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Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

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“Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” (dipinto del 1897 di Paul Gauguin)

Mi sento persa.

Non so più bene chi sono, dove mi trovo e dove sto andando.

Nell’ultimo mese, per vari motivi, sono stata un po’ lontana dal blog e da internet in generale, e ho cercato anche di tenere la mente lontana dall’unico pensiero che ha dominato i miei ultimi due anni di vita.
Ho tentato di concentrarmi sul lavoro, credendo di avere l’opportunità per fare e ottenere qualcosa di buono. Non ho mai pensato di poter fare carriera, per carità, siamo in Italia e per ricevere una promozione devi avere minimo quaranta-quarantacinque anni e saper leccare molti fondoschiena, virtù che io non possiedo.
Speravo, però, che si fosse presentata l’occasione per mettermi in mostra, per far vedere le mie capacità, per crescere, se non di grado e stipendio, almeno per quanto riguarda le responsabilità.

A causa del progetto in cui sono stata coinvolta ho trascorso le ultime settimane passando da una riunione all’altra con i dirigenti più alti dell’azienda, gente che esce dall’ufficio alle otto di sera e che evidentemente lavora in un bunker e non ha mai bisogno di andare in bagno, visto che nei corridoi non la si incontra mai…
Tra i colleghi che partecipano al progetto io sono quella con il grado più basso, gli altri sono tutti come minimo quadri e gestiscono varie risorse, perciò ovviamente ho pochissima possibilità di parola, certi dirigenti manco mi salutano e credo che non sappiano neppure il mio nome, né si sono mai curati di saperlo.
Come sono solita fare sempre, mi sto impegnando per questo progetto con tutte le mie forze, ma ho capito che a nessuno interessa, sono e resterò l’ultima ruota del carro, un’umile schiava che non conta nulla.

E la cosa non è che mi dispiaccia più di tanto.

Mi sembra di essermi improvvisamente risvegliata, non so se da un sogno o da un incubo.

Io con questa gente non c’entro nulla. Con questa gente che maltratta i propri “sottoposti” (in politichese sono chiamati “collaboratori”, ma a me l’ipocrisia non piace), che ignora o, peggio ancora, deride i problemi personali di questi ultimi, con questa gente che, a parte il lavoro, non ha nulla e fa di tutto per compiacere chi sta sopra di loro (la gerarchia aziendale non ha fine, a quanto pare)… Io non ho niente a che fare con loro.
Non mi piacciono, non voglio diventare come loro, e se solo potessi abbandonerei questo progetto e tornerei a fare l’umile schiava full time.

E forse anche osservando i comportamenti di queste persone, la loro ipocrisia, la loro maleducazione, il loro squallore, mi sono risvegliata.

Ora tutti i miei pensieri stanno nuovamente convergendo verso quell’unico obiettivo, l’unico desiderio che conta davvero: un figlio.

A maggio io e Marito avremo il secondo colloquio per l’adozione. E poi il terzo, il quarto, il quinto… Fino a fine giugno saremo impegnati con l’istruttoria. Poi i servizi sociali decideranno se potrà bastare o se dovremo farci psicanalizzare ancora un po’. Nel primo caso i s.s. (inquietante questa sigla…) redigeranno la relazione (speriamo positiva) per il tribunale dei minori e potremo finalmente presentare la richiesta di adozione. Nel secondo caso, il tormento dovrà continuare.

E nel frattempo… Nel frattempo, io e Marito abbiamo finalmente concluso le analisi preliminari per l’ennesimo ciclo di PMA che ci attende in quel di Bologna.
Marito la settimana scorsa si è sottoposto all’ormai famigerato “test per la frammentazione del dna spermatico”.
Risultato: frammentazione del 20%. Il valore normale è attorno al 10-15%. Questo significa che, oltre ad essere pochi, immobili e anormali, molti dei suoi spermini sono pure “rotti”.
Non so neppure se esserne sollevata oppure no. In parte la sono, perché può significare che i nostri ripetuti fallimenti sono dovuti proprio a questa ulteriore anomalia. Anomalia che non era mai stata diagnosticata prima.
D’altro canto sono delusa, perché l’andrologo, che Marito vedrà la settimana prossima, probabilmente gli prescriverà per alcuni mesi una cura con degli antiossidanti. Questa cura non migliorerà di certo la motilità o la morfologia, ma potrebbe ridurre la percentuale di frammentazione, aumentando le probabilità di successo della PMA ed evitandoci una IMSI, che costa, nel centro che ci sta seguendo, all’incirca mille euro in più di una “semplice” ICSI.

