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Dieci anni

C’era una volta un bel ragazzotto di venticinque anni, magro, dallo stile sfattone-chic, con la testa piena di sogni, che cercava una ragazza per una storiella poco seria. La cercò nel luogo più adatto per beccare delle grandi sòle: internet. Tra i profili di MSN, per l’esattezza.

Di tutte le ragazze contattate (ovviamente scelte in base alla grandezza delle tette mostrate nelle foto del profilo), solo una rispose.

Lei aveva diciassette anni ma fingeva di essere maggiorenne, era grassoccia, dallo stile cafon-trash, con una chioma indefinibile. Esattamente l’opposto della foto del profilo che aveva attratto l’incauto internauta dagli ormoni impazziti.
La foto non era quella di una modella o di chissà chi; ritraeva la stessa ragazza pochi anni prima, quando era decisamente più magra.
Una bella foto in riva al mare, posa sirena. Lei, sinceramente, non voleva ingannare nessuno, non sentiva di essere tanto diversa dalla ragazza della foto, ma forse le calorie le avevano offuscato la vista.

Dopo qualche convenevole in chat, Lui e Lei si incontrarono, in un pomeriggio di aprile.
Inizialmente il luogo fissato per l’appuntamento al buio era la piazza centrale della città, ma all’ultimo Lui decise di cambiare. Aveva nasato la sòla e non voleva rischiare di farsi vedere in giro con una budrigona.
Così i due si incontrarono davanti ad un campus universitario totalmente deserto, dato che era sabato e, tra l’altro, la Vigilia di Pasqua. Furbo il ragazzotto!

Quando Lei arrivò, Lui sarebbe voluto scappare, ma non lo fece per educazione. Si strinsero la mano e non potevano sapere che quello sarebbe stato il momento che avrebbe cambiato per sempre le loro vite.

Lui la invitò a salire in macchina per andare a fare un giro, e si meravigliò del fatto che Lei accettasse senza alcuna remora; cavolo, poteva essere un serial killer!
Ma Lei non aveva paura del pericolo: sentiva di non avere molto da perdere. La vita le andava stretta e credeva di non doversi aspettare più niente di bello.
Il viaggio in macchina durò poco, perché si infrattarono subito in un parcheggio dell’università. Dopo qualche convenevole di cui nessuno dei due avrebbe in futuro ricordato i dettagli, si baciarono.
Un bacio, sinceramente, non di certo generato dall’amore, quanto dalla noia della conversazione e dagli ormoni su di giri causa astinenza.

Potrei rendere la storia più romantica parlando di un fantomatico colpo di fulmine, ma… Sarebbe una bugia. E poi, in fondo, ‘ste robe così sdolcinate capitano solo nei film o nei romanzi di Rosamunde Pilcher.

Da quel giorno Lui e Lei continuarono a vedersi. Lei, da brava ragazzina romantica qual era, si innamorò molto presto. Lui non osava ammettere il suo amore, però in fondo, dentro di sé, pensava: “Oltre alla ciccia c’è di più!”

Il primo maggio del 2004 Lui le chiese di mettersi insieme, insomma, di fare coppia fissa.

Dieci anni dopo, Lui e Lei sono ancora insieme. Ora sono marito e moglie.
Voi li conoscete come Eva e Marito.

Il grasso corporeo si è magicamente spostato da Lei a Lui (è il karma, gente), anche se, a causa degli ultimi sviluppi, Lei sta tornando ad essere un tortello che manco sua nonna li fa tanto ripieni. Stavolta, però, non è la ciccia a gonfiarla!

Ha trovato un suo stile, che Lui definirebbe old-chic (da vecchia, insomma), mentre la sua chioma è rimasta sempre indefinibile, un misto tra Justin Bieber-Giovanna d’Arco-Noel Gallagher.
Lui si è trasformato in un fighetto in giacca e cravatta, ma l’animo è sempre lo stesso.

La loro storia non è mai stata facile. Neppure all’inizio. Non hanno mai vissuto su una nuvoletta rosa. Quando erano più giovani amavano sognare, e ci riuscivano, nonostante tutte le difficoltà. Quando si è giovani si pensa di poter fare tutto.
Poi hanno scoperto che non è così.
Hanno scoperto che certi sogni, anche quelli più puri, innocenti e legittimi, possono essere duri da raggiungere, possono distruggerti, abbruttirti, intristirti.

Ma hanno resistito.
Hanno litigato, si sono detti brutte parole, Lui ha dormito spesso sul divano, Lei gli ha dato qualche schiaffo, entrambi hanno spaccato qualche porta e suppellettili vari.

Ora, però, sono felici. Anche se non è ancora una felicità totale, completa, priva di ombre.
Chissà. Forse, quella felicità non esiste neppure.

E’ difficile convivere con una futura mamma paranoica in preda agli ormoni che ha paura persino a salire le scale.
Ed è altrettanto difficile convivere con un marito che, se gli chiedi di comprare il latte e lo shampoo al supermercato, torna a casa con i Kinder cereali e il vino.

Lui, Lei e bimbe pelose tra poco diventeranno Lui, Lei, bimbe pelose + bimbo umano.
E scopriranno quella felicità che sognano da quando erano due ragazzi che, seduti al tavolo di un bar, sfogliavano i volantini delle agenzie immobiliari e sceglievano il nome del loro futuro bambino.

Sono passati dieci anni.

