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TE PIACERE BAMBINI? (Racconto di un pick up tragicomico)

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La mia cameretta d’ospedale

Rieccomi.

Voi vorreste sapere com’è andato il pick up di ieri, vero? Lo saprete, lo saprete… Ma, prima, dovrete sopportare tutto il mio dettagliato resoconto.
Voglio rendervi partecipi della mia tragicomica esperienza. E non barate, non vale andare a leggere in fondo al post! Voglio creare un po’ di suspence!

Dunque. Per prepararmi al pick up la dottoressa mi ha prescritto tutta una serie di terapie da effettuare ad orari precisi nei tre giorni precedenti: lavande vaginali, ovuli vaginali e pastiglie di carbone attivo. Ho speso 60 euro in farmacia per prendere tutta ‘sta roba. Mi sono detta che, in qualunque modo fosse andato il prelievo ovocitario, sarei stata la donna dalle parti intime più pulite e profumate del mondo. Nonché dall’intestino più libero.

Tralasciamo questa parte e arriviamo al giorno del giudizio.

Marito aveva già programmato la giornata minuto per minuto da settimane. Lui è peggio di me. Se non pianifica tutto nei minimi dettagli va in paranoia. Oh, Dio li fa poi li accoppia.

Giovedì sera siamo andati a letto alle dieci di sera. Mai successo. Di solito alle dieci siamo ancora a tavola. Naturalmente, per l’agitazione, ho faticato a dormire. Quando finalmente sono riuscita ad addormentarmi, ho sognato (in maniera così nitida che sembrava reale) il momento del pick up. Ho sognato la ginecologa che mi annunciava che non avevo neppure un ovocita. E io mi incazzavo di brutto.

Venerdì 7 marzo. Sveglia ore 4.30. Eh sì, avete capito bene. Naturalmente avevo già preparato la borsa per il ricovero la sera prima. Ero convinta di aver preso su tutto: camicia da notte, assorbente (dopo il pick up perdo sempre un po’ di sangue), le nostre cartelle mediche da più o meno cinque chili di peso, tessera sanitaria, cellulare per scattare qualche foto (sono peggio dei giapponesi in vacanza), libro da leggere per ingannare l’attesa.

Siamo partiti alle 5.30 e arrivati all’ospedale a Milano alle 6.30. Non so che a velocità sia andato Marito e preferisco non scoprirlo. Il ricovero era previsto per le 7. E pensare che Marito aveva il terrore di arrivare in ritardo…
Il reparto day hospital di Ginecologia era vuoto, fatta eccezione per altre due donne, accompagnate dai rispettivi mariti. Ci siamo salutate e scambiate un sorriso, ho capito subito che erano lì anche loro per il pick up.
Il mio terrore era quello di ritrovarmi in stanza con altre donne, magari incinta… Non penso che avrei potuto sopportarlo. E invece… Sorpresa. Quando l’infermiera è arrivata per accompagnarci nelle nostre camere, ho scoperto di avere una stanza tutta per me. Con bagno privato. Che figata.

L’infermiera mi ha detto di cambiarmi, in attesa di andare in sala operatoria. Mi sono messa la camicia da notte, ed è stato allora che mi sono accorta di non aver portato con me le ciabatte. Poco male, mi sono detta. Tanto, mica devo camminare. Ero certa che ci avrebbero portato in sala operatoria in barella. Eh, no. Troppa grazia.

Dopo una mezz’oretta l’infermiera è tornata per dirmi che, insieme alle altre ragazze, dovevo scendere al piano di sotto per andare in sala operatoria. Panico.
Ho fatto presente di essermi dimenticata le ciabatte. Ho chiesto – anzi, implorato – un paio di ciabatte, anche usa e getta. L’infermiera ne era sprovvista. Ho persino chiesto a Marito di togliersi le calze e darle a me. Si è rifiutato.
“Beh, dai, vorrà dire che ti metterai le scarpe per scendere…” mi ha detto l’infermiera. Poi ha guardato alle mie spalle, dove avevo gettato tutti i miei abiti, e ha esclamato: “Ah, hai gli stivali. E va beh, dai, mettiti quelli…” Sono sicura che stesse per scoppiare a ridere. Sì sì.

Ho cominciato a sudare freddo. Camicia da notte e stivali?! No, dai, non potevo fare una figura di merda del genere.
Non io, la veterana dei pick up…! Il tempo stringeva, e dovevo decidermi. Non avevo altra scelta. Camicia da notte e stivali. Oh yeah, baby.
Ero anche piuttosto sexy. Ho raggiunto le altre due donne in corridoio. Prima che potessero dire qualsiasi cosa, ho spiegato perché fossi vestita in quel modo. Si sa, le donne ormonate possono essere abbastanza perfide.

Fortunatamente, durante il tragitto per la sala operatoria, non abbiamo incontrato altri esseri viventi. Fiuuuu.

