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Un anno fa

13 gennaio 2012.

La maggior parte di voi ricorderà questa data per il naufragio della Costa Concordia, o per la scomparsa di Roberta Ragusa.

Tra qualche anno, non appena le luci dei mass media si saranno spente, dimenticherete questi fatti di cronaca e questa data diventerà per voi un giorno come un altro.

Ma non per me.

Il 13 gennaio di un anno fa è iniziato il mio calvario, il mio inferno. Quel giorno un misero pezzo di carta pieno di nomi strani e cifre ha decretato il mio futuro. Un pezzo di carta che a quel tempo (ah, beata innocenza!) non ero neppure in grado di interpretare. La ginecologa aveva dovuto farlo per me.

Ricorderò per sempre il sospiro con cui lesse le analisi e infine, con voce neutra e un pizzico di rammarico, sentenziò: “Mi dispiace, voi non potete avere figli.”
Ricorderò per sempre il mio pianto, mentre guidavo verso casa senza neppure vedere la strada davanti a me, ma soltanto un enorme buco nero. Ricorderò per sempre la sensazione di incredulità, di disperazione, di panico che ho provato quel giorno. E che ho continuato a provare nei mesi successivi.

Il 13 gennaio di un anno fa la mia vita si è interrotta. E’ entrata in una specie di pausa, di stand-by. Da allora, ogni singolo istante della mia giornata, il pensiero che mi occupa la mente è soltanto uno: riuscire a realizzare il mio desiderio di avere un figlio. Non ho smesso di vivere, certo. Continuo a lavorare, a uscire, a seguire le mie passioni, ma… Quel pensiero non mi abbandona mai. Non mi abbandona il senso di frustrazione, di impotenza, di rabbia, di speranza.

Tante cose sono cambiate in quest’ultimo anno. Io sono molto cambiata.
Ho imparato ad essere paziente.
Ho imparato ad accettare una sconfitta e a reagire.
Ho imparato chi sono i veri amici (pochi) e quelli che non meritano di essere considerati tali (la maggior parte).
Ho imparato che tutti sono pronti ad andare con te a prendere un aperitivo, ma nessuno vuole stare al tuo fianco quando affronti qualcosa di grande, di troppo grande.
Ho imparato che al mondo ci sono tante persone ignoranti a cui non importa nulla di imparare.
Ho imparato che al mondo c’è troppa gente che ama giudicare senza conoscere, senza sapere.
Ho imparato che la maggior parte delle persone da tutto per scontato.
Ho imparato che non sono soltanto gli adolescenti, ma pure i cinquantenni a non sapere come si concepisce un bambino.
Ho imparato che in Italia c’è molta ignoranza sull’educazione sessuale, sulla PMA e sull’adozione.
Ho imparato che un uomo e una donna, se si amano realmente, possono rimanere uniti davanti ad una diagnosi di infertilità.
Ho imparato che, ogni tanto, ridere delle proprie disgrazie può essere utile per superarle.

E ho capito che, in un modo o nell’altro, io voglio diventare madre.

E’ passato un anno, e io sono ancora al punto di partenza. Quanto ero ingenua, un anno fa! Ero talmente cieca davanti alla realtà e piena di speranza da credere che, in pochi mesi, la PMA avrebbe regalato a me e Marito il dono più grande… Mi dicevo che non era possibile che noi non potessimo avere figli, che la Natura si era sbagliata, che non avremmo dovuto soffrire tanto a lungo… E, invece… Eccomi qui. Ancora qui.
Di nuovo a sperare. Di nuovo a lottare. Senza aver ottenuto nulla, se non tanto, ulteriore dolore.

Ho fatto il transfer giovedì. Mi hanno trasferito due embrioni. Purtroppo ne hanno dovuti scongelare quattro, perché due sono morti subito.
Il transfer non è stato facile. La prima volta non avevo provato alcun dolore, questa volta invece ho sofferto molto. Devo dire che la ginecologa non è stata molto delicata. Mi ha inserito lo speculum con la gentilezza di un elefante. Ho subito urlato per il male, e mi son irrigidita tutta. Cercavo in tutti i modi di rilassarmi, ma non ci riuscivo!
Ha dovuto persino usare le pinze per trovare il collo dell’utero… Io, che da sdraiata non vedevo cosa stesse accadendo, sentivo degli strani rumori e credevo si trattasse di forbici…! Meno male che l’infermiera mi ha rassicurata spiegandomi che si trattava solo di pinze. Ho sentito gli stessi dolori che provo dopo il pick up, che poi sono come dei dolori mestruali fortissimi… Meno male che è durato solo pochi minuti, durante i quali mi sono fatta però compatire per bene, piangendo e praticamente spaccando la mano dell’infermiera…

E’ da giovedì pomeriggio che vivo tra divano e cibo… Non ho voglia di far niente, ho sempre sonno, anche se a volte mi costringo ad alzarmi perché stare troppo ferma non va bene, il sangue non circola! Mi hanno consigliato di fare delle passeggiate e mi hanno detto che potevo andare a lavorare, dato che faccio l’impiegata, ma io ho preferito mettermi in malattia per due settimane.