Ho abituato bene Marito.
Gli ho sempre fatto dei bei regali, soprattutto per gli anniversari.
Considero questa data forse addirittura più importante di quella del nostro matrimonio. In fondo, è da quel primo maggio che tutto è iniziato.

Quest’anno avrei voluto fargli un regalo grandioso… Dieci anni non si festeggiano tutti i giorni.
Ma ecco un’altra cosa di questo strano 2014 che sarà diversa da come me l’aspettavo, oltre al fatto che oggi non sarò presente all’unica data italiana del mio cantante preferito.
Quest’anno non ho preparato regali. Mi sarebbe stato un po’ difficile andare a comprare qualcosa, dato che attualmente non sono autonoma dal punto di vista del trasporto e Marito mi deve scarrozzare ovunque.
E poi, diciamolo, ho la testa da un’altra parte.
In fondo, il regalo più bello è proprio qui, dentro di me.

Caro Amorino,
Non so se l’hai capito, ma questa lettera, chiamiamola così, è per te.
No, non ti ho copiato. Avevo questa idea già da diversi giorni. Tu stamattina mi hai fatto trovare una bella letterina scritta a mano.
So che sei allergico a questi nuovi metodi di comunicazione, tanto che quando sei arrabbiato minacci di “taggare” e “twittare” a detra e a manca… Perché non hai idea di cosa significhino questi termini. E quindi li usi a casaccio!
Devi sapere, però, che, al giorno d’oggi, se non spiattelli tutto su internet i tuoi sentimenti non sono reali. Ciò che non è sul web non esiste.

Perciò, visto che noi (r)esistiamo, il nostro amore (r)esiste, e presto esisterà anche il suo frutto…
Voglio dirti davanti a tutti (o, almeno, a chi leggerà ‘sta pappardella), che ti amo e che secondo me sarai un bravissimo papo (anche se non ti informi su internet come me).
E che lo sarai ancora di più se farai come ti dico io 🙂

Spero che leggerai presto questa lettera… O qualsiasi cosa sia. Ultimamente hai cominciato a sbirciare spesso sul mio blog, perciò mi auguro che la troverai senza che ti dia alcun indizio…

Ma, ovviamente, oggi sarà l’unica giornata in cui non passerai di qua e mi toccherà indirizzarti e rovinare la sorpresa…

Il delirio è finito, andiamo a festeggiare!

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“Dolce” attesa?

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La prima foto del mio bimbo!

Sono sempre stata più brava a scrivere, piuttosto che a parlare.
Datemi un foglio di carta e una penna (o un documento di Word e una tastiera) e io vi aprirò il mio cuore.
Se pretendete che lo faccia muovendo le labbra e articolando suoni con la voce formando delle frasi di senso compiuto, invece, difficilmente otterrete un risultato.

Questo giorno, invece, è l’eccezione che conferma la regola.
Eh già, perché oggi non mi sento in grado neppure di scrivere.

Sono giorni che ci penso. A cosa scrivere sul blog. Beh, in realtà non proprio giorni. Diciamo che ho avuto altro a cui pensare. Però, sì, ci tenevo che questo post fosse profondo, poetico, memorabile…
Ci tenevo, ma temo che non sarà così, perché non trovo le parole adatte.

Forse ancora non è stato inventato l’aggettivo adatto per descrivere ciò che si prova vedendo per la prima volta il proprio bambino. E il suo cuore che batte.
Dentro di te.
Vedere, sapere che c’è – finalmente – una vita, in un luogo che per tanto tempo hai odiato, in un luogo che temevi sarebbe rimasto per sempre vuoto.
E che, ora, non lo è più.

A volte mi sembra che tutto sia accaduto improvvisamente. E mi sento una stupida a pensarlo, dato che sono quattro anni che rincorro questo sogno.
Ho avuto tanto tempo per pensare, per abituarmi a questa sensazione.
E invece no, non è stato così. Perché nel dolore è difficile pensare che forse potresti raggiungere la felicità. E’ difficile immaginare la felicità.

Sapete, ho sempre ingenuamente creduto che, quando finalmente ce l’avrei fatta, quando finalmente sarei rimasta incinta, avrei provato quell’immensa gioia da sempre sognata. Immaginavo che il test di gravidanza positivo mi avrebbe fatto fare i salti di gioia, e che da quel momento sarebbe stato tutto facile.

Niente di più sbagliato.

Non è stato così.
Non può essere così per una donna che ha vissuto la PMA.
Ogni piccolo successo è un passo in avanti, un passo verso la felicità, ma non puoi mai cantare vittoria. Non puoi mai sentirti pienamente felice, perché la gioia è sempre minata dalla paura.

Il test, poi le beta, le ecografie, le tremende prime dodici settimane, poi gli esami pre-natale…

Giovedì 3 aprile ho fatto la prima ecografia al San Paolo di Milano. Non si è visto nulla a parte la camera gestazionale e il sacco vitellino, delle dimensioni in linea con la settimana in cui mi trovavo. Mi è dispiaciuto non vedere l’embrione, ma sapevo che c’era questa possibilità. La dottoressa mi ha detto di tornare due settimane più tardi, ma io non ho saputo resistere e ho prenotato un appuntamento presso la mia ginecologa di fiducia esattamente una settimana dopo, il 10 aprile.
Certo, c’era ancora il rischio che l’embrione non si vedesse, ma ho voluto fidarmi del mio intuito e rischiare.