Io e le altre due ragazze ci siamo accomodate in una specie di sala d’attesa. L’infermiera mi ha messo l’ago per l’anestesia. Come sempre, ha faticato a trovare una vena decente da bucare. E io, come sempre, ho urlato dal dolore. Non so che farci, ho la fobia degli aghi. E pensare che sono anche donatrice di sangue. Poi l’infermiera se n’è andata, annunciandoci che ci avrebbe chiamate una alla volta per il pick up. Io dovevo essere l’ultima.

Ho cercato di fare conoscenza con le altre due donne. Nel frattempo Marito è andato, insieme agli altri uomini, ad effettuare la – ehm – donazione.

Ho conosciuto S., una donna di quarant’anni che ha già un figlio di venti dal primo matrimonio. Ora vorrebbe un figlio con il suo nuovo marito, ma dato che non riesce a rimanere incinta (non ho chiesto perchè, forse a causa dell’età), ha deciso di provare con la PMA. E’ al suo primo tentativo.
L’altra donna, di cui ignoro il nome, è una ragazza trentenne originaria dello Sri Lanka. Anche lei al suo primo tentativo. Dato che a me piace fare la maestrina, ho fatto presente che questo, invece, è per me il terzo pick up (manco fosse un vanto, mamma mia…) e, visto che entrambe erano molto spaventate, ho cercato di rassicurarle come meglio potevo.
A questo punto ero ancora abbastanza tranquilla. Abbiamo scherzato un po’ su tutte le lavande che ci siamo dovute fare in questi giorni.

S. era la prima, e una volta che è stata chiamata siamo rimaste da sole io e la ragazza dello Sri Lanka.
Non parlava benissimo l’italiano, mi ha detto di essersi trasferita in Italia da un paio d’anni. Ha raggiunto il marito che, invece, lavora qui da più tempo.
Non sapeva praticamente nulla di quello che stava per accadere.
“Oggi mi prendono uova, vero?” mi ha chiesto. “E poi, quando mettono embrioni?”
Ho cercato di spiegarle un po’ come funziona il tutto. Cavolo, ma possibile che non si fosse fatta spiegare bene cosa le avrebbero fatto? Lei si è accorta del mio stupore, e si è giustificata dicendo che era suo marito a sapere tutto, perché capisce bene l’italiano.

Aveva molta paura, e ho cercato di tranqillizzarla.

Ad un certo punto mi ha detto che quella mattina non era riuscita ad andare in bagno.
Si è toccata la pancia e ha esclamato: “Sai… Cacca!”
Non so come ho fatto a non ridere. Anche se, a dire il vero, l’argomento non mi fa tanto ridere. Io avevo il terrore di arrivare al pick up senza esserer riuscita a… Liberarmi prima.
Sapete, sveglia alle 4.30, niente colazione… E’ un po’ difficile riuscire ad andare in bagno!
Per fortuna, grazie alla privacy del mio bagno privato, ci ero riuscita. Ma non ho condiviso il mio successo con la ragazza dello Sri Lanka.

Dopo una pausa di silenzio, la ragazza mi guarda con aria sognante e fa: “Ma a te piacere bambini?”

Ho sgranato gli occhi. Ma, sai… Non è che mi piacciano poi tanto… Se arriva, un figlio, lo tengo… Ma mica lo sto cercando!

Secondo Marito avrei dovuto rispondere così.
Invece, ho allargato le braccia e esclamato: “Eh beh… Direi!” La ragazza si è messa a ridere.

Quando anche la ragazza dello Sri Lanka è stata chiamata in sla operatoria, io sono rimasta da sola nella sala d’attesa. Non sapevo cosa fare. Mi sono stesa su una barella, poi mi sono rialzata e sono andata un paio di volte in bagno per liberarmi dalla pipì nervosa.
Mi ero atteggiata tanto da veterana, da saggia, da esperta… E tremavo dalla paura!
Poi, finalmente, è arrivato il mio turno. Sono entrata in sala operatoria (non avevo più gli stivali ai piedi, ma i calzari medici, e una sexissima cuffia sulla testa.).
Sono rimasta a bocca aperta. Mi sembrava di essere protagonista di un episodio di Grey’s Anatomy. Vi giuro, davanti agli occhi avevo la sala operatoria più bella che abbia mai visto. C’erano un sacco di medici che si muovevano da tutte le parti…

Mi sono sdraiata, come al solito, a gambe aperte, e la dottoressa mi ha infilato lo speculum.
Primo problema. Ero rigida come un tronco. Più cercavo di rilassarmi, più peggioravo la situazione. M sentivo sempre più in ansia.
Ho pregato l’infermiera di darmi la mano. Gliel’ho stritolata.
La dottoressa mi ha fatto una lavanda (ancora?!). Io mi sono messa a piangere dall’agitazione. L’infermiera mi ha dovuto asciugare le lacrime. Sono stati tutti carinissimi ma immagino che, una volta che mi sono addormentata, abbiano fatto la ola tutti, dottori, anestestesista, biologa, infermiere.
Infine, finalmente, l’anestesista mi ha addormentata. E’ una sensazione piacevole, che ormai conosco bene. Prima di addormentarmi, ricordo di aver detto che non riuscivo a respirare bene. Mi hanno risposto che è normale. La vista si è annebbiata e poi… Il nulla.

