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Ufficialmente in attesa

Venticinque ottobre duemilatredici.
Una data che entra direttamente nella top three delle giornate più importanti della mia vita, insieme a quella della mia nascita e del mio matrimonio.

Venerdì io e Marito abbiamo affrontato l’ultimo e, lasciatemelo dire, più traumatico, passo dell’istruttoria, ovvero il colloquio con il giudice presso il Tribunale per i Minorenni.

Da tre giorni siamo ufficialmente in attesa di nostro figlio.
Che è un po’ come essere incinta, solo che la mia gestazione non durerà nove mesi (magari!), probabilmente molto di più.
Questa attesa potrebbe anche non avere mai una fine. E questa è l’eventualità peggiore che possa immaginare.

Io e Marito siamo arrivati a Bologna alle 8.15 del mattino. Ci siamo fermati un po’ in un bar a fare colazione e verso le 9.30 siamo entrati al Tribunale. La nostra udienza era fissata per le dieci. Nella sala d’attesa (un corridoio, in realtà) erano presenti altre coppie.
Le abbiamo viste entrare nella stanza del giudice, una dopo l’altra… Mentre noi non venivamo chiamati da nessuno.
E’ passata un’ora, poi due, poi TRE… Alle dodici e trenta un giudice ha finalmente chiamato il nostro nome, scusandosi per il ritardo.
Io ero stanca morta per quell’estenuante attesa, e ormai ci vedevo doppio a furia di giocare a Ruzzle e Candy Crush Saga sul cellulare (e tenete conto che mi ero svegliata alle sei per arrivare puntuale).
Siamo entrati in un ufficio. I giudici che ci hanno ricevuto erano due: una donna, tra i cinquanta e sessant’anni di età, e un uomo decisamente più giovane. Durante il colloquio è stato quest’ultimo a prendere appunti per stilare il verbale.

Più o meno, leggendo varie testimonianze sul web, sapevo che ci avrebbero chiesto un resoconto delle nostre disponibilità. E così è stato. Ma non credevo che sarebbe stato un colloquio così impegnativo! Peggio di tutti i colloqui con i servizi sociali messi insieme!

Il grave errore che io e Marito abbiamo commesso è stato quello di non rivedere e ripensare alle disponibilità che avevamo dato in precedenza. E accordarci su una versione che andasse bene per entrambi. Ho peccato di arroganza.
Non è da me presentarmi impreparata ad un appuntamento importante. Pensavo che, visto che avevamo superato positivamente i colloqui con i servizi sociali, anche l’incontro con il giudice sarebbe filato via liscio.

Arrossisco ripensando a tutte le volte che io e Marito siamo rimasti a bocca aperta, stile pesce lesso, quando uno dei due giudici ci ha posto domande inaspettate.

La giudice aveva in mano la relazione che i Servizi Sociali hanno scritto su di noi. Per prima cosa ci ha chiesto se ci era stata letta, e noi abbiamo risposto di sì.

Poi ci ha spiegato che voleva che confermassimo le nostre disponibilità per un eventuale bambino. Ha fatto notare che, secondo la relazione, desideriamo un bambino di fascia zero – tre anni. L’ha detto con un leggero disappunto, e io mi sono sentita in dovere di spiegare che all’inizio ci eravamo dati disponibili per un bimbo fino ai cinque anni, ma che i servizi sociali ci hanno consigliato di abbassare il range d’età perché siamo giovani.

A questo punto è intervenuto il giudice, ed è nata una lunga disquisizione. Non riusciva a capire se l’età era stata decisa da noi o dai servizi. Io ho cercato di fargli comprendere che l’età non è un criterio così importante per noi, che ci possono benissimo chiamare anche per un bimbo di quattro anni, non lo rifiuteremmo di certo!
Lui, però, voleva che esprimessimo una decisione ben precisa per poterla mettere a verbale, e ha cominciato a scaldarsi.
Io non sopporto di parlare con persone agitate. Fanno agitare anche me. Purtroppo, quando sono nervosa, tendo a parlare senza freni. Ho continuato a parlare come una macchinetta, finché lui non mi ha fermato, dicendomi che doveva scrivere tutto quello che stavo dicendo e che non riusciva a starmi dietro.

Io mi sono scusata, e lui per tutta risposta ha assunta un’aria acida, ha proteso davanti la mano e ha cominciato a dire:
“Calma. Stia calma!”
“No, mi scusi, è che non mi ero accorta che stava scrivendo…” ho mormorato.
“Calma!”
“Sì sì, scusi, è che…”
“Calma! Ora scrivo. Poi potrà riprendere a parlare.”
Il bello è che io ero calmissima! E questa assurda scena si è ripetuta diverse volte durante il colloquio… Esistono persone che si innervosiscono facilmente e hanno sempre i nervi a fior di pelle… Il giudice fa parte di questa categoria.

Alla fine abbiamo risolto in questo modo: nel verbale il giudice ha scritto che la nostra disponibilità è 0-3 anni, ma che non diremmo di no ad un abbinamento con un bambino di quattro anni (ha riportato tra virgolette le mie esatte parole). Il che per noi va benissimo.

In seguito siamo passati a parlare del fantomatico BAMBINO IMMAGINARIO.
Di questo argomento abbiamo discusso a lungo con l’assistente sociale e la psicologa. Io e Marito non abbiamo in mente un bimbo immaginario.
Nostro figlio potrebbe essere bianco, nero, rosso, giallo, con i capelli biondi, bruni, ecc. Non ce ne frega niente. Ed è questo che abbiamo tentato di far capire ai giudici. E penso che l’abbiano compreso.

Poi abbiamo parlato delle malattie. Questo argomento è sempre il più ostico da affrontare.
Chi di noi vorrebbe un bambino malato, con un arto amputato, handicappato?
Se io rimanessi incinta naturalmente e scoprissi che mio figlio ha un forte handicap, non abortirei di certo. Lo farei nascere e cercherei di dargli la vita migliore possibile, anche a costo di annullare la mia.
Ma un destino infausto e la SCELTA avere un bambino handicappato… Sono due cose ben diverse.
La relazione dei servizi sociali dice che siamo disponibili ad accogliere un bimbo con handicap lievi, ma non gravi. I giudici, però, volevano che fossimo più precisi. E su questo argomento saremo rimasti almeno mezz’ora.

“Quindi, da quello che ho capito, un bambino che è sulla carrozzina non lo vorreste, giusto?”

Io e Marito abbiamo risposto che no, non ce la sentiremmo. E non ce ne vergogniamo.

Ho capito che è da stupidi dire di “sì” a qualsiasi proposta. Non è realistico. Io e Marito non siamo due supereroi.
Siamo consapevoli che i bambini dati in adozione non possono essere tutti belli, biondi, con gli occhi azzurri e sani come dei pesci, ma accettare qualsiasi patologia possibile ed immaginabile non va bene.
Non ti fa neanche fare bella figura. E’ evidente che chi dice “sì” a tutto vuole solo aumentare le chance di abbinamento, salvo poi incorrere in un fallimento colossale, quando la coppia non riesce a gestire il proprio figlio.

