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Arrivate o no?!

Mi rendo conto che la mia vita è sempre una perenne attesa, una ricerca di qualcosa che non riesco a raggiungere, almeno non facilmente come (all’apparenza) riescono le altre persone.

Non sono mai stata in grado di vivere e godermi appieno “il momento”. La mia esistenza è scandita da conti alla rovescia. E una volta che il tempo è scaduto, via!, si riparte con un’altra attesa. Quest’anno è stato pieno di attese. Ho trascorso l’inverno e la primavera a contare i giorni che separavano me e Marito da questa o quest’altra visita medica. E poi il conto alla rovescia per l’inizio della PMA, per il trasferimento embrionale, per il test di gravidanza… E quando finalmente credevo di aver finito di aspettare… Ho scoperto che era stata soltanto un’illusione. Non avevo più niente in cui credere, niente da programmare, niente da aspettare, niente in cui sperare!

Il prossimo tentativo di PMA mi sembrava tanto lontano, e invece… Ci siamo. Quasi.

In questi giorni c’è l’ennesima attesa che mi tormenta. Quella delle Malefiche Rosse, il cui arrivo mi permetterà finalmente di capire quando dovrò iniziare il mio amatissimo Gonal. Ne ho ben 5 confezioni in casa… Mi ero scordata che me ne erano avanzate dal primo tentativo e sono andata a prenderne altre all’ospedale – oh, quando la roba è gratis non si sta mica tanto lì a controllare! In realtà non vedo l’ora di tornare in ospedale a restituire le confezioni extra urlando: “Ora non mi servono più!!”

Ho abbastanza elementi a disposizione per dichiarare con certezza quasi assoluta che le Malefiche stanno per arrivare.

L’altra sera, non ricordo neppure per quale motivo, mentre preparavamo la cena ho iniziato ad inveire contro Marito, poi mi sono chiusa in camera e mi sono stesa sul letto a piangere, così, senza sapere perché. Dopo un po’ sono tornata al piano di sotto, ho mangiato come se niente fosse e mi sono messa sul divano con Marito a coccolarlo come se non fosse successo niente.

Stamattina ho preteso che Marito mi accompagnasse in centro a fare shopping. Sentivo di avere assolutamente bisogno di un paio di scarpe nuove. Non appena sono salita in macchina ho deciso che non mi andava più di comprarle e sono stata assalita dal desiderio di andare a pagare l’assicurazione della macchina.

Ah, e quando una delle mie bimbe pelose mi ha messo le zampette addosso, sporcandomi i jeans, io mi sono messa a piangere come una disperata, come se quella macchietta di fango fosse la rovina della mia esistenza… Per poi chiedermi, dopo diversi minuti di delirio: “E se li mettessi in lavatrice, ‘sti cazzo di jeans?”

Insomma, direi che ci siamo. Aggiungo che la mia faccia al momento sembra quella di un’adolescente, mi spuntano brufoli a go-go, come mi accade sempre tra l’ovulazione e l’arrivo delle MR (ma ora la situazione è persino peggio del solito – effetto collaterale dell’Enantone?)

Eppure non arrivano. Dai, su, muovetevi! Voglio vedere il sangue (bleah), voglio sentire i crampi, voglio rotolarmi dal dolore, ma, soprattutto, voglio iniziare ‘ste cavolo di punture! Non vedo l’ora di guardare Marito sudare freddo mentre tiene tra le mani tremanti la siringa per bucarmi la pancia!

Voglio ancora andare fuori di testa per colpa degli ormoni, voglio vedere quei puntini luminosi che entrano nel mio corpo, voglio sperare, voglio contare i giorni che mi separano dal test di gravidanza, voglio ridere ed essere felice vedendolo positivo, voglio che questa volta la felicità duri per sempre, e non per 72 ore…!

Insomma, mi risulta un po’ difficile fare dei conti alla rovescia se NON SO da quando farlo partire, ‘sto benedetto conto. Quindi, per favore, non tiratevela troppo e arrivate al più presto. Lo so, lo so che di solito vi prego di non arrivare, ma cercate di capire che ora la situazione è diversa. Tanto sono consapevole di non poter rimanere incinta naturalmente, lo so che prima o poi arriverete, perciò cercate di non farvi attendere troppo, ok? Dai, che qua c’è qualcuno che ha voglia di bucarsi. Sono in crisi di astinenza da Gonal. Altro che “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” o “Trainspotting”. Dovrebbero fare un film sulle donne dipendenti da ormoni.

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Nuove speranze

Adozione. O PMA. Oppure una vita senza figli. Credevo fossero queste le uniche strade che il destino aveva da offrirci. E invece no. Ora si è aperto un nuovo cammino davanti a noi, nuove possibilità, nuove speranze. Forse questo cammino non ci porterà a nulla, forse sperare si rivelerà inutile, ma almeno ora esiste un’altra strada. E no, non si tratta di rapire un bambino o comprarlo al mercato nero…

Sabato scorso Marito è andato a fare una visita da un andrologo/urologo molto rinomato. Ultimamente ha spesso dei dolori laggiù, e ci sembrava giusto capire se c’era qualcosa che non andava prima di iniziare il prossimo ciclo PMA. Come vi ho già detto, finora non era emersa la causa dei suoi spermini poco piacenti. L’urologo altrettanto famoso che l’ha visitato a febbraio aveva detto che non c’era alcuna causa apparente. A suo parere, non soffriva né di varicocele né di prostatite. E anche i medici del centro PMA hanno dato per scontato che non ci fosse alcuna causa, ma che fosse semplicemente nato così. Insomma, che fosse solamente un po’ sfigato.

Sabato, mentre Marito era nello studio medico, io ho aspettato pazientemente nella sala d’attesa. Avevo il cuore in gola. Ero agitatissima. Non so per quale motivo, ma dentro di me sentivo che c’era qualcosa che non andava. Anzi, non è esatto. Io sentivo che c’era qualcosa. Non ero né ottimista né pessimista… Sapevo solo che c’era qualcosa.