Quando mi sono risvegliata, naturalmente la prima cosa che ho chiesto è stata: “Quanti?”
Mi hanno risposto che avevano recuperato tre ovociti, tutti e tre maturi e fecondabili. Io non ero molto in me, perciò ho ripetuto la domanda tre volte.
E poi… Mi sono riposata un po’ nella mia stanza, con una bella borsa di ghiaccio sulla pancia. Niente dolori, questa volta, per fortuna.
Io e Marito abbiamo parlato con la biologa, che ci ha spiegto che gli ovociti andavano bene e hanno provato a fecondarli tutti e tre. Il transfer è programmato per lunedì. Nel caso in cui ci siano dei problemi (ovvero, nel caso in cui non ci sia neppure un embrione da trasferire) ci hanno detto che ci avrebbero contattato oggi o domani.

Oggi ho cercato di distrarmi facendo le pulizie di casa. Ma avevo sempre il cellulare con me. Non ho ricevuto nessuna chiamata. Buon segno.
Se anche domani tutto tace, lunedì finalmente i miei bimbi, o bimbo, entreranno nel loro nido.

Dio, ti prego, fa che il telefono non squilli.
Marito dice di spegnerlo.
Non mi sembra una grande soluzione.

P.S. Oggi è l’otto marzo. Nonostante tutto, non me ne sono dimenticata.

Auguri a tutte le donne. A quelle che si vestono con tailleur e tacco a spillo e a quelle che indossano jeans e maglietta. A quelle che si sentono belle e a quelle che odiano la propria immagine allo specchio. A quelle hanno tanti bambini, e  a quelle che ad un figlio non ci pensano neanche lontanamente. A quelle che cercano un figlio disperatamente, a quelle che decidono di abortire. A quelle che fanno sesso, a quelle che fanno l’amore. A quelle che sognano il matrimonio, a quelle che preferiscono rimanere single. Auguri di un futuro migliore, un futuro in cui non saremo più divise tra “sante” e “puttane”, in cui potremo vestirci, amare e vivere come desideriamo. Senza essere giudicate, additate, emarginate. Auguri a tutte noi!
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Lo sapevo, non dovevo guardare su Google!

Tutto sembrava procedere per il meglio.

Tredici ovociti. Che bellezza! Oggi la biologa mi ha chiamato per dirmi che si sono formati sei embrioni buoni. Abbiamo programmato il transfer per lunedì, quando gli embrioni saranno arrivati allo stadio di blastocisti. Benissimo, no?

Sì, ma… C’è sempre un “ma”. Mercoledì, tornata a casa dopo il pick up, ho cominciato ad avvertire un leggero dolore alla pancia che è durato per tutto il giorno, per poi peggiorare giovedì. Mi sono detta che sicuramente era normale, visto che mi avevano inserito un ago nelle ovaie e rovistato dentro per bene… Ieri il dolore ha cominciato a peggiorare. Sentivo dei crampi insopportabili alla pancia, mi sembrava di essere gonfissima e a volte faticavo a respirare. Oggi è ancora peggio. Non riesco neppure a muovermi. Sto sempre seduta oppure sdraiata sul letto o sul divano, e non appena mi alzo o mi muovo di un centimetro sento mille dolori. Sono talmente gonfia che mi sembra di essere già incinta…

Marito mi ha dato della scema per non aver avvertito subito la ginecologa. Ma io credevo che fossero dolori normali e passeggeri… Stamattina, quando la biologa mi ha chiamato per darmi la bella notizia, le ho parlato di quello che mi sta succedendo, e lei mi ha detto, con mia grande sorpresa, che sono andata in iperstimolazione. Io credevo che questo potesse accadere soltanto durante l’assunzione di Gonal, e invece può succedere anche dopo il pick up. Mi ha consigliato di bere molto, soprattutto Gatorade, e assumere tante proteine.

L’iperstimolazione è un effetto collaterale abbastanza raro, che però diventa più comune nelle donne giovani come me che subiscono una terapia ormonale. Proprio quando le cose stavano andando così bene, mi deve capitare un guaio del genere!

Ho cercato di resistere tutto il giorno alla tentazione di cercare sintomi, cure e informazioni sull’iperstimolazione su internet. La rete è molto utile, ma a volte affidarsi troppo alle notizie che si trovano sui siti rischia di mandarti nel panico. Dieci minuti fa ho ceduto, e ho cercato “iperstimolazione” su Google.

Ora sono convinta di essere prossima alla morte.

Da Cerco un Bimbo:

L’assunzione di gonadotropine, in particolare di FSH, può causare lo sviluppo un numero eccessivo di follicoli che portano le ovaie a ingrossarsi troppo, scatenando – con un meccanismo ancora non del tutto chiaro – una serie di problemi a catena: se l’iperstimolazione peggiora, all’ingrossamento delle ovaie (che possono raggiungere anche i 15-20 cm di diametro nei casi molto gravi!) segue una ascite, cioè un accumulo di liquido nell’addome, a volte accompagnata da versamenti nei polmoni e nel cuore; il sangue si addensa e lo squilibrio elettrolitico si altera, arrivando a causare complicazioni respiratorie, cardiache, epatiche e renali che, se non trattate adeguatamente in ospedale, possono portare anche alla morte.

