Pubblicato in: La mia storia

Bianchetto – colla – timbro (visita con il medico legale)

Circa tre settimane fa io e Marito abbiamo dovuto sostenere la visita con il medico legale dell’AUSL, indispensabile per poter procedere con l’istruttoria per l’adozione.

Sapevamo che, più che una visita, sarebbe stato con un colloquio superficiale e sicuramente poco impegnativo, ma comunque eravamo entrambi agitati.

Purtroppo, a causa della mia lentezza mattutina, siamo arrivati leggermente in ritardo (l’appuntamento era per le otto del mattino in punto, per me che arrivo in ufficio alle nove passate è ancora l’alba!)

Durante il tragicomico viaggio in macchina (abbiamo preso strade di campagna sconosciute per evitare la tangenziale intasata a causa dei lavori stradali) io e Marito ci siamo accordati sulla nostra versione dei fatti.

“Mi raccomando, amore, se ti chiedono se fumi, devi mentire!” dico a Marito.

“Io? Fumare? No no, io non fumo! Che schifo!” mi risponde, aspirando allegramente il fumo di una sigaretta.

“Va beh, non possiamo mentire così…”

“Ok, dirò che ne fumo due o tre al giorno…”

“Non specificare pacchetti, però…”

Quando siamo arrivati alla sede dell’AUSL, prima di essere intervistati dal medico legale abbiamo parlato con una dottoressa, che ci ha fatto compilare un questionario.

Le domande erano quelle che mi aspettavo. Ha sofferto o soffre di malattie cardiache, neurologiche, diabete, ha disturbi psicologici (certo, anche se fosse, lo vengo a dire a te!), ecc. ecc.

Poi la dottoressa ci ha provato la pressione. Mi ha fatto notare che la mia era un po’ altina, per la mia età. L’ha detto con un leggero disappunto.

“Abbiamo corso, visto che eravamo in ritardo…” mi sono giustificata.

Con altrettanto disappunto ha notato che anche la pressione di Marito era alta.

Cioè, questi non ci danno un bambino perché abbiamo la pressione un po’ alta?? Iniziamo bene!

Una volta terminata questa inutile visita, siamo stati scortati nello studio del medico legale che, nonostante il nostro ritardo, si è fatto attendere qualche minuto.

Io e Marito ci siamo seduti e abbiamo pazientemente aspettato. Lo studio era decisamente vuoto e anche un po’ triste.

Accanto alla parete c’era un lettino, probabilmente un reperto della seconda guerra mondiale.

Sulla scrivania c’era una stampante degli anni Venti e un portapenne che conteneva delle biro con la punta rivolta all’insù (?).

In un angolo abbiamo visto un lavandino con a fianco dei cavi elettrici decisamente fuori norma.

E poi… L’armadietto. Ovvero l’oggetto che ha scatenato la nostra ilarità (oh, alle 8 del mattino si ride con poco).

L’armadietto era totalmente vuoto, fatta eccezione per tre oggetti posti ad eguale distanza l’uno dall’altro su una mensola: un bianchetto, un barattolo di colla e un timbro.

Io e Marito abbiamo osservato l’armadietto per alcuni istanti, ed è stato lui il primo ad accorgersi che gli oggetti erano stati messi in ordine ALFABETICO.

Ok, raccontato così non rende, ma vi assicuro che la scena era spassosissima.

Questo dottore mette le cose in ordine alfabetico, e poi siamo noi a dover parlare con lo psicologo?!

Ad un tratto sulla parete davanti a noi ho notato un ottotipo (grazie, Google), ovvero il tabellone con le lettere usate dall’oculista. Mi è venuto il panico. Io sono leggermente miope ma non porto gli occhiali né le lenti, e se il medico mi avesse fatto un esame oculistico?

Ho provato e riprovato, ma non riuscivo assolutamente a leggere l’ultima riga. Allora ho chiesto a Marito di leggermi le lettere, e ho cercato di impararle a memoria. Proprio mentre mi esercitavo, è arrivato il medico legale.

Era un uomo sulla cinquantina, cordiale ed evidentemente desideroso di terminare la visita (la farsa) nel più breve tempo possibile.

Ha letto le nostre risposte al questionario compilato poco prima e ci ha fatto ulteriori domande. Come prevedevo, ha chiesto a Marito se fuma e, se sì, quanto (quando ha detto “solo due o tre al giorno” con aria serissima ho rischiato di scoppiare a ridere), se la sua vista è buona, se beve e se si droga (??), e altre domande inutili che sinceramente non ricordo.

Poi è passato a me, mi ha ripetuto le stesse domande ma, invece di attendere una mia replica, si è dato le risposte da solo.

“Signora, lei ci vede bene? Sì, ci vede bene. Signora, lei fuma? No, non fuma. Signora, lei beve? No, non beve…” e così via.

Io sono rimasta in silenzio, sbalordita, e l’ho lasciato fare.

Poi ci ha consegnato un foglio, firmato e timbrato, dove attesta che siamo idonei per poter adottare.

Prima di salutarci ci ha dato alcune informazioni sull’adozione internazionale. Ci ha detto che alcuni Paesi, come la Russia e altri Paesi dell’Est, richiedono diversi accertamenti medici, anche oncologici per esempio, prima di poter presentare una domanda di adozione. E che, se entro quattro anni non avremo ottenuto l’adozione, dovremo ripetere la visita con lui (beh, se entro quattro – QUATTRO – anni non ho un figlio……..).

Visita conclusa. Inutile quanto essenziale per procedere. Stupida burocrazia italiana.

Lunedì prossimo, 8 aprile, avremo il primo colloquio con l’assistente sociale e la psicologa. E lì sì che ci sarà da divertirsi.

Meglio che non dica loro che mia madre passa le giornate a chattare su Facebook con dei trentenni, voi che dite?

Pubblicato in: La mia storia

5 pt

Sono stanca. Arrabbiata. Ho voglia di piangere. Ma nessuna di queste emozioni ha un suo preciso perché. O forse sì. Non lo so. Non so più niente.
Ieri sera ho avuto una crisi di nervi. Avrei voluto spaccare la casa, e se non l’ho fatto è solo perché mi sono mancate le forze.
Questo è un post transfer molto diverso dal solito.
Mercoledì sono tornata a lavorare, esattamente il giorno successivo al transfer.
Chissà perché, forse sono troppo ingenua e troppo fiduciosa verso il genere umano, ma credevo sinceramente che i miei colleghi sarebbero stati un po’ più rispettosi verso i miei confronti, sapendo quello che sto passando, sapendo che questo è un periodo molto delicato.
Credevo che avessero capito che vado a lavorare (rinunciando alla malattia di cui ho diritto) anche per loro, per non lasciarli nella cacca e per non costringerli, ancora una volta, a sostituirmi (che poi sostituire me è molto difficile, dato che lavoro come tre dei miei colleghi cinquantenni messi insieme…).
E invece, non è andata così. Il giorno in cui sono rientrata al lavoro è trascorso tra stupidi litigi per stupidi motivi di lavoro.
Quando questo accade io divento matta. Comincio a sentire un mal di pancia terribile e il cuore che batte fortissimo.
Perché? Perché tutte a me? Perché tutti mi odiano?
Io devo stare tranquilla! Almeno in questi giorni, devo stare tranquilla! Perché non merito neppure qualche giorno di pace?
Per fortuna poi la situazione si è placata.
Il mal di pancia, però, mi è restato.

Ma non è per questo che sto tanto male.

Non posso bere, non posso fumare. Durante i precedenti post-transfer né l’alcool né il fumo mi sono mancati. Ero convinta che valesse la pena fare quel piccolo “sacrificio” per i miei puntini luminosi, che dovevo fare di tutto per aiutarli a rimanere ben aggrappati alla loro mamma…
Ma, dopo due tentativi falliti, le speranze iniziano a vacillare. Tutto quello che sto facendo, tutti i piccoli “sacrifici” che sto compiendo, probabilmente saranno del tutto vani.
Ho una fottuta voglia di fumare fino a farmi venire la nausea e di trangugiare una bottiglia di Franciacorta, fino a stordire i miei sensi, sperando che l’alcool riesca a farmi ridere, senza un motivo, perché io il motivo di ridere l’ho perso da tanto tempo.
Ma non è neppure per questo che sto male.
Ho deciso di tornare subito a lavorare e fare la vita “normale”, ma devo dire che con tutte le buche che ho preso con la macchina, solo un miracolo potrebbe aver permesso ai miei piccini di sopravvivere.
E quindi, ora, ho pure il senso di colpa per non essere stata a casa in malattia. L’ultima volta, però, mi sono pentita per non essere andata a lavorare.

Sono indecifrabile persino a me stessa.

Ma no, non è per questo che sto male.

Ieri io e mio marito abbiamo incontrato un nostro conoscente, un ragazzo della nostra età. Ieri era estremamente sorridente. Luminoso, direi. Con un gran sorriso ci ha annunciato ch la sua ragazza dovrebbe partorire a giorni. Io sono entrata in macchina senza proferire parola, mentre mio marito è rimasto a scambiare qualche frase di circostanza.
“Lui non ha mica nessuna colpa…” mi ha detto poi, vedendomi tanto amareggiata e conoscendo il motivo del mio disagio.
Lo so che non ha colpa.
Questi due ragazzi sono brave persone. Di certo saranno bravi genitori, non ho motivi per pensare il contrario.
Di certo si meritano di essere genitori…
E perché noi no?
Ma non è per questo motivo che sto male.

I miei genitori hanno ricominciato a litigare.
Avere due genitori che si comportano come adolescenti, una madre che si mette mezza nuda su internet, che minaccia di rigarti la macchina, ti chiama “maledetta” e ti dice che la vita ti punirà… E finire in cura dallo psicologo per questo… Non è il massimo, ve l’assicuro.

Ma no, non è neanche questo il motivo della mia crisi di nervi.

In questi giorni ho realizzato che sono sola. E non solo perché non ho i genitori. Non è di certo la prima volta che mi ritrovo a fare questa affermazione, ma… Ci sono momenti in cui la solitudine pesa di più. Ci sono momenti in cui riesco a dire “chi non mi vuole non mi merita” o “meglio soli che male accompagnati”… Questo, però, non è uno di quelli.