Questo significa che il prossimo tentativo di fecondazione, che speravo di cominciare a inizio maggio, dovrà essere rimandato.

I soldi che dovremo spendere sono tanti, e se con una semplice cura ci può essere la possibilità di aumentare le percentuali di successo, è giusto provare. Ne sono consapevole.
Ma negli ultimi giorni non ho fatto altro che sognare il momento in cui avrei ricominciato a bucarmi la pancia col Gonal… (Sono in crisi d’astinenza). E non sapere quando potremo finalmente riprovare, quando finalmente potrò decidere se abbandonare questa strada o se gioire per la nostra perseveranza, mi fa impazzire.

In questi ultimi giorni, euforica all’idea di aver cominciato l’istruttoria per l’adozione, e altrettanto felice di aver terminato le analisi pre-PMA, non ho fatto altro che ripetermi: “Ci siamo!”

Ma dove siamo?!
Non siamo proprio da nessuna parte.
Siamo in un limbo.

I colloqui per l’adozione finiranno chissà quando… E anche quando ci avranno strizzato per bene il cervello, mica sarà finita… E’ lì che inizierà il bello! Dovremo presentare la domanda nei tribunali di mezza Italia, e poi ci dovremo mettere pazientemente in attesa della telefonata di un giudice che, quando sarà il momento (tra un anno? Due? Tre?) ci chiamerà per scegliere se dare in adozione un bambino – se dare la felicità – a noi oppure ad un’altra coppia… Manco fossero le selezioni per uno show televisivo.

Non ho idea di quanto durerà la cura di Marito, non so neppure se avrà qualche effetto (devo ancora trovare su internet i testi di letteratura scientifica che ne parlano – ormai sono più aggiornata di un medico). Non so quando potremo provare ancora con la PMA, e soprattutto non so come andrà a finire.

Io vorrei soltanto poter fare qualcosa… Ma non posso fare niente, se non aspettare, pregare, imprecare, cercare di distrarmi.

Lo so. LO SO. Lo so che ci sono coppie che aspettano un figlio da dieci anni o più, coppie che, per mille motivi, hanno deciso di intraprendere il cammino della PMA o dell’adozione a quarant’anni e passa, quando il tempo stringe, quando non si è più tanto giovani da poter attendere ancora.

Ma penso di avere anch’io il diritto di soffrire.

Quando desideri qualcosa – qualcosa che non è uno sfizio, un capriccio, qualcosa come UN FIGLIO, che è il fulcro della vita – ogni giorno, ogni ora, ogni istante che vivi senza riuscire ad ottenerlo, ne senti la mancanza. Almeno, per me è così.

Sono passati tre anni. Anzi, un po’ di più. Tre anni che cerco la mia, la nostra felicità, invano.

E’ trascorso quasi un anno e mezzo dal quel terribile giorno in cui abbiamo scoperto che la Natura è nostra nemica, che la felicità per noi non è a portata di mano, come la è per molti altri.

Un anno e mezzo. Non è tanto, se ci penso. Eppure mi sembra passata un’eternità da quella triste sera di gennaio in cui la ginecologa mi ha brutalmente annunciato che per noi non c’è speranza, che non potremo mai avere figli come tutti gli altri. Che il nostro amore non basta.

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

Me lo sono spesso chiesta, non solo pensando a me stessa, ma all’intero genere umano. Da sempre rifletto sul senso della vita, della nascita, della morte…
Ma ora mi pongo queste domande riguardo me. Noi. E lui. Quel figlio che non c’è. Ma è che ben vivo dentro di noi.