Mi sento una stupida. Sto attenta ad ogni movimento, quando salgo o scendo le scale lo faccio a passo di lumaca, Marito non mi lascia neppure apparecchiare la tavola per timore che mi stanchi troppo…!
E io non faccio altro che pensare… E se stessi facendo tutto questo per niente? E se andasse male anche stavolta e mi sentissi una deficiente totale per aver vissuto due settimane come una malata?
Ma non è veramente questo a impensierirmi…
Io ho paura.
Ho il terrore che vada male. Ho il terrore di vedere il test di gravidanza negativo. E ho pure il terrore di vederlo positivo, perché potrebbe succedere come l’altra volta…

E poi… Non so se è a causa del Progynova, del Progesterone, della solitudine forzata o dell’astinenza dal fumo e dall’alcool, ma è da due giorni che mi sento perennemente sull’orlo di una crisi di nervi, comincio ad urlare ed inveire senza motivo, mi viene sempre voglia di piangere e urlare.

Forse è solo la paura.

Farò il test il 22 gennaio, in anticipo di due giorni rispetto a quello che mi ha detto il centro, tanto si dovrebbe già vedere un risultato positivo.

Questi giorni sono lunghissimi. Noiosi. E vuoti. Spero che un giorno ricorderò questi giorni come fantastici. Spero che un giorno riderò ripensandomi sul divano a strafogarmi di cibo per alleviare la malinconia, e dirò: “E’ in quei giorni che è iniziata la vita di mio figlio!”

Speriamo.

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Conversazioni assurde

punto-interrogativo-4Immagine presa dal Web

Ho paura. Domani è il Gran Giorno. Anzi, non è proprio paura. E’ voglia di qualcosa di buono.
Domani è il giorno che deciderà quando sarà il Gran Giorno. Insomma, per farla breve, domani ho appuntamento presso il centro PMA per capire come sta reagendo il mio endometrio alla terapia con il Progynova e quando potremo programmare il criotransfer.

Sono agitata. E ho voglia di ridere. Perciò ho deciso di condividere con voi alcune delle conversazioni più assurde che io e Marito abbiamo dovuto sostenere da quando abbiamo iniziato il cammino PMA.

Ho scritto questo post qualche tempo fa, in attesa del momento giusto per pubblicarlo. E credo che quel momento sia arrivato. Dopo un 2012 bisesto e decisamente funesto, ho voglia di ridere. Voi no?

LA COSA (io e il mio capo)

Io e il mio capo non andiamo mai in pausa insieme. Le poche volte che questo accade è perché uno dei due ha bisogno di parlare con l’altro lontano da occhi indiscreti. Perciò, quando qualche settimana fa, alle cinque passate (orario in cui la sala caffè è vuota) mi ha proposto di uscire qualche minuto con lui, ho capito che doveva chiedermi qualcosa di importante.
Dopo avermi offerto il caffè, mi guarda e fa: “Allora? Non per essere indiscreto, ma… Hai idea di quando dovrai stare in malattia per la tua cosa?”

Vi ricordo che il mio capo sa tutto della PMA. Cioè, in realtà non sa nulla di come avviene la cosa in pratica, ha soltanto indovinato (senza che io gli dicessi nulla) a che tipo di fantomatica “operazione” (questo è quello che ho detto in ufficio) mi sto sottoponendo. Devo dire che io non alcuna vergogna a parlare della PMA con chi si mostra disponibile ad ascoltarmi. Mi sento sempre un po’ in imbarazzo per i miei interlocutori, però. Io ormai sono abituata a parlare di ovaie, spermatozoi e mestruazioni, ma dubito che questi siano gli argomenti preferiti dalla gente “normale”.

“Purtroppo non lo so ancora,” gli ho risposto. “Sai, quello che devo fare è condizionato dal ciclo, e… Non mi sono ancora arrivate, perciò non so dirti bene quando sarà programmata LA COSA.”
“Ah, capisco… E quando ti dovevano venire??”
“Tra il sei e il dieci dicembre… Ho un gran ritardo… Però ho tanta voglia di cioccolata, perciò penso che tra poco mi verranno!”
“Speriamo che ti arrivino presto, allora!”
“Eh, sì… Comunque ti avverto non appena mi vengono!”
“Ok! Dimmi quando ti arrivano! Aspetto fiducioso!”