E infatti… L’embrione era lì, 6,6 mm di pura bellezza. Sull’ecografo sembrava enorme, se consideriamo che solo sette giorni prima neppure si vedeva!
E poi… Il cuoricino. Io all’inizio facevo fatica a vederlo, mi sembrava tutto una chiazza indistinta (sono anche un po’ miope, lo ammetto), ma poi sono riuscita a distinguere il movimento…
Avrei voluto sentirlo, ma secondo la ginecologa è pericoloso ascoltarlo prima del secondo trimestre, perciò per questo dovrò aspettare ancora un po’.
A me per ora importa solo che il mio bimbo ci sia, e che stia bene. E che il suo cuora batta e che continui a battere per almeno i prossimi cento anni.

No, non ho pianto. Era tutto troppo strano. Dentro la mia testa c’era una vocina che diceva: “Ma davvero tutto questo sta accadendo a me? Davvero c’è una vita, un cuore che batte, dentro di me? Nel mio grembo?”

La risposta è .
Ma è ancora così difficile crederci!

La prossima ecografia è fissata tra un mese. Non posso credere di dover aspettare tanto per rivedere il mio bimbo.
Come farò a sopportare l’attesa?

Io e Marito non siamo molto bravi ad aspettare. E non siamo persone propriamente… Tranquille. Marito è ipocondriaco; un giorno sì e l’altro pure pensa di stare per avere un infarto, e ogni sera viene punto da strani insetti esotici che dubito si trovino nella pianura Padana.
Io sono quella che “se qualcosa può andare male, andrà sicuramente male”.
Insomma, proprio una bella coppia.

Ci stavamo chiedendo se esiste un modo per accorciare i tempi della gravidanza.
Dai, pensateci. Nove mesi sono un po’ troppi. Quando la ginecologa ci ha annunciato la data presunta del parto, 28 novembre 2014, per poco non ci sentivamo male.
Beh, io in realtà l’avevo già calcolata, ma sentirla dire a voce alta… Mi ha fatto venire i brividi.
Credo che un paio di settimane, o al massimo un paio di mesi, siano un tempo più che accettabile per una gravidanza. Certo, capisco che, essendo stato Dio a creare l’essere umano e il suo funzionamento, ci sia ben poco da reclamare, ma…
Sappiamo tutti che ci sono tante cose in questo mondo che non funzionano, per le quali piangiamo e chiediamo a Dio “Perché?”
Chissà, magari un giorno Lui ci permetterà di porgli tutti questi quesiti.

Ecco, in fondo alla lista delle domande, dopo aver domandato al Cielo il perché dei bambini che nascono malati, che muoiono di fame, che vengono abbandonati, il motivo delle guerre, della povertà, e di tutte le tragedie che accadono in questo mondo… Potremmo anche chiedere al Signore perché abbia deciso di rendere la gravidanza così lunga e terrificante. No?

Purtroppo, questi non sono stati giorni tranquilli. Non a causa della gravidanza, anzi sì, ma non direttamente, ho vissuto giorni pieni di rabbia. Rabbia che ho il terrore possa aver fatto male al mio bimbo. Rabbia di cui non ho voglia di parlare, ora, per non rovinare questo post.
Ho insistito con Marito per andare a fare un’ecografia questa settimana, magari al Pronto Soccorso, ma non ne vuole sapere. Forse ha ragione. In fondo non sto male.
Non ho dolori alla pancia, né perdite, le tette sono stra-gonfie come sempre e mi è pure iniziata la nausea.
Però.
Io voglio sapere cosa sta accadendo dentro di me. A detta della ginecologa l’ottava settimana, ovvero quella in cui mi trovo ora, è una delle più difficili, perché statisticamente è quella in cui avviene il maggior numero di aborti spontanei.
Grazie per avermelo detto, eh!
No, no, ora non sono per nulla in ansia! Vivrò una settimana proprio tranquilla!

Il mio compleanno cade a fine giugno. Di solito comincio a pensare al regalo che vorrei (sì, sono venale, materialista, quello che volete) verso fine aprile/inizio maggio. Insomma, in tempo per lanciare a Marito i giusti segnali, sperando che intuisca i miei desideri; tanto, anche se non li dovesse capire, non avrei particolari problemi ad esprimerli chiaramente.
Quest’anno ho già deciso cosa vorrei per il mio compleanno.
E, dato che Marito ha preso l’abitudine di leggere il mio blog, suppongo che presto lo scoprirà anche lui, senza bisogno che gli invii dei segnali.
Vorrei in regalo un ecografo.
Non sto scherzando.
Ho già guardato i prezzi su internet. Ne ho trovato uno portatile a 600 euro e rotti. Dato che quest’estate mi auguro di non andare in vacanza, potremmo anche spenderli questi soldini.

Tanto, cosa ci vuole a fare un’ecografia?
Se avessi un ecografo in casa, potrei vedere il mio bimbo ogni volta che voglio. Osservare il suo battito e tranquillizzarmi.
(Gente, sto scherzando. Lo preciso perché c’è chi ha creduto che parlassi sul serio. Devo sembrare proprio matta.)

Questa attesa, di “dolce”, ha veramente ben poco, almeno finora!
Chi l’ha soprannominata in questo modo, “dolce attesa”, evidentemente non ha mai sperimentato la PMA.