Da dove veniamo?
C’è un Dio che ci ha creati, che ha deciso che noi dovessimo essere qui, ora?
Non si risponde ad una domanda con un’altra domanda, giusto?
Sarebbe facile affermare che veniamo dai grembi delle nostre madri…
Ma in realtà noi, quello che siamo ora, è stato forgiato dalla vita che abbiamo vissuto, dai passi compiuti, dalle scelte fatte, dai dolori che ci sono stati inflitti e dall’amore che ci è stato concesso, non importa da chi, indipendentemente dai legami di sangue.
Noi veniamo dal nostro desiderio di amare. Noi veniamo da quel figlio che ancora non c’è.

Chi siamo?
Dei genitori senza figli. Un cuore pieno d’amore che non pulsa. Un nido caldo, ma vuoto. Una felicità priva di sorriso.

Dove andiamo?
Andiamo verso di lui. Verso quel figlio che forse è già nato, che aspetta di rinascere in noi, con noi.
Verso quel figlio che forse deve ancora nascere, che magari troverà la vita in un’asettica provetta, ma che avrà una vita colorata, tutt’altro che asettica.

Andiamo verso un futuro che DEVE per forza realizzarsi. Perché, altrimenti, non so cosa resterebbe di me.

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Buona la prima (Colloquio adozione #1)

E’ ANDATA.

E credo che sia andata pure bene. Come, di cosa sto parlando?

Lunedì scorso era il Gran Giorno. Io e Marito abbiamo sostenuto il primo colloquio con assistente sociale + psicologa per l’adozione.

Quella mattina mi sono svegliata decisamente agitata. Ero certa che davanti a loro avrei tirato fuori il peggio di me e il mio carattere timido sarebbe emerso stile tsunami.
Immaginavo che mi sarebbe tremata la voce, che avrei iniziato a giocherellare con i capelli come faccio sempre quando sono nervosa, e che avrei detto un mucchio di cavolate a sproposito…

Marito si è vestito, come sempre, dato che poi doveva andare a lavorare, con un abito elegante, camicia e cravatta, mentre io ho optato per un tubino blu con camicia rosa e stivali… Io amo molto il nero, e mi vesto spesso total black, ma, si sa, il nero è un colore che esprime tristezza, ed io volevo sembrare elegante, seria ma anche serena, perciò ho deciso di mettermi addosso un po’ di colore… Quante seghe mentali, eh??

Come mi era già stato detto da altre coppie, l’A.S. con cui abbiamo parlato, e che ci seguirà in tutto il percorso, è una donna di 50 anni circa, molto cordiale e oserei dire dolce. Tutt’altro che un’arpia, all’apparenza. La psicologa ha più o meno la stessa età, e la conoscevamo già, dato che si tratta della stessa dottoressa che ha tenuto il corso. E’ una persona che sta un po’ sulle sue, non si lascia spesso andare a sorrisi di incoraggiamento come la sua collega, però sembra ben disposta ad ascoltare e abbastanza affabile.

Dopo le presentazioni di rito, come mi aspettavo la prima domanda dell’A.S. è stata: “Dalla vostra cartella vedo che avete fatto il corso tra settembre e ottobre dell’anno scorso… E’ passato un po’ di tempo… Come mai avete aspettato tanto per continuare il percorso? Avete avuto bisogno di riflettere? O avete provato altre strade?”

Cazzo, questa ci legge nella mente!

Se avessi avuto con me una bacchetta magica, l’avrei puntata contro di lei e urlato: Protego!

A quel punto ho iniziato a parlare… E parlare… E parlare… A ruota libera. Non ho mai tremato, né esitato, né mi sono toccata i capelli, una sola volta… E mentre parlavo riuscivo persino a concentrarmi sul movimento delle mani e la postura del corpo… Ehi, esercitarsi davanti allo specchio serve davvero!

Ho spiegato che dopo il corso, che ci aveva un po’ spaventati (la paura ci rende più umani, non dobbiamo sembrare troppo sicuri di noi!), e dopo esserci confrontati con le altre coppie presenti (si fa sempre bella figura mostrando di essere persone che si mettono in gioco e chiedono consiglio), abbiamo capito che forse avevamo sbagliato a provare solo una volta con la PMA, che dovevamo dare a noi stessi un’altra possibilità (da quello che ho letto gli assistenti sociali e gli psicologi diffidano da chi rinuncia al primo ostacolo ad una maternità/paternità biologica).