Abbiamo confermato di essere disponibili ad accogliere un bimbo con patologie lievi, ma che non ce la sentiamo di avere un figlio con handicap motori, anche perché la nostra casa è su due piani e il bambino dovrebbe fare le scale per arrivare alla sua cameretta.

Il giudice, però, voleva avere la nostra opinione sugli handicap di fascia “media”. Ovvero quelli non reversibili che però non compromettono l’autonomia.

“E se vi venisse proposto un bambino a cui hanno amputato un braccio? O che ha un gamba più corta dell’altra? O zoppo? Cieco da un occhio? Sordo?”

MA COME CAVOLO SI FA A RISPONDERE A DOMANDE DEL GENERE?
Voglio che al mio bambino manchi una gamba o un braccio? Certo che no! Me la sento di accogliere un bimbo con questi problemi? Sì, può essere….

Non ricordo se abbiamo parlato di queste cose con i servizi sociali. Io e Marito siamo rimasti perplessi, e l’atteggiamento provocatorio del giudice non faceva che agitarmi.
Dopo una lunga disquisizione il giudice ha scritto sul verbale che non siamo sicuri della nostra disponibilità rispetto ad handicap medi, perciò valuteremo caso per caso, se e quando verremo chiamati per un abbinamento.

Io capisco che domande del genere siano necessarie. Il Tribunale deve sapere quali coppie può chiamare nel caso in cui si trovino sotto mano il caso di un bambino con problemi del genere.
Ma anche loro devono capire che rispondere non è così facile. Che le coppie che decidono di adottare sono persone che hanno un passato doloroso alle spalle (la quasi totalità delle coppie che adottano hanno problemi di infertilità), e che vivono un presente altrettanto confuso.

Ci siamo trovati in difficoltà persino a rispondere a quesiti già affrontati con i servizi sociali.
Perché il desiderio matura, cresce, si fa più opprimente, si vorrebbe dire di “sì” anche a situazioni che non si è sicuri di poter affrontare, per la paura che quel figlio non arrivi mai… Ed è difficile anche capire cosa si può e non si può affrontare!
Noi non siamo mai stati genitori, non abbiamo avuto amici o parenti con handicap importanti, sono situazioni che non conosciamo.

Abbiamo poi confermato di non essere disponibili ad accogliere bimbi nati da genitori con malattie psichiatriche gravi o bimbi sieropositivi, ma di accettare bambini che hanno subito maltrattamenti o abusi sessuali. Di questo ne abbiamo parlato a lungo con i servizi sociali.
La giudice a questo punto ci ha chiesto se siamo coscienti dei problemi che potrebbe avere un bimbo che ha subito maltrattamenti di questo tipo, e con il mio lungo discorso spero di averla convinta che sì, ne siamo coscienti.

In seguito siamo passati all’argomento ETNIA e RELIGIONE. I giudici hanno voluto sapere se siamo disposti ad accogliere bambini di qualsiasi etnia, e se avremmo dei problemi nel caso in cui nostro figlio decidesse di seguire una religione diversa dalla nostra. Ho fatto notare loro che non siamo di certo dei fanatici religiosi, e che il colore della pelle non è un problema.
La giudice ha insistito più volte sulla possibilità che ci venga dato in adozione un bimbo rom. E noi le abbiamo confermato che andrebbe benissimo.

Il giudice poi ha voluto conoscere le nostre esperienze in fatto di adozione, e noi le abbiamo raccontato dei nostri conoscenti che hanno adottato, degli amici che sono stati adottati e del nostro volontariato presso la comunità.
Il giudice si è particolarmente interessato a quest’ultimo argomento, e ci ha chiesto se ci siamo affezionati a qualche bambino della comunità in particolare.
Marito ha risposto per primo, e ha detto di essere rimasto colpito da Matteo, un bimbo di nove anni, perché è un gran monello.
Mentre Marito parlava io sono intervenuta per ribadire che sì, Matteo è un bambino molto vivace…
Il giudice si è arrabbiato e mi ha intimato di stare zitta, perché voleva sentire parlare Marito.
E che sarà mai, ho solo fatto un’osservazione!!

Poi si è rivolto a me e mi ha posto la medesima domanda; io ho risposto dicendo di essere rimasta colpita dalla bimba egiziana che durante l’ultima uscita mi abbracciava e mi prendeva per mano.

La giudice infine ci ha chiesto se siamo coscienti che un bambino adottato potrebbe avere dei problemi… Aggressività, apatia, iperattività, comportamenti strani… Le abbiamo risposto di sapere tutto questo e che siamo pronti ad affrontarlo, attraverso la comprensione, il dialogo, l’empatia.

Al termine del colloquio il giudice ci ha riletto il verbale e ce lo ha fatto firmare.
Poi la donna ha dichiarato che da quel momento potevamo considerarci ufficialmente inseriti nella lista.
E che da un momento all’altro possiamo aspettarci di ricevere una telefonata. Le parole che aspettavo di sentire da più di un anno.
MA… Entrambi i giudici ci hanno fatto chiaramente presente che essere chiamati è quasi impossibile.
I bambini disponibili sono pochi, le coppie che desiderano adottare tantissime.
“Probabilmente nei prossimi tre anni non riceverete nessuna chiamata.”
E poi hanno cominciato a spiegarci come dovremo procedere per il rinnovo della domanda.

Ok, sapevo già che sarebbe stato difficile. Ma sentirselo dire in maniera tanto brutale, quasi fosse una certezza, più che una probabilità…
E sentir già parlare di rinnovo…
TRE ANNI DI INUTILE ATTESA DI UNA CHIAMATA CHE SICURAMENTE NON ARRIVERA’…

Mi sono sentita male. Scoraggiata, delusa, amareggiata.

E che mi aspettavo? Cos’altro potevo aspettarmi?

Niente. Eppure quelle parole continuano a risuonare nella mia mente…
“Probabilmente nei prossimi tre anni non riceverete nessuna chiamata.”

E non penso che questa frase sia stata detta perché abbiamo fatto una brutta figura. La relazione dei servizi è buona, il verbale altrettanto, e i giudici che decidono gli abbinamenti non sono gli stessi che fanno i colloqui. Non saranno questi due a decidere se chiamarci o meno per un bambino, non devo temere che i nostri tentennamenti ci abbiano fatto risultare non idonei ai loro occhi.

E’ da venerdì che non faccio altro che pensare, freneticamente, senza darmi pace.

Ero così tranquilla durante il percorso dell’istruttoria, ed ora che finalmente abbiamo finito, anche in maniera positiva direi, mi sento come svuotata, priva di forze. Proprio adesso che le forze mi servirebbero, eccome.

Ma io so perché mi sento così. Finché c’erano colloqui da sostenere, documenti da richiedere, tribunali da chiamare, io mi sentivo parte attiva nella ricerca di mio figlio. Potevo fare qualcosa. Qualcosa di concreto.