Quando Marito finalmente è uscito, mi sono fatta raccontare tutta la visita per filo e per segno. Dopo i soliti commenti e lamenti sulla visita poco piacevole, Marito mi ha detto che il dottore ha individuato subito la causa dei suoi dolori: ha una prostatite. Una prostatite che sta peggiorando sempre di più e di cui probabilmente soffre da parecchio tempo, e che il precedente dottore non ha diagnosticato (ci sarebbe da fargli causa…), forse perché è stato troppo superficiale, e a cui neppure i medici del centro PMA hanno pensato, nonostante i vari spermiogrammi abbiano sempre evidenziato una grossa presenza di batteri, anche dopo le cure antibiotiche (e, a detta dell’andrologo, questi batteri avrebbero dovuto far capire subito ad uno specialista che c’era un’infezione).

Sicuramente la morfologia e la motilità pari a zero degli spermini sono dovute a questo. E dopo la cura di due settimane a cui Marito deve sottoporsi, sicuramente la loro qualità migliorerà. Per quanto riguarda il basso numero di spermini il dottore non si è espresso. Ha detto che è probabile che la quantità aumenti, ma non sa se arriverà a livelli normali.

Sapete cosa significa tutto questo?

Non voglio illudermi troppo, ma… Se davvero è questa prostatite la causa degli spermini lenti e brutti, e visto che questa causa può essere curata, se davvero gli spermini miglioreranno… Se dovessero crescere abbastanza di numero… Noi potremmo avere un figlio in modo naturale. Potrebbe bastare fare un monitoraggio dell’ovulazione e avere rapporti nei giorni giusti per rimanere incinta… Insomma, potremmo concepire un bambino facendo l’amore sul letto, sulla lavatrice, in giardino, insomma, dove cavolo ci pare, ma non in una provetta, non mettendo il nostro destino nelle mani di un biologo… Mi sento così strana a dirlo! Ma anche se questa fantasia dovesse rivelarsi troppo lontana dalla realtà… Anche se gli spermini dovessero rimanere pochi, se la loro qualità migliorerà (e secondo il medico questa è una certezza) e dovessimo ricorrere nuovamente alla PMA, potremmo produrre (che brutta parola!) embrioni migliori…

Insomma, anche se non dovesse accadere un miracolo, questa è una buona notizia!

L’andrologo ha detto di iniziare comunque a pianificare la prossima ICSI (e certo, mica paga lui, mica si fa imbottire lui di ormoni!). Avevamo già preso appuntamento con il centro PMA per il prossimo sabato. Ovviamente ci andremo e sentiremo cosa ci dirà la dottoressa. Intanto vorrei che mi preparasse, per ogni evenienza, il nuovo piano terapeutico e che mi facesse le prescrizioni per gli ormoni. Ho fatto i calcoli dei giorni del ciclo, e ho previsto che dovrei iniziare a prendere gli ormoni attorno al 25 settembre. Per quella data Marito avrà già terminato la cura e avrà già potuto fare un nuovo spermiogramma, dopo aver aspettato naturalmente qualche giorno dalla fine della terapia, per vedere se la situazione è, e quanto, migliorata. A quel punto sapremo se dovremo ripetere la PMA, come previsto, o se avremo altre possibilità.

Qualunque cosa dovesse accadere, io sono pronta. Ormai sono tre mesi che penso al nuovo tentativo di PMA, sono pronta a ripetere la cura ormonale, a diventare insopportabile, ad andare fuori di testa, a vedere la mia pancia diventare una forma di Emmenthal, a mettere la mia felicità nelle mani di una biologa e a sopportare le due terribili settimane post transfer. Anche se la cura di Marito non dovesse dare risultati miracolosi, non importa. Ho già da tempo archiviato la speranza di poter avere figli in modo naturale.

Però, in fondo al cuore, non posso che sperare che la vita riesca a sorprendermi, nuovamente… E in un modo o nell’altro sono certa che rimarrò sorpresa.

La settimana prossima iniziamo anche il corso per l’adozione. Sono agitata, piena di ansie e di paure. Quante emozioni tutte insieme! Però sono felice. Sento che sta per succedere qualcosa, in un modo o nell’altro. Non ho la più pallida idea di come diventerò madre, e non mi importa saperlo. Mi importa soltanto riuscirci. Ed ora sono sicura che ce la farò. In qualsiasi modo. Mamma di pancia, di provetta o di cuore. Non ha importanza.

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L’alchimista, maternità, pma, adozione, destino… E altri pensieri random

Avete mai letto “L’Alchimista” di Paulo Coelho? E’ uno dei miei libri preferiti. E’ strano. Proprio io che sono così cupa, drammatica, complicata, ho amato un romanzo tanto semplice e delicato, come un favola. In questa storia l’autore ci insegna che nulla accade per caso e che, se impariamo ad ascoltare il nostro cuore, riusciremo a compiere la nostra leggenda personale. Ogni volta che mi trovo in difficoltà, io ripenso al pastore Santiago.

Nella mia vita ho dovuto combattere contro tanti momenti bui, forse anche troppi. Non sono mai riuscita a dare una spiegazione ai drammi che ho dovuto affrontare (perché proprio a me? Cos’ho fatto di male? Perché Dio mi odia?), ma ogni volta il dolore mi ha portato verso qualcosa di bello. E così ho cominciato a pensare che tutte le cose brutte che mi sono capitate fossero non delle punizioni, ma dei doni, perché mi hanno permesso di diventare più forte e di ottenere la vita che desideravo.