Ho raccontato dell’iperstimolazione avuta a novembre e del transfer rimandato a inizio anno, di come sia fallito e di come infine mi sia pentita di aver provato ancora. Ho anche spiegato loro che tutte le paure che ci sono state trasmesse al corso siamo riusciti ad elaborarle ed ora siamo convinti di questo percorso… La mia risposta sembra averle soddisfatte.

Dico sembra perché queste due donne devono essere molto brave nell’arte dell’occlumanzia. Quando sorridono e annuiscono non so mai se siano realmente contente, oppure ironiche o, addirittura, contrariate.

Poi ci hanno chiesto se conosciamo dei nostri coetanei adottati o coppie che hanno adottato… E qui sia io che Marito abbiamo parlato a lungo, dato che tra i nostri amici/colleghi ci sono parecchi ragazzi adottati o famiglie adottive…
A.S. e psicologa sembravano positivamente impressionate da questo.

Ad un certo punto ci è stato domandato quale fosse la nostra paura più grande riguardo all’adozione. Mi ero già preparata la risposta (non so se si è capito, a me piace avere tutto sotto controllo), ho guardato Marito e gli ho detto: “Ti dispiace se rispondo io?” (stile prima della classe che alza la mano per rispondere) con occhi talmente assatanati che non ha potuto dirmi di no (e probabilmente lui non avrebbe neppure saputo cosa rispondere!).

Ho spiegato la verità, ovvero che la mia paura più grande, che prima del corso non avevo, è che tutto l’amore che ho da dare non basti per rendere il nostro futuro figlio/a sereno, che il trauma dell’abbandono lo perseguiti per sempre (come è successo in alcuni casi che ci sono stati presentati al corso) e non riesca mai ad accettarci come genitori.
Ho anche aggiunto, però, che più che dare tutto il nostro amore e comprensione noi non possiamo fare, e che qualunque decisione nostro figlio/a prenderà (rintracciare la sua famiglia d’origine, ad esempio), noi l’accetteremo e lo/la sosterremo.

Il primo colloquio è stato più che altro una chiacchierata generale, siamo passati da un argomento all’altro, ricordo che abbiamo parlato anche di noi come coppia, da quanto tempo stiamo insieme, da quanto conviviamo e in che zona abitiamo.

Abbiamo fatto notare che viviamo in una casa di proprietà in campagna dove abbiamo anche due cani, il che sarebbe positivo per un eventuale bambino/a, perché è importante crescere a contatto con la natura e gli animali… Sembravano contente di questo, anche se purtroppo l’a.s. ci ha confessato di avere paura dei cani, e ci ha fatto promettere che li terremo a guinzaglio quando verranno a fare l’ispezione a casa…

Ma porca miseria, proprio una che ha paura dei cani ci doveva capitare??

“No no, non si preoccupi, tanto sono addestrate, sono bravissime, anche con i bambini!” abbiamo esclamato all’unisono io e Marito.
Oh, che le nostre cagnolone sono bravissime e dolci è vero, però diciamo che sanno anche essere piuttosto vivaci…
E per esperienza so che una persona timorosa dei cani si spaventa ancora di più se vede due bestie sconosciute che scodinzolano e corrono per fare le feste…

Abbiamo parlato anche dell’età e della provenienza del nostro futuro figlio/a. Al corso ho capito che non è bello mostrarsi troppo rigidi riguardo all’età e all’etnia (beh, quest’ultimo punto è scontato!).
Ci siamo detti più propensi per l’adozione nazionale sia per motivi economici, sia perché Marito ha paura dell’aereo, ma che stiamo anche riflettendo sui Paesi dell’Est, che sono facilmente raggiungibili anche in auto o pullman, e che speriamo di ricevere da loro consigli su questo (mostrarsi umili e far vedere che riteniamo preziosi i loro consigli: mossa spero ottima, ovviamente studiata a tavolino).

