Pubblicato in: Fecondazione assistita, Testimonianze

Testimonianze: la storia di Giulia e Stefano

In questi anni in cui ho scritto prima di PMA e poi di maternità mi è capitato di ricevere tante testimonianze di altre donne che hanno dovuto attraversare le mie stesse difficoltà per poter diventare madre…
Qualche sera fa ho ricevuto un’e-mail di Giulia, che ha voluto condividere con me le parole che suo marito Stefano ha usato su FB per parlare del loro percorso di fecondazione assistita…
È raro che un uomo parli liberamente di certi argomenti, per questo condivido molto volentieri con voi le sue parole… E ringrazio Giulia per avermele fatte leggere.


E voi quando lo fate un bambino?
Una domanda innocua. Fatta presumibilmente in buona fede. Che diventa una coltellata al cuore.


Perché? Riavvolgo il nastro. Tre anni fa io e Giulia, dopo tre anni di matrimonio, abbiamo iniziato a provare con più costanza e meno casualità ad avere un figlio. L’idea di costruire una famiglia ha sempre rappresentato l’orizzonte dentro il quale ci siamo immaginati il nostro futuro.
Dopo un anno di tentativi a vuoto cominciamo a capire che forse qualcosa non va ed entriamo in un tunnel che fino a quel momento non pensavamo potesse coinvolgerci. E invece…
Gli esami di Giulia sono ottimi, sta benissimo, i miei non eccezionali ma non tali da essere preoccupanti. Comincia la roulette delle consulenze mediche, degli esami, dei prelievi, degli ormoni, delle ricerche su internet (facile dire che non si deve fare, ma…), dei pianti insieme e da soli, delle tensioni, dei sensi di colpa, dei silenzi, degli sguardi, delle peggiori meschinità che affiorano come l’invidia per chi ce la fa, il senso d’inadeguatezza, la rabbia verso Dio che ti sottopone a questa prova, le maschere da mettere ogni giorno per fare finta che vada tutto bene mentre invece vorresti solo urlare: “Perché proprio a me” per poi di nuovo sentirti in colpa: sai bene che c’è chi sta affrontando cose ben peggiori.
Vergognarsi dell’invidia. Combattere contro la rabbia. Cercare un senso. Rincorrere un equilibrio.
A settembre 2019, compiuti i due anni di tentativi andati a vuoto, dopo averne discusso, abbiamo deciso di provare con la PMA, la procreazione medicalmente assistita. La scienza ci aiuterà, ci siamo detti, proviamo a riporre le nostre speranze qui, proviamo a mettere da parte le paure, speriamo.
È qui che è iniziata una vera e propria Via Crucis per Giulia che per mesi si è dovuta sottoporre a punture quotidiane, esami del sangue, ecografie, rinunce, mente io provavo maldestramente a starle vicino.
C’erano le sale d’aspetto, le altre ragazze nelle stesse condizioni, chi più avanti chi più indietro, c’era l’iniziale spaesamento, la freddezza di dottoresse che forse per un tentativo di ripararsi dall’emotività della situazione sembrano gelide. I primi mesi sono “solo” di stimolazione ormonale, mentre mia moglie passava l’inferno io non potevo che stare a guardare, di fatto inutile, chiuso in un silenzio che soffocava la rabbia per la sofferenza cui ho assistito e il tentativo di provare a far finta di nulla, dimostrando una sicurezza e una positività che francamente non mi si addicono nemmeno.
Poi il lockdown, la voglia d’interrompere un percorso così devastante fisicamente e emotivamente, il desiderio di una famiglia capace di superare anche dolore e sofferenza, le prime visite per passare allo step successivo, quello tanto agognato, inizialmente previsto per settembre, poi, chissà, forse anche per un aiuto ricevuto dall’alto, anticipato a luglio: la fecondazione in vitro.
Una scelta che ti mette di fronte anche a decisioni etiche importanti che abbiamo provato a fare saldi nella fede e nei valori che condividiamo. Perché incredibilmente su questo c’è qualche prurigine anche all’Interno della Chiesa.
