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Ottantatrévirgolaottantasei (9° giorno pt)

Vorrei abbracciare tutte le ragazze che in questi giorni mi sono state vicino, a quelle che mi sopportano, a quelle che si confidano, a quelle che ce l’hanno fatta e condividono con me la loro gioia, a quelle che non ce l’hanno fatta e hanno bisogno di forza per rialzarsi, e a quelle che, come me, si trovano in questo straziante limbo.

Avevo programmato di fare test di gravidanza + beta venerdì 21 marzo, ovvero all’undicesimo giorno pt. In anticipo di qualche giorno rispetto a quanto mi aveva detto di fare l’ospedale… Perchè io faccio sempre di testa mia. E poi, mi sembrava romantico far coincidere il giorno della verità con il primo giorno di primavera.

Qualche giorno fa mi sono resa conto di avere, ben nascosto in un cassetto in bagno, un test di gravidanza. E’ già dall’inizio di questa settimana che provo la tentazione di farlo… Ma ho sempre resistito. Fino ad oggi.

Stamattina, 9 pt, mi sono alzata presto rispetto ai miei recenti canoni, ovvero alle otto e un quarto, grazie alla vicina che, come accade spesso, ha deciso di spostare i mobili di qua e di là per chissà quale motivo.
In realtà ero sveglia già da un po’. E continuavo a pensare a quel maledetto test.
Ho aperto gli occhi, sono scesa dal letto e mi sono detta: “Ma sì. Facciamolo.”
Sono corsa in bagno e, prima di perdere il coraggio, ho scartato il test e l’ho fatto. Poi ho appoggiato lo stick sul bordo del lavandino per attendere il risultato. E’ comparsa una linea. Una sola.

Mi sono messa a ridere. Una risata tipo quella di Joker… Avete presente?
Ho cominciato ad imprecare sottovoce.
Cosa cavolo credevo? Che potesse essere… Positivo?
Certo. Come no. Buona questa, Eva.

Dopo circa un minuto, ho riguardato il test. Così, per sicurezza.
E ho riso di nuovo. Ma non sembravo più Joker.
C’era una seconda linea. Un po’ pallida, ma c’era.
C’è davvero? mi sono detta.
CazzoCazzoCazzoCazzoCazzo
E urlando questo mantra (vi ho mai detto che ho fatto un corso di bon ton?) sono corsa in camera, dove c’è più luce, e mi sono messa a guardare il test da ogni angolazione possibile ed immaginabile.

Oh, la seconda linea c’era davvero.

Ho chiamato Marito, che era in giro per lavoro. Gli ho urlato di tornare a casa. Lui non mi ha chiesto perché, l’aveva già capito.
Mi ha accompagnato a fare le beta. Inizialmente non pensavo di farle oggi. Insomma, volevo solo togliermi lo sfizio di fare il test. Tanto, sapevo che sarebbe stato negativo, non ci sarebbe stato bisogno di fare le analisi del sangue. E invece.
Cazzo, a questo punto io volevo sapere.

Quando sono tornata a casa dal laboratorio ho cercato di stare calma. Mi sono messa a giocare a Candy Crush Saga. Non ho ancora passato il livello su cui sono ormai da un mese. Ma chissenefrega.
Ho guardato un film horror. Mi rilassano. Lo so, sono strana. Lo scoprite ora?

Dopo qualche ora ho telefonato al laboratorio per sapere il risultato.
“Buongiorno, mi chiamo Eva, è pronto il risultato delle beta che ho fatto stamattina?”
“Mi faccia controllare…”
Rumore di fogli. Voci in sottofondo.

CazzoCazzoCazzoCazzoCazzo

“Sì, signora. Il valore è ottantatrévirgolaottantasei.”
“Ottantatré? Proprio ottantatrè?” ho detto, scandend bene ogni sillaba.
“Sì, signora. Ottantatrévirgolaottantasei.”

Avrei voluto chiederle conferma un’altra volta, ma temevo di sembrare ridicola.
Comunque poi ho spedito Marito a ritirare la prova cartacea, perché io sono come San Tommaso. Finché non vedo, non credo. Magari la segretaria si era sbagliata a leggere, si era appena scolata un bicchierino di vodka, era diventata improvvisamente miope, voleva farmi uno scherzone…
Oh, io le penso tutte.

E invece… Era tutto vero.
E’ tutto vero.

9 pt. Beta 83,86

CazzoCazzoCazzoCazzoCazzo

Questo numerone, però, da solo non vuol dire una cippalippa di niente. Venerdì dovrò ripetere le beta e non posso che sperare che siano almeno raddoppiate. Poi, lunedì, le farò di nuovo.

E poi…

E poi, non lo so. Lunedì mi sembra lontanissimo. Pure venerdì, se è per questo.

Non so cosa dire, ho paura. Una fottuta paura. Allo stesso tempo, però, voglio godermi questa felicità, anche se è illusoria, anche se poi verrà uccisa dalla realtà bastarda.

Ma facciamo un passo alla volta. E, per ora, sorridiamo.

Oggi è la Festa del Papà. Stamattina non ci ho neppure pensato.
Alla fin fine ho scelto comunque un giorno romantico per scoprire la verità.

E speriamo che la primavera porti finalmente la felicità.

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Solitudine. Tristezza. Ansia. Noia. (7° giorno pt)

Oggi è il compleanno di Marito. Nessuno dei due ha voglia di festeggiare.

Ho preparato un post orribile.
Ma lo tengo da parte, per pubblicarlo al momento giusto.
Orribile non perché sia scritto male, intendiamoci. Lo sapete che curo molto la forma.
Orribile perché è rabbioso. E triste. Perché parla dell’ingiustizia della vita. Della mia vita. Della famiglia che non ho mai avuto e di quella che non mi è stato concesso di costruire. Della domanda che mi assilla da decenni.

Ma è inutile parlarne ora. Lo tengo da parte per venerdì.
Sì, lo pubblicherò dopo aver ritirato le risposta delle beta e aver letto il solito, straziante numero: ZERO

Pubblicarlo adesso non avrebbe senso. Se lo leggesse Marito (e ora che gli è venuta la mania dei blog è molto probabile) mi darebbe dell’idiota.
E anche voi, probabilmente. Perché durante la cova non ha senso essere tristi o pessimisti. O arrabbiati.

Non so cosa stia succedendo nel mio corpo. Potrebbe andare tutto bene. Venerdì potrei avere il test di gravidanza positivo e un numero altissimo e bellissimo delle beta. Sì. Potrei. Ho paura a crederlo. Mi viene da ridere. Una risata ironica. Perché quella di poter essere incinta – che IO possa essere incinta – mi sembra una battuta degna di Zelig.

Settimo giorno post transfer.

La solitudine, la tristezza, l’ansia e la noia mi stanno divorando. Dormo, guardo dei film, tento di scribacchiare un po’.
E’ difficile, però, non riesco a concentrarmi. Dormire sembra la cosa più facile. Quando dormo non penso. E, dormendo, il tempo passa più velocemente. Gli unici effetti collaterali sono il mal di schiena e la sensazione di stare sprecando le giornate. Ma cos’altro potrei, dovrei fare?

Non ho sintomi particolari. Un po’ di crampetti al basso ventre, non sempre, ma spesso. Potrebbero essere causati dal progesterone. O trattarsi di un dolore premestruale. Ho sempre freddo, ma io in effetti sono molto freddolosa. Ho fame. Tanta fame. Penso anche per il fatto di aver smesso di fumare da un momento all’altro. Non avete idea di quanta voglia avrei di una sigaretta.

Se dovesse andare male di nuovo, penso che batterei un record.
Ancora lontana dai trent’anni, sarebbero 4 tentativi di PMA falliti.

E pensare che c’è chi rimane incinta senza neppure volerlo – oops. Ho amici e conoscenti che ce l’hanno fatta al primo tentativo di PMA.
Chissà che cazzo ho fatto di male nella mia vita. Boh. Forse ero un gerarca nazista, prima.

Lo so che non c’è nessuna legge che dice che, chi più tenta, più ha diritto a farcela.

Quello che mi da fastidio è che, fin da bambini, il mondo ci inganna dicendo che il duro lavoro verrà sempre ricompensato, che volere è potere, che bisogna lottare per i propri sogni, che il bene che si fa ti torna sempre indietro…
Stronzate.

E negli ultimi anni, quanti mi hanno esaltata per niente dicendo: “Ma sei così giovane, avrai due gemelli, ce la farai subito!”

Mi auto censuro e non condivido cosa vorrei dire a queste persone, ora.

Anche qui sul blog, quante di voi mi hanno detto: “Se ce la fanno tante coppie, perché voi no?”

Già. Perché no?

Perché non c’è nessun destino, nessuna legge divina, nessun momento giusto.

E’ tutto in mano al caos. E, se una persona come me ce la fa, non è per giustizia divina o chissà che, ma per puro, semplice culo.

Che io non ho. Che non ho mai avuto. Cioè, fisicamente sì, ma metaforicamente no.

Spero solo di non dover pubblicare quell’orribile post.

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Uno. (1° giorno pt)

Non vi annoierò con il racconto del transfer di ieri. In effetti, non è successo niente di che.
Insomma, avete capito cosa intendo. Non è successo niente di particolarmente divertente o assurdo da condividere. Stavolta, non essendoci aghi di mezzo, non ho dato di matto nella sala operatoria.