Per una mamma da provetta non solo il concepimento è un vero e proprio percorso ad ostacoli, che può ottenere solo grazie a mille iniezioni e dolori anziché ad una sana notte di sesso col proprio uomo, ma manco la felicità si può godere pienamente!

A metà maggio, tra un mesetto, questi terribili tre mesi finiranno. Allora tirerò un grande sospiro di sollievo. Sì, le tragedie possono accadere anche dopo il terzo mese, ma preferirei non pensarci. Io sono fissata con le statistiche, ed esse dicono che dopo i tre mesi le percentuali di aborto spontaneo diminuiscono drasticamente.

A metà maggio si festeggia. Punto e basta. Sarà così. Deve essere così.

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Un seme di speranza

Rieccomi.

Ho passato dei giorni con il fiato sospeso, per questo non ho più pubblicato aggiornamenti sul blog. In realtà, non avrei saputo cosa scrivere.

Sesamino ci ha giocato uno scherzetto… Ah, scusate, un passo alla volta. Chi è ‘sto Sesamino, dite?

E’ il nome che ho dato al bimbo. Per ora, intendo… Almeno finché non si saprà se è maschio o femmina. Il nome, quello vero, è già pronto e deciso da anni.

Per il momento, comunque, il bimbo si chiama così. Come mi è venuto in mente un nome del genere?
Beh, qualche giorno fa ero su internet a spulciare, finalmente con il sorriso, tutti i diecimila siti che parlano di mamme e gravidanza. E così ho scoperto che, nella settimana di gravidanza in cui mi trovo (la quarta e qualche giorno, se non ho capito male bisogna calcolare le settimane a partire dal primo giorno dell’ultimo ciclo), l’embrione è grosso come un seme di sesamo. Quindi mi è venuto naturale chiamarlo Sesamino. Anche se marito si sbaglia in continuazione e continua a chiamarlo Garofalino. Vabbé.

Come dicevo, Sesamino ci ha fatto preoccupare. Anzi, mi ha fatto preoccupare, perché Marito era molto più tranquillo di me.
Lunedì, 14 pt, ho fatto il terzo dannato esame delle beta. Risultato: 670 e qualcosa
Non mi sembrava un gran numero. Secondo i miei calcoli il valore doveva essere un pochino più alto. Ho cominciato subito ad agitarmi, ad andare in paranoia, come al solito.
Marito, invece, sembrava tranquillo e mi sono inca##ata perché non riusciva a stare dietro ai miei calcoli. Gli ho pure fatto un grafico, ma niente. UFF.

Il centro PMA ha confermato le mie paure. Al telefono l’infermiere, dopo essersi confrontato con la ginecologa, mi ha detto che il valore non era ottimo, e dovevamo sperare che si alzasse, altrimenti… Altrimenti.
Secondo lui al 14 pt il valore delle beta deve essere almeno 1.000. Mi ha consigliato di rifare le beta giovedì, cioè oggi. Naturalmente non ce la facevo ad aspettare tanto e le ho fatte ieri.

Vi lascio immaginare come ho trascorso gli ultimi giorni.
Ho pianto. Più di una volta. Lo so, ancora non era detta l’ultima parola, non c’era motivo di disperarsi, ma… Volevo piangere, e l’ho fatto. Volevo prepararmi al peggio. Cominciare a buttar fuori il dolore in attesa di una brutta notizia che forse sarebbe arrivata, o forse no. Ma magari sì.

Marito ha passato ore ed ore sui forum di CUB e AlFemminile. Ormai è diventato un esperto di beta, crampi alle ovaie, muco, e chi più ne ha più ne metta. Sigh. Forse preferivo quando diceva che solo gli scemi prendono le informazioni da questi siti. Vedrete che presto diventerà un “forumino”. Potrebbe finire il mondo, quel giorno.

Comunque, Marito ha cercato di consolarmi in tutti i modi. In effetti, leggendo su internet le storie delle donne che ce l’hanno fatta e confrontando i loro valori con i miei, ho scoperto che le mie beta erano perfettamente in linea. Nessuna aveva un valore di 1.000 o più al 14 pt.
Io, però, non riuscivo a stare serena. Marito dice che, finché c’è una minima speranza, non bisogna arrendersi.
Invece, io dico che, se c’è anche un solo motivo per disperarsi, è il momento di iniziare a piangere!

Ieri mattina ho fatto l’ennesimo prelievo del sangue. Marito è andato a ritirare le risposte delle analisi dopo poche ore. Quando mi ha chiamato per darmi il risultato, per poco non sono svenuta. Avevo il cuore in gola, letteralmente.
“Sesamino… Non sei stato nominato!” mi ha detto, non appena ho alzato la cornetta.
Io, presa dall’ansia, non ho capito subito la colta citazione, Marito ha intuito che non era il momento di scherzare e finalmente mi ha detto IL NUMERO.
Risultato: 1589
Quando ho chiamato l’ospedale, naturalmente, erano più che soddisfatti e mi hanno persino detto che posso smetterla di fare le beta (ma penso che un ultimo prelievo lo farò lo stesso, tra qualche giorno…).

Mi hanno fissato la prima ecografia per giovedì prossimo, 3 aprile.
Inutile dire che aspetto quel momento con trepidazione e ansia.

Non so cosa si potrà vedere. Ho la speranza di riuscire a vedere Sesamino e sentire il suo battito, ma forse è troppo presto. Su internet ci sono pareri discordanti. C’è chi dice che la prima eco vada fatta verso la sesta settimana, chi dice che è meglio verso l’ottava o, adirittura, la decima… (sì, e nel frattempo io muoio!).