Per quanto riguarda i problemi di salute ci siamo già detti disponibili per quelli minori, sappiamo già che per vari motivi (in primis le condizioni di abbandono in cui sono tenuti certi bimbi, soprattutto all’estero) è difficile avere un figlio sano come un pesce, e non è bello pretendere una cosa del genere… Non si sceglie mica un bambino come al supermercato si sceglie il pesce migliore, eh!
E poi, sinceramente, un bambino miope o con un’allergia (sono questi i problemi di salute minori di cui si parla) non mi sembra una grande disgrazia!
Abbiamo già fatto capire, però, e questo mi sembrava doveroso, che non ci sentiamo pronti ad accogliere un bimbo con problemi gravi, tipo AIDS o problemi neurologici.
Da quello che ho letto su internet chi offre disponibilità per i casi più gravi ottiene (scusate il termine) l’adozione in tempi più brevi, però bisogna essere molto preparati a questo, e noi non lo siamo, soprattutto in termini di tempo. Accogliere un bambino con un handicap grave significa dovergli prestare molte più attenzioni e cure del normale, e visto che lavoriamo entrambi (e dobbiamo lavorare entrambi, per campare), non ci sentiamo adatti.

Parlando dell’età, io e Marito ci eravamo già accordati nel dare la disponibilità per la fascia 0-5 anni, sperando ovviamente che, dato che siamo giovani, ci venisse comunque affidato un bambino entro i tre anni…
Devo dire la verità, fino a qualche tempo fa io e Marito, pensando ad un figlio adottivo, immaginavamo soltanto un bimbo ancora in fasce. Durante il corso, quando ci è stato detto che è difficilissimo ottenere in adozione un neonato (difficilissimo con l’adozione nazionale, impossibile con quella internazionale), io e Marito siamo rimasti indignati.
“Non è giusto, a noi devono dare un bambino piccolo!” ci siamo ripetuti, tra di noi, per giorni e giorni.

Sono felice di ammettere che la nostra affermazione era dettata solo dall’egoismo e che, fortunatamente, durante questi mesi in cui abbiamo elaborato tutte le paure e le aspettative riguardo all’adozione, abbiamo sinceramente cambiato idea.
Se ci dessero in adozione un bambino di 5 anni (ma pure di sei o di sette) sarebbe veramente un grandissimo dono dal Cielo…
Certo, è triste pensare di perdere tutta la fase iniziale della vita di tuo figlio – i primi passi, le prime parole, portarlo a spasso nel passeggino – ma per due persone, come noi, alle quali la Natura ha rubato tanto, avere la possibilità di crescere un bambino, un bambino qualsiasi, di qualsiasi età o colore, sarebbe comunque meraviglioso…
E chi se ne frega se quando nascerà nelle nostre vite saprà già parlare o se non potremo metterlo nel passeggino!

La nostra disponibilità ha fatto piacere ad a.s. e psicologa ma, con mio grande stupore, ci hanno consigliato di dare disponibilità per la fascia 0-3, sia perché siamo giovani e per la nostra età sarebbe più adatto un bambino piccolo (anzi, il contrario, noi non saremmo adatti per un bambino “grandicello”) sia perché la fascia 0-5 non esiste, si passa da 0-3 a 3-6 direttamente…

Parlando dell’adozione internazionale, ci hanno confermato (con mio stupore) una triste notizia di cui ci era già giunta voce da altre aspiranti coppie adottive: all’estero, oltre ai costi “ufficiali”, spesso vengono chieste cifre “extra” sottobanco per poter ottenere un’adozione… A d una coppia, e questo ce l’ha detto l’a.s. eh, , è stato richiesto di portare 30.000 (TRENTAMILA) euro in contanti nella valigia… Altrimenti, niente bambino. Allucinante.
Ricordiamoci che si parla di Paesi poveri del Terzo Mondo, dove la corruzione è all’ordine del giorno (non che qui sia mooolto diverso, soprattutto in certi ambienti), non dovrei stupirmi più di tanto, ma questa notizia sinceramente mi lascia un grande amaro in bocca.