Il problema è che la ginecologa non ha neppure voluto vedermi per farmi un’ecografia, perciò non si può sapere quanto sia grave la situazione. Sui forum ho letto di donne che non riuscivano neppure a respirare e sono state ricoverate; io non sono ancora a questo punto, ma ogni ora che passa mi sento sempre peggio.

Ho paura di stare male, ho paura di non riuscire a fare il transfer e, conoscendomi, testarda come sono, lunedì fingerò di stare bene per farmi comunque trasferire gli embrioni, e se la gravidanza non dovesse iniziare o dovesse complicarsi a causa dell’iperstimolazione…?

Ma porca miseria, possibile che non ne vada bene una?

Sto bevendo talmente tanto che non faccio altro che fare pipì (e ogni volta che vado in bagno i dolori aumentano), e stasera e domani mi mangerò una bella fetta di carne (e pensare che volevo tornare ad essere vegetariana… sigh), sperando che la situazione migliori…

Se domattina sto ancora così, o se dovessi peggiorare, andrò al pronto soccorso per farmi fare un’ecografia. Vorrei evitare che mi scoppiassero le ovaie da un momento all’altro.

Sempre che non muoia nel sonno… O__O

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Il pick up 2 – Chi l’ha detto che il numero 13 porta male?

Premetto che quella che sta scrivendo non è Eva, la vostra blogger prediletta (?), ma il suo fantasma. Dopo tutte le emozioni di oggi, una notte piena di incubi, un’anestesia generale e un pisolino pomeridiano di tre ore circa, e il bicchierone di prosecco che mi sto scolando in questo momento dopo due settimane passate a ubriacarmi di ormoni e succhi di frutta… Direi che sono più di là che di qua. Ma, nonostante questo, avevo voglia di raccontarvi quello che è successo oggi. Un altro piccolo ma importante passo è stato fatto. Un piccolo passo per Eva, un grande passo per la PMA.

Sveglia ore 6.15 dopo una notte passata a sognare ovociti e spermatozoi che si rincorrevano in una provetta (e non ho neanche mangiato pesante ieri, eh). A differenza dell’altra volta, non mi sono lasciata prendere dal panico e non ho litigato di proposito con Marito per sfogare la mia ansia, come spesso faccio (poveretto). L’ho persino lasciato dormire a letto senza cacciarlo sul divano, pensate un po’ quanto sono buona.

Arrivata in clinica alle 8, mi hanno fatto sistemare nella mia camera e ho fatto la conoscenza dell’anestesista, un altro medico rispetto alla scorsa volta, un uomo sui sessant’anni simpatico e che mi ha fatto ridere facendo qualche battuta. Mi sentivo tranquilla, dentro di me continuavo a ripetermi “Dai, Eva, dai che ce la fai, questa volta non urlare e non farti compatire, in fondo ti devono fare solo un paio di punture!”
Ah, i buoni propositi… Nella nostra mente suonano sempre molto bene, vero? Peccato che poi, davanti alla realtà, le cose siano ben diverse…! Non appena il medico mi ha preso il braccio per inserirmi l’ago, ho cominciato a dare di matto… Purtroppo le mie vene non sono molto visibili (infatti anche quando vado a donare il sangue è una tragedia), perciò me l’ha dovuto inserire nel polso, dove fa un male atroce (ok, atroce forse è esagerato, però fa abbastanza male!). Ho stretto talmente tanto la mano di Marito che, quasi quasi, ha urlato più lui di me dal dolore.

Poi è stata la volta della puntura di antibiotico sul sedere… L’infermiera, la stessa dell’altra volta, per fortuna è abbastanza comprensiva e paziente, perciò non si è lamentata davanti ai miei capricci… E non ha fiatato mentre sfoggiavo il mio repertorio di parolacce. Oh, non so che farci, le punture mi fanno paura (tranne quelle sulla pancia, sarà perché ormai mi sono abituata?).

Verso le dieci mi hanno fatta entrare in sala operatoria, ma prima mi hanno fatto indossare la cuffia e i copri piedi in plastica… I medici si sono dovuti sorbire le mie solite battutine sul favoloso e sexy outfit.
E poi, via!, a gambe all’aria sul lettino… Ormai non mi vergogno più di nulla, devo ammettere. Ho raccontato al medico che la prima volta avevo cercato di resistere all’anestesia… Lui si è messo a ridere… Poi mi ha iniettato il solito liquido color latte e… Stavolta non ho avuto neppure bisogno di contare fino a dieci, mi sono addormentata subito come una bimba.