Insomma, non so cosa accadrà. Mi sento come quando da piccola andavo sull’altalena. Io volevo sempre strafare, essere migliore degli altri bambini, così mi spingevo in alto, altissimo, fino quasi a fare un giro completo…!
Ecco, ora mi sento proprio così. Un momento mi sento in Paradiso, quello successivo all’Inferno… O, semplicemente, nel mondo mediocre che ho conosciuto finora.

Ho voglia di festeggiare. Voglio che le prossime settimane passino il più velocemente possibile. Voglio uscire dal terribile primo trimestre per poter, finalmente, festeggiare come merito, come si merita Marito e come si merita pure Sesamino.
Ho voglia di ridere. Di rispondere “Bene!” con allegria sincera quando qualcuno mi chiede: “Come stai?”, e non ringhiare un “Bene” poco sincero e colmo di incazzatura che nessuno può capire.

Ho voglia di liberarmi del dolore della maternità mancata che negli ultimi anni mi ha a poco a poco divorato, manco fossi un maglione lasciato alla mercé delle tarme.

Ho voglia di essere felice.
Senza se e senza ma.

Sono consapevole che nella vita ci saranno sempre dei drammi da affrontare, lutti da elaborare, dolori da sopportare. Che non esiste la felicità totale, spensierata. Perché, in fondo, se non conoscessimo la sofferenza, non sapremmo neppure distinguere la gioia, quando essa arriva.

Ma questo dolore che ho conosciuto negli ultimi anni, io non voglio più sopportarlo. Non voglio più sentirmi vuota.
Voglio affrontare il resto della mia vita, le sue gioie e i suoi dolori, con una famiglia completa. Quella che non ho mai avuto. Che merito di potermi costruire.

Vorrei avere il telecomando di Adam Sandler ne “Cambia la tua vita con un click”.

Intanto, un primo traguardo l’ho raggiunto.
Oggi inauguro una nuova categoria del mio blog. Gravidanza.
Speriamo di continuare a utilizzarla per i prossimi otto mesi e un po’.

Sesamino, non fare scherzi.

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Il tempo della felicità (11° giorno pt)

Come vedete, sto continuando a contare i giorni post transfer. Il centro PMA, che Marito ha voluto contattare a tutti i costi per sapere se le mie beta vanno bene, ha detto che non avrei dovuto fare le analisi in anticipo. E che sì, i valori vanno bene, ma devo comunque ripetere le analisi lunedì prossimo, 14 pt, come stabilito. Perciò, devo ritenermi ancora nella fase post transfer… Anche se io e la mia impazienza abbiamo voluto mettere la parola “fine” a questa attesa straziante.
In un modo o nell’altro, io volevo farla finita. Volevo sapere.
Quindi in realtà io, ora, non appartengo più allo straziante limbo, fatto di attesa, noie e paure, del post transfer.

Appartengo ad un altro limbo, adesso. Se possibile, ancora più difficile del precedente.

Il limbo di chi ce l’ha fatta. Per il momento.
Il limbo di chi sa che potrebbe perdere tutto da un momento all’altro. E perdere la felicità, dopo aver creduto d’averla afferrata, è forse una sensazione ancora più terrificante del fallimento.

Sono incinta.

Non sono ancora riuscita a dirlo a voce alta.

E anche a scriverlo faccio fatica. Mi sembra così… Strano.

Sono incinta.

Le due parole più belle che abbia mai scritto.

Le parole più terribili per chi ha la consapevolezza di quanto siano fragili.
Sono parole che rappresentano una bellissima verità. Che potrebbe morire da un momento all’altro, come un castello di carte che hai impiegato anni a costruire, con pazienza e dedizione, e che poi viene annientato da un soffio di vento.

Sono incinta.

Le beta di oggi l’hanno confermato. 247,63.
Il valore è triplicato rispetto a due giorni fa. Quando la segretaria me l’ha comunicato al telefono (naturalmente, come l’altro giorno, le ho chiesto conferma un paio di volte), pensavo di svenire.

Non sono sicura che tutto questo stia accadendo veramente a me.

E ho paura.
Vorrei potermi godere semplicemente la felicità, ma… Non riesco. Non posso.
Da quando ho iniziato il percorso della PMA ho sempre pensato che, se un giorno avessi visto il test di gravidanza positivo e un bel valore delle beta, sarei stata felice. Finalmente serena. Che, da quel momento in avanti, tutto sarebbe stato bello, facile.

Non è così.

Se fossi una donna “normale”, probabilmente sarebbe così. Le donne “normali” festeggiano non appena vedono il test di gravidanza positivo. Spesso ignorano persino cosa siano le nostre amate/odiate beta. Certo, magari aspettano il terzo mese di gravidanza prima di annunciare la lieta notizia. Per sicurezza, o per scaramanzia. Ma, a meno di problemi particolari, se tutto sembra filare liscio, di certo non stanno a pensare all’embrione che sta crescendo dentro di loro ogni istante della loro giornata. Sanno che c’è, sanno di essere incinta, bene, stop.

Per noi donne PMA , donne miracolate, donne sofferenti, non è così. Ci avete mai pensato?

Io ci ho pensato per la prima volta in questi giorni. Ho pensato alla paura che si nasconde dietro la felicità. Sto vivendo questa paura.