Poi siamo tornati in ufficio. Io ero allucinata. Avevo appena speso dieci minuti a parlare di mestruazioni (delle MIE mestruazioni) con il mio capo davanti alla macchinetta del caffè.

MADRE DI MIO FRATELLO (io e mia mamma)

Qualche anno fa, mentre cercavo di riallacciare i rapporti con la mia incasinata famiglia, ho invitato a casa mia e di Marito (a quel tempo fidanzato) i miei genitori e mia nonna materna per il pranzo di Natale. Mio padre ha preferito andare dai suoi genitori, mia nonna non stava bene e alla fine l’unica che si è presentata è stata mia madre. Per tutta la durata del pranzo (che io avevo faticosamente preparato) mia madre non ha fatto altro che parlare di sesso. Con sua figlia. Davanti al suo futuro genero.

Ad un certo punto, mia mamma ci guarda intensamente e, con tono melodrammatico, fa: “Ragazzi, ma sapete che ieri sera mentre io e PapàdiEva facevamo l’amore si è rotto il preservativo? Ma secondo voi sono incinta? Se sono incinta il bambino lo potrei dare a voi!”
Io e Marito ci siamo guardati, stralunati. Il gamberetto in salsa rosa che stavo mangiando mi è andato di traverso.
Poi, come al rallentatore, ci siamo voltati nuovamente a guardare mia mamma.
“No, dai, MammadiEva, vedrai che non è successo niente…” ha bofonchiato Marito, cercando con lo sguardo una via di fuga (che non ha trovato).
Meno male che a quel tempo non sapevo ancora dei nostri problemi d’infertilità. Avrei persino potuto accettare l’offerta. E la conversazione si sarebbe fatta ancora più assurda.

LA CACCA NELLA VAGINA (io e la Gine1)

La Gine1 (la mia ginecologa abituale, per differenziarla da quella del centro PMA, che chiamerò GinePMA – wow che fantasia) non ha peli sulla lingua. In quest’ultimo anno, oltre ai problemi di Marito, anch’io ho avuto diversi disturbi, per fortuna risolvibili (e che apparentemente non causano infertilità). In sei mesi ho fatto tre pap test.
Ogni volta mi trovavano qualcosa: un’infiammazione, dei batteri, cervicite cronica… La dottoressa, oltre alle terapie, mi ha dato delle regole ferree da seguire per guarire: non mi devo lavare più di due volte al giorno, non devo fare lavande di mia iniziativa, non devo portare il salvaslip e di notte devo dormire senza mutande.
Ecco, quest’ultima regola per un po’ di tempo non l’ho seguita perché mi sembrava poco igienica. Insomma, le mutande ovviamente le cambio tutti i giorni, mentre i pantaloni del pigiama no. Io il pigiama lo cambio una volta a settimana, e credo sia normale (ma ho letto su internet di una che cambia gli asciugamani e l’accappatoio ogni giorno quindi, chi sa, magari sono io ad essere strana?!).
Quando l’ho confessato alla Gine1, lei è andata su tutte le furie, manco le avessi fatto un torto personale.
“Ma insomma,” mi ha detto, “vuoi guarire o no?”
“Certo, dottoressa… Ma ecco, vede, non mi sembra molto igienico dormire senza mutande… Insomma, entrerei in contatto con i pantaloni che di certo non sono puliti come le mutande…”
“Tu hai dei batteri! E per farli andare via devi fare come dico io!”
“Ma è sicura che sia igienico dormire senza mutande?”
“Durante la notte le mutande sfregano avanti e indietro e trasportano i batteri! Vedi i nomi di questi batteri?” ha esclamato, indicando le analisi del laboratorio. “Sono batteri che si trovano nel l’ano! Hai la cacca nella vagina! Tu vuoi avere la cacca nella vagina?
No, non voglio avere la cacca nella vagina, grazie. Mi è capitato di avere della cacca sul pavimento della sala quando le mie cagnolone erano cucciole, e mi è bastato.
Da quel giorno sono rimasta talmente traumatizzata che ogni sera, prima di andare a dormire, mi tolgo le mutande e le scaglio via, lontano, manco fossero il demonio.