Da quello che mi hanno detto il pick up è durato circa una ventina di minuti. Mi sono svegliata sentendo qualcuno (un medico? L’infermiera? O Marito? Non lo so!) che continuava a ripetere il numero “tredici”… Io non capivo se stavo ancora sognando o se ero tornata alla realtà…
“Tredici? Tredici che?”
“Tredici ovociti!”
Ho sorriso come un ebete… Dopo pochi minuti, rientrata in camera, mi sono girata verso la persona al mio fianco (di nuovo, non ricordo chi fosse) e ho chiesto:
“Allora? Quanti?”
“Tredici… Tredici ovociti!”
Di nuovo lo stesso sorriso idiota…
Passa ancora qualche minuto (ma potevano anche essere secondi, chi lo sa) e comincio a capire di essere tornata alla realtà… Al che mi giro e chiedo a Marito (questa volta sono sicura che fosse lui!): “Ma… Allora… Quanti??” (dentro di me qualcosa mi diceva che lo sapevo già, ma non ne ero totalmente convinta!)
“Tredici! Te l’abbiamo detto già mille volte!”
“Ma davvero??”
“Sì, sì… Tredici!”
Sorriso ebete…
“Ma è meraviglioso!!”

Quando mi sono ripresa del tutto (sì, insomma, quando ho ricordato chi ero, cosa ci facevo lì ed ero riuscita a memorizzare il fantastico numero tredici), la biologa è venuta a parlarci. Sembrava molto soddisfatta della situazione, dato che la prima volta avevo prodotto solo tre miseri ovociti. Purtroppo gli spermini di Marito sono calati ancora… Erano solo centomila questa volta (ammazza che miseria, e gli altri che fine han fatto, il padron Pene li ha messi in cassa integrazione??), ma la dottoressa spera di riuscire a trovarne tredici abbastanza vitali e mobili per riuscire a fecondare i miei ovetti. Certo che ci deve riuscire, altrimenti le stacco la testa a morsi.

Visto che questa volta la situazione è decisamente migliore, probabilmente riusciremo a ottenere diversi embrioni e potremo anche, forse, congelarne qualcuno per un eventuale futuro tentativo. La percentuale di fecondazione non è mai del 100%, ma del 60% o 80% (dipende dalla qualità della materia prima), perciò prevedo che avremo dai 7 ai 10 embrioni… Un’enormità! Se la situazione dovesse essere questa, la biologa ha detto che faremo il transfer non il terzo giorno (come l’altra volta), ma il quinto, quando gli embrioni raggiungo lo stadio di blastocisti. La dottoressa mi ha spiegato che solo gli embrioni migliori e più forti resistono in provetta fino al quinto giorno, per questo la prima volta me li hanno trasferiti subito al terzo giorno. Visto che ne erano stati prodotti solo due, se avessero aspettato il quinto giorno c’era il rischio che non ci fosse nulla da trasferire… Invece ora, con tutta questa abbondanza, potremmo persino permetterci di aspettare! Mentre la biologa ci spiegava tutto quanto, nella mia testa sentivo la musichetta di “Eye of the Tiger” e mi immaginavo degli embrioni in stile Rocky che combattono uno contro l’altro per decidere chi è il più forte… (effetto dell’anestesia…).

Per fortuna questa volta non ho patito un gran mal di pancia, anche perché subito dopo il pick up mi sono drogata con il Moment che mi ero portata (volevo evitare l’ennesima puntura per farmi somministare l’antidolorifico). Poi mi è venuta una gran fame, verso le undici Marito mi ha portato un bel cappuccino e un cornetto al cioccolato (slurp) e quando mi hanno dimessa, verso le 13, siamo andati a festeggiare i nostri ovetti con una bella pizza.
Una volta tornata a casa mi sono buttata sul letto pensando “vediamo se riesco a dormire un po’…”
Mi sono risvegliata tre ore dopo soltanto perché uno dei miei cagnoloni mi ha leccato la faccia…

Sono a casa dal lavoro almeno fino al 12 novembre. Non so come farò a sopportare l’attesa… Venerdì devo chiamare la biologa per sapere quanti embrioni sono riusciti ad ottenere (e, di conseguenza, quando faremo il transfer)… E già questa mi sembra un’attesa infinita! Dovrò attrezzarmi con tanti libri e buoni film per sopportare le due settimane post transfer!

E anche voi, ovviamente… Preparatevi a sopportarmi! 😉

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Il mio posto nel mondo

Sono pronta. Domani è il giorno del pick up.

Almeno, la ginecologa dice che sono pronta. Non vedevo l’ora che questo giorno arrivasse, e ora ho paura. Ma non posso tirarmi indietro. Non voglio, soprattutto.

Io faccio sempre così. Mi mostro calma e serena, quasi fredda, apatica. Scherzo, rido, interpreto la parte di quella forte, della guerriera che può affrontare tutto, che non ha paura di niente. Solo quando poi mi trovo realmente davanti alla prova che devo superare comincio a capire davvero cosa sta accadendo.

Ma non è di questo che voglio parlare, ora. Domani avrò tutto il tempo per sfogarmi e raccontarvi di come mi sono fatta nuovamente compatire urlando davanti ai medici…

Ora vorrei condividere con voi un post che ho scritto qualche giorno fa e che finora non avevo trovato il tempo di pubblicare.

 

La domanda che mi sento porre più spesso dalle poche persone a cui ho parlato dei nostri tentativi di PMA è: “Come mai hai tanta fretta di avere un figlio?”
Non mi chiedono perché io desideri un bambino, che sarebbe una domanda più che lecita. No. Mi domandano perché lo voglia ora. E questo mi fa girare le ovaie a mille.