Sicuramente le amiche non mi hanno abbandonata perché faccio del vittimismo. Ogni volta che parlo di me per più di due minuti mi sento in colpa e inizio a riempire il mio interlocutore di domande sulla sua vita, perciò…
Le amiche sono tutte prese dai loro figli, dalla ricerca di un lavoro, dalla loro compagnia di amici…
Io non sono un tipo “da compa”, non ho mai fatto parte di un gruppo, sono più un outsider.
Forse è per questo che non piaccio, chi lo sa.
O forse il problema è che nessuno può e vuole capire cosa significhi quello che sto vivendo da un anno a questa parte. La gente si stanca presto dei drammi, anche se la persona che li subisce cerca di affrontarli con il sorriso, senza far pesare il suo dolore sugli altri…
Ma il bello è questo. Io non voglio amiche con cui devo reprimere me stessa, con cui devo trattenere le lacrime per non sembrare quella che fa del vittimismo, con cui devo ridere a forza per sembrare simpatica… Io voglio amiche con cui posso piangere, e urlare, e chiedermi perché Dio mi odia tanto, e immaginare quel figlio che forse mai arriverà, e lasciarmi coccolare…

Oggi ho cominciato a ricontattare amiche che non sento da un pezzo, sperando di riallacciare qualche rapporto. Probabilmente in poche risponderanno, e forse solo una o due accetteranno il mio invito, ma… Se riuscissi a ritrovare anche solo un’amicizia, un’amicizia vera, sarei già felice.

E… No, non è questo il motivo per cui sto male.

Oggi io e mio marito siamo andati a trovare La Nonna nella casa di riposo. Non sono neppure sicura che mi abbia riconosciuto.

Mi ha pregato, più e più volte, di portarla a casa, perché lì non ci vuole stare… Io non sapevo cosa risponderle, mi veniva solo da piangere.
Poi, guardando me e mio marito, ha chiesto se siamo sposati.
“Sì,” abbiamo detto.
“E bambini, ne avete?”
Io e mio marito ci siamo guardati, sconsolati.
“No, nonna, non ne abbiamo…”
“Ah… Beh, fate bene, se volete avere più tempo libero per voi!”
“Eh già… E’ proprio così.”
La stessa conversazione si è ripetuta per tre – TRE – volte. Sigh.
Poi La Nonna ha voluto sapere come sta SUA MAMMA. Non potevo mentirle, e così le ho detto che è morta undici anni fa. Lei sembrava non ricordarsi nulla, e mi ha guardato sgranando gli occhi. Sembravano quelli di una bambina. Innocenti. Buoni. Spaventati.
“E’ morta?”
“Sì, ma… Era molto anziana… Se fosse viva, ora, sarebbe veramente molto, molto vecchia…”
Poi La Nonna si è rinchiusa nel suo silenzio. Le ho chiesto di parlarmi, di dirmi cosa provava, e lei mi ha detto soltanto che le emozioni erano troppe.
“Tutto il tempo che sono stata qui io ho pensato alla mia mamma… E ora tu mi dici che non c’è più!”
Da quando è entrata nella casa di riposo La Nonna è sempre più magra e sempre più lontana… Sta perdendo completamente la memoria, e io non posso permettere che questo accada! Ho provato a ricordarle alcuni momenti della sua vita, l’ incontro con suo mio marito, l’ufficio in cui lavorava, di quando il pippo sparava e lei doveva buttarsi nel fosso, di quando curava sua madre morente, e ho cercato di farle ricordare anche gli ultimi anni, quando ha vissuto con mia madre e mio padre, e i gattini che si accucciavano sul suo letto e le facevano compagnia… Niente. Sembrava non ricordarsi niente.
Poi, come succede sempre, dopo qualche minuto è andata in trance, e… Non c’è stato verso di farla parlare di nuovo. Io e mio marito ce ne siamo andati, lasciandola alle cure della suora e promettendole che saremmo tornati al più presto.
E io, ancora una volta, per l’ennesima volta, ho pensato a quanto sia bastardo il destino.
Se io e mio marito avessimo un bambino… Sono sicura che lui/lei sì che sarebbe capace di riportare La Nonna alla vita!
E riporterebbe alla vita anche me… Ma quel bambino non c’è. Quell’ ingenuità, quella speranza, quella dolcezza, quel futuro non c’è. E a noi non resta che piangere e tacere.

Non è neppure questo a farmi stare male…
E’ tutto questo messo insieme.
Tutto questo è troppo per me. Troppo!
Ma penso che potrei affrontare tutto se non mi sentissi tanto VUOTA.
No, non sono mezza piena. E neppure mezza vuota. Sono proprio vuota.
Me lo sento.
E’ così.
Non è per essere pessimisti, o vittimisti, o chissà cos’altro.
E’ che non ho motivi per credere il contrario.
Questa volta ho deciso di anticipare ulteriormente il test di gravidanza. Lo farò venerdì prossimo, al 10° pt.
Se fossi incinta si dovrebbe già vedere. E se sarà negativo, almeno potrò evitarmi di passare un altro week end chiusa in casa.
Potrò ubriacarmi, fumare, e anche se poi passerò la notte chinata sul cesso a vomitare, almeno per qualche ora starò bene.
Certo, quando poi l’effetto dell’alcool sarà finito tutto sarà triste come prima.
Ma sembra proprio che qualche ora di finta euforia sia tutto ciò che posso avere, tutto ciò che mi merito.
L’unica cosa di cui sono sicura è che se non diventerò mamma al più presto, diventerò senz’altro un membro dell’Alcolisti Anonimi.

Pubblicato in: La mia storia

Tempesta d’emozioni

Sabato ho fatto un altro controllo ecografico, e la ginecologa ha deciso di posticipare il transfer a domani, invece di procedere oggi come previsto.

Ovviamente non bastavano tutte le mie paranoie dovute al timore di soffrire come l’ultima volta, alla paura che i due embrioni rimasti non riescano a sopravvivere allo scongelamento, alla mia decisione di non restare a casa in malattia ma andare a lavorare come se niente fosse (e se l’ascensore si rompesse e dovessi fare le scale? E se i colleghi o il capo mi facessero incazzare e io perdessi le staffe?)… No! Ci voleva pure la neve!

Giuro, non credo di aver mai visto tanta neve come oggi. Probabilmente avrò già ripetuto questa frase almeno un paio di volte negli ultimi anni ma, si sa,  si tende a dimenticare certi eventi.

E’ inverno, è ovvio che nevichi. Non è un fatto così straordinario, come vogliono farci credere i telegiornali. Però… Oggi abbiamo visto diverse auto e camion finiti nei fossi, la macchina di Marito, dotata di gomme invernali, faticava a procedere, e la strada di campagna in cui abitiamo è stata totalmente ignorata dai contadini addetti a spalare la neve… Un inferno bianco, insomma!

Quindi ora, oltre alle suddette paranoie, si sono aggiunte le seguenti paure: e se la ginecologa/biologa/infermiera domattina non riuscissero a raggiungere il centro PMA? E se NOI non riuscissimo ad arrivare? E se le strade facessero schifo come oggi e le vibrazioni della macchina durante il viaggio facessero male agli embrioncini?

Ma la paura più grande, in realtà, è sempre una. E se non si potesse fare alcun transfer? Se gli embrioni non riuscissero a sopravvivere allo scongelamento?

Se non ricordo male, le statistiche dicono che il 50% circa degli embrioni scongelati non sopravvive. Quindi, se siamo fortunati ne potrebbe rimanere uno… Se siamo sfigati (e noi lo siamo) nessuno.

Io e Marito abbiamo, già dall’ultimo fallimento, deciso di prendere questo tentativo con molta leggerezza, senza pensare e sperare troppo.

In realtà è soprattutto lui a pensarla in questo modo. Io gli ho detto di essere d’accordo, ed è così, ma… In fondo al cuore, non posso che sperare che questi puntini luminosi nati sotto una cattiva stella possano, finalmente, prendere vita.

Ho assolutamente bisogno di qualcosa in cui sperare, di qualcosa in cui credere…

Ma forse ha ragione Marito… Se anche questo tentativo fosse destinato a finire male, sarebbe meglio se le nostre speranze svanissero domani, e non dopo quattordici giorni di illusioni…

A questo punto, non so più nemmeno io in cosa sperare.

Pregare affinché questi embrioncini sfigati attecchiscano e diano vita ad un miracolo è pretendere troppo, vero?

Pubblicato in: La mia storia

Sparami

Sono passati otto giorni da quando ho scritto quel triste e laconico post per annunciarvi che, sì, ho fallito di nuovo.
Mi sembra passato un secolo.

Quanto tempo pensavate che mi sarebbe servito per rimettermi in piedi, per ricominciare a combattere?
Ormai l’avrete capito. Non perdo tanto tempo a piangere. Anzi, in realtà sì, ma nel frattempo faccio dell’altro.
Pensare, pianificare, chiamare a destra e a manca, sperare, immaginare, sognare. Questo è ciò che mi fa stare meglio. Fare qualcosa.

Non importa quante volte dovrò passare dal via, quante volte dovrò pescare quella cazzo di carta degli imprevisti o quante volte mi dovrò fermare in prigione, prima o poi arriverò a quel cavolo di Parco della Vittoria!

Lunedì sono tornata a lavorare. Mi sembra quasi di non essere mai stata assente dall’ufficio. Non ho faticato a riabituarmi al ritmo lavorativo, né all’ambiente. I colleghi sono quelli di sempre, il lavoro è quello di sempre, le colleghe di ogni età mostrano fiere i loro pancioni, come sempre, io sono vuota, come sempre.

Niente è cambiato. E non ne sono sorpresa.

Martedì scorso avrei voluto scrivere un posto molto più lungo ma, giuro, mi mancavano le forze. Ho scritto quelle poche righe soltanto perché ho pensato che, forse, da qualche parte, c’era qualcuno che voleva sapere come fosse andata. Il mio silenzio poteva far pensare che fossi talmente impegnata a gioire da dimenticarmi del blog. Ah ah. Magari.

In questi giorni sono successe tante cose. Talmente tante, che ho bisogno di mettere tutto per iscritto per riuscire a fare un po’ di ordine nella mia testa.

Avevo programmato di fare il test di gravidanza e le analisi delle beta hcg al dodicesimo giorno post-transfer, martedì scorso, in anticipo di due giorni rispetto a quello che mi aveva detto il centro PMA (ma io faccio di testa mia, e ormai sono abbastanza esperta per sapere che al 12 p.t. il risultato è già sicuro).