Ci penso soprattutto per quello che è successo alla mia omonima amica, che si trova dall’altra parte dell’oceano. Mi sono sentita morire leggendo ciò che le è accaduto. Nessuno si merita un dolore del genere, uno scherzo così terribile da parte del destino.

La felicità, questa felicità, è così fragile…

Io non sono abituata alla felicità. La paura, la solitudine, la rabbia, quelle sì, le conosco bene.
Non che sia bravissima a gestire queste emozioni. Ma le conosco. La felicità… Mi fa paura.  E una felicità così fragile, ancora di più.

L’altro giorno, quando ho fatto il test di gravidanza, ero convinta che sarebbe stato negativo.

E invece.

Ero già pronta ad affrontare il fallimento.

Ma poi…

Questa felicità, io non posso fare nulla per tenermela stretta. E’ il mio corpo a dettare le regole, a stabilire come sarà il mio futuro, ma io sul mio corpo non ho alcun controllo.

Noi donne PMA non possiamo goderci la felicità finché non si materializza tra le nostre mani. Siamo destinate a vivere le nostre gravidanze nella perenne paura che accada qualcosa. Le prime settimane, poi, sono le peggiori. Questo monitoraggio delle beta è sfiancante. E pensate che finora ho fatto solo due prelievi!

E poi ci sarà la prima ecografia, quella per sentire il battito del bambino. Oggi leggevo che la prima eco si fa tra la sesta e l’ottava settimana. Io non sono sicura di riuscire a pazientare tutto questo tempo… La paura mi divorerà!

Non so niente di gravidanza. So tutto di PMA, di concepimento, di giorni fertili, di ovaie e liquido seminale, ma… Di gravidanza, non so niente. Non so riconoscere i segnali del mio corpo. Non so se me ne renderei conto subito, se qualcosa non andasse bene.

Non so nulla.

So solo che sono felice, e che ho paura. Al tempo stesso. E’ una sensazione strana.

Proprio come quella frase… Sono incinta. Così strana, assurda quasi, che non riesco neppure a dirla.

Mi chiedo quando arriverà il tempo della felicità. La felicità pura, senza macchie, senza se e senza ma.

Non lo so.
Intanto, però, mi godo questa fragile felicità, che è già molto più di quanto non avessi sperato di ottenere.

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Ottantatrévirgolaottantasei (9° giorno pt)

Vorrei abbracciare tutte le ragazze che in questi giorni mi sono state vicino, a quelle che mi sopportano, a quelle che si confidano, a quelle che ce l’hanno fatta e condividono con me la loro gioia, a quelle che non ce l’hanno fatta e hanno bisogno di forza per rialzarsi, e a quelle che, come me, si trovano in questo straziante limbo.

Avevo programmato di fare test di gravidanza + beta venerdì 21 marzo, ovvero all’undicesimo giorno pt. In anticipo di qualche giorno rispetto a quanto mi aveva detto di fare l’ospedale… Perchè io faccio sempre di testa mia. E poi, mi sembrava romantico far coincidere il giorno della verità con il primo giorno di primavera.

Qualche giorno fa mi sono resa conto di avere, ben nascosto in un cassetto in bagno, un test di gravidanza. E’ già dall’inizio di questa settimana che provo la tentazione di farlo… Ma ho sempre resistito. Fino ad oggi.

Stamattina, 9 pt, mi sono alzata presto rispetto ai miei recenti canoni, ovvero alle otto e un quarto, grazie alla vicina che, come accade spesso, ha deciso di spostare i mobili di qua e di là per chissà quale motivo.
In realtà ero sveglia già da un po’. E continuavo a pensare a quel maledetto test.
Ho aperto gli occhi, sono scesa dal letto e mi sono detta: “Ma sì. Facciamolo.”
Sono corsa in bagno e, prima di perdere il coraggio, ho scartato il test e l’ho fatto. Poi ho appoggiato lo stick sul bordo del lavandino per attendere il risultato. E’ comparsa una linea. Una sola.

Mi sono messa a ridere. Una risata tipo quella di Joker… Avete presente?
Ho cominciato ad imprecare sottovoce.
Cosa cavolo credevo? Che potesse essere… Positivo?
Certo. Come no. Buona questa, Eva.

Dopo circa un minuto, ho riguardato il test. Così, per sicurezza.
E ho riso di nuovo. Ma non sembravo più Joker.
C’era una seconda linea. Un po’ pallida, ma c’era.
C’è davvero? mi sono detta.
CazzoCazzoCazzoCazzoCazzo
E urlando questo mantra (vi ho mai detto che ho fatto un corso di bon ton?) sono corsa in camera, dove c’è più luce, e mi sono messa a guardare il test da ogni angolazione possibile ed immaginabile.

Oh, la seconda linea c’era davvero.

Ho chiamato Marito, che era in giro per lavoro. Gli ho urlato di tornare a casa. Lui non mi ha chiesto perché, l’aveva già capito.
Mi ha accompagnato a fare le beta. Inizialmente non pensavo di farle oggi. Insomma, volevo solo togliermi lo sfizio di fare il test. Tanto, sapevo che sarebbe stato negativo, non ci sarebbe stato bisogno di fare le analisi del sangue. E invece.
Cazzo, a questo punto io volevo sapere.