Non c’è niente da dire, tranne la cosa più importante.
Su tre ovociti fecondati, si è formato un solo embrione. 1° grado, 8 cellule.
Ho chiesto alla dottoressa se fosse bello. “Un top model,” ha risposto.

All’inizio ci sono rimasta un po’ male. Un solo embrione. Le probabilità di successo diminuiscono.

Ma poi mi sono ricordata che bisogna vedere il bicchiere mezzo pieno. Che durante il week end da incubo che ho passato temevo che neppure un embrione sarebbe sopravvissuto.
E invece. Uno. Il più tenace. Il più bello. Quello che forse diventerà… Il mio bimbo.

Direi che merita tutto il mio amore, anziché la mia amarezza.

Il transfer è andato bene. Oddio, a dire il vero prima ho mentito, un pochino ho fatto impazzire i medici in sala operatoria. Cosa volete farci.
E pensare che, prima di entrare, mentre mi trovato in sala d’attesa con le altre due ragazze che erano lì per il transfer, non facevo altro che rassicurarle e scherzare con loro… Ma questa sono io. Strana, semplicemente. A volte penso più a rassicurare gli altri che non a tranquillizzare me stessa.

Con me c’era S., la ragazza con cui ho fatto il pick up venerdì. Anche a lei è stato trasferito un solo embrione.
L’altra donna, invece, non l’avevo mai vista. Le hanno trasferito due embrioni congelati.

La ragazza dello Sri Lanka l’ho solo incrociata. Ho scoperto che venerdì le hanno prelevato dodici ovociti. Purtroppo, avevano tutti delle anomalie. Non hanno provato a fecondarne neppure uno e, tanto per non farsi mancare niente, ora è a rischio iperstimolazione.
Mi sono sentita molto triste quando me l’ha raccontato, nel suo italiano un po’ stentato. Il suo sguardo, invece, era assolutamente chiaro.

La cosa più bella è stata scoprire che al San Paolo di Milano il transfer è ecoguidato. Significa che i medici, quando trasferiscono l’embrione, ne seguono il percorso tramite, appunto, l’ecografo. Nella clinica dove ero in cura prima, invece, non seguivano questa metodologia.

Quando l’operazione è terminata, hanno girato verso di me lo schermo che mostrava l’utero. L’infermiera mi ha indicato il mio piccolo… Una macchia bianca, luminosa. Naturalmente quello che vedevo non era l’embrione, ma il liquido che lo contiene, ma è stato emozionante lo stesso. Molto emozionante.
Per un attimo sono stata tentata di chiedere di poter fare una foto ricordo.

Insomma, io SO che lui è qui. Dentro di me.
Ho visto esattamente dov’è. E me lo ricorderò per sempre, comunque vada.
Mi sento… Piena. E anche vuota, al tempo stesso.

Un bicchiere mezzo vuoto. O mezzo pieno. Dipende dal punto di vista.

Secondo i medici posso fare la vita di sempre. Io ho deciso comunque di stare a casa dal lavoro.
Farò le analisi delle beta il 21 marzo, undicesimo giorno post transfer. La ginecologa mi ha detto di farlo il 24 marzo. Ma io so che tre giorni prima non fa alcuna differenza. Lo so, faccio sempre di testa mia.

Ora riposo, noia e progesterone a go – go… Dopodomani dovrò fare un’iniezione di Fertipeptil, non l’ho mai fatta prima. La dottoressa mi ha spiegato che serve ad aiutare l’attecchimento.
E poi, sempre acido folico, ovviamente, e Benexol, un integratore di vitamine per la il mio problema al sangue.

Per il resto… Secondo la dottoressa dovrei solo cercare di stare calma.

Ah ah. Manco a Zelig fanno battute così divertenti.

P.S. Ah, in realtà oggi è successo qualcosa che merita di essere raccontato.

Mentre ero immersa nella visione dell’intera saga di Harry Potter, squilla il cellulare.
Era il Tribunale di Brescia, uno dei tribunali a cui abbiamo inviato domanda di adozione. Ci hanno fissato un’udienza con il giudice tra pochi giorni. La signora che ha chiamato dice che è solo un colloquio conoscitivo.
Sicuramente sarà così. Non è che io sia pessimista, ma dubito altamente che vogliano proporci un’adozione.

Comunque, quando è suonato il telefono e ho visto il numero sul display (che ovviamente avevo salvato da tempo)… Immaginatevi la mia espressione.

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TE PIACERE BAMBINI? (Racconto di un pick up tragicomico)

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La mia cameretta d’ospedale

Rieccomi.

Voi vorreste sapere com’è andato il pick up di ieri, vero? Lo saprete, lo saprete… Ma, prima, dovrete sopportare tutto il mio dettagliato resoconto.
Voglio rendervi partecipi della mia tragicomica esperienza. E non barate, non vale andare a leggere in fondo al post! Voglio creare un po’ di suspence!

Dunque. Per prepararmi al pick up la dottoressa mi ha prescritto tutta una serie di terapie da effettuare ad orari precisi nei tre giorni precedenti: lavande vaginali, ovuli vaginali e pastiglie di carbone attivo. Ho speso 60 euro in farmacia per prendere tutta ‘sta roba. Mi sono detta che, in qualunque modo fosse andato il prelievo ovocitario, sarei stata la donna dalle parti intime più pulite e profumate del mondo. Nonché dall’intestino più libero.

Tralasciamo questa parte e arriviamo al giorno del giudizio.

Marito aveva già programmato la giornata minuto per minuto da settimane. Lui è peggio di me. Se non pianifica tutto nei minimi dettagli va in paranoia. Oh, Dio li fa poi li accoppia.

Giovedì sera siamo andati a letto alle dieci di sera. Mai successo. Di solito alle dieci siamo ancora a tavola. Naturalmente, per l’agitazione, ho faticato a dormire. Quando finalmente sono riuscita ad addormentarmi, ho sognato (in maniera così nitida che sembrava reale) il momento del pick up. Ho sognato la ginecologa che mi annunciava che non avevo neppure un ovocita. E io mi incazzavo di brutto.

Venerdì 7 marzo. Sveglia ore 4.30. Eh sì, avete capito bene. Naturalmente avevo già preparato la borsa per il ricovero la sera prima. Ero convinta di aver preso su tutto: camicia da notte, assorbente (dopo il pick up perdo sempre un po’ di sangue), le nostre cartelle mediche da più o meno cinque chili di peso, tessera sanitaria, cellulare per scattare qualche foto (sono peggio dei giapponesi in vacanza), libro da leggere per ingannare l’attesa.

Siamo partiti alle 5.30 e arrivati all’ospedale a Milano alle 6.30. Non so che a velocità sia andato Marito e preferisco non scoprirlo. Il ricovero era previsto per le 7. E pensare che Marito aveva il terrore di arrivare in ritardo…
Il reparto day hospital di Ginecologia era vuoto, fatta eccezione per altre due donne, accompagnate dai rispettivi mariti. Ci siamo salutate e scambiate un sorriso, ho capito subito che erano lì anche loro per il pick up.
Il mio terrore era quello di ritrovarmi in stanza con altre donne, magari incinta… Non penso che avrei potuto sopportarlo. E invece… Sorpresa. Quando l’infermiera è arrivata per accompagnarci nelle nostre camere, ho scoperto di avere una stanza tutta per me. Con bagno privato. Che figata.

L’infermiera mi ha detto di cambiarmi, in attesa di andare in sala operatoria. Mi sono messa la camicia da notte, ed è stato allora che mi sono accorta di non aver portato con me le ciabatte. Poco male, mi sono detta. Tanto, mica devo camminare. Ero certa che ci avrebbero portato in sala operatoria in barella. Eh, no. Troppa grazia.

Dopo una mezz’oretta l’infermiera è tornata per dirmi che, insieme alle altre ragazze, dovevo scendere al piano di sotto per andare in sala operatoria. Panico.
Ho fatto presente di essermi dimenticata le ciabatte. Ho chiesto – anzi, implorato – un paio di ciabatte, anche usa e getta. L’infermiera ne era sprovvista. Ho persino chiesto a Marito di togliersi le calze e darle a me. Si è rifiutato.
“Beh, dai, vorrà dire che ti metterai le scarpe per scendere…” mi ha detto l’infermiera. Poi ha guardato alle mie spalle, dove avevo gettato tutti i miei abiti, e ha esclamato: “Ah, hai gli stivali. E va beh, dai, mettiti quelli…” Sono sicura che stesse per scoppiare a ridere. Sì sì.

Ho cominciato a sudare freddo. Camicia da notte e stivali?! No, dai, non potevo fare una figura di merda del genere.
Non io, la veterana dei pick up…! Il tempo stringeva, e dovevo decidermi. Non avevo altra scelta. Camicia da notte e stivali. Oh yeah, baby.
Ero anche piuttosto sexy. Ho raggiunto le altre due donne in corridoio. Prima che potessero dire qualsiasi cosa, ho spiegato perché fossi vestita in quel modo. Si sa, le donne ormonate possono essere abbastanza perfide.

Fortunatamente, durante il tragitto per la sala operatoria, non abbiamo incontrato altri esseri viventi. Fiuuuu.