Non amo ripercorrere quei momenti, ma parlarne mi fa bene, mi aiuta a confrontarmi con la realtà, perciò vi voglio raccontare per filo e per segno cos’è accaduto.

Dopo giorni in cui ero rimasta a letto fino alle undici del mattino, martedì ho programmato la sveglia per le sette in punto. Mi sono svegliata un’ora prima, sudata e con il cuore che batteva a mille.

Non volevo alzarmi, però. Avevo paura di fare quel maledetto test. Sapevo cosa sarebbe successo, così volevo crogiolarmi ancora un po’ nella speranza. Mentre Marito russava beatamente accanto a me, io, nel buio e sottovoce, ho mormorato una decina di Ave Maria. A chi altro dovevo rivolgermi, se non alla Madre per eccellenza?
Poi ho pregato il Signore di aiutarmi ad accettare il risultato, qualsiasi esso fosse. Ma, dopo aver riflettuto un attimo, gli ho anche chiesto perdono in anticipo, perché sicuramente mi sarei arrabbiata con Lui, se fosse andata male. Io metto sempre le mani avanti, anche nelle faccende divine… Ma ormai Dio mi conosce, sa come sono fatta.
Quando Marito si è alzato ed è sceso in cucina a preparare la colazione, io sono andata in bagno a fare il test. Non voglio che stia vicino a me in questi momenti. E’ qualcosa che devo affrontare da sola.
Ho continuato a pregare nella mia mente mentre facevo la pipì sopra lo stick (brutta immagine, lo so), poi ho appoggiato il test sul bordo del lavandino e per diversi minuti ho continuato a guardarlo, muovendomi nervosamente, come se stessi facendo una specie di danza tribale (sembrava più una tarantella, in realtà).

Sudo freddo mentre aspetto il loro verdetto…

Dubito che Baby K si riferisse all’attesa per l’esito del test di gravidanza mentre scriveva questi versi, ma il bello della musica, e dell’arte in generale, è che può essere interpretata in mille modi diversi a seconda delle persone e delle loro emozioni.

Ma torniamo al test. Siete curiose di sapere cos’è successo, eh…? Mi piace creare suspense. Chissà, magari con quelle due tristi righe che ho pubblicato otto giorni fa ho preso per il culo tutti quanti… Magari sono incintissima… Ma anche no.

Una linea è apparsa e una linea è rimasta. Una fredda, orribile, crudele linea. L’altra finestra è rimasta vuota. Tristemente vuota, bianca, pallida, come il mio volto.
Io lo sapevo, me lo sentivo. Non mi sono neanche messa a piangere. Anzi, ho iniziato a ridere, e mentre ridevo continuavo a ripetere: “Grazie, Dio… Lo sapevo che non mi avresti deluso neanche stavolta, non ti smentisci mai… Te l’ho detto che ti avrei odiato, non dire che non ti avevo avvertito!”
Queste parole suonano peggio di una semplice bestemmia esclamata come intercalare, lo so.
Chissà cosa mi aspettavo. Forse che Dio, o chi per Lui, si sentisse in colpa, che improvvisamente su quel maledetto test comparisse una seconda linea, che ad un tratto nascesse la vita dentro di me… Ma i miracoli non esistono e, anche se esistessero, di sicuro non capiterebbero a me.

Sono scesa in cucina da Marito. Aveva già capito tutto dal mio passo pesante.
“Non ho mai visto un test più negativo, cazzo.”
Lui mi ha guardata con occhi sgranati.
“Quindi è negativo?”
Cosa ti ho appena detto?

Mi sono vestita con le prime cose che ho trovato in camera. Jeans sporchi di zampate fangose di cane e un maglione spelacchiato. Marito mi ha accompagnato al laboratorio per fare le analisi del sangue. Il viaggio in auto è stato surreale. Siamo rimasti in silenzio a lungo. Cosa c’era da dire?
Poi ad un tratto Marito ha parlato.
“Forse il test era scaduto…”
“Ho controllato la data di scadenza.”
“Forse l’hai fatto male…”
“Devo fare la pipì su un cazzo di stick. Credo di esserne in grado.”
“Forse faceva parte di una partita avariata…”
“Forse, semplicemente, è andata di nuovo male.”
Silenzio.
“Riproveremo, dai. In un qualche modo ce la faremo.”
“Dici?”

Quando siamo arrivati al laboratorio ero talmente incazzata che avrei mangiato tutti: receptionist, infermiera, pazienti in attesa.

sono troppo aggressiva
sono solo questa
mi vorrebbero più figa
sono solo questa
dovrei fare la signorina
sono solo questa
il prossimo che arriva
giuro gli stacco la testa

Mi sono avvicinata al bancone dell’accettazione.
“Devo fare le analisi delle beta hcg.”
“Certo, signora. Ha già fatto un test di gravidanza?”
“Sì. Era negativo.”
“Ah. Ha un ritardo, quindi?”
“NO. Ho fatto la fecondazione assistita. Devo controllare se è successo qualcosa…”
“Capisco…”
No, non puoi capire, avrei voluto rispondere. E gridare qualche parolaccia random.

Dopo aver fatto un piacevolissimo prelievo di sangue io e Marito siamo tornati a casa. Lui poi è uscito per andare al lavoro, mentre io ho speso il resto della mattinata a vegetare sul divano e, porca puttana, durante quell’ennesima attesa ho continuato ad illudermi, a sperare, come una scema. Magari il test era veramente difettoso…

A mezzogiorno, come da accordi, ho chiamato il laboratorio. Sudavo, le mani mi tremavano, sembravo una tossica in crisi d’astinenza.
“Vorrei sapere il risultato delle analisi delle beta hcg che ho fatto stamattina…”
“Subito, signora… Aspetti che guardo…”
Muoviti, cazzo. Ora sto proprio a rota.
“Eccomi. Dunque, vediamo… Il valore è inferiore a 2. Va bene?”
No, non va bene, stronza.
“Grazie. Arrivederci.”
Ho riattaccato il telefono. E finalmente ho pianto. Imprecato. Urlato. Poi pianto di nuovo.

Sparami
sparami adesso
spara tutto quello che hai ora
sparami addosso
che dopo non mi fermi mai
spara sparami ma non sbagliare
che se tocca a me ti faccio male
spara ora o mai più
sparami adesso

Mi sono rimessa a vegetare sul divano. I miei cani hanno capito che c’era qualcosa che non andava. Magari gli amici fossero intelligenti come loro!
Si sono accucciate vicino a me, una ai miei piedi e l’altra sul divano. Ha appoggiato il muso sul mio ventre. Io l’ho lasciata salire, anche se non è propriamente linda e Marito si arrabbia sempre… Ma sapevo che quel giorno non avrebbe osato sgridarmi.

Dopo poco Marito è tornato dal lavoro per la pausa pranzo. Laconicamente gli ho comunicato l’esito delle analisi. Non so perché, ma ho trattenuto le lacrime davanti a lui.
Vergogna? Desiderio di mostrarmi forte? Non lo so.
Mentre parlavo non mi sono nemmeno alzata dal divano. Non ne avevo le forze.
Lui si è steso vicino a me, mi ha abbracciato e si è messo a piangere. E’ raro vederlo piangere. Gli uomini in genere non lo fanno spesso, e lui non fa eccezione. Pensava che fossi arrabbiata con lui, che lo odiassi. Ma non era così.
Sono io a non essere riuscita a dare la vita a quei piccoli puntini luminosi…
Forse è colpa mia. O forse di Dio. Forse è una punizione divina. Non lo so, non so più niente. Non so neanche con chi prendermela.

Nel pomeriggio ho chiamato il centro PMA per comunicare l’esito delle beta. La segretaria mi ha detto di ripetere il test dopo due giorni, al 14 pt.
“Oggi è il 12 pt,” ho detto io, “si sarebbe dovuto già vedere un risultato positivo, se fossi incinta. Non posso sospendere le terapie?”
“No, no, continui le terapie, signora… E ripeta il test tra due giorni. Non so, magari sarà ancora negativo, ma lei lo ripeta, poi ci sentiamo!”
Ma vaffanculo.

Quella sera Marito è partito per una riunione di lavoro, ed è tornato il giorno successivo. Mi ha chiesto se volevo che restasse, ma gli ho detto di no. Avevo bisogno di stare da sola. Ho passato la sera a bere e fumare. Dopo tanti giorni di astinenza le sigarette avevano un sapore strano, e due bicchieri di vino sono bastati a farmi venire la nausea e il mal di testa. Nei giorni precedenti né l’alcool né il fumo mi erano mancati, ma quando sto male, male dentro intendo, sono solita cercare di fare de male anche al mio corpo. Sono autodistruttiva.

Giovedì ho ripetuto il test. Un altro negativo. Negativissimo. E che mi aspettavo?

Ho chiamato il centro PMA per confermare il fallimento. La segretaria mi ha parlato con voce allegra, sembrava avere fretta e che non gliene fregasse niente. Ma vaffanculo (e due). La ginecologa ha detto che dovevo interrompere le terapie, che ormai non servivano più.
Intanto le ho chiesto se potevamo procedere subito con il transfer degli ultimi due embrioni rimasti. Mi ha risposto che sì, si può riprovare subito se me la sento, e che non appena mi fossero arrivate le Malefiche avrei potuto ricominciare la terapia con il Progynova per preparare l’endometrio.

Questa volta, stranamente, il ciclo non si è fatto attendere più di tanto. Domenica mattina mi sono svegliata con dei terribili dolori alla pancia, che mi sono durati per ben due giorni. Nonostante il dolore ho gioito, e ricominciato subito la terapia.

Giovedì prossimo dovrò fare la prima ecografia e, secondo i miei calcoli, tra un paio di settimane, o forse anche meno, potrò fare il transfer.

Ma questa volta né io né Marito siamo speranzosi. Abbiamo deciso di affrontare il prossimo tentativo con più calma. Non starò a casa in malattia, ma andrò a lavorare. A che serve vegetare sul divano? A masturbarmi mentalmente, a riempirmi di paranoie, le stesse che consiglio agli altri di dimenticare? A sperare invano?

E poi, può anche essere che non si possa neppure fare il transfer. Gli embrioni congelati sono più deboli di quelli freschi, ne sono rimasti soltanto due, ed è possibile che, una volta scongelati, muoiano entrambi prima di essere trasferiti dentro di me. Anche la ginecologa mi ha detto che c’è la possibilità che non sopravviva nessuno dei due. Certo, dovremmo essere proprio sfigati. Ma in questo periodo non è che ci sentiamo molto fortunati, eh.