Ora questa parte è finita. E non ci resta che aspettare. Una chiamata che quasi sicuramente non arriverà.

E mi sento impotente. La sensazione che detesto di più al mondo.

Ho pensato tanto. Senza arrivare ad una conclusione. Mi sento una stupida, perché sapevo già a cosa stavo andando incontro. Ma non sono più sicura di poterlo sostenere.

Ho pensato di cominciare subito le pratiche anche per l’adozione internazionale. Che è lunga, costosa e poco sicura (per i rischi sanitari), ma almeno è ti da qualche certezza in più. Magari aspetti due o tre anni, ma hai praticamente la certezza di venire, prima o poi, abbinato ad un bambino. Ma abbiamo concordato con i servizi sociali di aspettare un po’ prima di procedere per questa strada, con che faccia potrei presentarmi da loro per dire che abbiamo cambiato idea? Sembreremmo soltanto due ragazzini immaturi e poco decisi.

Io e Marito abbiamo persino ricominciato a parlare di fecondazione assistita. Viva la coerenza, direte voi. E me lo dico pure io.

Ci ho pensato seriamente. A riprovare, intendo. Potremmo. Siamo ancora giovani.
I soldi, in qualche modo, li possiamo trovare. Non c’è nulla che ci trattenga dal riprovare.
Se non il fatto che abbiamo scelto di adottare. Non perché è l’ultima spiaggia, ma perché lo vogliamo.

Io voglio adottare un bambino!
Lo voglio con tutto il mio cuore. E penso che saremmo anche bravi ad accogliere un bimbo. Anzi, molto bravi.

Io lo so, il giudice non lo sa. Per il Tribunale siamo una coppia come molte altre.

E probabilmente non verremo chiamati nei prossimi tre anni.

Il pensiero di riprovare con l’inseminazione mi da il voltastomaco. Immaginarmi mentre mi buco la pancia per iniettarmi il Gonal mi mette tristezza.

Non voglio farlo. E non perché non desideri avere un bambino nato da me. Ma perché abbiamo scelto un’altra strada. Perché penso che l’adozione sia la nostra strada.

Io lo so, il resto del mondo non lo sa. Soprattutto, il giudice non lo sa.

Il pensiero di aspettare per tre anni invano mi getta nel panico.

Certo, sono giovane, e bla bla bla. Ho tutto il tempo che voglio davanti a me.

Quanto mi sono rotta di sentire queste parole.

Quando desideri qualcosa così fortemente, con tutto il cuore, ogni giorno che passa senza aver realizzato il tuo desiderio è un giorno perso.
Che non tornerà mai più indietro.
Certo, mentre aspetto posso cercare ugualmente di godermi la vita, di fare qualcosa di buono con il mio tempo. Ed è quello che sto tentando di fare.

Ma ciò non toglie che il peso di questo desiderio, così grande, che non si realizza, è un macigno che pesa costantemente sul mio cuore, che mi toglie il fiato, che mi impedisce di essere completamente felice.

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La paura e la felicità

A volte posso sembrare un po’ lagnosa, insicura, paurosa, permalosa… E tutto questo è vero. Eccome se è vero.
Questi sono i miei peggiori difetti. Un altro mio difetto, che però spesso si trasforma in un pregio, è quello di essere testarda.
Sono molto sicura delle decisioni che prendo. Non sono sicura di me, ma delle mie scelte, quello sì.
E non mi arrendo facilmente, nonostante la paura.

Nei commenti ai miei ultimi post, qualcuno di voi mi ha suggerito, date le mie paure emerse recentemente, di rinunciare all’adozione e ricorrere all’embriodonazione. Un’altra persona, invece, a causa del mio timore di non essere accettata dai bambini, mi ha consigliato di lasciar perdere la comunità dove ho appena iniziato a fare volontariato.

Nella mia vita ho rinunciato a tante cose per colpa della paura. Anche a piccoli e banali piaceri, cose che alla maggior parte delle persone non incutono affatto timore.
Io sono un tipo loquace ma al tempo stesso solitario. Mi sento perennemente un pesce fuor d’acqua. Non amo la folla, perché mi sento a disagio in mezzo a troppa gente. Non mi piace avere a che fare con troppe persone. Non sono brava a gestire i rapporti personali. O, meglio, ho paura di non esserne in grado.

In passato me ne stavo sempre in disparte, desiderosa di fare ma incapace di trovare il coraggio per agire.
Quando venivo invitata ad una cena cercavo tutte le scuse per non andare. Non perché non mi interessasse stare insieme ad altre persone, ma perché temevo di dire o fare le cose sbagliate. Di sentirmi a disagio. Di sembrare ridicola. Di essere esclusa.

Avevo paura a presentarmi ad una persona sconosciuta. Anche solo di entrare in un negozio da sola!

Avrei voluto fare tante cose, quando ero ragazzina. Ma avevo paura. Starmene chiusa nella mia camera, a sognare, a immaginare una vita in cui ero diversa, sembrava più facile.

Da quando ho iniziato ad imparare ad accettare e gestire la paura, però, la vita è diventata più bella. E meno solitaria.

Avete mai guardato il film “Yes man” con Jim Carrey? Se la risposta è no, vi consiglio di guardarlo.

Io ho deciso di essere una Yes Woman. Cerco di approfittare di qualsiasi occasione si presenti. Anche se ho paura. Anche se è più facile starsene da soli nel proprio nido, piuttosto che affrontare il mondo. E non è facile, almeno non per me, credetemi.

E ad un certo punto ho persino deciso che devo essere io stessa a crearmi le occasioni.

Ho iniziato a viaggiare da sola. Lo faccio abbastanza spesso. Per un persona timida e paurosa come me, questa è una prova veramente importante. Almeno apparentemente, perché a dire il vero quando viaggio mi trasformo. Per dire, ho più paura ad affrontare una cena tra conoscenti piuttosto che stare una settimana a Londra da sola.

Sì, ho fatto figure di merda, sono state male per il cibo, mi sono persa, ho fatto brutti incontri in metropolitana… Ho avuto paura, ma tutto questo mi ha fatto crescere. Sarebbe più facile stare a casa piuttosto che affrontare un viaggio da sola, ma rinunciare vorrebbe dire perdermi una felicità ben più grande della paura.

Ho pubblicato un paio di libri, organizzato presentazioni e partecipato a fiere.

Ancora oggi non so dire come abbia fatto a superare la paura!

Avete idea di cosa significhi, per una persona come me, sottoporsi al giudizio di addetti ai lavori e di gente che magari di quello che scrivo non capisce nulla? Parlare di sé e dei propri scritti davanti a tutti?

Ma ce l’ho fatta. Ed è stato bello. Ho ricevuto critiche. Quelle ci sono sempre. Ma ho saputo rispondere. Difendere le mie scelte. Non possiamo piacere a tutti.

Nella mia vita ho sempre desiderato fare qualcosa di buono. Ma per lungo tempo non ho avuto il coraggio di farlo.