Io e le altre due ragazze ci siamo accomodate in una specie di sala d’attesa. L’infermiera mi ha messo l’ago per l’anestesia. Come sempre, ha faticato a trovare una vena decente da bucare. E io, come sempre, ho urlato dal dolore. Non so che farci, ho la fobia degli aghi. E pensare che sono anche donatrice di sangue. Poi l’infermiera se n’è andata, annunciandoci che ci avrebbe chiamate una alla volta per il pick up. Io dovevo essere l’ultima.

Ho cercato di fare conoscenza con le altre due donne. Nel frattempo Marito è andato, insieme agli altri uomini, ad effettuare la – ehm – donazione.

Ho conosciuto S., una donna di quarant’anni che ha già un figlio di venti dal primo matrimonio. Ora vorrebbe un figlio con il suo nuovo marito, ma dato che non riesce a rimanere incinta (non ho chiesto perchè, forse a causa dell’età), ha deciso di provare con la PMA. E’ al suo primo tentativo.
L’altra donna, di cui ignoro il nome, è una ragazza trentenne originaria dello Sri Lanka. Anche lei al suo primo tentativo. Dato che a me piace fare la maestrina, ho fatto presente che questo, invece, è per me il terzo pick up (manco fosse un vanto, mamma mia…) e, visto che entrambe erano molto spaventate, ho cercato di rassicurarle come meglio potevo.
A questo punto ero ancora abbastanza tranquilla. Abbiamo scherzato un po’ su tutte le lavande che ci siamo dovute fare in questi giorni.

S. era la prima, e una volta che è stata chiamata siamo rimaste da sole io e la ragazza dello Sri Lanka.
Non parlava benissimo l’italiano, mi ha detto di essersi trasferita in Italia da un paio d’anni. Ha raggiunto il marito che, invece, lavora qui da più tempo.
Non sapeva praticamente nulla di quello che stava per accadere.
“Oggi mi prendono uova, vero?” mi ha chiesto. “E poi, quando mettono embrioni?”
Ho cercato di spiegarle un po’ come funziona il tutto. Cavolo, ma possibile che non si fosse fatta spiegare bene cosa le avrebbero fatto? Lei si è accorta del mio stupore, e si è giustificata dicendo che era suo marito a sapere tutto, perché capisce bene l’italiano.

Aveva molta paura, e ho cercato di tranqillizzarla.

Ad un certo punto mi ha detto che quella mattina non era riuscita ad andare in bagno.
Si è toccata la pancia e ha esclamato: “Sai… Cacca!”
Non so come ho fatto a non ridere. Anche se, a dire il vero, l’argomento non mi fa tanto ridere. Io avevo il terrore di arrivare al pick up senza esserer riuscita a… Liberarmi prima.
Sapete, sveglia alle 4.30, niente colazione… E’ un po’ difficile riuscire ad andare in bagno!
Per fortuna, grazie alla privacy del mio bagno privato, ci ero riuscita. Ma non ho condiviso il mio successo con la ragazza dello Sri Lanka.

Dopo una pausa di silenzio, la ragazza mi guarda con aria sognante e fa: “Ma a te piacere bambini?”

Ho sgranato gli occhi. Ma, sai… Non è che mi piacciano poi tanto… Se arriva, un figlio, lo tengo… Ma mica lo sto cercando!

Secondo Marito avrei dovuto rispondere così.
Invece, ho allargato le braccia e esclamato: “Eh beh… Direi!” La ragazza si è messa a ridere.

Quando anche la ragazza dello Sri Lanka è stata chiamata in sla operatoria, io sono rimasta da sola nella sala d’attesa. Non sapevo cosa fare. Mi sono stesa su una barella, poi mi sono rialzata e sono andata un paio di volte in bagno per liberarmi dalla pipì nervosa.
Mi ero atteggiata tanto da veterana, da saggia, da esperta… E tremavo dalla paura!
Poi, finalmente, è arrivato il mio turno. Sono entrata in sala operatoria (non avevo più gli stivali ai piedi, ma i calzari medici, e una sexissima cuffia sulla testa.).
Sono rimasta a bocca aperta. Mi sembrava di essere protagonista di un episodio di Grey’s Anatomy. Vi giuro, davanti agli occhi avevo la sala operatoria più bella che abbia mai visto. C’erano un sacco di medici che si muovevano da tutte le parti…

Mi sono sdraiata, come al solito, a gambe aperte, e la dottoressa mi ha infilato lo speculum.
Primo problema. Ero rigida come un tronco. Più cercavo di rilassarmi, più peggioravo la situazione. M sentivo sempre più in ansia.
Ho pregato l’infermiera di darmi la mano. Gliel’ho stritolata.
La dottoressa mi ha fatto una lavanda (ancora?!). Io mi sono messa a piangere dall’agitazione. L’infermiera mi ha dovuto asciugare le lacrime. Sono stati tutti carinissimi ma immagino che, una volta che mi sono addormentata, abbiano fatto la ola tutti, dottori, anestestesista, biologa, infermiere.
Infine, finalmente, l’anestesista mi ha addormentata. E’ una sensazione piacevole, che ormai conosco bene. Prima di addormentarmi, ricordo di aver detto che non riuscivo a respirare bene. Mi hanno risposto che è normale. La vista si è annebbiata e poi… Il nulla.

Quando mi sono risvegliata, naturalmente la prima cosa che ho chiesto è stata: “Quanti?”
Mi hanno risposto che avevano recuperato tre ovociti, tutti e tre maturi e fecondabili. Io non ero molto in me, perciò ho ripetuto la domanda tre volte.
E poi… Mi sono riposata un po’ nella mia stanza, con una bella borsa di ghiaccio sulla pancia. Niente dolori, questa volta, per fortuna.
Io e Marito abbiamo parlato con la biologa, che ci ha spiegto che gli ovociti andavano bene e hanno provato a fecondarli tutti e tre. Il transfer è programmato per lunedì. Nel caso in cui ci siano dei problemi (ovvero, nel caso in cui non ci sia neppure un embrione da trasferire) ci hanno detto che ci avrebbero contattato oggi o domani.

Oggi ho cercato di distrarmi facendo le pulizie di casa. Ma avevo sempre il cellulare con me. Non ho ricevuto nessuna chiamata. Buon segno.
Se anche domani tutto tace, lunedì finalmente i miei bimbi, o bimbo, entreranno nel loro nido.

Dio, ti prego, fa che il telefono non squilli.
Marito dice di spegnerlo.
Non mi sembra una grande soluzione.

P.S. Oggi è l’otto marzo. Nonostante tutto, non me ne sono dimenticata.

Auguri a tutte le donne. A quelle che si vestono con tailleur e tacco a spillo e a quelle che indossano jeans e maglietta. A quelle che si sentono belle e a quelle che odiano la propria immagine allo specchio. A quelle hanno tanti bambini, e  a quelle che ad un figlio non ci pensano neanche lontanamente. A quelle che cercano un figlio disperatamente, a quelle che decidono di abortire. A quelle che fanno sesso, a quelle che fanno l’amore. A quelle che sognano il matrimonio, a quelle che preferiscono rimanere single. Auguri di un futuro migliore, un futuro in cui non saremo più divise tra “sante” e “puttane”, in cui potremo vestirci, amare e vivere come desideriamo. Senza essere giudicate, additate, emarginate. Auguri a tutte noi!
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Three is a magic number (la stimolazione della felicità)

uovaLe mie uova

Sono giorni strani, questi. Non belli, non brutti, ma solo… Strani.
I giorni in cui imparo a riconoscere i veri amici. Sono quelli che mi chiedono come sto, quelli che mi ascoltano fingendo interesse quando inizio a parlare di ovociti, provette, spermatozoi… Sono quelli che mi sopportano anche se sono insopportabile, perché sanno che, se mi sono trasformata in una iena (poco) ridens, è solo per colpa di un mix letale di ormoni, tensione e speranza.

Sono i giorni in cui ogni sera condivido un momento romanticomico con Marito, quando ci chiudiamo in una stanza non perché presi da un momento di irrefrenabile passione, ma per scoprirmi la pancia e lasciare che mi faccia una bella iniziezione di follitropina alfa…
Chi non ha vissuto sulla propria pelle la PMA non ha idea di quanto sia importante questo momento. Di quanto amore e speranza ci possano essere in un’iniezione sottocutanea.
Sono i giorni in cui ho scoperto di fidarmi di più della mano insicura e gentile di Marito che tiene una siringa come se fosse un oggetto strano e spaventoso, piuttosto di quella ferma e sicura di un medico.

La Chiesa è contraria alla fecondazione assistita perché dice che uomo e donna devono procreare con amore, unendo i propri corpi, e non ovociti e spermatozoi in una sterile provetta… Io dico che c’è molto più amore tra due persone che cercano un figlio così disperatamente, che non in un uomo e una donna che mettono al mondo un figlio dopo una sveltina, o per ricucire un rapporto ormai morto, o per chissà quale altro, stupido, motivo…

Questi sono i giorni dell’illusione, della speranza. I giorni in cui un attimo tutto sembra possibile, e quello successivo penso che tutto andrà male. Ma poi ricordo che ancora nulla è stato deciso. Che posso ancora sperare, sognare. E sognare è bellissimo.

Sono i giorni in cui a volte mi sfioro la pancia, come se sotto tutti questi strati di ciccia (ciccia non causata solo dagli ormoni) ci fosse già qualcosa… Un piccolo cuore pulsante… Una vita.
I giorni in cui mi vergogno anche solo a pensarlo, di poter essere presto madre. Ché l’idea mi sembra assurda. Ma neanche tanto, in fondo.