Quello stesso giorno io e Marito abbiamo parlato a lungo, cercando di capire cosa avremmo fatto nel caso in cui fosse andata ancora male, futuro che ormai diamo già per scontato. Abbiamo deciso di provare di nuovo, nel caso di un altro insuccesso, ma di rivolgerci ad un altro centro PMA.
Il capo di Marito ci ha consigliato una clinica privata che si trova a Bologna. Non voglio fare pubblicità perciò non dirò il nome, ma se a qualcuno dovesse interessare potete contattarmi in privato.

Giovedì, subito dopo aver riferito il risultato negativo al centro PMA di RE, ho chiamato la clinica di Bologna.
Pensavate forse che avrei aspettato? Dai, ormai mi conoscete.

Mi hanno dato appuntamento per il giorno successivo. Io ho accettato al volo, approfittando del fatto che ero ancora in malattia e almeno non avrei dovuto chiedere l’ennesimo permesso (dopo sedici giorni di malattia non è il massimo).

Durante il viaggio per Bologna mi sentivo euforica. In autostrada non ho fatto altro che guardare e riguardare la carpetta contenente tutte le nostre analisi e cartelle cliniche, controllando di averle sistemate correttamente in ordine cronologico.
La mia vita mi sta sfuggendo di mano da troppo tempo, le poche cose che posso comandare voglio che siano perfette.

Il centro PMA di Bologna è facilmente raggiungibile. Non è dotato di un parcheggio privato, ma davanti ci sono dei posti a pagamento. Tanto, dovremo spendere altre migliaia di euro, qualche monetina in più non fa la differenza.
La clinica è grande e pulita. Le segretarie sono gentili. Visto che era la prima consulenza, ci hanno fatto compilare un modulo con mille domande (dati anagrafici, peso, durata del ciclo, precedenti tentativi di PMA).
Nella sala d’aspetto c’erano diverse persone, e temevo che il medico fosse in ritardo. Noi eravamo abbastanza in anticipo, perciò ci siamo messi pazientemente ad aspettare. Ci hanno chiamati (per numero, non per nome, per motivi di privacy) in perfetto orario… Almeno credo, mi ero distratta leggendo Vanity Fair – e in particolare un articolo che parlava delle coppie gay/lesbiche e dei loro figli.
Cazzo, pure i gay hanno i figli e noi no! Io sono una paladina dei diritti dei gay, però questo proprio mi fa incazzare! Se Ricky Martin ha tre figli li voglio pure io, ecchecavolo!

Il medico, un tipetto biondo, magrolino, ci ha accolto nel suo studio e, anche se la consulenza è durata un’ora, non ha mai mostrato impazienza né fastidio. Mi ha dato l’idea di essere un uomo di poche parole, ma serio e capace di fornire spiegazioni chiare ed esaurienti.
“Signora, mi ha portato qualche analisi?”
A quelle parole mi sono illuminata. Gli ho messo sulla scrivania il mio faldone del peso di due chili circa.
“E’ tutto in ordine cronologico, dottore!” gli dico, orgogliosa di me stessa (avevo passato un’ora il giorno prima a mettere a posto tutto!)
Il dottore ha letto tutte le analisi in silenzio e, infine, ha detto: “Quindi voi avete un problema maschile…”
Ma va?
Quando ha finito di guardare le analisi, io ho tirato fuori il foglio su cui avevo annotato tutte le domande da porgli. Marito ha alzato gli occhi al cielo. A me non importava. Ora non mi faccio più fregare. Stavamo decidendo la nostra felicità, la nostra vita. Volevo sapere tutto quello che si poteva sapere. In realtà non ho dovuto guardare il foglio neppure una volta perché, incredibilmente, il dottore ha risposto a tutte le mie domande senza neppure bisogno che fossi io a rivolgergliele. E questo mi è piaciuto assai.

In breve, vi espongo le ragioni che mi fanno ben sperare in questo centro e, ovviamente, anche i punti negativi.

I PRO:

1. Prima che fossi io a chiederlo (era una domanda della mia lista), il medico mi ha domandato se avessi mai fatto degli esami specifici all’utero. Io gli ho risposto di no, e lui mi ha detto che sarebbe il caso di farli, per vedere se c’è qualcosa che non va. Mi ha proposto di fare, al posto dell’isteroscopia che è piuttosto invasiva, un’ecografia in 3d, che non mostra proprio tutto quello che mostrerebbe un’isteroscopia, ma che può far capire se c’è qualcosa che non va. Se così fosse, dovrei poi procedere con l’isteroscopia, in caso contrario, no.
Non penso che me l’abbia proposto per guadagnare, visto che mi ha detto che sicuramente nella mia città posso trovare uno studio che effettua le ecografie in 3d, senza bisogno di andare da loro a Bologna.

2. Il medico ha consigliato a Marito di effettuare un test di frammentazione del DNA degli spermatozoi. I risultati di questo test non vengono mostrati da un normale spermiogramma. Questo test è costoso (circa 250 euro) ma necessario nei casi di grave infertilità maschile. Peccato che nessuno ce l’abbia consigliato prima (e io non sapevo neppure che esistesse)!

Per saperne di più

3. A causa del nostro problema di infertilità, il medico ci ha proposto di integrare la tecnica ICSI con un’eventuale IMSI.

Il centro PMA di RE che ci ha seguito finora non utilizza questa tecnica, che aiuta il biologo a scegliere gli spermatozoi migliori. In una ICSI normale gli spermatozoi vengono scelti osservandoli tramite un microscopio che li ingrandisce di 400 volte, mentre quello utilizzato nell’IMSI li ingrandisce fino a 6600 volte! Quindi è molto più facile individuare eventuali problemi.

Il mancato utilizzo di questa tecnica POTREBBE essere la causa dei nostri insuccessi. Un embrione creato utilizzando spermatozoi che presentano frammentazioni (non visibili con il microscopio utilizzato per l’ICSI, ma visibili con l’IMSI), apparentemente sano, potrebbe non essere in grado di svilupparsi e dare così origine ad un mancato attecchimento o ad una gravidanza biochimica (proprio quello che è successo a me).

4. Per quanto riguarda la stimolazione, il centro PMA di Bologna prevede terapie specifiche per i problemi della paziente (il centro di RE segue un protocollo standard per tutte). Inoltre, come farmaco soppressore non prescrivono mai l’Enantone (quello che è sempre stato dato a me), perché è molto potente e, di conseguenza, per poi ottenere l’ovulazione servono dosi maggiori di Gonal F.
Loro utilizzano un protocollo diverso, più leggero, che quindi da meno effetti collaterali.

5. Durante la stimolazione effettuano il primo controllo ecografico al quinto giorno di iniezioni di Gonal F (e non al nono come a RE) ed effettuano anche analisi del sangue per controllare i livelli ormonali (cosa che a RE non mi hanno mai fatto, con mio grande stupore, dato che, da quanto leggo su internet, è ovunque prassi comune). In questo modo, effettuando un doppio controllo, si riduce il rischio di iperstimolazione, cosa da me già provata e per niente piacevole.

6. Per quanto riguarda il transfer di embrioni congelati, non prescrivono pastiglie per bocca per l’endometrio, ma dei cerotti, sempre per il fatto che è una terapia più leggera.

7. L’equipe è composta da diversi medici. Nel caso in cui il giorno del pick up o del transfer il medico che ti ha seguito fino a quel momento fosse assente per qualsiasi motivo, c’è sempre qualcuno che può sostituirlo. A RE il medico che esegue ecografie, pick up e transfer è sempre lo stesso. Se per pura sfiga si dovesse ammalare, essere in ferie o fare un incidente proprio il giorno in cui tu devi fare il pick up o il transfer (interventi che NON possono essere rimandati) va tutto a puttane.

I CONTRO:

1. I costi sono alti. Parecchio. Una ICSI costa sui 4.000 euro, e in questo importo è compreso il transfer in seconda o terza giornata. Per il transfer in quinta giornata, quindi quando gli embrioni raggiungono lo stadio di blastocisti, c’è da pagare un sovrapprezzo.
La tecnica IMSI costa qualche centinaio di euro in più. Hanno però centri in altre città convenzionati con il S.S.N. (non a Bologna).

2. Le analisi pre-PMA (analisi del sangue, spermiogramma, elettrocardiogramma, eco mammaria, ecc.) hanno una validità di soli tre mesi, e non sei come a RE. Perciò, visto che tra una stimolazione e quella successiva devono passare almeno tre mesi, questi esami vanno sicuramente ripetuti ad ogni tentativo.
‘Na palla mostruosa.

Il medico ci ha detto che potremmo portare gli embrioni congelati a Bologna per fare il transfer da loro, ma io ho deciso di provare per l’ultima volta a fidarmi del centro PMA di RE, per un semplice motivo. Temo che non sia tanto il transfer il problema, quanto il MODO in cui questi embrioni sono stati prodotti.

Sinceramente, non mi va di abbandonare questi embrioni (cosa legalmente possibile, ma triste), né di doverli portare fino a Bologna per fare il transfer, con tutti i rischi del caso (ovviamente dovremmo essere noi ad occuparci del trasporto, mica lo fa un medico…).
Sono sicura che anche questi puntini luminosi mi abbandoneranno subito. E io e Marito già mentalmente pronti ad un nuovo fallimento e ad un nuovo tentativo. Questa volta a Bologna, è già deciso. In fondo abitiamo a meno di un’ora di strada, non è una grande fatica.

Sono stanca, stanchissima, ma ci voglio arrivare in fondo. Voglio farcela.

Se Ricky Martin ha tre figli, io ne voglio almeno cinque.
Con rispetto per Ricky, che ha tutto il diritto di avere dei figli. E io no?

Pubblicato in: Fecondazione assistita, La mia storia

Relaaax! (Paranoie da fivettara)

197603_515087255187808_1956112365_nImmagine dal Web

Il post-transfer è il periodo peggiore per qualsiasi fivettara, che viene improvvisamente assalita da mille paranoie. Non sa come comportarsi. Stare a letto? Andare a lavorare come se nulla fosse? Riposare, ma non troppo? Camminare fa bene? E quanto? Oppure no? Cosa mangiare? E fare la pipì? E’ pericoloso?