Dall’atteggiamento di queste persone ho capito una cosa importante. La maggior parte della gente ritiene che avere un figlio sia un fatto naturale, istintivo, non un desiderio d’amore, ma un compito che si deve alla società, a cui assolvere dopo aver, possibilmente, goduto appieno della propria vita. Ovvero, dopo essersi divertiti alla grande, aver viaggiato tanto, fatto esperienze nuove e magari aver intrapreso una carriera lavorativa. Infatti mi sono anche sentita chiedere, da un’amica che sa che a novembre i miei genitori andranno alle Mauritius, perché non abbia deciso di rimandare la PMA e approfittarne per andare via con loro… Come se una vacanza fosse più importante di un figlio! Come se avere un bambino non potesse essere un desiderio, ma soltanto un obbligo a cui ci tocca adempiere perché costretti dall’istinto o dalla società. Come se un figlio non fosse la vita, ma una scocciatura, come se una vacanza, o la carriera, o il divertimento fossero i veri piaceri dell’esistenza umana.

Magari per qualcuno è così. Se sta bene a loro, sta bene anche a me. Ma per me è diverso.

Perché voglio tanto un figlio?

Nella mia vita mi sono sempre sentita fuori posto. Prima di tutto nella mia squilibrata famiglia. Ed è a causa dell’anaffettività dei miei genitori che mi sono sempre sentita molto sola, diffidente, spesso incapace di stringere legami. Ho dovuto leggere numerose ricerche mediche e subire anni di psicanalisi prima di capirlo… Ma ora, finalmente, ce l’ho fatta. Ho capito che tutti i miei fallimenti sono stati in gran parte causati da quello che ho passato nella prima, delicatissima fase della vita. La psicologa dice che, con un vissuto come il mio, avrei potuto facilmente imboccare la strada sbagliata, diventare a mia volta una persona squilibrata, addirittura finire nel tunnel della droga o diventare aggressiva. La rabbia c’è, non lo nego, ma il desiderio di trasformala in amore, anziché essere risucchiata dall’ira, è più grande.

Non mi sento mai al posto giusto. Mi sento sempre diversa. A volte migliore, ma spesso peggiore degli altri. Ho perennemente paura di sbagliare, di essere fraintesa, di non essere amata. Faccio di tutto per essere accettata dagli altri, per avere una briciola di affetto. Ma questo non mi aiuta ad ottenere amore, ma mi mostra come una persona insicura e anche un po’ pirla.

Sono sempre stata esclusa, incompresa, non amata. Prima di tutto dai miei genitori, che mi hanno sempre detto che sono un’ingrata e un fallimento, dalle coetanee che da ragazzina mi escludevano perché dicevano che ero strana, e dalle attuali amicizie che si ricordano di me soltanto per Natale e il giorno del mio compleanno.

Le difficoltà sul lavoro, i litigi con i miei genitori, il matrimonio, la PMA, sono tutte grandi prove che ho dovuto affrontare da sola. Certo, ho Marito al mio fianco, ma a volte sarebbe bello avere una mamma da cui farsi coccolare o un’amica pronta a correre da te quando stai male.

Sarebbe bello. Ma, a dire il vero, forse in fondo al cuore non è che mi importi più di tanto.

A volte penso che l’unico modo per sentirmi finalmente al mio posto sia diventare madre.

Questa affermazione, detta da una femminista come me, può sembrare alquanto paradossale. Ma è proprio così che mi sento.

Non è che la mia vita sia totalmente vuota, eh. Ho un buon lavoro, ho la passione per la scrittura, ho il volontariato. E anche l’amore non mi manca. So che Marito mi ama e sono certa che staremo insieme per sempre, e ho i miei cani che mi donano ogni giorno un affetto puro e disinteressato. E gli amici… Le rare volte in cui sono, sanno darmi affetto anche loro. Non è un affetto sui cui io possa contare, ma è meglio di niente.

Non ho nessuna intenzione di avere un figlio per riversare su di lui tutta la mia frustrazione, i miei sogni non realizzati, per avere una rivincita attraverso di lui, o per assicurarmi un “bastone” per la vecchiaia… No, ve lo assicuro. Non importa se mio figlio sarà un genio oppure un asino, o semplicemente mediocre, non importa se sarà bello o brutto, non importa neppure se mi vorrà bene o se mi vedrà come una rompiballe. E non mi interessa neanche se a vent’anni dovesse decidere di lasciare l’Italia per trasferirsi dall’altra parte del mondo.

Dal momento in cui darò alla luce mio figlio, io non mi sentirò più sola. Non sarò più sola. Troverò finalmente quel legame che ho sempre desiderato. Un legame indissolubile, qualsiasi cosa accada. Io ho bisogno di quel legame. Ho bisogno di sapere che in questo mondo c’è qualcuno legato a me, per sempre.
E solo un figlio ti può dare quella certezza. Non mi sentirò più inutile, un fallimento. Avrò una piccola creatura da crescere. Una creatura che avrà bisogno di me. Una creatura da cui non dovrò elemosinare amore, ma che mi amerà a prescindere, perché io gli darò la vita.