Un giorno, non scorderò mai quel giorno, ho deciso che volevo smetterla di sprecare il mio tempo. Mi sono iscritta ad un’associazione di volontariato a favore degli animali. E che sarà mai, direte voi? Per me è stata una grande sfida. Far parte di un gruppo, sottostare a regole, avere a che fare con altre persone… Che fatica! Ma ne vale la pena.
Non tutti mi sono simpatici, io non sono simpatica a tutti. Ma ho l’occasione per fare qualcosa di buono. Qualcosa che mi fa sentire bene, e che è utile. E ne sono felice. E ho persino trovato qualche amico.

Ho sempre avuto paura anche di parlare in modo chiaro ai miei stessi genitori, che mi hanno sempre fatta sentire inferiore, ingrata, una figlia cattiva.

Qualche tempo fa ho incontrato mio padre, dietro sua richiesta. Erano mesi che non ci vedevamo.

Avevo tanta paura. Una figlia che ha paura di parlare con suo padre…! Incredibile, vero?
Ma nella mia assurda esistenza capita anche questo.
Beh, in quell’occasione ho capito che era giunto il momento di mettere da parte la paura e dire tutto quello che tengo dentro da sempre. La mia rabbia, il mio dolore. Lui ha cercato ancora una volta di far ricadere la colpa su di me. E ci era quasi riuscito.
Poi ho pensato a tutte le sedute di psicoterapia… Alla psicologa che mi ha aiutato a capire che io non ho alcuna colpa… E ho parlato.

Se avessi dato retta alla paura, non l’avrei fatto. E lui avrebbe creduto, ancora una volta, per l’ennesima volta, di avere ragione. Non so dire se abbia compreso pienamente quello che gli ho detto, ma almeno ci ho provato. E non vivrò con il rimpianto di non averlo fatto.

Al giorno d’oggi tutti desiderano essere eternamente giovani, belli, intraprendenti, brillanti, apprezzati.

Beh, la vita non è così. Invecchiare è inevitabile, non tutti siamo belli, non tutti abbiamo una carriera di successo, non tutti siamo stimati, non tutti siamo intelligenti. Però possiamo metterci la crema per le rughe o andare dal chirurgo plastico, possiamo valorizzare le parti migliori del nostro corpo e tentare di nascondere la ciccia, cercare un impiego migliore, studiare, darci da fare per emergere…
Ma non è detto che ci riusciremo. Sicuramente non potremo mai essere perfetti. Belli, ricchi, apprezzati, di successo.

L’importante è accettare ciò che siamo. E capire cosa possiamo e vogliamo essere.

Ecco, con la paura è la stessa cosa.

E’ lecito avere paura. Tutti abbiamo diritto ad avere paura, ogni tanto! E questo non è sempre un male.
La paura ci sprona a fermarci e a ragionare su quello che stiamo facendo o che vogliamo fare, ci spinge a guardare dentro noi stessi, ci aiuta a superare i nostri limiti.

La paura non è il campanello d’allarme che ci avverte di rinunciare a quello che stiamo facendo.
Certo, potrebbe anche essere questo, ma non è detto che sia così. Aver paura non significa che dobbiamo arrenderci. Ma solo che dobbiamo pensare. E poi, forse, rinunciare. Ma non a causa della paura. Non perché è più semplice prendere un’altra strada. Se rinunciamo a qualcosa dev’essere soltanto perché ci rendiamo conto che quello che vogliamo fare è sbagliato, oppure che non va bene per noi.

Credo che aver paura di adottare un bambino sia ben più lecito che non tremare al pensiero di andare a cena fuori con dei conoscenti.

Ed è bello affermarlo. Mi da un senso di liberazione.
Io ho paura! E certo che ho paura. Chi non l’avrebbe, al mio posto?

Anche una donna fertile, sposata ad un uomo altrettanto fertile, giovane, bella, intelligente, benestante, ha tutto il diritto di avere paura all’idea di avere un figlio… Guai se non fosse così!
Diffiderei altamente dell’intelligenza di una donna che afferma di poter essere la mamma più brava del mondo, ancora prima di diventarla.

Sicuro, l’embriodonazione per noi sarebbe una strada più facile, almeno sulla carta.
Non dovremmo sottostare alle regole della burocrazia, non saremmo sotto la lente d’ingrandimento dei servizi sociali.
Nessuno verrebbe a vedere come cresciamo nostro figlio. Potrei tenerlo nel mio ventre, partorirlo, allattarlo… Bello, certo.
Ma non è quello che voglio. Non sempre la via più facile è quella che porta alla felicità.

Il fatto che io abbia delle paure riguardo l’adozione non significa che debba rinunciare a percorrere questa strada.
Ho paura che mio figlio non mi ami? Certo.
Provo rabbia al pensiero di non poterlo tenere nel mio ventre e allattarlo? Ovvio.

Penso che tutte le coppie che hanno adottato o stanno per farlo abbiano queste paure. Ma in molti sono riusciti a superarle, ad affrontarle, a farsene una ragione. Ce la faremo anche noi.

Ho deciso di fare volontariato presso una comunità di bambini perché voglio fare qualcosa di buono. E, certo, anche per sentirmi un po’ mamma, ma questo è un piccolo segreto che ho rivelato solo a voi. Un sentimento sbagliato. Ma, ehi, penso di essere una brava persona, ma non sono di certo Madre Teresa di Calcutta.

La prima uscita è stata un disastro. E ho litigato tanto con Marito. Perché sono insicura, gelosa, bisognosa d’affetto, permalosa. Ma non ho mai pensato di tirarmi indietro.

Avrei dovuto rinunciare solo perché ho paura di non essere amata, di essere emarginata?
Ma qui non si tratta di me, come anche qualcuno di voi mi ha fatto notare. Ed è proprio così.
Io sono già stata bambina, ho già avuto la mia pessima infanzia. Nessuno mi ha aiutata, mi sentirò sempre addosso il peso di quegli anni tristi, ma ora sono un’adulta, penso anche piuttosto equilibrata (?), nonostante tutto, e quei bimbi hanno bisogno di me.
Perché io penso di poterli aiutare. E poco importa se non mi daranno la mano o non mi ameranno.
L’importante è che loro stiano bene, e se io posso dare il mio piccolo contributo, ben venga.

Sabato scorso abbiamo portato fuori i bambini per la seconda volta.
Quando Marito ha saputo che l’educatore che ci avrebbe accompagnati era Gianluca, ci è rimasto molto male.
Abbiamo conosciuto Gianluca alla riunione di inizio anno tra volontari. E’ un uomo sulla cinquantina, molto simpatico e ci sa fare con i bambini. E’ volontario da una ventina d’anni, è molto esperto e i piccoli ospiti della comunità lo adorano.
A me ha ispirato simpatia fin dal primo momento. Marito era irritato perché, secondo lui, dato il loro legame, i bambini avrebbero dato retta solo a Gianluca, ignorando totalmente noi due.