Sono i giorni in cui sono costretta a discutere le ferie con i colleghi, e ci rimango male quando mi chiedono se ho intenzione di prendere dei giorni sotto Natale… Perché io, a Natale, spero di avere la mente ben lontana dalle noiose pratiche d’ufficio, e di essere a casa a coccolare il mio cucciolo.

Sono i giorni in cui vorrei che il mondo mi ritenesse già madre, come un po’ faccio io, anche se so che non ha senso. Se non per me.

Questi sono i giorni della stimolazione della speranza, come li chiamo io. Un termine un po’ più romantico di stimolazione ovarica, che dite?

Questi sono giorni frenetici, in cui c’è poco tempo per fermarsi a pensare ma, quando ci riesco, i pensieri belli e quelli brutti si sovrappongono, facendomi impazzire.

Lunedì scorso ho iniziato la terapia con il mio solito, amato-odiato Gonal F, 75 unità, poi 100, e da ieri 125. Lunedì ho fatto la prima iniziezione di Cetrotide, oggi la seconda. L’ago è molto più grosso rispetto a quello che uso per il Gonal. Domani dovrò fare la terza iniezione, ho già paura.
Un giorno sì e uno no devo alzarmi alle 5.30 per andare a Milano a fare i monitoraggi. Sono stanca morta, dato che il viaggio in macchina dura molto più della visita e che, una volta rientrata a casa, dopo essermi data una sistemata (= ripulirmi per togliere il gel laggiù), devo correre al lavoro, per fare in modo di usare il minor numero di ore di permesso possibile.

Ma affronto volentieri tutto questo, se servirà a portarmi da lui.

Ieri, dopo l’ecografia, ho scoperto il mio numero.
Come, quale numero? Il numero della speranza. Il numero magico. Insomma, il numero di follicoli ormai pronti. Sono tre.

Tre, il numero perfetto.
Tre, come la Trinità.
Tre, come il numero di bimbi che vorrei avere.
Tre, come 3Juno, l’asteroide battezzato così in onore alla dea Giunone, divinità del matrimonio, del parto e protettrice degli animali.
Tre, che nella Smorfia è il numero della gatta.

Ho cercato tanti motivi per amare questo numero (e Wikipedia mi ha dato una mano), per convincermi che sia un numero fortunato, ma…
Quando la dottoressa mi ha detto che ho tre follicoli, mi sono sentita morire.

In realtà i follicoli sarebbero molti di più, ma quelli che raggiungeranno le dimensioni giuste per il pick up sono, appunto, soltanto tre.

Tre follicoli. E inoltre bisogna tener conto che in ogni follicolo ci può essere al massimo un ovocita, ma anche nessuno. Si saprà solo al pick up. Considerando che gli spermini di Marito fanno schifo e che la fecondazione non è mai del 100%… Se riusciamo ad ottenere uno/due embrioni siamo già fortunati.

E io che speravo di poter affrontare questo tentativo con più tranquillità. Di riuscire a produrre tanti embrioni, magari di congelarne qualcuno… Così, nel caso in cui fosse andata male di nuovo, avrei potuto riprovare subito con un bel criotransfer…

La dottoressa non capisce la mia agitazione, secondo lei va tutto bene. Per me tre follicoli in una donna di 27 anni è un risultato pessimo.

Ma ormai non posso far altro che sopportare l’attesa. Non è facile.

Domani la dottoressa mi darà la conferma, ma il pick up dovrebbe essere questo venerdì. E, quindi, il transfer il lunedì successivo. Considerando che il centro PMA chiude di sabato e domenica, non potrò neppure chiamare per chiedere se si sono formati degli embrioni oppure no. Vivrò un week end da incubo.

Lo so, mi sto fasciando la testa prima di essermela rotta. Ma io sono fatta così.
Lo so, devo essere ottimista, e bla bla bla.

La mia preoccupazione ha spinto Marito a mettersi alla ricerca di informazioni su internet… E così anche lui è entrato nel vortice di AlFemmile, CUB, e chi più ne ha più ne metta…
Ma questo merita un post a parte. Ecco, solo immaginare Marito che legge i post di donne invasate sui forum mi fa sorridere 🙂

Restate sintonizzate, suppongo che avrò molto di cui parlare nei prossimi giorni 😉

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Parlare con una donna infertile: istruzioni per l’uso

Domani è il Gran Giorno.
Io e Marito abbiamo appuntamento al San Paolo di Milano, dove mi verrà fatta un’ecografia e finalmente comunicata la terapia che dovrò seguire per la stimolazione ormonale e che, salvo intoppi, dovrei iniziare domani stesso.
Per stemperare un po’ la tensione voglio condividere con voi questo post, che ho già scritto da giorni ma finora non ho avuto tempo di pubblicare. Enjoy 🙂

Qualche tempo fa, nei commenti, mi è stato chiesto di dare qualche consiglio sulle cose da dire/NON dire quando si parla con un’amica/collega/conoscente con problemi di infertilità. Perciò ho redatto questo manuale.

Premessa num. 1: Con il termine “donna infertile” intendo sia la donna che ha difficoltà a concepire, sia quella “sana” che ha un partner/marito “problematico”.
Premessa num. 2: Naturalmente ho scritto questi consigli pensando a me e al mio carattere, ma non penso di sbagliarmi dicendo che sono validi un po’ per tutte le donne. E pure per gli uomini. Anche se, rispetto a noi donne, parlano meno spesso e meno volentieri dei loro problemi con altri, questo non vuol dire che non abbiano un cuore!
Premessa num. 3: La seguente guida, nonostante sia stata scritta con molta (auto)ironia, deve essere presa dannatamente sul serio.

PRIMA REGOLA: Maneggiare con cura!

E’ matematico. Quando una donna è sposata, oppure convive, da qualche mese, i vicini di casa/colleghi/amici cominciano a porle la FATIDICA DOMANDA.

“Ma quando fate un bambino?” oppure “Ma voi non volete bambini?”

A volte la domanda è posta sotto forma di battuta, soprattutto quando esce dalla bocca di una neomamma (solitamente la neomamma in questione ha impiegato 1 o 2 rapporti per rimanere incinta, non ha idea di cosa siano i giorni fertili e non sa manco bene come funzioni il ciclo mestruale).

Ad esempio: “Ehi! Ora tocca a voi!”

Queste persone non si rendono conto di quanto facciano male certe domande. Ed è a voi che mi rivolgo. Ovviamente non potete sapere il dramma che sta attraversando una donna infertile, se la suddetta non vi ha confidato il suo problema.

L’ignoranza è ammessa, la curiosità no.

Suvvia, non mentite. Certe domande non sono poste in buona fede. E’ solo la curiosità morbosa, il desidero di impicciarsi negli affari altrui, di sparlare alle spalle dell’amica/collega/vicina di casa, a spingervi a fare LA DOMANDA.
Voi non volete sapere se la donna in questione desidera dei figli oppure no. Sapete benissimo che, se li desiderasse, li avrebbe già.

Voi volete soltanto sapere PERCHE’ non ha figli.

Tutti sappiamo come si fanno i bambini. E basta far lavorare un attimino la materia grigia per capire che, se una coppia non ha figli, i motivi possono soltanto essere i seguenti:

1. Non li vuole (sì, ci sono anche persone che non amano i bambini!)
2. Non ha i mezzi economici per mantenere un figlio
3. La coppia è in procinto di scoppiare e non è il momento giusto per pensare alla riproduzione
4. Ha dei problemi di infertilità/sterilità

Quando ponete LA DOMANDA, obbligate la donna che sta davanti a voi a confessarvi delle faccende MOLTO intime, mettendola in imbarazzo. Questo vale soprattutto nel caso in cui la vostra interlocutrice sia una conoscente o una collega. Ma vale anche per le amiche. Se un’amica, sposata da anni, non ha figli e non ha mai sfiorato l’argomento, significa che non ne vuole parlare. Molto semplice.
POTREBBE essere lecito porre LA DOMANDA ad un’amica con cui si ha confidenza, ma nel momento giusto e con il giusto tatto. Chissà, forse aspetta solo un input per parlarvene. Ma, se vedete che è restia ad affrontare l’argomento, per favore, lasciate perdere.
Se siete tanto curiose, compratevi un giornale di gossip e sparlate dei personaggi famosi.

SECONDA REGOLA: A volte il silenzio è meglio di tante parole

Ci sono momenti in cui una donna non ha voglia di mentire. Quando le viene posta LA DOMANDA non ha voglia di rispondere con un sorrisino imbarazzato. Non vuole passare per una che non ama i bambini, o per quella che pensa prima alla carriera che alla famiglia.
E non perché ci sia qualcosa di sbagliato in questo, ma semplicemente perché non corrisponde alla verità. Ci sono anche momenti in cui una donna sente il bisogno di dire la verità, a voce alta. Di dire: “Io e mio marito/il mio compagno non possiamo avere figli.”

A volte è meglio stare zitti piuttosto che parlare tanto per dare aria alla bocca. Ci sono occasioni in cui l’unica reazione possibile è il silenzio o, al massimo, un abbraccio o una parola di conforto. E invece ci sono sempre persone pronte a giudicare il tuo dolore, a sputare sentenze, a dare consigli anche se non ne sono in grado, anche se non possono capire. Basta usare un attimo il cervello per capire che, talvolta, è meglio non dire nulla piuttosto che parlare a vanvera.

