi legge non lo fa soltanto per sentirsi un po’ meno sola nella sconfitta, ma magari anche per ritrovare la speranza… Speranza che io non sempre riesco a dare. Chi si sta avvicinando per la prima volta alla PMA, leggendo i miei racconti, non è che possa sentirsi molto rincuorato, in effetti.

Gravidanza biochimica, iperstimolazione, mancato attecchimento… Direi che il bilancio non è molto positivo, soprattutto considerando che le probabilità sono dalla mia parte, essendo giovane.

Quando una donna mi confessa di sentirsi timorosa al pensiero della PMA, io cerco di infonderle speranza. Anche se ho perso la sicurezza dell’inizio, mi sento ancora molto agguerrita e fiduciosa verso la Medicina.

Allo stesso modo, però, non riesco e non posso giudicare o cercare di far cambiare idea ad una donna che ha deciso di dire “basta”.

C’è chi decide di desistere per sopraggiunti limiti d’età, perché ha provato numerose volte e non ce la fa più a sopportare il calvario analisi-ormoni-attesa-insuccesso, o perché ha preferito ricorrere all’adozione.

Ultimamente ho cominciato a riflettere molto su questo. Quand’è il momento di dire “basta”?

Io credo che questo momento sia altamente soggettivo. Io, per esempio, di fermarmi per ora non ne ho la benché minima intenzione.
Però… Da un anno a questa parte ho messo la mia vita in stand-by. Come dicevo, all’inizio io e Marito eravamo talmente convinti di farcela in poco tempo, che abbiamo rinunciato a programmare qualsiasi vacanza, gita fuori porta, impegni vari… Abbiamo persino rinunciato a comprare i biglietti per un concerto che ci interessava. Da un anno siamo (soprattutto io) concentrati soltanto sulla PMA.

Perché prenotare una vacanza? Perché comprare i biglietti per il concerto? Perché organizzare una cena tra amici? Perché accettare l’impegno lavorativo? Magari in quella settimana sarò sotto ormoni, oppure dovrò fare il pick up, oppure il transfer, oppure potrei essere incinta, e non ci potremmo andare!

Avete idea di cosa vuol dire vivere per un anno intero così? Rinunciare a tutto, anche alla cosa più banale, per una speranza che non si avvera mai, che viene sempre disattesa?

Bene. E’ arrivato per me il momento di dire “basta”. Non “basta” con la PMA, sia chiaro. Ma voglio smetterla di tenere la mia vita in pausa. Ora schiaccio il tasto “play” e ricomincio a vivere. A godermi tutto quello che posso godermi in una vita senza figli. E non importa se dovrò cancellare degli impegni presi, deludere qualcuno o perdere dei soldi perché proprio il giorno del concerto devo fare il pick up, o perché il giorno della riunione devo assentarmi per il transfer. La PMA verrà sempre prima di tutto, ma tra un tentativo e l’altro, tra una speranza e l’altra, c’è la vita da vivere.

Quando e se finalmente il mio sogno si avvererà, schiaccerò di nuovo il tasto “pausa”… Ma solo perché avrò qualcosa di molto più importante di cui occuparmi!

Proprio ieri sono stata convocata dal mio capo reparto. E’ raro che parli con lui, solitamente mi rapporto con capi più vicini a me nella gerarchia aziendale. Sapevo che si trattava di qualcosa di importante. Mi ha proposto (a dire il vero non mi ha dato la possibilità di dire “no”…) di seguire un importante progetto aziendale, che mi terrà molto impegnata e che mi obbligherà anche ad una trasferta a Milano.
Io non ho ambizioni di carriera, penso che questo sia evidente… Il mio sogno è quello di essere circondata da bambini e animali, di curare loro, la casa e Marito, non sono di certo il tipo che ambisce a stare in ufficio fino alle otto di sera.
Comunque, volente o nolente, io devo lavorare, perché il mio stipendio serve, perciò preferisco passare il tempo in ufficio facendo qualcosa di stimolante e magari anche gratificante.

Non è il mio obiettivo principale, ma è qualcosa che mi interessa.