Per non parlare dell’impazienza per il fatale giorno del test di gravidanza che molte, sbagliando, anticipano di troppi giorni, e di tutti i timori possibili ed immaginabili che ci tormentano giorno e notte…

Queste paure sono, il più delle volte, irrazionali e totalmente campate in aria.

La sottoscritta, già paranoica nella vita di tutti i giorni, non fa eccezione, e durante il post-transfer si trasforma in una fivettara ossessionata dalla famigerata fuoriuscita degli embrioni (dove cappero devono andare, ‘sti benedetti embrioni, io non lo so).

Ho paura a chinarmi, perciò se devo uscire chiedo a marito di allacciarmi le scarpe. Passo le giornate seduta o sdraiata (sempre supina, perché ho paura che cambiando posizione gli embrioni ne risentano!), e ogni tanto mi alzo per camminare in casa (…), per far circolare un po’ il sangue. Se durante il giorno mi cade qualcosa, qualsiasi cosa, per terra, non mi chino per raccoglierlo (giammai!), ma mi limito a calciare l’oggetto incriminato sotto un mobile per evitare che i cani lo mangino, e alla sera, quando torna Marito, gli consegno una specie di mappa del tesoro con indicate tutte le cose finite sotto i mobili durante il giorno (non vi ho mai detto che ho le mani di merda pastafrolla?). Eh, sì, devo ammettere che pure io, almeno per i primi giorni dopo il transfer, ho una fottuta paura di starnutire e tossire (anche di fare la pipì, ma, ehy, quello non si può proprio evitare!).

E non ho nominato i fantasintomi… Durante i giorni post transfer qualsiasi fivettara degna di questo nome diventa moooolto più sensibile rispetto a qualsiasi dolorino, sensazione strana o mutamento del proprio corpo, cercando di capire se sta iniziando una gravidanza oppure no.

In rete ne ho lette di ogni…

In questi giorni sto facendo in media 100ml di pipì in più al giorno!
Le tette mi sono aumentate di 1/6 di taglia!
Ho sentito dei dolorini al basso ventre… Sì, sono sicura che fosse l’embrione che si stava impiantando!
Mi è venuta una voglia incredibile di cavoletti di Bruxelles!
La cacca ha una consistenza diversa!

La rete è una fonte inesauribile di paranoie. Basta andare su qualsiasi forum dedicato alla PMA o alla gravidanza in generale (CUB, MadreProvetta, se poi andate su AlFemminile è l’apoteosi delle stronzate paranoie) e leggere qualche post dedicato al periodo post-transfer…

Da quello che ho capito le paure più comuni sono quelle di andare in bagno, tossire e starnutire, temendo che in questo modo gli embrioni possano fuoriuscire. Io stessa ho sofferto di queste paranoie, ma quando le leggo su un forum, nero su bianco, mi rendo conto di quanto siano ridicole.

E non è tutto. Ho letto di una donna assolutamente certa di aver “perso” i propri embrioni quando ha fatto la pipì subito dopo il transfer, perché ha visto sugli slip due specie di granelli di sabbia… E un’altra sicura di averli “persi” perché ha visto nel wc, sempre dopo essere stata in bagno (donne, a questo punto facciamoci togliere la vescica, pisciare è troppo pericoloso) due punti rossi ricoperti di gelatina… Per non parlare di quelle che hanno paura di RIDERE per timore di fare del male ai propri piccoli…

Il modo migliore per tranquillizzarsi è semplicemente quello di informarsi. Parlare con altre donne, leggere articoli ATTENDIBILI in rete e, soprattutto, chiedere ai propri medici. Sono lì apposta!

Ma visto che io sono molto magnanima (?), dall’alto della mia FIVET-saggezza (??) ho deciso di condividere con voi alcuni piccoli segreti per vivere bene questo periodo. Scherzi a parte, da quando ho iniziato questo percorso ne ho sentite e lette di tutti i colori, ma visto che io sono molto curiosa e mi piace imparare, ho sempre cercato informarmi il più possibile, anche a costo di porre domande apparentemente idiote ai medici.

La mia ultima perla risale al giorno del transfer, quando ho chiesto alla biologa: Senta, ma cosa fanno gli embrioni quando li mettete dentro? Marito ancora mi prende per il culo. Lui non sa che sono centinaia le donne che in rete se lo chiedono! E io ho avuto il coraggio di chiederlo, mi sono sacrificata per il nostro bene, eh!

Dunque, ecco quello che ho imparato sul post-transfer:

1. EMBRIONI: Al momento del transfer gli embrioni sono visibili soltanto al microscopio. Non si possono perciò vedere ad occhio nudo. Non li potrete mai vedere sugli slip o galleggiare nel wc. Gli embrioni non possono fuoriuscire. Una volta trasferiti nell’utero si annidano nella mucosa, dove rimangono fermi, e gradualmente, o attecchiscono, dando così inizio ad una gravidanza, o vengono riassorbiti.

2. COSA FARE E COSA NON FARE: Nei giorni post transfer potete ridere, starnutire, tossire, andare in bagno quando e quanto volete. Non dovete fare esercizio fisico, sollevare pesi o fare grandi sforzi (esempio: non mettetevi a pulire tutte le finestre di casa proprio nei giorni post transfer…). Non dovete avere rapporti sessuali e quando salite o scendete le scale magari non fatelo correndo, ecco… I medici mi hanno rassicurato sull’uso dell’auto, anche se io in questi giorni evito di usarla per paura delle vibrazioni (paura irrazionale, ma così è).

Passeggiare ogni tanto fa bene per la circolazione del sangue!

3. CIBO: Comportatevi come se foste già in gravidanza. Niente fumo, niente alcool, niente carne o pesce crudo e verdure crude solo se lavate accuratamente con l’Amuchina. Se non lo state già prendendo, cominciate ad assumere un integratore di acido folico (sempre dopo aver chiesto al medico). Anche il cavolfiore è un alimento ricco di acido folico.

4. SINTOMI: Ignorante qualsiasi sintomo o fantasintomo. Il seno gonfio, i dolorini, possono essere sia un segnale che stanno arrivando le Malefiche, sia il segnale di una gravidanza che è iniziata. Possono anche essere effetti collaterali delle terapie di supporto. Insomma, possono essere tutto e il contrario di tutto. Si fa prima ad ignorarli, direi.

Ma se avete dei dolori veramente “anomali”, non esitate a dirlo al medico, a costo di ricevere risposte scocciate!

5. RELAAAX! Sia che stiate a casa o decidiate di tornare subito al lavoro, rimanete rilassate. Fate quello che più vi fa sentire a vostro agio. Se non fate lavori pesanti i vostri medici vi consiglieranno di tornare a lavorare, ma se preferite restare a casa (e fatelo, se vi trovate un ambiente lavorativo non proprio idilliaco!), sappiate che la legge è dalla vostra parte. Fatelo notare anche al medico di famiglia, se si rifiutasse di farvi il certificato di malattia.  (Cercate il paragrafo “Procreazione assistita”).

Non abbiate fretta e aspettate il giorno comunicato dal centro PMA (solitamente il 14° p.t.) per effettuare il test di gravidanza! E, in tutti i modi, sia in caso di risultato positivo sia in caso di risultato negativo andate a fare le analisi delle beta hcg. Se proprio non ce la fate ad aspettare, anticipate al massimo di un paio di giorni… Ma, in caso di negativo, ripetete il test il giorno giusto!

 

Se per caso i vostri medici vi hanno consigliato diversamente o se volete aggiungere qualcosa di importante che mi sono scordata, ditemelo pure!

La sottoscritta, ovviamente, non è che rispetti molto queste regole. Tra il dire e il fare… Ci sono di mezzo gli ormoni che mi fanno essere razionale solo a tratti!

Oggi è il 7° p.t. e stavo seriamente pensando di fare un test di gravidanza, per dire… No, non l’ho fatto. Voglio crogiolarmi ancora un po’ nella speranza prima di risvegliarmi bruscamente. Ho una pessima sensazione. Che a volte si trasforma in un ottimismo insensato. Ah, gli ormoni…

Pubblicato in: La mia storia

Un anno fa

13 gennaio 2012.

La maggior parte di voi ricorderà questa data per il naufragio della Costa Concordia, o per la scomparsa di Roberta Ragusa.

Tra qualche anno, non appena le luci dei mass media si saranno spente, dimenticherete questi fatti di cronaca e questa data diventerà per voi un giorno come un altro.

Ma non per me.

Il 13 gennaio di un anno fa è iniziato il mio calvario, il mio inferno. Quel giorno un misero pezzo di carta pieno di nomi strani e cifre ha decretato il mio futuro. Un pezzo di carta che a quel tempo (ah, beata innocenza!) non ero neppure in grado di interpretare. La ginecologa aveva dovuto farlo per me.

Ricorderò per sempre il sospiro con cui lesse le analisi e infine, con voce neutra e un pizzico di rammarico, sentenziò: “Mi dispiace, voi non potete avere figli.”
Ricorderò per sempre il mio pianto, mentre guidavo verso casa senza neppure vedere la strada davanti a me, ma soltanto un enorme buco nero. Ricorderò per sempre la sensazione di incredulità, di disperazione, di panico che ho provato quel giorno. E che ho continuato a provare nei mesi successivi.

Il 13 gennaio di un anno fa la mia vita si è interrotta. E’ entrata in una specie di pausa, di stand-by. Da allora, ogni singolo istante della mia giornata, il pensiero che mi occupa la mente è soltanto uno: riuscire a realizzare il mio desiderio di avere un figlio. Non ho smesso di vivere, certo. Continuo a lavorare, a uscire, a seguire le mie passioni, ma… Quel pensiero non mi abbandona mai. Non mi abbandona il senso di frustrazione, di impotenza, di rabbia, di speranza.

Tante cose sono cambiate in quest’ultimo anno. Io sono molto cambiata.
Ho imparato ad essere paziente.
Ho imparato ad accettare una sconfitta e a reagire.
Ho imparato chi sono i veri amici (pochi) e quelli che non meritano di essere considerati tali (la maggior parte).
Ho imparato che tutti sono pronti ad andare con te a prendere un aperitivo, ma nessuno vuole stare al tuo fianco quando affronti qualcosa di grande, di troppo grande.
Ho imparato che al mondo ci sono tante persone ignoranti a cui non importa nulla di imparare.
Ho imparato che al mondo c’è troppa gente che ama giudicare senza conoscere, senza sapere.
Ho imparato che la maggior parte delle persone da tutto per scontato.
Ho imparato che non sono soltanto gli adolescenti, ma pure i cinquantenni a non sapere come si concepisce un bambino.
Ho imparato che in Italia c’è molta ignoranza sull’educazione sessuale, sulla PMA e sull’adozione.
Ho imparato che un uomo e una donna, se si amano realmente, possono rimanere uniti davanti ad una diagnosi di infertilità.
Ho imparato che, ogni tanto, ridere delle proprie disgrazie può essere utile per superarle.