Ultimamente ho deciso che non voglio più mentire. Quando qualcuno mi pone LA DOMANDA (e da quando sono sposata questo accade sempre più spesso) ho deciso di dire la verità.
“Sì, vorrei dei figli. Ma noi non possiamo averli.”

Le reazioni che ho causato sono state diverse. Ora vi farò un esempio di reazione assolutamente fuori luogo e di reazione accettabile, anzi, gradita.

Reazione num. 1 – NON ACCETTABILE

L’altro giorno stavo parlando con un paio di colleghe del volontariato che io e Marito svolgiamo con i bambini della comunità.
Ad un certo punto una delle due donne mi guarda e fa, con espressione dolce: “Ma tu non hai voglia di bimbo?”
Mi si è gelato il sangue nelle vene. Eh sì, questo è l’effetto che mi provoca LA DOMANDA.
“Sì, molto, ma… Sai, noi non ne possiamo avere.”
“Ah, scusami. Non lo sapevo,” ha risposto lei, facendosi seria.
Io ho alzato le spalle. “Non preoccuparti.”
“Ma, senti… Ne sei sicura?”

Devo commentare una domanda del genere?

Reazione num. 2 – GRADITA

Qualche giorno fa ho confidato ad una mia conoscente (una volontaria dell’associazione animalista in cui opero), che io e Marito non possiamo avere figli e stiamo provando con la PMA.

“Si vede che sei alla ricerca!” ha detto lei.
“Davvero? Come l’hai capito?”
“Non lo so… Si vede. Ti auguro di farcela.”
Poi si è avvicinata e mi ha abbracciato.

Non ha detto stupide frasi di circostanza.
Non ha emesso sentenze.
Non mi ha detto cosa fare.

Mi ha solo fatto sentire il suo calore, la sua vicinanza.

TERZA REGOLA: Siete ignoranti. Fatevene una ragione.

La maggior parte delle donne infertili/che hanno un compagno o marito infertile, non si arrendono davanti alla bastardaggine della Natura, ma cercano in ogni modo di superare gli ostacoli. Se fate lavorare la solita materia grigia che a volte scordate di avere, i metodi per riuscirci sono soltanto due: o PMA, o adozione.
Ci sono anche coppie che ad un certo punto decidono di gettare la spugna, o perché stressati dai tentativi falliti o perché stremati dalla burocrazia.
Altre coppie, per qualsivoglia motivo, quando scoprono di avere dei problemi decidono di non provare né con la PMA, né con l’adozione, ma di accettare il loro destino.

Rendetevi conto che voi non siete nessuno per poter giudicare decisioni così importanti. E neppure per dispensare consigli. Io accetto malvolentieri persino i consigli di donne che stanno affrontando le mie stesse difficoltà, FIGURIAMOCI se mi (e ci) può far piacere sentire le stupide frasi di circostanza di una persona che non ha la più pallida idea di quello che sto passando, di cosa sia la PMA o di come si svolgano le pratiche per l’adozione!
E immaginatevi come possa reagire a certe frasi quando, mettiamo il caso, sono sotto ormoni o ho appena parlato con l’assistente sociale…

Siete ignoranti. Davvero. Non è un’offesa. E’ che… E’ proprio così.

Non tutte le donne, dopo avervi confessato di essere infertili, o di avere un partner infertile, vi confideranno cos’hanno intenzione di fare. Voi, per carità, non chiedete. Ma se la donna in questione decidesse di aprirvi il suo cuore, per favore, non atteggiatevi da medici, psicologi o consiglieri. Non lo siete.

Se una amica/collega/conoscente vi dice di non poter avere figli, non chiedetele se ne è SICURA. Prima di effettuare una diagnosi del genere, i medici procedono con tutti i controlli del caso. E, prima di accettare una verità tanto cruda, prenderne atto e confidarla ad altri, state pur certi che una coppia si fa visitare da decine di medici.

Quindi sì, se ve lo sta dicendo, ne è sicura.

Una persona non va in giro a dire che non può avere figli se sta avendo rapporti non protetti da una settimana, magari ha pure le mestruazioni e non ha mai fatto alcun esame per l’infertilità. E che cavolo.

Poi.

Non ironizzate. Non fate sentire la vostra interlocutrice come se fosse una donna a metà. Non provocate in lei istinti omicidi nei vostri confronti. Non avete idea di cosa potrebbe fare una donna durante la stimolazione ormonale.

“E pensare che io, invece, ci ho messo cinque minuti a fare un figlio!” oppure: “Pensa che io sono rimasta incinta senza neppure volerlo!”

Ecco, questi sono esempi di frasi che vi potete risparmiare. Anche se le dite ridendo. Non fanno ridere.

Se la vostra interlocutrice vi confessa che è suo marito ad avere dei problemi, per favore, risparmiatevi battutine idiote sulla virilità del suddetto.

Vi faccio due esempi di battute che non ho per nulla apprezzato. Una mia amica un giorno mi ha raccontato, ridendo, che aveva parlato dei nostri problemi al suo moroso. Quest’ultimo si era preoccupato, e si era chiesto se, osservando da solo il suo – ehm – liquido seminale, potesse riuscire a capire quanti spermatozoi ci fossero.

“No. Gli spermatozooi si vedono solo con il microscopio…” è stata la mia laconica risposta.

Ancora oggi mi chiedo se fosse una battuta o una domanda seria.

Un’altra amica, appena le ho confidato i miei problemi (continuava a insistere per sapere perché non avessi un figlio! – avrei dovuto mandarla a fanc##o, lo so), mi ha consigliato, sempre ridendo (oh, ma che ca##o avete tutti da ridere?), di far prendere a mio marito del VIAGRA.

“Ehm… Guarda che non hai capito… Non è mica impotente! Gli funziona tutto, lì giù… Solo che il suo sperma non è di buona qualità!”

Non credo che mi abbia ascoltato. Era troppo impegnata a ridere.

Non esprimete pareri negativi sulla PMA. Anche se per principi etici o religiosi siete contrari a queste pratiche, cercate di capire che la donna che avete davanti sta soffrendo e probabilmente dovrà soffrire ancora a lungo per riuscire a realizzare il suo sogno. E di certo avrà riflettutto a lungo prima di decidere cosa fare. Non ha bisogno di essere moralizzata dal cattolico invasato di turno.
Anche perché le vostre critiche non serviranno a farle cambiare idea, ma soltanto a rendervi, ai suoi occhi, degli stronzi insensibili.

Non esprimete giudizi sull’età. Non dite alla donna che avete davanti: “Ma non sei troppo giovane per la fecondazione assistita? Dai, aspetta, tanto di tempo ne hai davanti! Magari nel frattempo resti incinta!”

No, nel frattempo non resterà incinta, a meno che accada un miracolo. Dubito che voi aspettiate un miracolo per realizzare il più grande sogno della vostra vita, no? Ecco, allora non consigliate ad altri una cosa tanto stupida.

“Ma ormai hai quarantacinque anni…”

Altra frase da evitare. Non potete sapere perché una persona abbia aspettato fino a quell’età prima di cercare di avere un bambino. Forse sta già provando da decenni, invano. Forse prima non le era possibile per motivi economici, lavorativi, o chissà che altro. Non sono affari vostri. Punto.

E per quanto riguarda l’adozione… Ah, di questo potrei parlare per ore ed ore. Avrei milioni di esempi di frasi e domande stupide che mi sono sentita rivolgere. Cercherò di elencarvi le affermazioni che più comunemente escono dalla bocca di chi è scarsamente dotato di sensibilità e inoltre, di adozione, non sa un bel niente.

“L’adozione, davvero? Tutti quei colloqui con gli psicologi… E ho pure sentito che i servizi sociali possono venire a casa tua a sorpresa! Ma come farete a sopportare tutto questo? Io non ce la farei mai!”

Prima di tutto, non è una buona idea creare il panico in un futuro genitore adottivo. Secondariamente, la persona con cui state parlando sa già perfettamente a cosa sta andando incontro. E riuscirà a sopportare tutto semplicemente perché vuole adottare un bambino.
Voi no, o perché non avete problemi di infertilità o perché non volete figli. L’amore, la passione, è ciò che ti aiuta a
sopportare tutto. A volte non basta, è vero. Ma è questo che ti spinge ad affrontare un percorso tanto faticoso.
Perciò… Domanda stupida, passiamo alla prossima.

“Vuoi adottare un bambino? Pensaci bene… Non sarà mai davvero tuo figlio! E poi lo sai che i bambini adottati cercano sempre, prima o poi, i genitori VERI!”

Devo davvero commentare una frase del genere? O dirvi cosa c’è di sbagliato? Sarebbe un insulto alla vostra intelligenza, suvvia. E, se non riuscite a trovare niente di sbagliato nella suddetta affermazione, temo proprio che per voi non ci sia alcuna speranza.

“L’adozione, che bello! Ma come siete bravi! Vi daranno subito un bambino, ce ne sono così tanti negli orfanotrofi!”

No, non siamo bravi. Siamo disperati, semmai.
Disperati e consumati da un desiderio che, forse, ma non è detto, verrà realizzato dopo tanti anni di sofferenza.