Io, fiera della mia saggezza (oh, le Malefiche sono finite e sono tornata in me!), gli ho detto che stava affrontando la situazione nel modo sbagliato. Che non dobbiamo litigare tra di noi per avere l’affetto di quei bimbi, ma aiutarci a vicenda per fare in modo che si divertano e che ricevano l’educazione che non trovano nelle loro famiglie.

Marito era felice solo di una cosa: era certo che non avremmo litigato.
Mi ha detto: “Mi sa che stasera manderai Gianluca a dormire sul divano!” 😉

Abbiamo portato fuori un gruppo di otto bambini (tra cui anche Luca e Matteo) di diverse etnie, ma tutti di un’età compresa tra i nove e i dieci anni. Prima di andare alla meta prescelta, ovvero un parco cittadino particolarmente amato dai bimbi, abbiamo accompagnato al gruppo scout due bambine.
Una di loro, Fatima, una bimba minuta con i capelli biondi, aveva uno zaino pesantissimo e più grande di lei. Mi faceva pena, quindi gliel’ho portato io fino alla macchina.
Quella bimba, così dolce ed educata, mi ispirava una tenerezza che non so spiegare.
E’ stato amore a prima vista.
Le bimbe sono venute in macchina con noi. Erano timide perciò ho cercato qualche argomento interessante per farle aprire un po’.
Ho chiesto loro se amano i cani. Fatima si è illuminata.
“I cani sono la cosa più meravigliosa del mondo!” ha detto.
Il mio cuore si è sciolto.
Le ho fatto vedere le foto dei nostri cani e lei ha detto che sono bellissimi.
Avrei voluto riempire quella bimba di baci. E portarla a casa con noi.
Ma quale razza di genitore ha una bambina così bella e lascia che siano degli estranei a portarla in giro, anziché tenerla sempre con sé??

Chiusa parentesi. Abbiamo portato i restanti sei bambini (due femmine e quattro maschi) al parco.

Non appena siamo arrivati, è iniziata l’ANARCHIA TOTALE.

Vi giuro, tre volontari non bastavano per stare dietro a tutti quanti. Ce ne sarebbero voluti una decina!

I bambini di quell’età sono strani. Non sono ancora ragazzini, ma non sono neppure totalmente bambini.
Vogliono essere indipendenti e cominciano a ribellarsi alle regole degli adulti, imparano le prime parolacce e maschi e femmine si amano e si odiano al tempo stesso.
Nonostante questo, sono consapevoli di dover sottostare agli ordini impartiti dagli adulti – genitori, suore o volontari che siano – e sanno quando sbagliano. Intuiscono velocemente il carattere di chi hanno di fronte, sanno di chi potersi approfittare e con chi poter fare i capricci, e imparano alla svelta a chi devono obbedire.
Naturalmente la sottoscritta fa parte della prima categoria. Basta farmi gli occhi dolci o qualche moina e io mi sciolgo.

I bambini (da me soprannominati i SELVAGGI) si sono volontariamente divisi in due gruppi.
Io ho seguito il gruppo che è andato a giocare nel campo da basket, mentre Marito e Gianluca sono rimasti con quelli che correvano nel prato.

Ho cercato di sedare delle risse, ho dovuto sgridare i bambini che si urlavano parolacce e si spintonavano, ho tentato – invano – di convincere una bambina a condividere il suo pallone con gli altri… Un bambino masticava una catena, un altro si arrampicava sul tabellone, un altro urlava “stronza” ad un’altra…
Sarei voluta andare a chiamare Marito o Gianluca per chiedere aiuto, ma avevo paura a lasciarli soli anche per un minuto.
Si sarebbero ammazzati o avrebbero dato fuoco a qualcosa!

Dopo un po’ il gruppo si è riunito. Gianluca ha inventato un gioco, una specie di nascondino con delle regole particolari.
I bambini non si stancavano MAI. Non so quanto ho corso. Marito e Gianluca non si sono stancati tanto, più che altro lasciavano che i bimbi si sfogassero, ma io prendo i giochi molto seriamente, perciò mi sono impegnata alla grande! Ancora oggi ho le gambe distrutte!

Gianluca è veramente bravo, e ha fatto i complimenti anche a me e Marito per come ci siamo comportati. Dice che ci sappiamo fare con i bimbi 🙂

Ovviamente Marito ha cambiato totalmente idea su di lui… E te pareva. Ama essere adulato.

Una bambina egiziana, dal carattere molto vivace, ha preso subito confidenza con me e Marito, tanto da chiamarci con dei nomignoli.
Non faceva altro che abbracciarmi e tenermi per mano…
Mentre i maschi mi stavano più alla larga, mi prendevano in giro e non mi ascoltavano quando li sgridavo. Boh.
Allora le mie teorie erano completamente sbagliate.
Ho sempre pensato che i maschietti si affezionino di più alle donne, mentre le femminucce agli uomini.
Forse non è così, o forse questi bimbi si trovano in un’età particolare in cui cercano appoggio nelle persone del loro stesso sesso. Difficile capire.

Ma chi se ne frega. Quanto è bello essere abbracciati da un bambino! E’ un calore che non so spiegare.

Ho capito una cosa importante da questa giornata: a volte non è possibile ragionare con i bambini.

Ho sempre pensato (un’altra delle mie teorie) che con i bambini occorra parlare, sempre. Che non bisogna dire solamente “no” o impartire ordini categorici, ma discutere, fare domande, chiedere opinioni.

Ecco, non è così. Non sempre, almeno.

Quando abbiamo lasciato il parco per tornare alla comunità uno dei bambini che doveva venire in macchina con me e Marito si è rifiutato di salire. Continuava a vagare nel parcheggio, e più io lo chiamavo, più lui mi ignorava. Voleva a tutti i costi salire sulla macchina di Gianluca, che era già piena.
Gianluca ad un tratto è partito, e io ho minacciato il bimbo di lasciarlo lì.
(Gianluca in seguito ci ha spiegato che se n’è andato perché non voleva darla vinta al bimbo e doveva fargli capire che non aveva altra scelta che salire sulla nostra macchina, come gli era stato ordinato, senza fare troppe storie).

Ma il bimbo non si è impaurito.
Allora mi sono avvicinata a lui e gli ho chiesto perché non voleva salire con noi.
“Non lo so,” mi ha detto.
“Beh, ma se non me lo dici, come posso aiutarti?” gli ho chiesto.
Silenzio.
“Ti sto forse antipatica?”
Lui ha scosso la testa, mentre si mordeva il colletto della felpa.
“Allora qual è il problema? Cos’è successo? Io vorrei aiutarti!”
Ho continuato per almeno dieci minuti a insistere per capire quale fosse il problema.
Ad un certo punto, con mia grande gioia, Marito è sceso dalla macchina, l’ha preso per un braccio e l’ha costretto a salire in macchina.
E dopo un secondo il bimbo ha smesso di tenere il broncio, e ha cominciato a ballare al ritmo della musica dell’autoradio.

Ehi, ma era così facile?!

E’ proprio vero che a volte siamo noi adulti a farci tante paranoie per niente!