E ho capito che, in un modo o nell’altro, io voglio diventare madre.

E’ passato un anno, e io sono ancora al punto di partenza. Quanto ero ingenua, un anno fa! Ero talmente cieca davanti alla realtà e piena di speranza da credere che, in pochi mesi, la PMA avrebbe regalato a me e Marito il dono più grande… Mi dicevo che non era possibile che noi non potessimo avere figli, che la Natura si era sbagliata, che non avremmo dovuto soffrire tanto a lungo… E, invece… Eccomi qui. Ancora qui.
Di nuovo a sperare. Di nuovo a lottare. Senza aver ottenuto nulla, se non tanto, ulteriore dolore.

Ho fatto il transfer giovedì. Mi hanno trasferito due embrioni. Purtroppo ne hanno dovuti scongelare quattro, perché due sono morti subito.
Il transfer non è stato facile. La prima volta non avevo provato alcun dolore, questa volta invece ho sofferto molto. Devo dire che la ginecologa non è stata molto delicata. Mi ha inserito lo speculum con la gentilezza di un elefante. Ho subito urlato per il male, e mi son irrigidita tutta. Cercavo in tutti i modi di rilassarmi, ma non ci riuscivo!
Ha dovuto persino usare le pinze per trovare il collo dell’utero… Io, che da sdraiata non vedevo cosa stesse accadendo, sentivo degli strani rumori e credevo si trattasse di forbici…! Meno male che l’infermiera mi ha rassicurata spiegandomi che si trattava solo di pinze. Ho sentito gli stessi dolori che provo dopo il pick up, che poi sono come dei dolori mestruali fortissimi… Meno male che è durato solo pochi minuti, durante i quali mi sono fatta però compatire per bene, piangendo e praticamente spaccando la mano dell’infermiera…

E’ da giovedì pomeriggio che vivo tra divano e cibo… Non ho voglia di far niente, ho sempre sonno, anche se a volte mi costringo ad alzarmi perché stare troppo ferma non va bene, il sangue non circola! Mi hanno consigliato di fare delle passeggiate e mi hanno detto che potevo andare a lavorare, dato che faccio l’impiegata, ma io ho preferito mettermi in malattia per due settimane.

Mi sento una stupida. Sto attenta ad ogni movimento, quando salgo o scendo le scale lo faccio a passo di lumaca, Marito non mi lascia neppure apparecchiare la tavola per timore che mi stanchi troppo…!
E io non faccio altro che pensare… E se stessi facendo tutto questo per niente? E se andasse male anche stavolta e mi sentissi una deficiente totale per aver vissuto due settimane come una malata?
Ma non è veramente questo a impensierirmi…
Io ho paura.
Ho il terrore che vada male. Ho il terrore di vedere il test di gravidanza negativo. E ho pure il terrore di vederlo positivo, perché potrebbe succedere come l’altra volta…

E poi… Non so se è a causa del Progynova, del Progesterone, della solitudine forzata o dell’astinenza dal fumo e dall’alcool, ma è da due giorni che mi sento perennemente sull’orlo di una crisi di nervi, comincio ad urlare ed inveire senza motivo, mi viene sempre voglia di piangere e urlare.

Forse è solo la paura.

Farò il test il 22 gennaio, in anticipo di due giorni rispetto a quello che mi ha detto il centro, tanto si dovrebbe già vedere un risultato positivo.

Questi giorni sono lunghissimi. Noiosi. E vuoti. Spero che un giorno ricorderò questi giorni come fantastici. Spero che un giorno riderò ripensandomi sul divano a strafogarmi di cibo per alleviare la malinconia, e dirò: “E’ in quei giorni che è iniziata la vita di mio figlio!”

Speriamo.

Pubblicato in: La mia storia

Organizzazione post transfer

homer_sleepingImmagine presa dal Web

Sabato ho fatto l’ecografia.
Il mio endometrio era spesso 8,6 mm. Urrà!

Domani la dottoressa vuole visitarmi di nuovo e, se sarà cresciuto oltre ai 10 mm, potrò fare il criotransfer mercoledì o giovedì (speriamo mercoledì, non ne posso più di aspettare!).

Come al solito starò a casa almeno due settimane in malattia. E, dato che io guardo sempre avanti, ho già iniziato a programmare il riposo post transfer.

Questa volta, per stare sul sicuro, Marito non ha intenzione di lasciarmi uscire dal letto almeno per qualche giorno, per evitare che debba fare le scale, e mi ha raccomandato di tenermi lontano dai cani, perché non vuole che mi saltino addosso. In realtà le nostre adorate bimbe pelose non mi saltano mai addosso, tranne quando gioco con il Playstation move (soprattutto quando gioco a tennis, non capiscono perché mi agiti tanto) o quando sono io stessa ad incitarle perché ho voglia di ballare con loro (…).

Credo che Marito sia convinto che le nostre cagnoline abbiano intenzione di boicottare una possibile gravidanza perché vogliono restare le uniche “bambine” di casa…

In tutti i modi, sia che io rimanga sul letto o mi trasferisca sul divano, ho intenzione di rimanere in posizione orizzontale il più a lungo possibile, perciò ho assolutamente bisogno di pensare a qualcosa da fare per distrarmi durante il riposo forzato, per non rischiare di impazzire.

Ecco il mio programma:

– Finire di leggere “Il manoscritto ritrovato ad Accra” di P. Coelho

– Rileggere “L’idiota” di Dostoevskij (l’ho dovuto cercare su Google per scriverlo correttamente…)

– Leggere “Fosse ‘a Madonna!” di De Crescenzo

– Leggere “A tale of two cities” (sì, in inglese) di Dickens

– Guardare tutte le stagioni di “Nip/Tuck”

– Guardare “Eli Stone”

– Guardare la quarta stagione di “Misfits” (un telefilm inglese)

– Guardare qualche bel film in streaming noleggiato sui viaggi nel tempo, che mi piacciono tanto

– Riguardare per l’ennesima volta la trilogia de “Il Signore degli Anelli” senza alcuna pausa tra un film e l’altro (alla fine crederò di essere Arwen e mi metterò a parlare in elfico)

– Giocare a The Sims 3 e fare tanto fiki fiki (oh, almeno quello virtuale posso farlo)

– Terminare la revisione del mio romanzo e trovare degli editori a cui inviarlo

– Scrivere tante belle deprimenti poesie su quanto è deprimente non riuscire a diventare madre (sì, è uno dei miei passatempi preferiti)

– Terminare il collage di foto dei miei bimbi pelosi che avevo iniziato a fare durante il primo post – transfer per il futuro bimbo

Direi che di cose da fare ne ho… Penso che niente potrà distrarmi dall’ansia per il responso del test di gravidanza, né alleviare la mia paura di un altro fallimento, ma cercherò in tutti i modi di vivere questo riposo forzato nel modo più sereno possibile. Ne approfitterò per riprendermi un po’ da questo periodo stressante e fare tutte quelle cose che mi piacciono e che, causa lavoro, non riesco mai a fare.

Suppongo che la prossima volta che scriverò sul blog sarò “in cova”…

Pubblicato in: La mia storia

Fatemi scendere, per favore

Dopo lo sfogo dell’altra sera ho cercato di convincermi che, proprio come qualcuna di voi mi ha detto nei commenti, avrei dovuto approfittare di quest’ennesima attesa, neppure tanto lunga, ma atroce, per prendermi cura di me stessa, per rendere il mio corpo un nido accogliente per i miei “bimbi”. E non per bere, fumare come un ossesso e mangiare un giorno sì e due no come sto facendo ultimamente.

Ma non faccio in tempo a smettere di piangere, a rialzare la testa, che dietro l’angolo mi aspetta già l’ennesima sofferenza. E un nuovo pianto.

Stamattina sono andata a trovare mia nonna materna al ricovero dove mia madre l’ha letteralmente sbattuta ormai diversi mesi fa contro la sua volontà. Era da un po’ che non la vedevo, a causa della PMA e tutto il resto. Tra l’altro il ricovero si trova ad un’ora dalla mia città, in un paesino sperduto sugli Appennini… Non oso pensare quando ci sarà la neve (e lì nevica parecchio…) come farò ad andarci.
Ultimamente mia nonna non fa che peggiorare. Ormai non mi riconosce più, non parla, non riesce a camminare, in bagno non riesce neppure a tirarsi giù i pantaloni da sola e devo aiutarla io o le infermiere. Negli ultimi anni mia nonna è finita spesso all’ospedale perché ha tanti problemi a causa della vecchiaia, ma quando l’andavo a trovare in ospedale non era così stranita come ora! Mi ricordo che una volta, quando era ricoverata, le avevo persino portato le foto del matrimonio e le aveva guardate con gioia… Fino ad un anno fa andava in bagno tranquillamente da sola, addirittura cucinava per sé (ok, faceva cuocere la pasta per 45 minuti, ma almeno riusciva a mettere una pentola sul fuoco!).
Ora sembra un’altra persona… Non fa altro che ripetere che vuole andare via da lì, ma io sono impotente, non posso fare nulla, non posso prendere decisioni! Se potessi la porterei a casa con me, ma ha bisogno di qualcuno che stia con lei, e io e Marito siamo al lavoro tutto il giorno, mica possiamo lasciarla da sola in casa con due cani…
La sto guardando spegnersi ogni giorno di più, e non posso fare nulla… Vorrei tanto che il mio bambino la potesse conoscere, ma non so se accadrà…

Quando ragionava ancora, qualche mese fa, mia nonna mi ha chiesto quando avrei avuto un figlio… Io le ho detto che ci stavamo “lavorando”… Ovviamente non le ho detto della PMA, sarebbe un po’ difficile da spiegare ad una donna di 86 anni (me la immagino chiedermi in dialetto: “Cos’è quella roba lì? Stimolazione ovarica? Liquido seminale? Provetta??”).
Mia nonna in quell’occasione mi ha solo consigliato di portare pazienza, perché anche lei aveva aspettato mia madre per dieci anni (tanta attesa per un risultato così!!). Io le ho detto che, quando sarei rimasta incinta, sarebbe stata la prima a saperlo… Ma ci sarà ancora, quando questo piccolo grande miracolo accadrà? Sarà ancora in grado di capire, di gioire con me, per me? Potrà prendere in braccio il suo nipotino (dovrei dire pronipotino, ma suona male) e capire chi è?