Quando sono tornata a casa dal laboratorio ho cercato di stare calma. Mi sono messa a giocare a Candy Crush Saga. Non ho ancora passato il livello su cui sono ormai da un mese. Ma chissenefrega.
Ho guardato un film horror. Mi rilassano. Lo so, sono strana. Lo scoprite ora?

Dopo qualche ora ho telefonato al laboratorio per sapere il risultato.
“Buongiorno, mi chiamo Eva, è pronto il risultato delle beta che ho fatto stamattina?”
“Mi faccia controllare…”
Rumore di fogli. Voci in sottofondo.

CazzoCazzoCazzoCazzoCazzo

“Sì, signora. Il valore è ottantatrévirgolaottantasei.”
“Ottantatré? Proprio ottantatrè?” ho detto, scandend bene ogni sillaba.
“Sì, signora. Ottantatrévirgolaottantasei.”

Avrei voluto chiederle conferma un’altra volta, ma temevo di sembrare ridicola.
Comunque poi ho spedito Marito a ritirare la prova cartacea, perché io sono come San Tommaso. Finché non vedo, non credo. Magari la segretaria si era sbagliata a leggere, si era appena scolata un bicchierino di vodka, era diventata improvvisamente miope, voleva farmi uno scherzone…
Oh, io le penso tutte.

E invece… Era tutto vero.
E’ tutto vero.

9 pt. Beta 83,86

CazzoCazzoCazzoCazzoCazzo

Questo numerone, però, da solo non vuol dire una cippalippa di niente. Venerdì dovrò ripetere le beta e non posso che sperare che siano almeno raddoppiate. Poi, lunedì, le farò di nuovo.

E poi…

E poi, non lo so. Lunedì mi sembra lontanissimo. Pure venerdì, se è per questo.

Non so cosa dire, ho paura. Una fottuta paura. Allo stesso tempo, però, voglio godermi questa felicità, anche se è illusoria, anche se poi verrà uccisa dalla realtà bastarda.

Ma facciamo un passo alla volta. E, per ora, sorridiamo.

Oggi è la Festa del Papà. Stamattina non ci ho neppure pensato.
Alla fin fine ho scelto comunque un giorno romantico per scoprire la verità.

E speriamo che la primavera porti finalmente la felicità.

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Solitudine. Tristezza. Ansia. Noia. (7° giorno pt)

Oggi è il compleanno di Marito. Nessuno dei due ha voglia di festeggiare.

Ho preparato un post orribile.
Ma lo tengo da parte, per pubblicarlo al momento giusto.
Orribile non perché sia scritto male, intendiamoci. Lo sapete che curo molto la forma.
Orribile perché è rabbioso. E triste. Perché parla dell’ingiustizia della vita. Della mia vita. Della famiglia che non ho mai avuto e di quella che non mi è stato concesso di costruire. Della domanda che mi assilla da decenni.

Ma è inutile parlarne ora. Lo tengo da parte per venerdì.
Sì, lo pubblicherò dopo aver ritirato le risposta delle beta e aver letto il solito, straziante numero: ZERO

Pubblicarlo adesso non avrebbe senso. Se lo leggesse Marito (e ora che gli è venuta la mania dei blog è molto probabile) mi darebbe dell’idiota.
E anche voi, probabilmente. Perché durante la cova non ha senso essere tristi o pessimisti. O arrabbiati.

Non so cosa stia succedendo nel mio corpo. Potrebbe andare tutto bene. Venerdì potrei avere il test di gravidanza positivo e un numero altissimo e bellissimo delle beta. Sì. Potrei. Ho paura a crederlo. Mi viene da ridere. Una risata ironica. Perché quella di poter essere incinta – che IO possa essere incinta – mi sembra una battuta degna di Zelig.

Settimo giorno post transfer.

La solitudine, la tristezza, l’ansia e la noia mi stanno divorando. Dormo, guardo dei film, tento di scribacchiare un po’.
E’ difficile, però, non riesco a concentrarmi. Dormire sembra la cosa più facile. Quando dormo non penso. E, dormendo, il tempo passa più velocemente. Gli unici effetti collaterali sono il mal di schiena e la sensazione di stare sprecando le giornate. Ma cos’altro potrei, dovrei fare?

Non ho sintomi particolari. Un po’ di crampetti al basso ventre, non sempre, ma spesso. Potrebbero essere causati dal progesterone. O trattarsi di un dolore premestruale. Ho sempre freddo, ma io in effetti sono molto freddolosa. Ho fame. Tanta fame. Penso anche per il fatto di aver smesso di fumare da un momento all’altro. Non avete idea di quanta voglia avrei di una sigaretta.

Se dovesse andare male di nuovo, penso che batterei un record.
Ancora lontana dai trent’anni, sarebbero 4 tentativi di PMA falliti.

E pensare che c’è chi rimane incinta senza neppure volerlo – oops. Ho amici e conoscenti che ce l’hanno fatta al primo tentativo di PMA.
Chissà che cazzo ho fatto di male nella mia vita. Boh. Forse ero un gerarca nazista, prima.

Lo so che non c’è nessuna legge che dice che, chi più tenta, più ha diritto a farcela.

Quello che mi da fastidio è che, fin da bambini, il mondo ci inganna dicendo che il duro lavoro verrà sempre ricompensato, che volere è potere, che bisogna lottare per i propri sogni, che il bene che si fa ti torna sempre indietro…
Stronzate.

E negli ultimi anni, quanti mi hanno esaltata per niente dicendo: “Ma sei così giovane, avrai due gemelli, ce la farai subito!”