In tutti i modi uno dei prossimi colloqui sarà interamente dedicato al nostro futuro bambino, perciò non ci siamo soffermati più di tanto sull’argomento.

Come già sapevo, spesso gli a.s. cercano deliberatamente di provocare la coppia con domande sibilline per giudicare la reazione. Ero pronta a questo, ma devo ammettere che, quando la provocazione è arrivata, non l’ho colta subito, e me ne sono accorta soltanto a casa, quando ho ripensato al colloquio.

Mentre io e Marito parlavamo di noi, l’a.s. ha fatto notare con estrema enfasi che siamo una coppia decisamente giovane, soprattutto io…
“Lei è praticamente una ragazzina!” ha esclamato, un po’ acidamente.

Miiii… Ci risiamo! Che nervoso!!

Ho fatto notare che non sono una ragazzina, ma una donna, e che non è colpa mia se ovunque vado sono la più giovane…
Ho fatto l’esempio dell’ufficio, dove l’età media è sui cinquant’anni e i colleghi che vanno in pensione non vengono rimpiazzati con nuove assunzioni. Non è la mia presenza ad essere anomala, ma il fatto che un’azienda si basi al 99% sul lavoro di dipendenti vicino alla pensione!
Se lavorassi in un altro Paese, un po’ più avanzato del nostro, io sarei, non dico tra i più vecchi, ma sicuramente in una fascia di età considerata “normale”… E probabilmente sarei già stata promossa ad un livello superiore…
Ma siamo in Italia, dove vedo donne di 45-50 anni che parlando di se stesse e delle proprie coetanee come delle “ragazze”… Ovvio che, in confronto a loro, secondo questo ragionamento, io sia praticamente una bimba… Ma questa NON è la normalità!

Inoltre, io non giudico nessuno, né chi vuole avere figli a 20 anni né chi li cerca a 50, però non mi possono dire che desiderare un figlio a 27 anni (dopo una relazione di nove anni, tra cui cinque di convivenza e uno e mezzo di matrimonio) sia “strano”…

Comunque, come dicevo, non ho colto subito la provocazione, perciò non ho potuto rispondere per le rime, anche perché poi siamo passati ad un altro argomento, ma spero che riprenderemo la questione nei prossimi incontri, perché ci tengo molto a far capire che sono una donna (donna, non ragazzina) matura e che credo veramente in quello che io e Marito stiamo facendo.

Spero vivamente che la nostra giovane età (ma giovane di che, poi? Marito ha 34 anni!!) venga vista come un punto a favore e non il contrario. Io lo credo fermamente, non solo perché voglio tirare l’acqua al nostro mulino.

Io credo che esista un’età giusta per ogni passo, un’età che non necessariamente è uguale per tutti.
Ci sono persone che a vent’anni desiderano già una famiglia e dei figli, altre che fino a quaranta preferiscono divertirsi e solo successivamente scelgono di metter su famiglia, altre ancora che vogliono rimanere single per tutta la vita…
La cosa importante è che una coppia decida di avere un bambino – naturale o adottato – solo quando si sente realmente pronta, quando lo desidera davvero e ha la testa per farlo.
Ci sono cinquantenni immaturi a cui io non darei manco un criceto, e ventenni o trentenni affidabili e con la testa sulle spalle…

In tutti i modi, si sa che per crescere un figlio ci vuole tanta energia, e per affrontare un’adozione occorre anche una marcia in più…
Sia al corso che nella vita quotidiana ho conosciuto coppie ben più grandi di noi che, prima di decidere di prendere questa strada, hanno aspettato per anni e anni, facendosi mille paranoie…
Rischio sanitario, rischio giuridico, mi amerà?, cosa diranno gli altri?, magari prima è meglio fare carriera…

Ripeto, io non giudico nessuno, e pure noi prima di partire con l’adozione abbiamo riflettuto a lungo. Però la nostra giovane (che palle ‘sta parola) età ci dona qualcosa che magari coppie più anziane non hanno (chiedo perdono per la parola “anziane”): tanta energia e una sana dose di incoscienza.
Incoscienza non in senso negativo, non intendo dire che ci buttiamo senza riflettere, ma che abbiamo ancora il coraggio di rischiare, di metterci in gioco.