In Italia gli orfanotrofi non esistono più. Da anni. E non ci sono tanti bambini adottabili. La proporzione tra bambini adottabili e coppie disponibili è spaventosa, e terribilmente a sfavore degli aspiranti genitori. Adottare in Italia è quasi impossibile.
Quando spiego queste cose la maggior parte delle persone rimane a bocca aperta.
Eh, lo so. Vi ho detto che siete ignoranti! Perciò, non parlate che fate una figura migliore.

All’estero gli orfanotrofi, purtroppo, ancora esistono, e sono strapieni. Ma anche lì non è facile adottare.
Non importa se siamo giovani, belli, bravi, benestanti… Alcuni Paesi impongono criteri molto rigidi per l’adozione. E solo i bambini sopra ad una certa età e con particolari problemi possono essere adottati dagli stranieri come noi.
Se non hai dato la disponibilità per quei problemi o per quella fascia di età, o se non rientri nei loro criteri, la strada è comunque in salita.

Ancora una volta, per favore, state zitti. Oppure, CHIEDETE. A me personalmente fa piacere quando il mio interlocutore ammette di essere ignorante e vuole capire come funziona la PMA o l’adozione. Non tutti amano parlare di certi argomenti, ma sicuramente chiedere (garbatamente e con tatto) è migliore che dire frasi di circostanza, spesso completamente errate.

QUARTA REGOLA: Annunci di gravidanze: come, quando, perché

Tasto dolente. Dolentissimo, direi.

Ogni volta che vedo una donna con il pancione, una donna con il bambino nel passeggino, o ricevo l’annuncio di una gravidanza, io mi sento morire.
Tanto per farvi capire quanto stia male, una volta mi sono chiusa in bagno a piangere quando una collega è venuta in ufficio con il suo neonato al seguito (per mostrarlo ai colleghi).

Io non voglio essere trattata diversamente. Io voglio sapere se la tal collega, l’amica o la vicina di casa è incinta. Non voglio che le persone mantengano il segreto con me perché hanno paura che io stia male. Tanto, prima o poi lo verrò a sapere lo stesso.

Ma, se la persona che annuncia la gravidanza, propria o di una terza persona, conosce il mio PROBLEMA, pretendo che mi mostri un po’ di sensibilità.
Non voglio che un’amica mi chieda scusa, annunciandomi di essere incinta. Ci mancherebbe. Ma non voglio neppure che pretenda che mi mostri entusiasta, o che sia disponibile ad ascoltare la telecronaca della sua gravidanza minuto per minuto.
Sono disposta a condividere la felicità di un’amica, se lei, però, è disposta ad ascoltare il mio dolore.
L’amicizia non è a senso unico.

Per fortuna, da quando è iniziato l’incubo, nessuna mia amica è rimasta incinta.

QUINTA REGOLA: Ascoltate con il cuore

Ormai avrete capito che le cose che potete dire sono ben poche.
E non solo perché non siete medici, né psicologi, ma soprattutto perché… In fondo, non c’è molto da dire.

La donna che avete davanti sta soffrendo.

Non importa se questa donna è vostra sorella, un’amica, una semplice conoscente o una collega. Accettate il suo dolore. Ascoltatelo. Qualsiasi sia il motivo per cui ha deciso di confidarvi le sue difficoltà (forse è stremata dalle vostre domande impertinenti, o magari ha voglia di sfogarsi) non merita di essere giudicata, additata, derisa. Sta già soffrendo abbastanza.

Mettete da parte la vostra curiosità, il vostro qualunquismo, il vostro desiderio di atteggiarvi da consiglieri. Ascoltate, e basta. Donatele un sorriso, un abbraccio, una carezza. Una parola di speranza. Un augurio.

E’ tutto quello che cerca da voi.

E’ tutto quello che potete darle.

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Ora ricordo che… L’ironia ci salverà

Premessa: Vorrei scrivere sul blog molto più spesso, ma purtroppo, tra lavoro, analisi e volontariato, proprio non ci riesco.
Vi ringrazio perché comunque continuate a leggermi, a commentare e mandarmi e-mail per sforgarmi o sostenermi.
Vi ringrazio veramente con il cuore!

Ora ricordo perché avevo deciso di dire basta alla PMA.
Ora ricordo perché, nel momento in cui avevo fatto questa scelta, mi ero sentita libera e leggera come una farfalla.
Ora che sono rientrata nel vortice medici-analisi-ospedali-farmaci, ricordo tutto.

In questi lunghi mesi di pausa mi ero dimenticata quanto possa essere stressante tutto questo.

Non mi pento della mia scelta. Della scelta di riprovarci.
Il fatto è che sono ritornata ed essere nevrotica, ora che le mie giornate sono di nuovo scandite da analisi, telefonate ai laboratori, lunghe attese al CUP, visite mediche.

Era bello non dover pensare al ciclo, non dover programmare i rapporti sessuali in base agli esami ginecologici o agli spermiogrammi da fare, non dover andare dalla ginecologa un giorno sì e l’altro pure…

Una decina di giorni fa io e Marito siamo tornati all’ospedale San Paolo di Milano con tutti gli esami che la ginecologa ci aveva richiesto.
Finora siamo andati a Milano due volte, e ogni volta sono tornata a casa stanca morta. E tenete conto che siamo andati al pomeriggio. E io non guido neppure.
Non oso pensare a quando dovrò presentare in ospedale ogni due – tre giorni alle otto del mattino per i monitoraggi… Mi dovrò alzare alle cinque!

La mia mutazione, per fortuna, è un ostacolo facilmente superabile con l’assunzione di alcuni farmaci (acido folico e Benexol).
E’ comunque un problema in più, che mi preoccupa.
Marito ha rifatto un altro spermiogramma. Era da tempo che non si sottoponeva a questo esame. Forse aveva creduto di non doverlo fare mai più.
Devo dire che ci siamo fatti delle grasse risate parlando del suo grado di eccitazione alle quattro del pomeriggio rinchiuso nel cesso di un ospedale in una fredda giornata d’inverno… Ma le battute erano abbastanza volgarotte, perciò ve le risparmio 😉
C’è da dire che, per fortuna, gli uomini si eccitano con poco.
Ricorderò sempre ciò che mi disse Marito dopo il suo primissimo spermiogramma. Gli chiesi a cosa avesse pensato per riuscire ad eccitarsi. Lui alzò le spalle e disse: “Boh, a delle donne nude, così…”
Fantastico.

L’esito dello spermiogramma ce l’hanno dato subito. La situazione è sempre grave, ma almeno non è peggiorata da un anno a questa parte, e già questo è un successo, a detta della ginecologa.

Con l’inizio del prossimo ciclo, verso il 25 febbraio, si riparte.
Nuovo ospedale, nuovo programma terapeutico. Questa ginecologa mi ispira molta fiducia. Non oso sperare che accada un miracolo… Ma non avremmo deciso di riprovarci se non sentissimo, in fondo al cuore, che ce la possiamo fare…

La speranza mi fa paura. Ma il fatto è che io VOGLIO sperare. Voglio pensare che, tra poco più di un mese, io potrei essere incinta. Il solo pensiero mi fa tremare.

Le analisi non sono finite. La dottoressa ci ha prescritto tutta una serie di esami da presentare per poterci sottoporre alla PMA. Le solite analisi del sangue (HIV, epatite, ecc.) per entrambi e vari tamponi vaginali per me.

Venerdì è stata una giornata frenetica. Praticamente non sono stata ferma un minuto, in ufficio ero praticamente un fantasma, dato che non facevo altro che uscire e rientrare.

A metà mattina sono andata nella mia farmacia di fiducia per prenotare le analisi del sangue. La mia ditta mi dà diritto ad un quarto d’ora giornaliero per uscire senza dover prendere un permesso.

Quando sono arrivata in farmacia c’erano solo due clienti, e nessuno in fila allo sportello cup.
Fantastico, mi sono detta. Sbagliato.
Sono passati dieci minuti prima che la farmacista si degnasse di ascoltarmi. Uno dei due clienti, un signore anziano, doveva prendere una medicina di cui si era dimenticato il nome. La dottoressa si è fatta descrivere il farmaco, gusto, forma, colore, e gli ha mostrato senza successo un milione di confezioni prima che il signore si decidesse a tornare a casa a chiedere alla moglie (ah, se non ci fossero le donne…).

Un’altra signora, altrettanto anziana, doveva prendere delle fiale di acido folico, che però la farmacista non aveva a disposizione. Altra conversazione di diversi minuti. Beh, dubito che l’acido folico le servisse in previsione di una gravidanza. Se pure la vecchina ottantenne è incinta, allora mi sparo che faccio prima.

Finalmente è arrivato il mio turno. La farmacista mi ha dovuto prenotare gli esami per ben tre volte. Già, perché continuava a sbagliare il costo del ticket. Per farla breve, ci ho impiegato più di mezz’ora, tempo che ovviamente mi verrà decurato dalle mie preziose ore di permesso.

Sono rientrata in ufficio, ho lavorato per venti minuti e poi sono corsa dalla mia ginecologa per fare i tamponi vaginali che avevo prenotato.

Altra attesa infinita allo sportello. Avevo il terrore che nel frattempo la dottoressa mi chiamasse, e di perdere il posto.

Pensavo di sbrigarmi in un paio di minuti, e invece… La mia assicurazione medica aveva sbagliato tutto. La segretaria (l’unica segretaria presente), mentre mi ascoltava non faceva altro che interrompersi per prendere delle telefonate. Io ho cominciato a sudare e imprecavo tra me e me, mimando il gesto di dare delle testate sul bancone. Avranno pensato che sono matta. Chissenefrega.