Forse penserete che io sia un’egoista, che abbia troppe aspettative verso la maternità… Ma non credo che sia così. Prendete me. Nonostante tutto quello che mia madre mi ha fatto – e vi assicuro che su questo blog ho raccontato solo le parti divertenti – io continuo a tenderle la mano, aspettando – invano – che l’afferri. Continuo a farmi del male, volontariamente, perché una madre e un figlio sono per sempre legati, qualsiasi cosa accada.

Mio figlio avrà da me tutto quello di cui un bambino ha bisogno: amore e protezione. E non importa se non riuscirà a restituirmi lo stesso affetto. Semplicemente donargli il mio amore mi farà sentire bene. Perché finalmente saprò di non stare sprecando le mie energie e il mio cuore per qualcuno che non li merita, per qualcuno che non sa cosa farsene.

Amare è tutto quello che desidero fare. Voglio fare qualcosa di buono. Amare e sapere che il mio amore non è vano.

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Il pick up

Non so da dove iniziare a farvi il resoconto di questa tragicomica giornata, perciò suppongo che, per non sbagliare, comincerò dall’inizio.

Io e Marito siamo arrivati alla clinica alle ore 7.30 in punto. Avevo lo stomaco in subbuglio e i battiti a mille. Le mie ovaie, ormai gonfissime, non vedevano l’ora di essere svuotate.
Per la prima volta abbiamo attraversato la fatidica entrata del reparto PMA, sigla di cui Marito ignorava il significato (forse pensava che volesse dire “piccola media azienda”) finché io non l’ho illuminato, dandogli del caprone ignorante (con la scusa degli ormoni posso insultarlo quanto voglio! Poveretto, lo so).

Ci ha accolti un’infermiera simpatica e gentile e abbiamo fatto la conoscenza dell’anestesista, un dottore ultracinquantenne e piuttosto sordo che mi ha elencato tutti i rischi dell’anestesia, gettandomi nel panico più totale.
Mi hanno fatto accomodare in una stanza dotata di tre letti, dove inizialmente ero da sola. Per ingannare l’attesa e cercare di calmarmi, Marito si è messo a canticchiare una versione rivisitata della famosa “Fever”…

♪ ♫

Fivet in the morning
Fivet all through the night…

♪ ♫

Benissimo. Anche Marito ormai sta impazzendo.

Quando l’infermiera è entrata per farmi la puntura pre-anestesia, io ho cominciato ad agitarmi. Oh, ormai dovrei essere abituata alle iniezioni, non so cosa mi sia preso, ma mi sono messa a gridare, e ho addirittura pianto quando l’anestesista mi ha inserito il catetere nella vena sul polso…

Entrambi non potevano credere ai loro occhi. Hanno detto di non aver mai incontrato una paziente tanto fifona. Beh, almeno li ho fatti ridere un po’…

Mentre mi portavano nella sala operatoria stavo letteralmente tremando. La dottoressa che doveva eseguire l’operazione, che fortunatamente consocevo già perché è la stessa che ci ha seguiti durante tutto il percorso, si è accorta della mia paura e ha cercato dolcemente di tranquillizzarmi.
Finché ero cosciente non ho fatto altro che fare mille domande, come al solito… “E quello strumento a cosa serve?” “Ma cosa mi inserite?” “Ma quanto dura il tutto?”
Ma la mia preoccupazione maggiore era questa… “Mi raccomando, accertatevi che stia dormendo prima di iniziare!”

Quando il dottore mi ha iniettato l’anestesia in vena, io, non so perché, ho fatto di tutto per cercare di restare sveglia. Continuavo a muovere le gambe e a parlare, dicevo, con tono di sfida: “Vedete? Non funziona! Sono sveglissima! Mi muovo!”
La dottoressa ha sorriso un po’ ironicamente e ha detto: “Perché non conti fino a dieci?”
E io, come una furia: “Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette…”
Mi sono fermata… La stanza cominciava a girare… Mi sentivo euforica, come se mi avessero drogata… Una sensazione stranissima, ma non brutta, anzi…
“Sono un po’ stanca, in effetti…” ho detto, sorridendo come un’ebete.

Non ricordo neppure se sono riuscita a contare fino a dieci.

Suppongo che i medici abbiano tirato un sospiro di sollievo quando finalmente sono stata zitta (Marito ha chiesto se può avere un po’ di anestetico da portare a casa…).

Mi sono risvegliata nella mia camera. Ovviamente la mia prima domanda è stata: “Quanti??”
Purtroppo la biologa mi ha detto che dei miei sei follicoli la metà erano vuoti, e sono riusciti a recuperare soltanto tre ovociti, e tutti sono stati usati per tentare una fecondazione. Naturalmente questo abbassa di molto le probabilità di successo.

Nel frattempo in camera era arrivata un’altra ragazza, A., con cui ho fatto conoscenza. Lei è al suo secondo tentativo di FIVET. Il primo è andato male perché gli embrioni che le hanno trasferito non hanno attecchito. Oggi doveva fare il transfer. Era molto placida e serena, ho invidiato la sua tranquillità e la sua speranza.