Quando ho scoperto che io e Marito non potevamo avere figli, per un attimo mi sono sentita precipitare in un baratro. Tutto quello che a fatica ho conquistato – l’amore, la casa, il lavoro, gli amici – non è certamente qualcosa di scontato. Ma un figlio… Per avere un figlio non servono grandi qualità. Bastano un uomo e una donna che fanno sesso. Non serve neppure il sentimento. Tutti riescono ad avere figli. Ma noi no.
Belen (una che è famosa per il suo culo ed è stata con Fabrizio Corona, e solo per questo dalla vita non merita nulla) aspetta un figlio da un uomo (uomo? Ragazzino!) che ha fregato ad un’altra. Probabilmente tra pochi mesi si molleranno e lei farà ancora più soldi vendendo le prime immagini del suo bambino a Novella 2000. Anche se sarà una madre single non faticherà a trovare un altro compagno.
Raffaella Fico (un’altra che è famosa per cosa? Boh, probabilmente anche lei per il suo culo) aspetta un figlio da un uomo che non si sa neppure bene se sia il vero padre o no. Mentre lui si diverte ad ubriacarsi e a farsi delle bionde a Saint Tropez, lei vende il suo pancione ai giornali di gossip.
Ieri una ragazza di ventuno anni ha partorito due gemelli e ne ha lasciato uno nel cassonetto. Nel cassonetto. (Commento di Marito: proprio ieri ero a Bologna, se lo sapevo lo prendevo su io!).
E potrei andare avanti per ore ad elencare esempi di persone che non meriterebbero nulla, eppure sono state miracolate del grande dono di poter avere un figlio, senza neppure rendersi conto della propria fortuna. E questo mi fa incazzare. Ma incazzare da bestia, eh. Perché noi no?

Con il passare del tempo ho cominciato a pensare che forse c’è un motivo per cui io e Marito dobbiamo affrontare quest’ennesima difficoltà. Forse tutto questo ci renderà più forti. Forse il nostro destino è quello di aspettare e patire tanto perché così è scritto.

Dopo il fallimento del nostro primo tentativo di PMA ho scritto che avrei contattato i servizi sociali per iniziare la pratica di adozione. E così ho fatto. Il primo colloquio è fissato per il 30 luglio. Probabilmente molti di voi hanno pensato che il mio fosse un gesto avventato, dettato dalla rabbia e dall’impazienza, ma… Non è così.

Premetto che l’idea di avere un figlio non è un desiderio recente, né un capriccio. Fin da piccola ho sempre mostrato un forte istinto materno e di protezione nei confronti degli altri bambini. Sono sempre stata più matura dei miei coetanei e, almeno durante gli anni delle elementari, sembravo più grande anche da un punto di vista fisico. Ero più alta e più forte persino dei maschietti (la mia crescita si è fermata a undici anni, quando sono diventata signorina, ed ora sono una tappa di un metro e 63…). Mi veniva naturale proteggere le mie amichette dai dispetti dei maschietti, dare loro consigli, coccolarle proprio come farebbe una madre. Verso i sedici anni sono diventata consapevole del mio desiderio di maternità. Da brava adolescente tormentata e cupa credevo che non avrei mai trovato un uomo che mi amasse, perciò immaginavo già che dieci anni dopo o giù di lì mi sarei dovuta rivolgere ad una banca del seme e sarei diventata una mamma single. Ora che ci penso, forse sono dotata di un sesto senso, visto che in effetti, proprio dieci anni dopo, mi sono sottoposta alla fecondazione assistita… O__o Ma non divaghiamo.

Qualche anno fa ho cominciato a pensare che mettere al mondo un figlio fosse un desiderio egoistico. Proprio così.  “Ci sono tanti bambini orfani,” mi dicevo, “che senso ha dare alla luce un altro bambino? Non sarebbe meglio dare prima una famiglia a chi non ce l’ha?”

Crescendo e diventando donna, però, ho cominciato a desiderare di avere un figlio biologico, un figlio tutto mio. Non mi vergogno per questo, è un istinto naturale, è quello che ha permesso al genere umano di continuare ad esistere.

Il sogno di adottare, però, non mi ha mai abbandonata. Negli ultimi tempi, ben prima della PMA fallita, ho cominciato a pensare che, forse, fosse proprio questa la nostra strada. L’adozione. Forse proprio per questa mia grande sensibilità ed empatia il Signore desidera che noi adottiamo un bimbo. Perché noi ne siamo capaci. Forse la nostra sterilità è un segno del destino… E non sarebbe un brutto destino, anzi…!

Questo pensiero mi rende serena. Ho già affrontato tante cose brutte per poi ritrovarmi tra le mani qualcosa di bello, forse questa è l’ennesima prova che dobbiamo superare per raggiungere la felicità.

A volte, però, questa sicurezza mi abbandona. Mi piace pensare che ci sia una spiegazione a tutto, che il dolore non sia una punizione, ma un segno, una prova, però… A volte penso che le nostre vite siano dominate dal caos. Se davvero tutto avesse un senso, se davvero ci fosse un destino, perché esistono bambini che nascono nei Paesi del Terzo Mondo e sono condannati a morire senza neppure avere la possibilità di combattere? Perché ci sono bambini che vengono maltrattati fin da piccoli e condannati a diventare criminali, o rimanere traumatizzati per la vita? Perché ci sono persone tanto buone a cui viene diagnosticato un male incurabile e altre egoiste, stupide, maligne che vivono un’esistenza da favola e ottengono tutto ciò che desiderano?

Tutto questo ha un senso? No. E allora perché le nostre difficoltà dovrebbero averlo?

Talvolta penso che non esista alcun destino, alcun segno divino, che non ci sia nessuna prova da superare, niente da dimostrare.

A volte penso che Dio, o chi per lui, sia un mero spettatore del nostro dolore. Che non intervenga per darci dei segnali. Penso che tutto sia nelle mani del caos.

E il caos mi fa paura.