Dopo una ventina di minuti la segretaria ha deciso che avrei pagato dopo, così non rischiavo di perdere il posto. Mi sono seduta davanti all’ambulatorio della ginecologa e… Quando è arrivato il mio turno, un informatore scientifico del piffero è entrato nello studio. E ci è rimasto un quarto d’ora.

Quando finalmente la ginecolga mi ha ricevuto, ho fatto un’amara scoperta. Credevo che mi avrebbe fatto un solo tampone, che sarebbe bastato per fare tutte le analisi che mi servivano… Eh, no. Troppo facile. Mi ha dovuto fare 7 – SETTE – tamponi. Volevo piangere.

Poi sono tornata dalla segretaria, con tutte le SETTE provette in mano. Abbiamo ricominciato a discutere del pagamento. La segretaria non faceva altro che parlare di gonorrea, clamidia, e via dicendo. E io avevo in mano sette provette. La gente in coda dietro di me avrà pensato che faccio la prostituta, come minimo. Ormai, sinceramente, non mi vergogno più di nulla.

Alla sera, quando sono tornata a casa, ero stanca morta, e naturalmente mi sono sfogata per bene con Marito (che è leggermente influenzato e pare che sia moribondo, ogni giorno dice che non sa se sopravviverà alla notte…).

“Ma ti rendi conto? Ho dovuto fare sette tamponi! Ma sai che male fa? (BALLA COLOSSALE, MA VOLEVO ESSERE COCCOLATA!). Avrò tenuto lo speculum lì dentro per almeno mezz’ora! La dottoressa non faceva altro che infilarmi dei tamponi, uno dopo l’altro!”

Marito è rimasto impassibile.
Dopo un po’, fa: “Beh, neanche un bacino, prima?! Se io non ti faccio un massaggino prima di fare l’amore, sono un mostro!”

Mi sono fatta una bella rista. “Questa la scrivo sul blog!”

Detto, fatto 🙂

Non ne posso più. Odio dover andare ogni giorno dal medico per farmi fare una ricetta, odio passare le mattine in farmacia, odio andare a avanti e indietro dai medici, odio incavolarmi perché gli esami non sono pronti.

Odio pensare che tutto questo potrebbe, ancora una volta, non servire a niente.

Intendiamoci. Non è che il percorso adottivo sia meno stressante, eh. E’ solo diverso. L’adozione è qualcosa che riguarda la tua dimensione emotiva. Non ci sono farmaci o medici di mezzo, a parte lo psicologo, ovviamente.
La PMA è qualcosa di molto… Tecnico, ecco.
Forse sono più brava ad affrontare delle lunghe conversazioni con giudici o assistenti sociali, piuttosto che iniezioni ormonali, analisi, medici…

Ma se abbiamo deciso di intraprendere di nuovo questa strada c’è un motivo. E quel motivo è nostro figlio.

Mi sembra abbastanza per riuscire a sopportare il vortice medici-analisi-ospedali-farmaci.

Vorrei soltanto che tutto questo servisse a qualcosa, ecco.

Ma non posso sapere come andrà a finire. Perciò non mi resta che aspettare e… Riderci su. O, almeno, cercare di farlo.

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2 anni, 24 mesi, 731 giorni e infinite lacrime

E così, è passato un altro anno.
Tra decisioni, indecisioni, certezze crollate miseramente, sogni affiorati e poi spezzati, equilibri conquistati a fatica e rovinose cadute.

Oggi è il secondo anniversario della mia morte.
Beh, certo, detto così suona troppo drammatico, forse.
La morte segna la fine di ogni speranza. Ed io, di speranza, ne ho ancora.
Nonostante, quel giorno di esattamente due anni fa, che ora pare lontanissimo, qualcosa dentro di me sia morto davvero.

Il 13 gennaio 2012 io e Marito abbiamo scoperto di non poter avere figli. E da allora tutto è cambiato. E tutto è rimasto uguale.

Anche l’anno scorso ho scritto un post per ricordare il nostro lutto.
Sono sempre stata una maniaca delle date, delle ricorrenze.
Io e Marito festeggiamo ancora il mesiversario, per dire. Ricordo la data in cui ci siamo messi insieme, ormai sono passati dieci anni, il giorno in cui abbiamo fatto l’amore o ci siamo detti “ti amo” per la prima volta, il giorno in cui abbiamo deciso di provare ad avere un bambino.

Marito non ha la più pallida idea di che giorno sia oggi. Lui è una frana con le date.
Io non gliel’ho ricordato. Mi avrebbe detto di smetterla di pensarci. E io mi sarei arrabbiata.
E poi, voglio “gustarmi” questo dolore da sola.

Oggi non ho fatto altro che ripercorrere con la memoria quel giorno lontano.
Ricordo tutto, perfettamente. La dura giornata al lavoro, l’incidente d’auto in pausa pranzo, la litigata con i miei, la corsa dalla ginecologa, alla sera, per mostrarle il risultato delle analisi.
E le sue parole: “Voi non potrete mai avere un bambino, mi dispiace.”
Il mio pianto, davanti all’ingresso della clinica. I passanti che mi guardavano come se fossi pazza. Il viaggio in macchina verso casa. Niente autoradio. Solo il rumore delle mie lacrime.

La litigata con mio marito. La mia rabbia verso di lui. Il dolore per entrambi. La consapevolezza che niente sarebbe stato più come prima.
Che quell’attesa, già durata un anno e mezzo, si sarebbe protratta per molto tempo.
La voglia di lottare.
La speranza.

Vorrei sentirmi speranzosa come quel giorno.
Quel giorno è stato il più brutto della mia vita, ma la speranza era diversa rispetto a quella che provo oggi.
Due anni fa credevo che con l’aiuto della medicina tutto sarebbe stato facile.

E’ impossibile che due persone come noi non possano diventare genitori, dicevo.

La speranza c’è ancora. Ma non è più limpida come quel giorno.
Oggi è annebbiata dalla stanchezza, dalla rabbia, dall’insicurezza.

Spero, tra un anno, di non ritrovarmi a scrivere un altro post come questo.

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D.G.M. (Donna geneticamente modificata)

Rieccomi.

Il Natale è passato, e anche quest’anno non mi sono lasciata sopraffare dal finto buonismo e dall’ipocrisia che lo circonda.

Abbiamo gettato il vecchio calendario appeso alla parete per rimpiazzarlo con uno nuovo. Ma non è che sia cambiato granché.

Sono giorni strani, a volte apatici, altre volte colmi d’emozioni. E mi rendo conto che devo accettarli così come vengono. C’est la vie.

Dal Tribunale nessune nuove.

Non ho neppure sentito mia madre per Natale.

Ho incontrato mio padre per caso, la sera della Vigilia, mentre passavo a salutare i miei nonni. La prima cosa che mi ha detto è stata: “Ehi, ma che culone hai messo su?” No, non era ironico. Io gli ho fatto notare che una frase del genere non può di certo aumentare la mia autostima. Lui non ha nemmeno risposto.

Mia nonna sta sempre peggio. Ormai non mi riconosce neanche più. Sono ormai lontani i tempi in cui mi chiedeva se ero incinta, e davanti al mio sguardo triste diceva che un bambino sarebbe arrivato, che dovevo portare pazienza perché anche lei ha aspettato tanto sua figlia…
Ho il terrore che possa andarsene prima di aver conosciuto il suo nipotino.
Io sono nata quando mia nonna stava malissimo, era in preda alla depressione, perché era da poco rimasta vedova. Mio nonno è morto molto giovane. La mia nascita la riportò alla vita. Mi piacerebbe che il miracolo si ripetesse. Ma… Ma.

L’altro giorno abbiamo festeggiato il quinto compleanno di uno dei miei adorati cani.
Ho sempre sognato di vedere mio figlio giocare con le sue “sorelline” a quattro zampe.
Ma il tempo passa, inesorabilmente. E ogni giorno che passa è un giorno triste in più, un giorno strappato alla felicità.

Ogni volta che sto con i bambini della comunità, i miei adorabili selvaggi, mi rendo conto di quanto sarebbe bello essere madre.

Insomma, è cambiato l’anno sul calendario, ma la vita rimane sempre la stessa.

A dicembre io e Marito siamo stati al centro PMA del San Paolo di Milano. La dottoressa con cui abbiamo parlato, capo dell’equipe, ci è sembrata molto in gamba. Ci ha illustrato il loro protocollo, che è diverso e molto più personalizzato rispetto a quello che ho seguito a Reggio Emilia.
Mi ha prescritto decine di analisi (soprattutto genetiche) che finora nessuno mi aveva chiesto, per capire come mai gli embrioni che mi hanno trasferito non hanno mai attecchito. Potrebbero esserci dei problemi, e non essere soltanto colpa della sfiga.

A fine gennaio dobbiamo rivederci per programmare la prossima ICSI, a pagamento. Spero di riuscire a cominciare il trattamento con il ciclo che dovrebbe iniziare a metà febbraio, anche se sarà dura.