Forse no. Probabilmente no.

I miei genitori sono da una settimana alle Mauritius. Credo che debbano rientrare domenica prossima. Non li sento da mesi, ormai, a parte qualche sporadico sms che mi manda mia madre per farmi sapere quanto mi detesta o che devo ritenermi orfana. Qualche giorno fa mia nonna paterna mi ha pregato di chiamarli perché aveva saputo che dovevano parlarmi. Controvoglia, ma preoccupata che fosse successo qualcosa, l’ho fatto.

E’ stato strano risentire la voce di mia madre dopo tanto tempo. Non so neppure spiegare esattamente cos’abbia provato. Tanta rabbia, credo. E un pizzico di tristezza per quello che avremmo potuto essere, per quello che non siamo mai state l’una per l’altra.

Naturalmente mia madre non mi ha chiesto nulla sulla fecondazione assistita. Mi ha solamente domandato, frettolosamente e con tono indifferente: “come stai?”. Io ho risposto con un altrettanto laconico “bene”. La sua replica? “Ah, ok.” Nient’altro.
Sa benissimo quello che sto passando. Anzi, no, non sa proprio nulla, dato che non si è mai interessata. Non sa dell’iperstimolazione, dei dolori che ho dovuto sopportare, della mia angoscia… Ma è a conoscenza del fatto che in questo periodo mi sarei dovuta sottoporre ad un secondo ciclo di PMA. Gliel’ho detto un paio di mesi fa, quando le ho annunciato che, purtroppo, non mi sarei potuta occupare io della casa e dei gatti durante la loro assenza. Quando gliel’ho detto ovviamente pensavo che in questo periodo sarei dovuta stare a riposo dopo il transfer, o magari sarei stata incinta e quindi impossibilitata a fare sforzi.
Dato che è saltato tutto, lunedì scorso ho mandato un sms a mia madre per dirle che ero libera e che avrei potuto occuparmi io dei mici, ma lei mi ha risposto che era meglio di no. Aveva già chiesto al figlio della veterinaria di andare a casa ogni sera per dare loro da mangiare e che, dato che uno dei gatti sta poco bene e deve prendere delle medicine, preferiva che fosse questo ragazzo a farlo, perché è più esperto di me. E mi ha espressamente vietato di andare a casa per non stargli tra i piedi.

Mi è dispiaciuto molto, perché quei gatti con cui ho vissuto per anni sono per me come dei figli, e mi piace di tanto in tanto prendermi cura di loro e coccolarli. Non lo posso fare spesso, dato che voglio evitare i contatti con i miei genitori, e quindi vado a casa loro soltanto quando non ci sono…

Sapevo che in fondo era meglio così perché, anche se sono da anni una volontaria della Protezione Animali e somministro sempre medicine ai gatti del nostro rifugio, mi sarei sentita in difficoltà a dovermi accollare questa responsabilità… Mi sono detta che sicuramente il figlio della veterinaria era più bravo di me, e anche se avesse faticato non si sarebbe fatto dei problemi a chiamare sua madre per aiutarlo.

Purtroppo io sono una maniaca del controllo. Ma proprio maniaca, eh. Non mi fido di nessuno. E da quando i miei genitori sono partiti non faccio altro che chiedermi: “ma quel ragazzo sarà bravo? Farà attenzione che i gatti non scappino per le scale? E se si dimenticasse di chiudere la finestra e uno dei gatti cadesse giù? E se si scordasse di dare loro l’acqua e morissero di sete?”

Sì, sono paranoica. Ma forse sono giustificata dal fatto che, quando aveva soltanto qualche mese, dieci anni fa il nostro primo gatto è caduto giù dal balcone (dal terzo piano). Sono rimasta traumatizzata per anni da quella terribile notte, anche se il micio si è salvato ed è tuttora il re della casa.

In questi giorni ho cercato in tutti i modi di restare tranquilla, ho provato con tutte le mie forze a fidarmi di questa persona.

E proprio l’altra sera mia madre, ignara (perché neppure me l’ha chiesto) di tutto quello che è successo, che mi è successo, ha deciso di annunciarmi che il gatto che sta male probabilmente non vivrà ancora a lungo. Me l’ha detto così, senza alcuna delicatezza, senza neppure spiegarmi il perché.

Zymil. Sì, proprio come il latte. Questo è il nome del micio. Un bellissimo gatto persiano dal pelo folto e bianco che abbiamo trovato, abbandonato, otto anni fa. Dovrebbe avere all’incirca dieci anni, ma forse ne ha anche dodici. Come molti gatti della sua razza, ha entrambi i reni policistici. Una malattia incurabile.

I miei gatti sono stati i miei unici amici durante un’adolescenza vissuta per la maggior parte nella solitudine e nella sofferenza. Io sono stata la prima persona di cui Zymil si sia fidato. E nessuno si era mai fidato di me, prima di allora. Avevo diciotto anni quando i miei genitori l’hanno portato a casa, tutto sporco e arruffato. Non appena l’hanno liberato si è nascosto in cucina e non ne voleva sapere di venir fuori. Io sono stata una sera intera accucciata per terra, cercando di convincerlo ad avvicinarsi a me, cercando di fargli capire che non gli volevo fare del male. Lui non si muoveva, ma ad un certo punto ho cominciato a sentire uno strano rumore. Credevo che stesse ringhiando e ho preso paura, ma poi ho sorriso capendo che stava facendo le fusa! Mi sembrava quasi che volesse dirmi: “Vorrei fidarmi di te, ho capito che sei buona, ma ho paura!”

Con il tempo Zymil è diventato un gattone buono e coccolone… Anche se negli ultimi anni mi vede raramente, ogni volta che entro in casa mi riconosce, inizia immediatamente a fare le fusa e si mette a pancia all’aria per farsi coccolare… A differenza degli altri mici, lui beve molto e ogni volta la sua “barba” si impregna d’acqua, e lascia una lunga scia sul pavimento… Ha due occhi bellissimi, uno è ambrato e l’altro azzurro… Quando mi guarda penso di non aver mai visto occhi così belli e intensi.

E’ solo un gatto, ma io gli voglio bene. Non voglio che se ne vada. Ora non potrei sopportarlo. Vorrei che anche lui conoscesse il mio bambino, che potesse fargli le fusa, che potesse insegnarli che il cuoricino di un gatto può dare più amore di tanti esseri umani…

Ieri ho chiamato la veterinaria per sapere le reali condizioni di Zymil. Non mi fido molto di mia madre, pensavo che avesse esagerato. La dottoressa era felice che l’avessi chiamata e mi ha pregato di portarle il gatto, perché suo figlio non riesce a prenderlo e ha bisogno di fare flebo ogni due giorni. Ma mia madre non poteva dirmelo, sapendo che per i gatti farei qualsiasi cosa?! Voleva che saltasse le flebo per due settimane intere?
Ho portato immediatamente il micio da lei dopo il lavoro. Era da un po’ che non lo vedevo. E’ veramente magro. Prima pesava sei chili, ora la metà esatta… Quando lo accarezzo sento le ossa, prima sentivo solamente della bella ciccia, e lo prendevo sempre in giro per questo…
Non appena l’ho visto sono scoppiata a piangere. E ho continuato mentre la veterinaria gli faceva la flebo, e sono crollata quando mi ha annunciato che sì, potrà vivere ancora, ma non per più di qualche mese.
Oggi sono andata ancora a trovare il micio, per coccolarlo un po’. Mi sono sdraiata sul letto con lui (ama accucciarsi sul cuscino) e l’ho accarezzato a lungo. E più mi faceva le fusa, più io piangevo. Anche Marito, che mi aveva accompagnato, aveva gli occhi lucidi. E lui non piange quasi mai.

Porterò di nuovo il micio dalla veterinaria lunedì. E so che piangerò di nuovo. Cercherò di trattenermi, ma lo farò ugualmente.

Con gli anni ho imparato che il vittimismo non serve a niente, che bisogna cercare di apprezzare ciò che di bello si ha… Non mi piace lamentarmi, non mi piace farmi vedere sempre triste, ma in questi giorni è molto dura sorridere. Cerco di vedere quello che di buono c’è nella mia vita, e so di avere tante cose belle, ma è difficile gioire quando non puoi fare nulla per chi ami!

Sono circondata dalla morte. E sono totalmente impotente davanti a tutto questo. E mi chiedo: come posso trovare la vita, in mezzo a tutta questa desolazione?
Soltanto realizzare il desiderio di avere un figlio potrebbe ridarmi la gioia.
Ma come potranno i miei embrioncini rimanere attaccati ad un corpo così pieno di dolore? Chi vorrebbe restare con una persona che non fa altro che piangere?
Sono tanto stanca di queste prese in giro del destino, di questa giostra del dolore. Fatemi scendere, per favore!

Ieri sera ho parlato con Dio.  Era da tanto che non lo facevo. Dico “parlato” e non “pregato” perché le mie non sono vere e proprie preghiere. Mi scappano anche delle parolacce quando parlo con Lui. Non ho idea se Dio sia uno e trino, se Gesù Cristo facesse sul serio i miracoli o se la Vergine Maria fosse davvero vergine. Non me ne frega niente, in realtà. Io so che Lui c’è. Ed è questo che mi fa più incazzare. Gli ho detto che non sento più la Sua presenza accanto a me. Dentro di me. Che forse non l’ho mai sentita. Che vorrei sentirla, davvero, per riacquistare un po’ di fede. Non so cosa mi aspettassi. A volte faccio troppi voli con la fantasia, soprattutto dopo aver bevuto un po’… Forse speravo che mi desse un segno, tangibile, della Sua presenza. Che mi facesse sentire che non sono sola. Che Lui, oltre ad esserci, mi ama, ci ama. Ma non mi ha dato alcun segno. Non sono meritevole neppure della Sua attenzione?