Quando il capo mi ha “proposto” (ripeto, la sua non era una richiesta…) di occuparmi di questo progetto, la mia prima reazione, che ho tenuto per me naturalmente, è stata: “Ma proprio ora che sto facendo la PMA?”
Poi, però, mi sono resa conto che è ormai più di un anno che sto pensando solo e soltanto alla PMA, che rimando ogni impegno, che metto tutto in secondo piano. E, quindi, mi sono detta che questa potrebbe essere un’occasione per ricominciare, per distrarmi, senza mai dimenticare, però, l’obiettivo principale.

Non ho idea se questo impegno che ho “accettato”, o che sono stata costretta ad accettare, mi potrà piacere. Forse sarà solo una gran rottura di coglioni. In tutti i modi, voglio provarci.

Il capo reparto mi ha anche detto che è a conoscenza delle mie numerose assenze nell’ultimo anno, e che di certo non devo sentirmi in colpa per questo… Ci mancherebbe altro! Non mi sono mai sentita in colpa per essere stata a casa in malattia, dato che è un mio diritto e dato che lui è l’ultima persona a poter capire cosa sto passando. Credo che con la sua osservazione non volesse rincuorarmi ma, in realtà, ottenere esattamente l’effetto contrario… Ovvero farmi sentire in colpa e obbligarmi ad accettare questo impegno.

In tutti i modi, io ho colto la palla al balzo e gli ho fatto notare che i miei “problemi di salute” non sono stati risolti, che devo continuare le mie “cure”, ma che cercherò di rispettare gli impegni lavorativi, basta che mi vengano comunicati in anticipo… Ho fatto bene?

E se rimango incinta, saluti a tutti e il progetto se ne va a quel paese. Se quando torno dalla maternità decidono di piazzarmi uno stanzino lugubre a schiacciare dei tasti tutto il giorno, beh, peggio per loro. Non ci rimarrò male, avrò altro a cui pensare. Qualcosa che non è neppure paragonabile ad uno stupido progetto. Ma… Visto che quel “qualcosa” per ora non c’è… Meglio approfittare di ogni occasione che la vita mi regala. Anche se poi si tratta di una delusione. In fondo, anche con la PMA funziona così, no? Speri, speri, speri… E cadi a terra quando va male. Se va bene, però… E’ tutta un’altra storia.

P.S. Oggi ho fatto la prima eco di monitoraggio. Devo tornare sabato e, se tutto va bene, dovrei fare il transfer lunedì prossimo… Sempre che i bimbi sopravvivano allo scongelamento.

Pubblicato in: La mia storia

Me, myself and I

Domani rientrerò al lavoro dopo sedici giorni di malattia.

Mi toccherà subire tutte le domande di colleghi morbosamente curiosi che non hanno la più pallida idea di quello che sto affrontando da sette mesi a questa parte e a cui ho raccontato un sacco di palle.

Sono sola a casa. Marito è andato via per lavoro e tornerà domani sera.

Ho passato l’ultima ora a sorseggiare vino e fumare come un turco (dopo la gravidanza-lampo ho ripreso tutti i miei vizi) parlando da sola. Anzi, non proprio da sola. Ho parlato per un’ora immaginado il primo colloquio con l’assistente sociale. Sì, sono pazza.

Come da programma, ieri ho fissato l’appuntamento per pianificare il prossimo ciclo di PMA e ho contattato il Comune per avere un incontro con l’assistente sociale per iniziare la pratica per l’adozione.

E ho smesso di piangere.

In realtà vorrei piangere, ma non ci riesco più.

Sono soltanto arrabbiata e agguerrita. Io voglio avere un figlio, cazzo. Biologico, adottato o comprato al mercato nero non importa. Io voglio un figlio e l’avrò.

Sono tanto stanca.

Mia madre, ignara di tutto quello che sto passando, mi ha chiamato per parlarmi ancora del supposto tradimento di mio padre, parlando come una quindicenne gelosa, mia nonna è in un ricovero sui monti e non ho idea di come stia, mia suocera sta malissimo e forse ha un tumore, io sono da sola a casa a parlare con immaginari assistenti sociali e a rabbrividire per le prossime iniezioni, non ho nessuno con cui parlare, le persone che mi danno più conforto sono quelle che commentano questo blog, non ho amici che capiscano davvero cosa stia passando… Vorrei dire che non ce la faccio più, ma non posso dirlo, perché io devo farcela!

Domani la vita ricomincia… La solita routine, le solite incazzature, le solite pause caffé, i solito colleghi… La solita attesa per una vita migliore.

Aspetto… E mentre aspetto, faccio un po’ fatica a ridere.