Io DEVO pensare che prima o poi troverò il mio cammino, che tutto questo dolore significhi qualcosa, che alla fine della sofferenza ci sia la felicità… Perché, se così non fosse, vorrebbe dire che ci sono buone probabilità che io non troverò mai la mia felicità, che non sarò mai madre, anche se me lo merito (perché so di meritarmelo), anche se potrei donare una vita felice ad una piccola creatura, perché il mondo è dominato dal caos, e il caos non guarda in faccia nessuno.

Non ho mai creduto alla fortuna e alla sfortuna, ma soltanto al destino e a Dio. Ora la mia fede comincia a sgretolarsi. E questo è peggio di qualsiasi diagnosi di sterilità.

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Dai, cazzo!

 La mia faccia quando la gente mi chiede: “E bambini? Ancora niente?”

Eccomi qui. Sono ancora viva. Ho smesso di piangere. Già da un po’ di giorni, a dire il vero.

Mercoledì sono rientrata in ufficio. Mi tremavano le gambe, come se fosse il mio primo giorno di lavoro, anzi, ancora peggio, come una ragazzina al primo giorno di superiori.

Naturalmente tutti i colleghi non hanno fatto altro che esclamare “bentornata!” e chiedermi “come stai?”

Sono consapevole che non sanno quello che sto passando, ma avrei voluto bruciarli tutti con lo sguardo. Credo che il mio responsabile abbia intuito più o meno a che tipo di “operazione” mi sono sottoposta, perché tempo fa aveva indovinato che ero sotto ormoni (io avevo parlato genericamente di “farmaci”) e quando gli ho fatto presente che in autunno dovrò ripetere questo fantomatico “intervento” lui non ha fatto domande ma mi ha solamente consigliato di stare calma e distrarmi un po’.

Il rientro al lavoro non è stato particolarmente traumatico. Ho ritrovato subito la concentrazione e ho sparato le mie cazzate con i colleghi come al solito. Tenere il muso non sarebbe servito a niente, se non a far aumentare la curiosità della gente.

Oggi io e Marito siamo tornati al centro PMA per parlare con la ginecologa di un eventuale futuro tentativo, che potremo fare a ottobre. Ho chiesto lumi su quanto accaduto, ma la dottoressa ha detto che non è possibile sapere come mai la gravidanza non è andata avanti. Mi ha rassicurata dicendo che gli sforzi che ho fatto mentre ero a casa non c’entrano niente. Almeno posso smetterla di sentirmi in colpa.

Non so ancora se faremo sempre a Reggio Emilia il prossimo tentativo, oppure al Demetra di Firenze. Ho sentito parlare bene anche del Tecnobios di Bologna. Probabilmente userò i giorni di ferie che ho ad agosto per andare a sentire un po’ in giro (sperando che ad agosto tutti i dottori non siano in vacanza!) perché se chiedo altri giorni a luglio il mio capo potrebbe uccidermi.

Come programmato ho anche preso appuntamento con l’assistente sociale per iniziare la pratica per un’adozione, ma questo argomento merita un post a parte.

Io e Marito non avevamo previsto di andare in vacanza quest’anno, ma dato che le cose sono andate male e abbiamo entrambi due settimane di ferie in agosto vorremmo trovare un posticino economico e isolato dal mondo dove recuperare un po’ di forze per qualche giorno.

In questo momento vorrei soltanto stare lontana da tutti. Non sopporto più nessuno.

Non sopporto i colleghi che mi prendono in giro perché sono pallida come un morto (dopo sedici giorni di malattia pensavano forse che sarei tornata abbronzata??).

Non sopporto la tabaccaia che l’altro giorno, quando io e Marito siamo andati a comprare le sigarette, con tono allegro ci ha chiesto: “E bambini? Ancora niente?”

Non sopporto le donne incinta che incontro OVUNQUE e che si accarezzano il pancione manco stessero per dare alla luce il futuro salvatore del mondo… Si vede che siete in attesa, sembrate delle balene, non c’è bisogno di ostentare, stronze!

Non sopporto le donne che cercano il secondo figlio e poi sono sconvolte perché arriva subito, quando il primogenito è ancora in fasce… Ma andate un po’ a fanculo, va! Se non vuoi rimanere incinta  usa un cazzo di preservativo!

Non sopporto le “amiche” che alla notizia del mio tentativo fallito mi hanno mandato un sms dicendo “Quanto mi dispiace!”… Né una chiamata, né una visita, né un’e-mail…

Non sopporto l’amica neo-mamma che mi chiede in continuazione di andarla a trovare per vedere il suo pupo… Io tuo figlio non lo voglio vedere, non lo posso vedere! Posso permettermi di essere egoista, una volta ogni tanto?

E non sopporto me stessa perché le ho detto di sì, e so che l’andrò a trovare, farò mille complimenti al bambino, lo riempirò di regali spendendo un patrimonio e poi quando sarò da sola scoppierò a piangere…

DAI, CAZZO!

Ecco, ora mi sento un pochino meglio.

Dopo questo sfogo vorrei aggiungere dell’altro.

La vita mi ha insegnato che bisogna affrontare tutto con decisione, a testa alta, che si deve combattere per ciò in cui si crede e che ogni dramma, ogni dolore, può rappresentare una possibilità. E’ difficile capirlo mentre si sta vivendo un momento buio, ma sono sicura che sia così.

Le persone che hanno figli per caso o senza alcuna difficoltà non si rendono conto della loro fortuna. Non sapete quanta gente di mezza età conosco che si lamenta dei propri figli e afferma che se tornasse indietro non li metterebbe al mondo. Forse c’è un motivo per cui noi dobbiamo soffrire e aspettare tanto. Ora non riesco a capire questo motivo, ma un giorno ci riuscirò. O forse il nostro destino è quello di dare amore ad un bambino che è stato abbandonato. Forse Dio sta cercando di dirci che da qualche parte c’è una creatura che non ha avuto l’amore che merita e sa che noi, invece, possiamo donarglielo.