Pubblicato in: La mia storia, Riflessioni

Il nostro pianto

Image and video hosting by TinyPic

Immagine di sepulture/is.dead/

Lunedì sono tornata al lavoro. Ero felice, a dire il vero. Pensavo che sarebbe stato bello rivedere i miei colleghi, anche se spesso discutiamo, e riprendere la vita “normale”.
Ma il ritorno alla realtà è stato più brusco di quanto non pensassi. Mi sono ritrovata a dover rispondere alle solite domande stupide, a dover lavorare mentre la testa vagava altrove, a dovermi sforzare per sorridere e recitare come al solito la parte del pagliaccio per non lasciar trapelare quello che provo… Pensavo che sarebbe stato piacevole, forse in un certo senso persino rilassante, tornare a “vivere”… Ma questa può forse dirsi “vita”?

Tutto quello che faccio durante il giorno – alzarmi, guidare, entrare in ufficio, lavorare, chiacchierare, sorridere – lo faccio come se fossi un automa, senza neppure riflettere, perché so che è quello che devo fare, che gli altri si aspettano da me. Tutto quello che vorrei fare, in realtà, è fermarmi e urlare, urlare a squarciagola. Tutto quello a cui riesco a pensare sono quegli embrioncini che mi aspettano, quelle potenzialità di vita che, forse, una vita non l’avranno mai. A cui io forse non riuscirò a donare la vita.

Sabato sono tornata al centro PMA e, come previsto, la ginecologa mi ha detto che il transfer è rimandato al mese prossimo, perché le mie ovaie sono ancora un po’ gonfie, nonostante io mi senta bene. Dovrò aspettare che mi tornino le Malefiche, probabilmente tra il 6 e il 10 dicembre, poi almeno per dodici giorni dovrò impasticcarmi di Progynova e infine, finalmente, potremo fare il transfer, si spera entro Natale. Altrimenti, suppongo, tutto slitterà a gennaio.

Questa notizia non mi ha intristito più di tanto, all’inizio. Ormai sono due anni e mezzo che aspetto il mio bimbo, un’attesa di un altro mese, o anche due, non è di certo una tragedia.

Ma negli ultimi giorni, dopo essere rientrata alla “realtà”, il panico ha cominciato a prendere il sopravvento.

Non so perché, forse è causato dallo scombussolamento ormonale, ma mi sento triste come mai prima. Mi sento molto sola. E mi sono data della stupida per aver creduto di essere felice rientrando in ufficio e rivedendo i miei colleghi. Quelle persone non sanno niente di me, non sanno cosa sto passando, non se lo possono neppure immaginare… E, anche se lo dicessi loro, probabilmente non otterrei nient’altro che critiche e le solite frasi banali che ci fanno tanto incazzare.

Mi sento tanto sola. E tanto stanca. So che non dovrei. Dovrei essere forte. E speranzosa. Tra un mesetto o poco più quei puntini luminosi che amo così tanto entreranno a far parte di me. Avrò un’altra possibilità. Ma, mentre a volte mi sento agguerrita e piena di ottimismo, in questi giorni provo soltanto un grande senso di vuoto.

Oggi ho ricevuto l’ennesimo annuncio di gravidanza. Una conoscente mia e di Marito è incinta. Una ragazza che avrà più o meno la mia età. E’ stato Marito a dirmelo, mentre stavo per uscire dall’ufficio. Sapeva che prima o poi l’avrei scoperto, e non voleva che lo sapessi da altri. Questa notizia è stata la ciliegina sulla torta di una giornata molto triste.

Quando sono uscita dal lavoro, mentre mi incamminavo verso la macchina, nascosta nel buio, ho cominciato a piangere. E ho continuato durante tutto il viaggio in macchina verso casa. E mentre piangevo pensavo che forse quella ragazza avrebbe perso il suo bambino. In fondo, anche le gravidanze “naturali” possono andare male. Questo pensiero ha attraversato la mia mente per un millesimo di secondo, ma in quel millesimo di secondo ho provato un macabro sollievo. Poi mi sono vergognata di me stessa. E ho cominciato a piangere ancora più forte.

In questo periodo le uniche persone che sono riuscite a strapparmi un sorriso o a scaldarmi il cuore sono quelle che ho conosciuto su internet.

Da quando ho aperto questo blog mi capita sempre più spesso di ricevere lettere da parte di donne che soffrono come, e con, me.

Il termine “e-mail” mi ispira freddezza. Preferisco chiamarle “lettere” perché è proprio questo che sono. E ogni volta che una donna mi scrive per raccontarmi la sua storia e per donarmi un abbraccio, seppur intangibile, mi sento un po’ meno sola, e un po’ più triste.

Oggi, mentre piangevo, ripensavo a quelle donne. Alle donne invisibili. Pensavo a quando mi raccontano cos’hanno provato al primo, o all’ennesimo, tentativo di PMA fallito. Pensavo a quando avevo creduto di essere incinta, per poi vedere il mio sogno dileguarsi nel sangue. Pensavo a quanto mi sembrassero forti, loro, e quanto io abbia paura di sperare ancora. E il mio dolore si confondeva con il loro. Oggi ho pianto per me, e per voi. E questa, sicuramente, non è una grande consolazione per nessuno. Noi dovremmo sorridere, non piangere. Noi ci meritiamo di sorridere, non di piangere.

Vi è mai capitato di ascoltare una canzone e pensare che fosse stata scritta proprio per voi, che addirittura voi stessi avreste potuto scriverla, che sono le stesse parole che si celano da tempo immemore nel vostro animo…?

A me sì.

Ultimamente non posso fare a meno di ascoltare questa canzone. E’ “All Alright” dei Fun.

 

I’ve given everyone I know
a good reason to go
I was surprised you stuck around
long enough to figure out
That it’s all alright
I guess it’s all alright.
I got nothing left inside of my chest, but
it’s all alright.
Yeah, it’s all alright.
I guess it’s all alright.
I got nothing left inside of my chest, but
it’s all alright.

Ho dato a tutti quelli che conosco
una buona ragione per andarsene
mi ha sorpreso che tu sia rimasto
abbastanza a lungo per capire
che va tutto bene
Penso che vada tutto bene
Non mi è rimasto più niente nel petto, ma
va tutto bene.
Sì, va tutto bene.
Penso che vada tutto bene.
Non mi è rimasto più niente nel petto, ma
va tutto bene.

Pubblicato in: La mia storia

Lo sapevo, non dovevo guardare su Google!

Tutto sembrava procedere per il meglio.

Tredici ovociti. Che bellezza! Oggi la biologa mi ha chiamato per dirmi che si sono formati sei embrioni buoni. Abbiamo programmato il transfer per lunedì, quando gli embrioni saranno arrivati allo stadio di blastocisti. Benissimo, no?

Sì, ma… C’è sempre un “ma”. Mercoledì, tornata a casa dopo il pick up, ho cominciato ad avvertire un leggero dolore alla pancia che è durato per tutto il giorno, per poi peggiorare giovedì. Mi sono detta che sicuramente era normale, visto che mi avevano inserito un ago nelle ovaie e rovistato dentro per bene… Ieri il dolore ha cominciato a peggiorare. Sentivo dei crampi insopportabili alla pancia, mi sembrava di essere gonfissima e a volte faticavo a respirare. Oggi è ancora peggio. Non riesco neppure a muovermi. Sto sempre seduta oppure sdraiata sul letto o sul divano, e non appena mi alzo o mi muovo di un centimetro sento mille dolori. Sono talmente gonfia che mi sembra di essere già incinta…

Marito mi ha dato della scema per non aver avvertito subito la ginecologa. Ma io credevo che fossero dolori normali e passeggeri… Stamattina, quando la biologa mi ha chiamato per darmi la bella notizia, le ho parlato di quello che mi sta succedendo, e lei mi ha detto, con mia grande sorpresa, che sono andata in iperstimolazione. Io credevo che questo potesse accadere soltanto durante l’assunzione di Gonal, e invece può succedere anche dopo il pick up. Mi ha consigliato di bere molto, soprattutto Gatorade, e assumere tante proteine.

L’iperstimolazione è un effetto collaterale abbastanza raro, che però diventa più comune nelle donne giovani come me che subiscono una terapia ormonale. Proprio quando le cose stavano andando così bene, mi deve capitare un guaio del genere!

Ho cercato di resistere tutto il giorno alla tentazione di cercare sintomi, cure e informazioni sull’iperstimolazione su internet. La rete è molto utile, ma a volte affidarsi troppo alle notizie che si trovano sui siti rischia di mandarti nel panico. Dieci minuti fa ho ceduto, e ho cercato “iperstimolazione” su Google.

Ora sono convinta di essere prossima alla morte.

Da Cerco un Bimbo:

L’assunzione di gonadotropine, in particolare di FSH, può causare lo sviluppo un numero eccessivo di follicoli che portano le ovaie a ingrossarsi troppo, scatenando – con un meccanismo ancora non del tutto chiaro – una serie di problemi a catena: se l’iperstimolazione peggiora, all’ingrossamento delle ovaie (che possono raggiungere anche i 15-20 cm di diametro nei casi molto gravi!) segue una ascite, cioè un accumulo di liquido nell’addome, a volte accompagnata da versamenti nei polmoni e nel cuore; il sangue si addensa e lo squilibrio elettrolitico si altera, arrivando a causare complicazioni respiratorie, cardiache, epatiche e renali che, se non trattate adeguatamente in ospedale, possono portare anche alla morte.

Il problema è che la ginecologa non ha neppure voluto vedermi per farmi un’ecografia, perciò non si può sapere quanto sia grave la situazione. Sui forum ho letto di donne che non riuscivano neppure a respirare e sono state ricoverate; io non sono ancora a questo punto, ma ogni ora che passa mi sento sempre peggio.

Ho paura di stare male, ho paura di non riuscire a fare il transfer e, conoscendomi, testarda come sono, lunedì fingerò di stare bene per farmi comunque trasferire gli embrioni, e se la gravidanza non dovesse iniziare o dovesse complicarsi a causa dell’iperstimolazione…?

Ma porca miseria, possibile che non ne vada bene una?

Sto bevendo talmente tanto che non faccio altro che fare pipì (e ogni volta che vado in bagno i dolori aumentano), e stasera e domani mi mangerò una bella fetta di carne (e pensare che volevo tornare ad essere vegetariana… sigh), sperando che la situazione migliori…

Se domattina sto ancora così, o se dovessi peggiorare, andrò al pronto soccorso per farmi fare un’ecografia. Vorrei evitare che mi scoppiassero le ovaie da un momento all’altro.

Sempre che non muoia nel sonno… O__O