Non vedo l’ora di portare di nuovo fuori questi dolci selvaggi. La prossima volta correrò meno e sarò più dura, come le suore e Gianluca mi hanno insegnato. Questi bimbi hanno tantissimo bisogno di regole ed educazione. Anche loro lo sanno. A volte sembra che ci provochino apposta per scatenare una nostra reazione, per essere ripresi.

E, per finire, una buona notizia: venerdì mattina io e Marito abbiamo appuntamento al Tribunale dei Minorenni di Bologna per il colloquio con il giudice onorario, l’ultimo step prima dell’inizio dell’ATTESA.
Dovremo fare di tutto per fare bella figura e fare in modo che il giudice si ricordi di noi.

Fatemi un grosso in bocca al lupo…

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Le fasi del lutto

Conoscete le cinque fasi del lutto?
Santa Wikipedia mi dice che questo modello è stato elaborato dalla dottoressa Elisabeth Kübler Ross.

Le fasi sono:
1. Fase della negazione o del rifiuto
2. Fase della rabbia
3. Fase della contrattazione o del patteggiamento
4. Fase della depressione
5. Fase dell’accettazione

Sono profondamente convinta che questi siano gli stessi stadi che si trova ad affrontare una coppia dopo aver scoperto la propria sterilità.
In fondo, sempre di morte si tratta.
La morte di un sogno. La morte di una felicità che si credeva facilmente raggiungibile. La morte di un figlio concepito da due persone che si amano, così come stabilito dalla Natura.

Certo, a differenza di un lutto vero e proprio, in questo caso non tutto è perduto.
Esiste la PMA. E l’adozione.
Un figlio conquistato grazie a bombe ormonali e provette nel primo caso, sopportando la burocrazia e mille difficoltà nel secondo.
Ma, in tutti modi, qualunque sia la strada che le coppie come me e Marito decidono di intraprendere, qualcosa dentro di noi muore.

Ero certa di aver già attraversato tutte queste fasi. E di esserci riuscita egregiamente.
Evidentemente, non è così.

Credevo di trovarmi nell’ultima fase, la più serena. Quella dell’accettazione.
Credevo di aver imparato a convivere con questo “lutto”. Con la morte di un figlio naturale.
Credevo di essere diventata più paziente e calma. Che il pensiero dell’adozione mi avesse fatto scordare che sono… Diversa.

E’ così? O sto solo mentendo a me stessa?

In questo momento mi sento più nella fase della depressione. O in quella della rabbia.
Forse io, che sono sempre stata anticonformista, sto percorrendo le fasi del lutto “al contrario”.
Magari presto affermerò pure che i medici si sono sbagliati, che Marito non è veramente sterile…

In questi giorni ho pensato e urlato tanto.
Io e Marito abbiamo litigato a lungo, e trascorso diverse notti separati, chi sul divano e chi al piano di sopra, nella camera da letto (vi lascio indovinare chi ha dormito dove).

Sono stata troppo drammatica, depressa, impulsiva, nel mio ultimo post?
Probabilmente sì, ma non lo so, non ho voglia di rileggerlo.

Ho inveito tanto contro Marito in questi giorni. Soprattutto contro la sua sterilità. Come non ho mai fatto prima.
Che senso ha arrabbiarsi, ora?
Sono quasi due anni che so come stanno le cose. Perché questa rabbia improvvisa, devastante?

So di aver detto cose cattive, cose che a me non piacerebbe sentirmi dire se fossi al suo posto.
Marito non ha colpa se da piccolo ha preso gli orecchioni, se nessun dottore ha mai pensato che questo avrebbe potuto portargli dei gravi danni alla sua fertilità.
In realtà non ce l’ho con lui. Ce l’ho con il destino che mi rende sempre tutto più difficile che alle altre persone.

Ho sempre creduto che bastasse impegnarsi, lottare, per uscire da un problema.
Ma non è così. A volte, più ti sforzi, più peggiori le cose. Oppure rimani fermo.
Come imprigionato nelle sabbie mobili.

So che sono stata una stupida ad essermi lasciata deprimere da un pomeriggio trascorso insieme a bambini che non sono riuscita a conquistare.
Sono stata una stupida ad aver invidiato mio marito.
Sono stata una stupida a paragonare la maternità biologica a quella adottiva. Lo sappiamo tutti che sono due cose diverse, soprattutto all’inizio.

E’ che ho tanta paura.

Avevo paura persino a tornare qui, nel mio nido virtuale. Avevo paura di leggere i commenti al mio ultimo post. Sapevo che sarebbero stati duri, pieni di critica, di pietà.
E questo perché ero consapevole di aver scritto parole sbagliate, rabbiose.
Ho letto i vostri commenti tutto d’un fiato.

Avete detto tutto ciò che Marito non ha fatto altro che ripetermi negli ultimi giorni.
Che non è detto che un figlio naturale ami la propria madre incondizionatamente.
Che è scontato che due bambini grandicelli si trovino meglio con un giovane uomo piuttosto che con una donna.
Che sono egocentrica e ho sbagliato a decidere di fare volontariato per sentirmi amata.

Il fatto è che io non sono tanto diversa dai bambini che si trovano in comunità, con alle spalle delle famiglie disagiate.
Non ho mai superato, e forse mai supererò, la mancanza di una famiglia di riferimento nella mia vita.
L’unica differenza è che la mia situazione famigliare non è mai venuta alla luce. Non sono mai apparsa come una bambina o una ragazza disagiata.
Solo Marito, gli amici più stretti, la mia psicologa, sanno cosa ho passato. E quanto ancora questo mi faccia male.
Un’altra differenza è che io non sono più una bambina. Sono un’adulta. Da me ci si aspetta che sia saggia e riflessiva.

Ma, a volte, non ci riesco.
A volte la bambina sola e ferita che c’è in me torna alla luce.
E non riesco a metterla a tacere.
Anche se sono grande.

Mi detesto per aver dubitato sull’idea dell’adozione.
In realtà non ho avuto davvero dei dubbi. Sono e spero di essere sempre felice di aver scelto questa strada.

Ma ho paura!

Ho paura dell’ennesimo fallimento.

Ho paura di dover aspettare anni e anni.

Ho paura che il giudice non ci chiamerà mai.

Ho paura che quel bambino che tanto ho aspettato, cercato, sognato, non riesca ad amarmi.

Ho sempre pensato che l’amore fosse sufficiente per ottenere altro amore.
E se non fosse così?

L’assistente sociale, durante i colloqui, ci ha fatto capire molto bene che le coccole e l’affetto non bastano a crescere un bambino (soprattutto se adottivo, ma di certo vale anche per un figlio  biologico). Che occorre comprensione, empatia, pazienza.
Tutto questo è ben chiaro nella mia mente. E sono pronta ad affrontarlo. Sono pronta ad affrontare qualsiasi situazione. Comportamenti violenti, droga, alcool, gioco d’azzardo, cattive compagnie,  domande sull’adozione, il desiderio di ritrovare la famiglia originaria…

Tutto questo non mi fa paura.
Sono brava ad affrontare i problemi. Sia dal lato “pratico” che da quello “emozionale”.