Se avessimo dieci o venti anni di più forse ci saremmo già abituati ad una vita senza figli, l’istinto di sopravvivenza di cui ho già parlato ci avrebbe obbligato a farlo. Ci saremmo concentrati sulla carriera, avremmo occupato il tempo facendo viaggi, approfondendo le nostre passioni… Probabilmente avremmo dieci cani, cinque criceti, un paio di conigli e magari pure un cavallo…
Insomma, avremmo di che pensare. Non dico che il desiderio di un figlio possa svanire così, semplicemente pensando ad altro, dico solo che chi si è abituato ad una vita senza bambini fatica di più a cominciare questo percorso.

Questo è il mio pensiero, giusto o sbagliato che sia, e nei prossimi giorni mi eserciterò per poi ripeterlo alla prima occasione davanti all’a.s. …

A proposito, al termine del colloquio abbiamo preso appuntamento per altri sei incontri, che dovrebbero concludersi a fine giugno. Il prossimo sarà tra tre settimane, perché prima non avevano posto. Alla fine, o ci fisseranno ulteriori incontri (se dovessero riscontrare delle problematiche da approfondire) oppure fisseremo la visita ispettiva a casa, che è l’ultimo passo prima che a.s. e psicologa scrivano la relazione su di noi da mandare al tribunale.

Ci hanno spiegato che nella nostra regione i servizi sociali sono soliti incontrare parecchie volte le coppie, mentre in altre regioni bastano due o tre colloqui. Meno male che me l’hanno detto, io mi ero già preoccupata, da quello che avevo letto sapevo che gli a.s. incontrano così tante volte soltanto coppie che non sembrano tanto affidabili… Se questa è la prassi da noi, non posso che accettarla.

Non so dove ci porterà questo percorso, e neppure se e quando arriveremo al traguardo, ma sono felice di averlo iniziato.
Ogni passo che facciamo, io mi sento più vicina a nostro figlio…
Anche se la felicità sembra ancora molto lontana.

Spero solo di riuscire a resistere fino alla fine.

So che ne vale la pena.

Ma è difficile resistere, soprattutto se non sai se raggiungerai mai il traguardo.

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Bianchetto – colla – timbro (visita con il medico legale)

Circa tre settimane fa io e Marito abbiamo dovuto sostenere la visita con il medico legale dell’AUSL, indispensabile per poter procedere con l’istruttoria per l’adozione.

Sapevamo che, più che una visita, sarebbe stato con un colloquio superficiale e sicuramente poco impegnativo, ma comunque eravamo entrambi agitati.

Purtroppo, a causa della mia lentezza mattutina, siamo arrivati leggermente in ritardo (l’appuntamento era per le otto del mattino in punto, per me che arrivo in ufficio alle nove passate è ancora l’alba!)

Durante il tragicomico viaggio in macchina (abbiamo preso strade di campagna sconosciute per evitare la tangenziale intasata a causa dei lavori stradali) io e Marito ci siamo accordati sulla nostra versione dei fatti.

“Mi raccomando, amore, se ti chiedono se fumi, devi mentire!” dico a Marito.

“Io? Fumare? No no, io non fumo! Che schifo!” mi risponde, aspirando allegramente il fumo di una sigaretta.

“Va beh, non possiamo mentire così…”

“Ok, dirò che ne fumo due o tre al giorno…”

“Non specificare pacchetti, però…”

Quando siamo arrivati alla sede dell’AUSL, prima di essere intervistati dal medico legale abbiamo parlato con una dottoressa, che ci ha fatto compilare un questionario.

Le domande erano quelle che mi aspettavo. Ha sofferto o soffre di malattie cardiache, neurologiche, diabete, ha disturbi psicologici (certo, anche se fosse, lo vengo a dire a te!), ecc. ecc.

Poi la dottoressa ci ha provato la pressione. Mi ha fatto notare che la mia era un po’ altina, per la mia età. L’ha detto con un leggero disappunto.