E così mentre Giulia, sola a causa delle restrizioni per il Covid19, è stata costretta a sopportare il carico emotivo decuplicato da quello ormonale, io mi sono ritrovato alla fine di un anno estenuante a dover supportare la donna con cui ho scelto di passare il resto dei miei giorni dentro questo crocevia della vita.
Credetemi, ci vuole un gran coraggio ed essere pronte a provare un amore smisurato e incondizionato per sottoporsi a questa forma di tortura emotiva prima che fisica. E io non ho parole per ringraziare e descrivere il coraggio di mia moglie, la sua forza, il suo amore grande, la sua emotività decisa, la sua fragilità monumentale, il suo pensiero lungo e la sua voglia di parole. Regali di questo percorso accidentato che spero, credo ci abbiano resi ancora più forti e uniti.
E così arriva il tanto atteso pick-up e dopo qualche giorno il transfer. La meraviglia della creazione, la vita, così fragile e così incerta fin dalle prime ore. Quelle successive sono giornate convulse, senza tempo, in cui ogni segnale porta in direzioni opposte, ogni sensazione genera paura. E d’altra parte si sono condensate in quelle giornate troppe emozioni, fino alla mattinata degli esami: se le beta sono alte ci siamo, altrimenti niente da fare.
Non riesco a inquadrare la sensazione di quando abbiamo scoperto che era andata. La voce della segretaria del laboratorio di analisi, un salto di Giulia, le lacrime, i sorrisi, la gioia, la condivisione con la famiglia che ha combattuto con noi, gli amici che non ci hanno mai fatto sentire soli, la vita.
E rieccoci a oggi. Siamo ormai nel quarto mese di gravidanza, lasciandoci alle spalle mesi in cui abbiamo ritenuto di dover aspettare e tenere la notizia per noi, come scelgono di fare tante coppie e come ci siamo sentiti di fare noi, perché siamo arrivati emotivamente stremati a questo momento e non sapevamo come avremmo potuto reagire a una brutta notizia.
Perché ne parlo sola ora?
Perché sento chiaro il bisogno, dal mio piccolo pulpito, di condividere la mia condizione, la nostra condizione, perché abbiamo incontrato tanti attori silenziosi di questa piece a tratti tragica che all’alba di giornate lavorative riempiono i centri sterilità carichi dei loro sogni e delle loro speranze da affidare alla scienza, prima di cominciare una giornata in cui dovranno fare finta di niente. Ed è a loro – sono molto più di quanto pensiate – che va il mio pensiero, a chi ha avuto la nostra fortuna ma soprattutto a chi deve fare ancora i conti con la delusione, la rabbia, e prova a tenere accesa la fiammella della speranza.
Perché non c’è nulla di cui vergognarsi, perché capita, perché fa male, alcuni giorni in modo insopportabile, perché é naturale in condizioni così estreme discutere e mettersi in discussione, perché voglio liberarmi di un peso, per mandare un abbraccio virtuale ai tanti uomini costretti a sottoporsi a uno spermiogramma che nella sua devastante semplicità tocca corde difficilmente gestibili razionalmente, per le lacrime versate, per le invidie provate, perché amo mia moglie più di ogni altra cosa al mondo, perché non c’è niente che vorrei di più al mondo di una famiglia.
E voi, quando lo fate un bambino?
Il termine è il 20 aprile signora. Nel frattempo prego. Per avere la forza di affrontare quello che accadrà e per essere all’altezza della meravigliosa creatura che ho al mio fianco e del bimbo che la vita ha scelto di regalarci fra sei mesi.
P.S. per sdrammatizzare. Il post è stato vidimato e approvato da Giulia. Ovviamente 😅


Auguri a Giulia, Stefano e al loro piccolo Miracolo!

Autore:

Perennemente alla ricerca della Vita.

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