O forse non esiste alcuna spiegazione, alcun destino, e se tutti noi dobbiamo patire tanto è solo perché la Natura è stronza. Ma preferisco la prima ipotesi.

Ed è vero che la maggior parte delle mie amiche non si sono dimostrate tali, ma grazie a questo blog ho potuto conoscere tante persone che sanno starmi vicino come le persone “reali” non sanno fare. Può sembrare triste, ma in realtà sono fortunata. C’è chi non ha nessuno, io ho voi!

E sono fortunata ad avere un marito che sa farmi ridere e combatte con me, per me, per noi.

Mi piacerebbe avere anche dei genitori con cui parlare e da cui ricevere conforto, e delle amiche con cui sfogarmi, ma devo accontentarmi di quello che ho. E, in fondo, mica è poco, eh!

Mi sembra di essere tornata indietro nel tempo di mesi, quando io e Marito stavamo ancora facendo tutte le analisi, ed io ero elettrizzata all’idea della PMA, ingenuamente convinta che saremmo stati fortunati al primo tentativo. Ora inizia un’altra atroce attesa, c’è sempre la determinazione a combattere ma manca l’entusiasmo, perché è forte la paura di un’altra delusione.

Ma la vita è questa, e non si può far altro che andare avanti.

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Me, myself and I

Domani rientrerò al lavoro dopo sedici giorni di malattia.

Mi toccherà subire tutte le domande di colleghi morbosamente curiosi che non hanno la più pallida idea di quello che sto affrontando da sette mesi a questa parte e a cui ho raccontato un sacco di palle.

Sono sola a casa. Marito è andato via per lavoro e tornerà domani sera.

Ho passato l’ultima ora a sorseggiare vino e fumare come un turco (dopo la gravidanza-lampo ho ripreso tutti i miei vizi) parlando da sola. Anzi, non proprio da sola. Ho parlato per un’ora immaginado il primo colloquio con l’assistente sociale. Sì, sono pazza.

Come da programma, ieri ho fissato l’appuntamento per pianificare il prossimo ciclo di PMA e ho contattato il Comune per avere un incontro con l’assistente sociale per iniziare la pratica per l’adozione.

E ho smesso di piangere.

In realtà vorrei piangere, ma non ci riesco più.

Sono soltanto arrabbiata e agguerrita. Io voglio avere un figlio, cazzo. Biologico, adottato o comprato al mercato nero non importa. Io voglio un figlio e l’avrò.

Sono tanto stanca.

Mia madre, ignara di tutto quello che sto passando, mi ha chiamato per parlarmi ancora del supposto tradimento di mio padre, parlando come una quindicenne gelosa, mia nonna è in un ricovero sui monti e non ho idea di come stia, mia suocera sta malissimo e forse ha un tumore, io sono da sola a casa a parlare con immaginari assistenti sociali e a rabbrividire per le prossime iniezioni, non ho nessuno con cui parlare, le persone che mi danno più conforto sono quelle che commentano questo blog, non ho amici che capiscano davvero cosa stia passando… Vorrei dire che non ce la faccio più, ma non posso dirlo, perché io devo farcela!

Domani la vita ricomincia… La solita routine, le solite incazzature, le solite pause caffé, i solito colleghi… La solita attesa per una vita migliore.

Aspetto… E mentre aspetto, faccio un po’ fatica a ridere.

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Tra sette giorni…

La mia faccia mentre aspetto l’esito delle beta.

 

Oggi 7 pt.

Per chi ancora non mastica queste abbreviazioni internettiane, significa “7° giorno post-transfer”. (Io ho impiegato settimane intere a capire queste cavolo di abbreviazioni… Pt, pm, po, e chi più ne ha più ne metta…).

Questo significa che sono a metà della mia attesa. Tra altri sette giorni potrò fare l’esame delle beta e scoprire se sono incinta oppure no. Se i miei embrioncini hanno attecchito oppure se – puff! – se ne sono andati, così, senza dire nulla.

L’attesa è atroce.

Ho passato i primi tre giorni a dormire 20 ore su 24, proprio io che sono una donna così attiva e quando sono a casa dal lavoro, anche se sto poco bene, colgo sempre l’occasione per fare qualcosa di utile. Avevo paura a muovermi anche solo di un centimetro, nonostante sapessi che le mie erano solo stupide paranoie. Mi sentivo stanca, stanchissima, sia fisicamente che mentalmente. E quando mi svegliavo aprivo il frigo e mangiavo qualsiasi cosa mi capitasse tra le mani, per poi ricominciare a dormire.

Dopo tre giorni passati così mi sentivo le gambe a pezzi, ed ero psicologicamente sconvolta. Mi sentivo trasformata, una specie di ameba.

Piano piano ho ritrovato le energie, e anche la voglia di fare. Ovviamente non posso fare grandi sforzi, ed è Marito a fare la maggior parte dei lavori di casa, però ho ritrovato la forza per mettere un po’ in ordine qua e là, per guardarmi dei bei film che non ho mai il tempo di guardare, per finire di scrivere il mio romanzo, per leggere senza addormentarmi con il libro in mano come succede in ogni sera “normale”, per stare in giardino con i cani a prendere il sole, per fare qualche collage di foto che rimandavo da troppo tempo…

Lunedì è il mio compleanno e ho invitato un po’ di amici a casa per una cena. Saremo in dodici, non sono abituata a cucinare per tante persone, perciò ho un bel po’ di cose da organizzare!

Insomma, ho trovato il modo per ingannare l’attesa.

Anche se il pensiero, quel pensiero, è sempre lì.

E’ da giorni che prego Marito di andarmi a comprare un test di gravidanza, ma lui si rifiuta, dice che è troppo presto. Per una volta ha ragione lui. Su internet ho letto di diverse ragazze che hanno fatto il test di gravidanza troppo presto e hanno avuto un risultato negativo… Mentre invece le beta risultavano positive. E’ inutile che mi preoccupi per niente.