“Abbiamo corso, visto che eravamo in ritardo…” mi sono giustificata.

Con altrettanto disappunto ha notato che anche la pressione di Marito era alta.

Cioè, questi non ci danno un bambino perché abbiamo la pressione un po’ alta?? Iniziamo bene!

Una volta terminata questa inutile visita, siamo stati scortati nello studio del medico legale che, nonostante il nostro ritardo, si è fatto attendere qualche minuto.

Io e Marito ci siamo seduti e abbiamo pazientemente aspettato. Lo studio era decisamente vuoto e anche un po’ triste.

Accanto alla parete c’era un lettino, probabilmente un reperto della seconda guerra mondiale.

Sulla scrivania c’era una stampante degli anni Venti e un portapenne che conteneva delle biro con la punta rivolta all’insù (?).

In un angolo abbiamo visto un lavandino con a fianco dei cavi elettrici decisamente fuori norma.

E poi… L’armadietto. Ovvero l’oggetto che ha scatenato la nostra ilarità (oh, alle 8 del mattino si ride con poco).

L’armadietto era totalmente vuoto, fatta eccezione per tre oggetti posti ad eguale distanza l’uno dall’altro su una mensola: un bianchetto, un barattolo di colla e un timbro.

Io e Marito abbiamo osservato l’armadietto per alcuni istanti, ed è stato lui il primo ad accorgersi che gli oggetti erano stati messi in ordine ALFABETICO.

Ok, raccontato così non rende, ma vi assicuro che la scena era spassosissima.

Questo dottore mette le cose in ordine alfabetico, e poi siamo noi a dover parlare con lo psicologo?!

Ad un tratto sulla parete davanti a noi ho notato un ottotipo (grazie, Google), ovvero il tabellone con le lettere usate dall’oculista. Mi è venuto il panico. Io sono leggermente miope ma non porto gli occhiali né le lenti, e se il medico mi avesse fatto un esame oculistico?

Ho provato e riprovato, ma non riuscivo assolutamente a leggere l’ultima riga. Allora ho chiesto a Marito di leggermi le lettere, e ho cercato di impararle a memoria. Proprio mentre mi esercitavo, è arrivato il medico legale.

Era un uomo sulla cinquantina, cordiale ed evidentemente desideroso di terminare la visita (la farsa) nel più breve tempo possibile.

Ha letto le nostre risposte al questionario compilato poco prima e ci ha fatto ulteriori domande. Come prevedevo, ha chiesto a Marito se fuma e, se sì, quanto (quando ha detto “solo due o tre al giorno” con aria serissima ho rischiato di scoppiare a ridere), se la sua vista è buona, se beve e se si droga (??), e altre domande inutili che sinceramente non ricordo.

Poi è passato a me, mi ha ripetuto le stesse domande ma, invece di attendere una mia replica, si è dato le risposte da solo.

“Signora, lei ci vede bene? Sì, ci vede bene. Signora, lei fuma? No, non fuma. Signora, lei beve? No, non beve…” e così via.

Io sono rimasta in silenzio, sbalordita, e l’ho lasciato fare.

Poi ci ha consegnato un foglio, firmato e timbrato, dove attesta che siamo idonei per poter adottare.

Prima di salutarci ci ha dato alcune informazioni sull’adozione internazionale. Ci ha detto che alcuni Paesi, come la Russia e altri Paesi dell’Est, richiedono diversi accertamenti medici, anche oncologici per esempio, prima di poter presentare una domanda di adozione. E che, se entro quattro anni non avremo ottenuto l’adozione, dovremo ripetere la visita con lui (beh, se entro quattro – QUATTRO – anni non ho un figlio……..).

Visita conclusa. Inutile quanto essenziale per procedere. Stupida burocrazia italiana.

Lunedì prossimo, 8 aprile, avremo il primo colloquio con l’assistente sociale e la psicologa. E lì sì che ci sarà da divertirsi.

Meglio che non dica loro che mia madre passa le giornate a chattare su Facebook con dei trentenni, voi che dite?