Sono rimasta in osservazione per diverse ore. Dopo il pick up mi è venuto un gran mal di pancia, simile ai dolori mestruali, e dato che non passava ho chiesto un antidolorifico… Che purtroppo mi è stato somministrato tramite l’ennesima puntura. Un bruciore atroce. Se l’avessi saputo, mi sarei tenuta il mal di pancia.

Una volta tornata a casa ho trascorso il pomeriggio a vegetare sul divano, stanca morta, chiedendomi se i miei ovetti e gli spermini di Marito stanno facendo amicizia oppure no…

La biologa ha detto che potrò chiamare mercoledì per sapere se la fecondazione è avvenuta correttamente e, se tutto va per il verso giusto, giovedì mattina andrò per il transfer.

Giovedì. Sembra lontano anni luce.

Oggi, mentre piangevo come una bimba davanti a tutti quegli aghi, mi sono chiesta per l’ennesima volta: “Ma avrei il coraggio di rifare tutto questo?”

Forse sì. Ne vale la pena, per realizzare il nostro sogno. E poi, tra un tentativo e l’altro deve passare qualche mese, e in quel periodo avrei il tempo di recuperare le energie mentali e fisiche per riprovare… Ecco, sto già ragionando come se sapessi che questa volta non andrà bene…

Tre ovetti. Tre spermini che si muovono a malapena.

L’amore ridotto ad un mero esperimento scientifico.

Pubblicato in: La mia storia

Ho paura.

Non ne posso più.

Dicevo che non vedevo l’ora di iniziare a prendere gli ormoni, di sentire le ovaie gonfiarsi, di farmi bucare tutta la ciccia… Ed era vero, ma ora… Non ne posso proprio più.

Ieri ho fatto la quattordicesima iniezione di Gonal. L’ultima, per fortuna. Stasera farò la puntura di Gonasi per portare i miei follicoli alla maturazione finale. Ci sono sei follicoli, ‘na tristezza, durante la prima eco mi erano sembrati molti di più, ma ieri la ginecologa ha confermato che sono sei.
Domani, fortunatamente, non dovrò prendere alcun farmaco.

Lunedì mattina alle ore 7.30 farò il pick up, detto anche prelievo ovocitario. Data la mia lentezza nel prepararmi al mattino, e dato che per arrivare al centro PMA bisogna percorrere la trafficatissima via Emilia, suppongo che mi dovrò alzare alle 5. Poco male, tanto la notte prima non chiuderò occhio.
La dottoressa mi ha detto che dovrò essere a digiuno di solidi e liquidi da mezzanotte (Marito ha allegramente proposto di fare una cena a base di pepata di cozze la sera prima, ah ah che umorismo!), struccata, senza smalto (ho dovuto cercare su Google per capirne il motivo) e portare con me un pigiama o camicia da notte da notte e delle ciabatte (e un bel libro no, da leggere mentre mi frugano nelle ovaie?).

Dato che solitamente dormo con delle tute improponibili risalenti al dopoguerra e le mie pantofole sembrano quelle di una bimba di cinque anni, credo di aver trovato la scusa buona per fare shopping. Per una volta, Marito è d’accordo con me. Sapete, lui è il tipo che si preoccupa di verificare attentamente al mattino che i calzini che indossa non siano bucati, perché se finisse al pronto soccorso per qualsiasi motivo, che figura ci farebbe? (Certo, tutti quelli che finiscono all’ospedale magari sanguinanti e morenti si preoccupano di come son vestiti… Mah!).

Dopo il pick up dovrò rimanere sotto osservazione per qualche ora, almeno fino a mezzogiorno.

Tutto questo preambolo per dire che… Ho paura. Ho una fottuta paura.
Non tanto dell’anestesia, del rimanere incosciente per diversi minuti mentre dei dottori sconosciuti mi inseriscono un ago , ma… Di tutto il resto. Ho paura di quello che dovrebbe accadere, di quello che voglio che accada, e che potrebbe NON accadere. Ho paura che non riescano a recuperare alcun ovocita decente. Ho paura che tra gli spermini di Marito non ce ne sia neppure uno non dico normale, ma almeno dotato di testa… Ho paura che il biologo non riesca a mescolare bene gli ingredienti. Ho paura che non ci sarà alcun embrione da trasferire. Ho paura c he non ci sarà alcun figlio.

Non so cosa farei se qualcosa andasse storto. Non so se avrei la forza per riprendermi, per provare di nuovo…
Tutto questo mi sta facendo impazzire. È da due giorni che sento il cuore in gola, mal di stomaco e i battiti a mille. Mi sento le ovaie gonfissime e sono intrattabile. Stamattina al supermercato ho cominciato ad inveire ad alta voce contro un poveretto che si era fermato davanti al banco frigo oscurandomi la vista degli yogurt… E manco mi andava lo yogurt! O__o

Il mio bimbo, il mio sogno, il mio futuro, è nelle mani di medici sconosciuti. Potrei essere ad un passo dal realizzare il mio più grande desiderio, oppure vicina ad un baratro…