Ho passato mesi a sopportare analisi di ogni tipo, punture, paure, pianti… Ma il momento più difficile è questo. L’attesa.

I primi due giorni sentivo qualche dolorino alle ovaie. Ora non ho più alcun sintomo, se non il seno gonfissimo, che però potrebbe anche essere un campanello d’allarme dell’arrivo delle Malefiche Rosse (ecco, quando penso a loro la mia faccia si deforma tipo “L’urlo” di Munch), oppure un semplice effetto collaterale dato dal progesterone che assumo ogni giorno come terapia post transfer.

Non ho sintomi, ma non è questo a preoccuparmi di più.

Il problema è che io NON mi sento incinta.

So che è un discorso stupido. So che durante il primo periodo della gravidanza non si sente nulla. Lo dicono in tante donne. Eppure io ho sempre creduto che, una volta incinta, l’avrei sentito. Non a causa dei mal di pancia o di altri sintomi fisici, ma… Ho sempre pensato che l’avrei sentito nel mio cuore.

Ed io non sento nulla. Se non un grande vuoto.

Marito dice che, anche se fosse così, non devo farne un dramma. Che ci riproveremo. Anche le mie amiche dicono lo stesso. “Tanto puoi riprovare”… oppure: “Beh, dai, almeno sei giovane, pensa se avessi quarant’anni! Ne hai di tempo!”

Certo. Sulla carta hanno tutte le ragioni del mondo.

Ma cosa ne sanno, loro?

Sanno cosa significa desiderare tanto qualcosa (e non un viaggio o una borsa firmata, ma un FIGLIO) e non sapere quanto dovrai aspettare per averlo? Sanno cosa vuol dire farsi fare una puntura ogni sera, sentirsi le ovaie gonfie e avere voglia di ridere e un secondo dopo di piangere? Sanno cosa vuol dire sopportare tutto questo per ottenere quello che le altre coppie, le coppie normali, ottengono facendo l’amore, magari dopo una cena romantica a lume di candela? Sanno cosa vuol dire vivere una vita IN SOSPESO?

Non ne sanno niente. Beati loro.

Anch’io un tempo non ne sapevo niente. Ora so tutto. E fa male. Cazzo, se fa male.

Voglio solo sapere la verità, per poter gioire, o per poter piangere un po’ e poi trovare la forza per ripartire.

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Il transfer e la cova


Ciao a tutte! Dopo due giorni di letto-divano-frigo-divano, finalmente ho ritrovato le energie per scrivere qualcosa.

Come già annunciato, giovedì mattina sono andata al centro PMA per affrontare uno degli ultimi passi di questo percorso: il transfer!

Devo dire che, rispetto al pick up, il transfer è stato una vera e propria passeggiata. Non ho urlato neppure una volta! Ma ammetto che la mia condizione psicologica era diversa… Lunedì ero ormai fuori di melone a causa degli ormoni, avevo una terribile paura che qualcosa potesse andare storto, e la pancia mi faceva male ancora prima di iniziare… Giovedì finalmente mi ero sgonfiata, il mio umore era tornato più o meno normale, ed ero un tripudio di speranza e felicità!

Non mi hanno fatto alcuna anestesia questa volta, e in effetti non sarebbe neanche servita. Il tutto è durato cinque minuti, forse meno. Mi hanno portato nella sala operatoria e come al solito mi sono messa a gambe all’aria (e pensare che fino a qualche anno fa mi vergognavo ad andare dalla ginecologa!), mi hanno inserito quel magnifico aggeggio che si chiama speculum, e una volta che la ginecologa era pronta si è fatta passare il catetere con dentro i miei futuri bimbi dalla biologa… In pochi secondi l’ha inserito, l’ha sfilato e tutto era finito. Non mi sono accorta di nulla!

Ho riposato per un’oretta, poi mi hanno lasciata andare a casa (non senza prima aver pagato la parcella – ecco, quello è stato il momento più brutto della giornata!!) con la raccomandazione di non fare sforzi, di non fare ginnastica, di non avere rapporti sessuali, di non salire/scendere le scale di corsa, di non fumare né bere alcolici e di bere molto Gatorade. Per il resto, mi hanno assicurato che posso fare una vita assolutamente normale, compreso andare a lavorare (perché il mio è un lavoro sedentario, se fosse un impiego faticoso ovviamente dovrei stare a casa).

Lo sottolineo perché, leggendo su internet o ascoltando altre donne, ho capito che è molto diffuso il mito che il riposo assoluto dovrebbe aiutare l’attecchimento dell’embrione. Non è così! Anzi, è importante muoversi un pochino in modo che il sangue circoli (cosa importantissima per l’attecchimento).

Molte donne hanno persino paura a ridere, starnutire o fare la pipì temendo che gli embrioni possano uscire (?!). Per favore, non credete a queste fandonie!

Io ho deciso ugualmente di stare per 15 giorni a casa dal lavoro, prima di tutto perché lavoro in un ambiente molto stressante da un punto di vista psicologico e in questo periodo ho bisogno di “covare” tranquillamente, e in secondo luogo perché penso di meritarmi un po’ di riposo!

Negli ultimi due giorni non mi sono mossa molto (anzi…), ho praticamente dormito perennemente, ma probabilmente avevo tanta stanchezza mentale e fisica arretrata… Oggi sicuramente uscirò per fare una bella passeggiata. Il sabato sarebbe il giorno delle pulizie di casa, ma visto che non posso fare sforzi ho già avvertito Marito che oggi sarà il mio schiavo!