Mi auto censuro e non condivido cosa vorrei dire a queste persone, ora.

Anche qui sul blog, quante di voi mi hanno detto: “Se ce la fanno tante coppie, perché voi no?”

Già. Perché no?

Perché non c’è nessun destino, nessuna legge divina, nessun momento giusto.

E’ tutto in mano al caos. E, se una persona come me ce la fa, non è per giustizia divina o chissà che, ma per puro, semplice culo.

Che io non ho. Che non ho mai avuto. Cioè, fisicamente sì, ma metaforicamente no.

Spero solo di non dover pubblicare quell’orribile post.

Pubblicato in: La mia storia

Uno. (1° giorno pt)

Non vi annoierò con il racconto del transfer di ieri. In effetti, non è successo niente di che.
Insomma, avete capito cosa intendo. Non è successo niente di particolarmente divertente o assurdo da condividere. Stavolta, non essendoci aghi di mezzo, non ho dato di matto nella sala operatoria.

Non c’è niente da dire, tranne la cosa più importante.
Su tre ovociti fecondati, si è formato un solo embrione. 1° grado, 8 cellule.
Ho chiesto alla dottoressa se fosse bello. “Un top model,” ha risposto.

All’inizio ci sono rimasta un po’ male. Un solo embrione. Le probabilità di successo diminuiscono.

Ma poi mi sono ricordata che bisogna vedere il bicchiere mezzo pieno. Che durante il week end da incubo che ho passato temevo che neppure un embrione sarebbe sopravvissuto.
E invece. Uno. Il più tenace. Il più bello. Quello che forse diventerà… Il mio bimbo.

Direi che merita tutto il mio amore, anziché la mia amarezza.

Il transfer è andato bene. Oddio, a dire il vero prima ho mentito, un pochino ho fatto impazzire i medici in sala operatoria. Cosa volete farci.
E pensare che, prima di entrare, mentre mi trovato in sala d’attesa con le altre due ragazze che erano lì per il transfer, non facevo altro che rassicurarle e scherzare con loro… Ma questa sono io. Strana, semplicemente. A volte penso più a rassicurare gli altri che non a tranquillizzare me stessa.

Con me c’era S., la ragazza con cui ho fatto il pick up venerdì. Anche a lei è stato trasferito un solo embrione.
L’altra donna, invece, non l’avevo mai vista. Le hanno trasferito due embrioni congelati.

La ragazza dello Sri Lanka l’ho solo incrociata. Ho scoperto che venerdì le hanno prelevato dodici ovociti. Purtroppo, avevano tutti delle anomalie. Non hanno provato a fecondarne neppure uno e, tanto per non farsi mancare niente, ora è a rischio iperstimolazione.
Mi sono sentita molto triste quando me l’ha raccontato, nel suo italiano un po’ stentato. Il suo sguardo, invece, era assolutamente chiaro.

La cosa più bella è stata scoprire che al San Paolo di Milano il transfer è ecoguidato. Significa che i medici, quando trasferiscono l’embrione, ne seguono il percorso tramite, appunto, l’ecografo. Nella clinica dove ero in cura prima, invece, non seguivano questa metodologia.

Quando l’operazione è terminata, hanno girato verso di me lo schermo che mostrava l’utero. L’infermiera mi ha indicato il mio piccolo… Una macchia bianca, luminosa. Naturalmente quello che vedevo non era l’embrione, ma il liquido che lo contiene, ma è stato emozionante lo stesso. Molto emozionante.
Per un attimo sono stata tentata di chiedere di poter fare una foto ricordo.

Insomma, io SO che lui è qui. Dentro di me.
Ho visto esattamente dov’è. E me lo ricorderò per sempre, comunque vada.
Mi sento… Piena. E anche vuota, al tempo stesso.

Un bicchiere mezzo vuoto. O mezzo pieno. Dipende dal punto di vista.

Secondo i medici posso fare la vita di sempre. Io ho deciso comunque di stare a casa dal lavoro.
Farò le analisi delle beta il 21 marzo, undicesimo giorno post transfer. La ginecologa mi ha detto di farlo il 24 marzo. Ma io so che tre giorni prima non fa alcuna differenza. Lo so, faccio sempre di testa mia.

Ora riposo, noia e progesterone a go – go… Dopodomani dovrò fare un’iniezione di Fertipeptil, non l’ho mai fatta prima. La dottoressa mi ha spiegato che serve ad aiutare l’attecchimento.
E poi, sempre acido folico, ovviamente, e Benexol, un integratore di vitamine per la il mio problema al sangue.

Per il resto… Secondo la dottoressa dovrei solo cercare di stare calma.

Ah ah. Manco a Zelig fanno battute così divertenti.

P.S. Ah, in realtà oggi è successo qualcosa che merita di essere raccontato.

Mentre ero immersa nella visione dell’intera saga di Harry Potter, squilla il cellulare.
Era il Tribunale di Brescia, uno dei tribunali a cui abbiamo inviato domanda di adozione. Ci hanno fissato un’udienza con il giudice tra pochi giorni. La signora che ha chiamato dice che è solo un colloquio conoscitivo.
Sicuramente sarà così. Non è che io sia pessimista, ma dubito altamente che vogliano proporci un’adozione.

Comunque, quando è suonato il telefono e ho visto il numero sul display (che ovviamente avevo salvato da tempo)… Immaginatevi la mia espressione.