Intanto sto cominciando a ricevere i risultati di qualche esame.
Oggi ho scoperto di avere una mutazione del II Allele MTHFR.
Non ho bene idea di cosa voglia dire, ma non mi sembra una cosa buona. Curiosando su internet ho scoperto che questa mutazione è abbastanza frequente e che può essere causa di aborti spontanei, se non trattata con i dovuti farmaci. Farmaci che non ho mai preso, non sapendolo.
Ma vaffanculo, va. A saperlo prima…

Le mie giornate sono nuovamente scandite dal conto alla rovescia per la prossima visita, prelievo del sangue o ecografia. Che gioia.

Intanto cerco di godermi ciò che di bello c’è nella mia vita.

E’ dura, quando hai un pensiero fisso in testa di cui poche persone riescono a capirne l’importanza.
Quando senti le forze scivolarti via, insieme al tempo.
E che diavolo c’entra se sono giovane. E se ho tanto tempo davanti.
Non mi interessa la possibilità di essere felice, un domani.
Io vorrei essere felice. Ora.

Entrare nella mia testa è sempre stato complicato, per tutti.

Ora mi rendo conto che è praticamente impossibile.

Saluti da una donna geneticamente modificata.

Spero di non aspettare il 2015 per scrivere di nuovo.

Pubblicato in: La mia storia

Un passo avanti e dieci indietro

No, non sono morta.
Non sono incinta, se è questo che qualcuna di voi, un po’ troppo ottimista, ha pensato.
E il Tribunale non ci ha miracolosamente chiamati per affidarci un bimbo.

Sono stata lontana dal blog semplicemente perché non sapevo cosa scrivere.

Mi guardo allo specchio, e non mi riconosco più. Comincio a pensare di soffrire di personalità multiple.
Ho sempre saputo – mi è sempre stato detto – di essere lunatica, ma… Non pensavo fino a questo punto.

Se questo fosse il mio primo post e mi dovessi presentare, direi qualcosa del genere:

“Ciao a tutti. Mi chiamo Eva, ho ventisette anni. Ho sempre sognato di diventare madre. Due anni fa ho scoperto che io e mio marito non possiamo avere figli. Dopo tre tentativi falliti di PMA, abbiamo deciso di adottare. Ero così convinta della mia scelta che dentro di me compativo le donne che continuavano a provare con la fecondazione assistita dopo tanti tentativi andati male. Avevo rinunciato completamente al pancione. Volevo essere una mamma di cuore. Poi, una mattina, esattamente un mese dopo aver presentato la richiesta di adozione al Tribunale, mi sono svegliata e ho deciso che a ventisette anni non posso, non voglio ancora rinunciare ad avere un bambino che provenga dal mio ventre. E tra pochi giorni andrò all’ ospedale San Paolo di Milano per programmare la prossima PMA. Ah, dimenticavo. Non sono mica tanto normale. Così, giusto per informarvi.”

Beh. Che dire? In poche righe ho condensato tutto quello che è accaduto in queste mie settimane di assenza dal blog. Che poi, in realtà, questo repentino cambio di direzione è accaduto negli ultimi giorni. Sono stati giorni deliranti.

Dopo il terribile colloquio con i giudici al Tribunale per i Minorenni, ho continuato a pensare, a pensare e a tormentarmi senza sosta. Sono stata male, ho avuto la nausea, il mal di stomaco, non ho dormito.
Mi sentivo come se avessi dentro alla testa un criceto che correva sulla ruota, senza mai fermarsi.

Sono stata assalita dall’ansia, dalla paura, dall’impazienza.

Il pensiero di rimanere in attesa per anni di un figlio che forse non sarebbe mai arrivato non mi faceva più dormire la notte.
Le parole del giudice continuavano a risuonare nella mia mente.
“Probabilmente nei prossimi tre anni non vi chiamerà nessuno.”
Parole pronunciate con rabbia, come se non fossimo due brave persone che desiderano avere una famiglia e donare amore e un futuro ad un bambino nato nel posto sbagliato… No, come se fossimo due ladri che vogliono ottenere ciò che non spetta loro!

E mi sono resa conto che io e Marito abbiamo sbagliato a dare la disponibilità solo per l’adozione nazionale.
Me la sono presa con lui. Perché era stato lui a voler aspettare prima di procedere, eventualmente, con l’adozione internazionale. Lui dice sempre che dobbiamo essere ottimisti… E mi sono lasciata contagiare dal suo ottimismo. Anche se io sono sempre stata, tra i due, la più… Non pessimista, ma razionale (spesso i due termini coincidono, considerando tutto quello che ci sta capitando).

E mi sono lasciata influenzare anche dalle parole dell’assistente sociale, che evidentemente non voleva che scegliessimo la strada dell’ A.I., timorosa di un eventuale fallimento.

Un giorno, tre settimane fa, mi sono svegliata e mi sono detta che nessuno può impedirmi di trovare mio figlio. Ho parlato con Marito dell’A.I. Abbiamo litigato e ha dormito sul divano per l’ennesima volta in questo periodo. Non perché non fosse d’accordo con la mia decisione, ma perché, ancora una volta, non ho potuto fare a meno di accusarlo di essere la causa delle mie sofferenze.
Sono una stronza? Sì.
A mia discolpa, provo un costante dolore al petto che forse non può giustificare le mie azioni ma, almeno in parte, scusarle.

Abbiamo parlato con i servizi sociali della nostra decisione di procedere subito con la richiesta per l’A.I. Ma si sono detti contrari. Hanno ribadito che è meglio aspettare, perché il Tribunale potrebbe considerare in modo negativo questo repentino cambio di direzione, e addirittura negarci l’idoneità! Dicono che dobbiamo pazientare. Che le chance sono basse, ma che non dobbiamo farci scoraggiare dalle parole del giudice, e che è stato un po’ troppo duro con noi. Secondo loro il suo atteggiamento poco simpatico è dovuto al fatto che il Tribunale dei Minorenni di Bologna ultimamente ha avuto degli scontri con i Servizi Sociali del nostro Comune (di bene in meglio).

Inoltre gli assistenti sociali ci hanno messo paura (quella che già avevamo non era abbastanza, eh), dicendoci che dal Paese che più ci interessa, ovvero la Bulgaria, provengono per la maggior parte bambini che sono irrecuperabili. Sì, hanno usato proprio questo termine.

Io non ne posso più. Mi sembra di correre in tondo, senza mai arrivare da nessuna parte.

Sapete che in Italia c’è un bambino ogni sette coppie che danno la loro disponibilità all’adozione?
E suppongo che questa sia una statistica molto approssimativa.
Considerando che noi abbiamo dato la disponibilità per un bambino di età compresa tra 0 e 3 anni, e che in Italia i bambini piccoli raramente vengono abbandonati/tolti alle famiglie d’origine…
Le nostre chance sono pari a zero. Non so come ho fatto a farmi convincere che devo essere ottimista.

So che è stupido essere così pessimisti dopo soltanto poco più di un mese dal giorno in cui abbiamo presentato la domanda al Tribunale.

Ma non è solo questo. Non è solo l’attesa a spaventarmi. E’… Tutto.
Io sono sicura che sarei una brava madre adottiva. Che sputerei sangue per mio figlio, che mi sforzerei con tutta me stessa per nascondergli il mio dolore se non dovesse riuscire ad amarmi o se dovesse decidere di rintracciare la sua famiglia biologica.

Ma…

Qualche giorno fa Marito mi ha chiesto se avessi cambiato idea sulla PMA, se volessi riprovare, facendomi presente che i nostri tentativi sono stati sì tre, ma tutti effettuati in un centro dalle dubbie qualità. E che dobbiamo a noi stessi un altro tentativo.

Ultimamente non abbiamo più parlato di PMA, avendo deciso di rinunciare. La sua domanda, però, non mi ha preso in contropiede. Mi sono resa conto che negli ultimi mesi sono sì riuscita a relegare in un angolino del cuore il desiderio di un bimbo di pancia… Ma di non averlo mai abbandonato del tutto.

Penso di aver riflettuto meno di un nanosecondo prima di dirgli: “Ok. Riproviamo.”

E’ stato Marito a decidere di rivolgersi al San Paolo di Milano. Presso questo ospedale è in cura un suo conoscente. Sappiamo che praticano l’IMSI e che è un centro rinomato per la PMA.

E dal giorno in cui abbiamo fatto questa scelta non riesco a pensare ad altro. Sto contando le ore che mancano ad arrivare a lunedì pomeriggio alle sedici. Non voglio pensare alle visite ginecologiche, agli ormoni, all’ansia… No. Penso solo che tra pochi mesi potrei avere una vita dentro di me.
Potrebbe funzionare, stavolta. Potrei farcela. Sì, potrei.

Sono felice. Sono felice di riprovare.
Di aver trovato la forza, la voglia, per fare questa scelta.
Sono felice di avere ancora la possibilità, seppur flebile (il solito 30%!), di avere il pancione.
E, al tempo stesso, mi sento una persona orribile.
Mi sento come se avessi tradito il mio sogno.
Come se avessi tradito quel bambino abbandonato chissà dove, da chissà chi, che forse era destinato a vivere con noi, ma che non entrerà mai nella nostra vita… Se tutto dovesse andare come spero.

Mi sento egoista, impulsiva, immatura… Stupida.

Naturalmente non abbiamo ritirato la domanda di adozione.

Lascerò che sia il destino, il caso, chiamatelo come volete, a decidere.
Io voglio solamente diventare madre.
E per una volta sì, voglio essere egoista, anche se questo mi fa sentire una persona orribile.