Le due settimane di riposo dopo la fecondazione assistita sono previste dall’INPS, quindi il medico di famiglia non può opporsi ed è obbligato a fare il certificato (riporto il paragrafo nel caso in cui serva a qualcuno):

PROCREAZIONE ASSISTITA

 

la procreazione assistita se certificata, per le giornate di ricovero e quelle successive alla dimissione (massimo 2 settimane), in fattispecie particolari, per le giornate antecedenti la fecondazione (massimo 1 settimana) e in caso di prelievo di spermatozoi, al lavoratore, un congruo periodo (circa 10 giorni). (msg. 7412 del 3.3.05)

In tutti i modi, da giovedì pomeriggio sono in malattia, e rimarrò a casa fino al 29 giugno.

Il 28 giugno, ovvero 14 giorni esatti dopo il transfer, dovrò fare le analisi delle beta per scoprire se sono incinta… Oppure no. Anche se il risultato dovesse essere positivo, non potremo ancora festeggiare, perché dovrò continuare a fare le analisi a giorni alterni per vedere se le beta crescono in maniera normale… Insomma, secondo me per festeggiare dovremo aspettare che sia nato, anche perché neppure il traguardo del terzo mese può essere considerato sicuro, l’imprevisto è sempre in agguato!

Insomma, ogni traguardo rappresenta un punto di partenza, ogni successo è un un nuovo inizio. Non si può mai stare in pace, non si può mai smettere di combattere!

Devo ammettere che né io né Marito credevamo realmente che saremmo riusciti ad arrivare fin qui, perciò… Siamo già stati molto fortunati.

Ora non ci resta che covare… E sperare.

Immagine da http://ww2.raccontidifata.com/

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Due su tre

Stamattina alle dieci ho chiamato la biologa per sapere il destino di quei tre ammassi di cellule che potrebbero diventare i miei bimbi…

Ovviamente la sfiga ha voluto che sia lei che la ginecologa fossero in riunione (mi sono chiesta se avessero indetto un incontro per parlare dei miei embrioni!!).

Alle undici ho richiamato, con il cuore in gola. Quando la biologa ha risposto la prima cosa che mi ha chiesto è stata: “Come sta, signora?”

Penso di stare per morire d’infarto, avrei voluto dire, invece ho risposto:  “Starò meglio quando mi darà qualche buona notizia!”

A quel punto il cellulare ha cominciato a dare i numeri… Non sentivo più nulla! Penso di aver imprecato in tutte le lingue del mondo, pure quelle che non conosco, compreso l’aramaico antico…

“Dottoressa, la prego ripeta quello che ha detto, non la sento!!”

“Si sono fecondati due ovociti su tre!”

In quel momento credo che il mio cuore si sia fermato per un istante, per poi esplodere di gioia.

“Quindi domani posso venire per il transfer?”

“DEVE venire per il transfer! Ma lei come si sente?”

“Ora che mi ha detto così, molto meglio! Le sono grata con tutto il cuore! Graziegraziegrazie!”

Fine della telefonata più bella della mia vita.

In pochi secondi sono passata dall’inferno al Paradiso. Un altro piccolo grande passo è stato fatto!

Ovviamente ho chiamato subito Marito…

“Due su tre!” ho esclamato, ridendo di gioia, senza dargli neppure il tempo di dire “pronto”.

Lui ha tirato un enorme sospiro di sollievo e poi ha detto: “Dai cazzo che ce la facciamo!”

Sì, ce la faremo, ne sono sicura!

Domattina i miei bellissimi embrioncini entreranno finalmente nella loro “casetta”… E speriamo che la trovino accogliente!!

♪ ♫

Fivet in the morning
Fivet all through the night…

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Il pick up

Non so da dove iniziare a farvi il resoconto di questa tragicomica giornata, perciò suppongo che, per non sbagliare, comincerò dall’inizio.

Io e Marito siamo arrivati alla clinica alle ore 7.30 in punto. Avevo lo stomaco in subbuglio e i battiti a mille. Le mie ovaie, ormai gonfissime, non vedevano l’ora di essere svuotate.
Per la prima volta abbiamo attraversato la fatidica entrata del reparto PMA, sigla di cui Marito ignorava il significato (forse pensava che volesse dire “piccola media azienda”) finché io non l’ho illuminato, dandogli del caprone ignorante (con la scusa degli ormoni posso insultarlo quanto voglio! Poveretto, lo so).

Ci ha accolti un’infermiera simpatica e gentile e abbiamo fatto la conoscenza dell’anestesista, un dottore ultracinquantenne e piuttosto sordo che mi ha elencato tutti i rischi dell’anestesia, gettandomi nel panico più totale.
Mi hanno fatto accomodare in una stanza dotata di tre letti, dove inizialmente ero da sola. Per ingannare l’attesa e cercare di calmarmi, Marito si è messo a canticchiare una versione rivisitata della famosa “Fever”…

♪ ♫

Fivet in the morning
Fivet all through the night…

♪ ♫

Benissimo. Anche Marito ormai sta impazzendo.

Quando l’infermiera è entrata per farmi la puntura pre-anestesia, io ho cominciato ad agitarmi. Oh, ormai dovrei essere abituata alle iniezioni, non so cosa mi sia preso, ma mi sono messa a gridare, e ho addirittura pianto quando l’anestesista mi ha inserito il catetere nella vena sul polso…

Entrambi non potevano credere ai loro occhi. Hanno detto di non aver mai incontrato una paziente tanto fifona. Beh, almeno li ho fatti ridere un po’…

Mentre mi portavano nella sala operatoria stavo letteralmente tremando. La dottoressa che doveva eseguire l’operazione, che fortunatamente consocevo già perché è la stessa che ci ha seguiti durante tutto il percorso, si è accorta della mia paura e ha cercato dolcemente di tranquillizzarmi.
Finché ero cosciente non ho fatto altro che fare mille domande, come al solito… “E quello strumento a cosa serve?” “Ma cosa mi inserite?” “Ma quanto dura il tutto?”
Ma la mia preoccupazione maggiore era questa… “Mi raccomando, accertatevi che stia dormendo prima di iniziare!”