L’unica cosa che mi fa paura è che lui, o lei, non riesca ad amarmi.
Che non mi prenda mai per mano.
Che non mi cerchi per darmi un bacio.
Che non mi preghi di leggergli/le la favola della buona notte, che non mi chieda consigli.

Che non mi veda mai come una “mamma”.

Che non voglia accettare tutto l’amore che ho da dargli.

Una volta, in un post, ho affermato che non mi importerebbe se mio figlio non volesse mai chiamarmi mamma, se preferisse chiamarmi per nome.

Beh, mentivo.
In quel momento non ne ero consapevole, sia chiaro.

Ma ora mi rendo conto che è così.
Ho il terrore di non essere mai una mamma.

Fino a ieri ho tenuto relegato questo pensiero, questo terrore, in un angolo del cuore.
Ma, dopo quello che è accaduto con quei due bambini…

Io non piaccio alla gente. Non sono mai piaciuta.
E non è per fare del facile vittimismo; è proprio così.

Gli altri non mi odiano, no. Io provoco solo… Pura e insignificante indifferenza, nella maggior parte dei casi.

Mi sono sempre sentita invisibile.

Quando ero bambina e partecipavo alle feste di compleanno, spesso mi sentivo tagliata fuori, inadatta, a disagio. Come un pesce fuor d’acqua.
Non sono mai stata brava a prendere l’iniziativa, a propormi agli altri bambini. Ero timida e avevo paura di essere cacciata via.

L’unico modo che conoscevo per attirare l’attenzione, per dire: “Ehi, ci sono anch’io! Io esisto!” era… Fuggire via. Sparire.
Assurdo, vero?

Nel bel mezzo del pomeriggio scappavo dalla casa del festeggiato di turno e mi nascondevo, sperando che qualcuno venisse a cercarmi, che qualcuno sentisse la mia mancanza, che qualcuno volesse ritrovarmi.
Il più delle volte nessuno si accorgeva della mia fuga e, dopo essere rimasta a lungo nascosta, tornavo con la coda tra le gambe.
Altre volte, invece, gli altri bambini mi venivano a cercare. Ma nessuno era felice che stessi bene.
Dicevano sempre: “Brava, ci hai rovinato la festa! E’ un’ora che ti cerchiamo!”
E così sono diventata famosa come Eva la guastafeste.

Marito dice che non è vero. Che ho tante persone che mi amano. Peccato che, quando ha provato ad elencarle, gli sia venuto in mente solo il suo stesso nome.

Secondo lui non è tanto difficile farsi amare da un bambino. Basta una battuta, uno scherzo, fare il solletico, proporre di fare qualcosa insieme…
Ma a me tutto questo non riesce. Con i bambini della comunità mi sento molto timida. Ho paura ad avvicinarmi, a meno che non siano loro a chiedermelo. E se mi allontanassero? Se mi rifiutassero?
Io, che bambina non sono mai stata, non so bene come comportarmi con loro.

So che con mio figlio sarà diverso. Perché io sarò la sua mamma, almeno sulla carta, e avrò e sentirò tutto il diritto di sgridarlo, di abbracciarlo, di prendergli la mano.

Ma se lui mi rifiutasse?

Ho sbagliato tutto.
Il vero motivo per cui ho deciso di fare volontariato in questa comunità è sbagliato. Sentirmi mamma. Che idea stupida ed egoista.

Ciò che più desidero è ricevere amore, quell’amore che ho sempre sognato.
Io sono pronta a sacrificare tutta me stessa per il bambino che arriverà. Che poi, per me non si tratterebbe di un sacrificio, ma della strada per la felicità.
Ma voglio che anche lui mi ami. Lo voglio, ma non posso pretenderlo.

Potrei non piacergli.
Potrebbe preferire Marito.

Qualcuno, nei commenti al mio ultimo post, mi ha detto che questa eventualità esiste.
Non ci avevo mai pensato.
Mi ritrovo a rifletterci solo ora.
E il pensiero mi spaventa.

Riuscirò a trattenere la rabbia, se questo dovesse accadere?
Riuscirò ad accettarlo?

E quel bambino potrebbe anche non arrivare mai.

Questa è l’ipotesi che mi fa più paura.
Perché io sono pronta a rischiare, a impegnarmi, per creare la famiglia felice che ho sempre sognato.

Voglio avere la possibilità di rischiare.
Ma ho anche il timore di non riuscire.

Sono veramente tanto stanca.
E anche in piena fase premestruale.
Piango per qualsiasi cosa. Non è proprio il momento più adatto per lasciarsi andare a riflessioni profonde, che ne pensate?

Oggi ho inveito contro una collega perché non mi ha messo in copia in un’e-mail…
E sogghignando stile ” personaggio cattivo dei cartoni animati” ho affermato di voler dare fuoco all’azienda con tutti i colleghi dentro.

Ehm, insomma… Chissà, forse questa non è veramente la “fase della depressione”. E manco quella della “rabbia”.
Forse è solo la fase “ormoni in subbuglio”.
I brufoli e le tette gonfie sembrano darmi ragione.

Speriamo che sia davvero così.

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Inamabile

Non sono sempre così tranquilla come traspare da molti dei miei post.

In realtà io sono davvero serena, la maggior parte del tempo. Ma solo perché celo, persino a me stessa, la mia rabbia, il mio dolore, la mia frustrazione, le mie paure, dietro discorsi farciti di dolcezza, bontà, sicurezza, discorsi sul destino… Ma, a furia di accumulare dolore, alla fine è impossibile trattenerlo.

Si giunge ad un momento in cui non se ne può più. E si scoppia. Ed è quello che è accaduto a me oggi.

Oggi io e Marito abbiamo affrontato il nostro primo pomeriggio come volontari presso una comunità che si occupa di bambini provenienti da famiglie disagiate. Abbiamo preso questa decisione prima dell’estate, ma abbiamo dovuto attendere oggi prima di iniziare, perché durante l’estate i bimbi si trasferiscono nella sede in montagna.

La comunità è gestita da suore, e anche la collega di cui più volte vi ho parlato era una volontaria presso questa comunità e me ne ha parlato molto bene, anche se non è più molto attiva da quando ha adottato la sua bambina (ovviamente, quest’ultima merita tutte le sue attenzioni e cure).

La comunità è volutamente composta da pochi bambini, in modo che ci si possa occupare di tutti nel modo migliore possibile. Come ci è stato spiegato durante la riunione di inizio anno, compito dei volontari – sotto la sorveglianza degli educatori esperti – è quello di aiutare i bimbi a studiare, giocare con loro, accompagnarli al cinema, al parco, ecc. ecc.

Ciò che la coordinatrice ha voluto farci capire maggiormente è che questi bambini hanno una famiglia. Che non è di certo quella del Mulino Bianco, ma comunque non sono bimbi orfani. E noi non siamo i loro genitori, ma solo volontari. Amici, educatori, istruttori, ma non genitori. E questo è un concetto fondamentale.