Quando il dottore mi ha iniettato l’anestesia in vena, io, non so perché, ho fatto di tutto per cercare di restare sveglia. Continuavo a muovere le gambe e a parlare, dicevo, con tono di sfida: “Vedete? Non funziona! Sono sveglissima! Mi muovo!”
La dottoressa ha sorriso un po’ ironicamente e ha detto: “Perché non conti fino a dieci?”
E io, come una furia: “Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette…”
Mi sono fermata… La stanza cominciava a girare… Mi sentivo euforica, come se mi avessero drogata… Una sensazione stranissima, ma non brutta, anzi…
“Sono un po’ stanca, in effetti…” ho detto, sorridendo come un’ebete.

Non ricordo neppure se sono riuscita a contare fino a dieci.

Suppongo che i medici abbiano tirato un sospiro di sollievo quando finalmente sono stata zitta (Marito ha chiesto se può avere un po’ di anestetico da portare a casa…).

Mi sono risvegliata nella mia camera. Ovviamente la mia prima domanda è stata: “Quanti??”
Purtroppo la biologa mi ha detto che dei miei sei follicoli la metà erano vuoti, e sono riusciti a recuperare soltanto tre ovociti, e tutti sono stati usati per tentare una fecondazione. Naturalmente questo abbassa di molto le probabilità di successo.

Nel frattempo in camera era arrivata un’altra ragazza, A., con cui ho fatto conoscenza. Lei è al suo secondo tentativo di FIVET. Il primo è andato male perché gli embrioni che le hanno trasferito non hanno attecchito. Oggi doveva fare il transfer. Era molto placida e serena, ho invidiato la sua tranquillità e la sua speranza.

Sono rimasta in osservazione per diverse ore. Dopo il pick up mi è venuto un gran mal di pancia, simile ai dolori mestruali, e dato che non passava ho chiesto un antidolorifico… Che purtroppo mi è stato somministrato tramite l’ennesima puntura. Un bruciore atroce. Se l’avessi saputo, mi sarei tenuta il mal di pancia.

Una volta tornata a casa ho trascorso il pomeriggio a vegetare sul divano, stanca morta, chiedendomi se i miei ovetti e gli spermini di Marito stanno facendo amicizia oppure no…

La biologa ha detto che potrò chiamare mercoledì per sapere se la fecondazione è avvenuta correttamente e, se tutto va per il verso giusto, giovedì mattina andrò per il transfer.

Giovedì. Sembra lontano anni luce.

Oggi, mentre piangevo come una bimba davanti a tutti quegli aghi, mi sono chiesta per l’ennesima volta: “Ma avrei il coraggio di rifare tutto questo?”

Forse sì. Ne vale la pena, per realizzare il nostro sogno. E poi, tra un tentativo e l’altro deve passare qualche mese, e in quel periodo avrei il tempo di recuperare le energie mentali e fisiche per riprovare… Ecco, sto già ragionando come se sapessi che questa volta non andrà bene…

Tre ovetti. Tre spermini che si muovono a malapena.

L’amore ridotto ad un mero esperimento scientifico.

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Quel momento di felicità

È da due anni che lo immagino.

Al mattino quando spengo la sveglia e, mezza addormentata, mi nascondo sotto le coperte per godere ancora di qualche minuto di pace…
Mentre sono in macchina diretta verso l’ufficio e ascoltando la radio canticchio sottovoce…
Al lavoro, quando la mia mente annoiata vola via, lontano…
Alla sera quando, accucciata sul divano insieme a Marito, guardo la televisione…
Negli istanti un po’ nebulosi prima di addormentarmi, quando riemerge in me tutta la rabbia, la frustrazione e la speranza…
Quando dormo, nei miei sogni…
Lo immagino sempre.
Quel momento di felicità.


Il momento in cui, guardando il test di gravidanza, scoprirò di essere incinta.
Il copione è sempre lo stesso. Quando guardo il test sono da sola, chiusa in bagno. Scoppio a piangere. E in quel pianto è racchiusa tutta la felicità che ho sempre sognato di provare, un giorno. Una felicità talmente intensa che mi sembra quasi di morire… Rido, e piango.
Poi corro da Marito. Sto in silenzio e gli mostro il test, cercando di trattenermi dal ridere… So che lui non capirà. È un uomo, di queste cose non sa niente. Non ha idea di cosa significhino quelle due benedette linee! Non riesce neanche a parlare, mi guarda come per incitarmi a dirgli qualcosa, a dirgli la verità. E poi io rido. Rido senza freni, come non ho mai fatto prima.
E urlo: “Ce l’abbiamo fatta!”
Lui ride, poi piange, poi mi abbraccia, a lungo, per un tempo infinito, le nostre lacrime si mescolano, le nostre risate riempiono l’aria…

Ma i miei sogni non finiscono qui. Non esistono limiti ai sogni, quindi… Perché non sognare in grande?
Vedo io e Marito che sistemiamo la cameretta, che fino ad oggi è servita come studio/magazzino… Una stanza disordinata, incompleta, insensata, una stanza in attesa, proprio come noi, di qualcosa di bello, di qualcosa di migliore. Discutiamo per il colore delle pareti, sistemiamo i mobili, compriamo l’armadietto, la culla, diecimila giocattoli…
Mi vedo con un bel pancione seduta sul divano a divorare tavolette di cioccolato, e Marito che mi guarda adorante anche se sono una balena, perché io sono la Portatrice del Sogno… Del nostro sogno.
Vedo le nostre bimbe pelose che guardano con sospetto la mia trasformazione, e allora io e Marito spieghiamo loro che presto arriverà un bellissimo bambino nella nostra casa, e che porterà gioia a tutti, anche a loro, e che dovranno trattarlo bene, perché sarà per loro come un fratellino…
Vedo… Vedo tutto quello che ho sempre voluto.
Ed ora lo vedo più chiaro, i sogni ad occhi aperti sono più nitidi, perché il traguardo è vicino…