Io e Marito abbiamo deciso di diventare volontari perché, mentre aspettiamo nostro figlio, vogliamo cercare di sfruttare questo tempo per aiutare altri bimbi… E per imparare a comportarci con un bambino che proviene da una situazione difficile…
Ma, lo devo ammettere, anche se io ho cercato di imprimermi bene nella mente i consigli della coordinatrice, il mio obiettivo principale è sempre stato quello di sentirmi un po’ mamma. Senza farlo intuire a nessuno, ovviamente, né agli altri volontari, né ai bimbi stessi.

Una piccola sensazione di gioia che volevo provare in un angolino del mio cuore.

La mia collega mi ha raccontato che alcuni di questi bambini si erano affezionati talmente tanto a lei e suo marito, entrambi volontari, da cominciare a chiamarli “mamma” e “papà”…
Non speravo in un atto d’affetto così eclatante, ma nella mia mente sognavo di prendere un bambino per mano… Di abbracciarlo… Di ricevere i suoi sorrisi… Di sentirmi un po’ mamma. Solo un po’. Quel tanto che basta per riscaldare il mio cuore gelato.

Oggi io e Marito, accompagnati da un’educatrice esperta, abbiamo portato in giro due bambini, Luca e Matteo (i nomi sono di fantasia), rispettivamente di dieci e nove anni. Questi bimbi sono fantastici. Pieni di vita, divertenti, a volte irruenti…

Dovete sapere che io sono una persona decisamente timida, sia con gli adulti che con i bambini. Con questi ultimi, forse, ancora di più. Ho sempre paura di dire o fare le cose sbagliate, di parlare in modo troppo infantile o mostrarmi troppo affettuosa e risultare inappropriata.

Siamo andati a fare un giro per il parco, e fin da subito il bimbo più piccolo, Matteo, si è letteralmente appiccicato a Marito, mentre Luca, più introverso, se ne stava un po’ per i fatti suoi. Mentre attraversavamo la strada Marito ha preso per mano Matteo. Da quel momento sono diventati inseparabili. Abbiamo giocato nel parco, e Matteo si lanciava tra le braccia di Marito, ridendo felice.

Non so cos’avrei dato per essere al posto di mio marito. Per poter stringere quel bimbo tra le mie braccia.
Quando passeggiavamo era Matteo stesso a cercare la mano di Marito. Io mi mettevo di fianco al bimbo, lasciavo penzolare la mano vicino alla sua, sperando che la prendesse… Ma non l’ha mai fatto.

E io non ho osato prendere l’iniziativa. Temevo che mi rifiutasse.

Ho provato anche ad avvicinarmi a Luca, invano. Rispondeva alle mie domande, chiacchierava con me, ma non sentivo alcun affetto da parte sua. E come potevo pretenderlo? Sono una perfetta sconosciuta per lui! Era tutto assolutamente normale.
Tranne per il fatto che il piccolo Matteo stava attaccato a Marito come un sanguisuga. Perché lui sì, e io no?

Marito ad un certo punto ha capito che avevo qualcosa di strano, mi ha preso in disparte e mi ha chiesto cosa stesse succedendo. Io non ho voluto rispondergli, in quel momento non era il caso di iniziare a litigare, gli ho solo mormorato che voglio il divorzio.

Sì, avete letto bene.

Marito aveva intuito cosa mi tormentasse e, mentre camminava tenendo Matteo per mano, l’ho sentito chiedere al bimbo di prendere anche la mia, di mano.

Il bimbo ha risposto di no.

Marito non si è dato per vinto. Ha provato a fare la stessa domanda a Luca. Non l’ho sentito mentre glielo chiedeva, ma l’ho capito non appena Luca, mentre stavamo per attraversare la strada, si è avvicinato e ha esclamato: “Tuo marito mi ha detto di prenderti per mano!”

Non mi sono mai sentita tanto umiliata.

Ho preso il bambino per mano, perché a quel punto non potevo fare nient’altro.
Non avrei voluto lasciarla più. Non appena abbiamo finito di attraversare, però, lui l’ha lasciata. E io non ho più osato riprendergliela.

Abbiamo riportato i bambini dalle suore meno di due ore fa. Non appena io e Marito siamo tornati a casa ho cominciato ad inveire contro di lui.

Marito, in realtà, non ha sbagliato nulla. Si è comportato bene. Perfettamente, direi.

Il problema sono io.

Nessuno mi ha mai voluto bene nella mia vita. Neppure i miei genitori.

Marito dice che i bambini si sono attaccati a lui perché è più espansivo e infantile rispetto a me… Che, con il tempo, si abitueranno anche alla mia presenza. Ma io non ci credo.

Io sono sbagliata. Sono totalmente sbagliata. Nella mia vita non ho fatto altro che cercare di migliorare. Ho sempre fallito. Ogni volta che cerco di farmi amare da qualcuno, fallisco.

Volevo diventare mamma. Pensavo che solo così avrei trovato la felicità, la pace. Ma anche questo mi è proibito, nonostante tutti i miei sforzi. Ho un marito sterile. Tre PMA, tre fallimenti. A ventisette anni.

Come posso adottare un bambino? E se il fallimento si ripetesse?
Se il bambino si affezionasse di più a Marito che a me?
Se Marito fosse costretto a dirgli: “Prendi la mano della mamma…” e lui rispondesse di no?

Se partorissi un bambino, non avrei bisogno di “conquistare” il suo affetto. Io sarei la sua mamma. Punto. Non ci penserebbe neppure un istante prima di prendermi la mano. Sarebbe una cosa… Naturale.

Con un bambino adottato si ripeterebbe l’orribile situazione vissuta oggi. Dover conquistare, elemosinare il suo affetto. E se non ci riuscissi? Non sono riuscita neppure a conquistare l’affetto dei miei stessi genitori…!

Non è che io pensi a queste difficoltà per la prima volta, eh. Ho ben chiaro nella mia mente cosa significhi adottare.

Ma, forse, solo oggi mi sono resa conto che io potrei non farcela.

Nessuno mi vuole bene. Perché il nostro bimbo dovrebbe amarmi?

Scusate, forse non so neppure bene cosa sto scrivendo. Dopo due Heineken da 66 e una decina di sigarette mi si è offuscata la vista e la mente.

Non ho ripensamenti sull’adozione. E non voglio realmente divorziare da Marito…!

E’ che sono tanto stanca. Odio la mia vita, sempre così difficile.
E odio me stessa. Per le mie aspettative troppo alte, per l’invidia che provo verso il mio stesso marito.

Vorrei essere diversa. Vorrei avere una famiglia che mi ama, un marito fertile, tanti amici.

Ma non è così. E devo imparare a convivere con il mio destino.

La mia paura più grande è riuscire a non farcela, non perché non lo meriti o perché non mi impegni abbastanza, ma semplicemente perché non sono una persona che può essere amata da qualcuno.

Sono… Inamabile.