La cacca nella vagina. Insomma, c’è modo e modo di dire le cose, ecchecavolo…

L’ALIENO (io e la ginePMA)

Questa ve l’ho già raccontata, ma merita di essere riportata alla memoria. Durante il primo colloquio con la GinePMA, quando la carpetta contenente le analisi mie e di Marito non pesava ancora diversi chili, la dottoressa non si è mostrata molto disponibile. Dopo aver accertato insieme a lei che una gravidanza naturale era impossibile, le abbiamo chiesto se con la PMA ce l’avremmo potuta fare.
“Beh, prima dovete fare diverse analisi,” ha detto, consegnandoci un elenco con la prescrizione di millemila esami, “e poi vediamo… Sa, signora, non so se potrete fare la PMA… Insomma, non sappiamo cosa potreste concepire, voi due!”
Un mostro a due teste? Un cane? Una fotocopia di mia madre? Oh, dottoressa, a noi va bene tutto, non siamo mica choosy!

LA MATEMATICA E’ UN’OPINIONE (io e Marito)

Era il 13 gennaio 2012. Quel giorno, oltre ad aver tamponato una macchinata di vecchie davanti ai miei genitori che, per pura BDS (botta di sfiga) passavano da lì, ho scoperto che io e Marito non possiamo concepire. La mia ginecologa aveva visionato lo spermiogramma di Marito e mi aveva dato la terribile notizia. Ho guidato verso casa in lacrime. Non appena ho varcato la soglia ho gettato le analisi sul tavolo. Marito è corso a chiedermi com’era andata.
“Lo sapevo, lo sapevo che c’era qualcosa che non andava!” ho urlato, piangendo, rossa di rabbia. “Avevo ragione! E tu non volevi credermi!”
“Ma che è successo?”
“E’ colpa tua! E’ tutta colpa tua!”
“Ma cosa?”
“Leggi le analisi! Leggi quei cazzo di numeri!”
Marito ha preso il foglio in mano. “Qui dice che ci sono centomila spermatozoi… Non capisco… E quindi?”
“Leggi i valori di riferimento, scemo!”
“Eh, c’è scritto che i valori normali sono tra 20 e 40 milioni… Beh, non va mica male allora, no?”
“Ma che cazzo dici, scemo? Ma non sai contare?”
Marito continuava a guardarmi, perplesso. Non sapevo se essere più preoccupata per la sterilità o per il Q.I. di Marito.
“Non hai neanche l’1% degli spermatozoi che dovresti avere!”
Marito mi continua a guardare… Poi d’un tratto diventa rosso… E comincia a ridacchiare.
“Oh, è vero sai?”
Cazzo te ridi??

P.S. Lo so, sono stata un po’ stronza. Ma ero fuori di me. In realtà non ce l’avevo con Marito, ma con il destino.

SPERIAMO CHE PORTI BENE (la vecchina e Marito)

Era il 23 dicembre. Marito, mentre tornava a casa dopo aver fatto la spesa (oh sì, questa incombenza di solito spetta a lui – si diverte un mondo ad andare al supermercato – e torna sempre a casa con un mucchio di stronzate tipo ovetti kinder o Mars – e ovviamente dimentica le cose principali tipo il detersivo per i piatti o la carta igienica…)… Dicevo? Ah, sì, mentre Marito tornava a casa, si è dovuto fermare a soccorrere una vecchina che era finita con la sua Jaguar nel fosso, fortunatamente senza farsi nulla.
Noi abitiamo in campagna, qua le strade sono molto strette e se uno non è abituato a percorrerle c’è il rischio di finire nel fosso, soprattutto quando arriva un’auto dall’altra parte. Ora, già immaginarmi una vecchina alla guida di una Jaguar mi fa sorridere, ma la conversazione che mi ha riportato Marito è ancora più divertente.

Oltre a Marito si è fermato un ragazzo con due bimbe piccole al seguito.
Ah, l’innocenza dei bambini… Una delle due piccole ha esclamato, candidamente: “Ma noi ora dovevamo fare la spesa… Adesso per colpa di questa signora dobbiamo stare qui per chissà quanto tempo!” Meravigliose. Chissà com’era imbarazzato il loro papà…

Mentre aspettavano che arrivasse un conoscente della signora per portarla a casa, la vecchina ha chiesto a Marito di poter salire sulla sua macchina perché aveva freddo. Marito ovviamente le ha risposto di sì, e si è seduto in auto di fianco a lei.
“Ma lei è sposato?” ha domandato la vecchina ad un tratto.
“Eh, sì,” ha risposto Marito.
“E avete dei piccini?” ha domandato la signora, innocentemente.
Non oso pensare all’espressione di Marito…
“Certo… Abbiamo due cani!”
“Beh, ma non è la stessa cosa!”
Dai, cazzo! Mo’ pure la vecchia ci si mette!

Quando finalmente è arrivato il conoscente della signora, quest’ultima ha salutato Marito facendogli gli auguri di Natale e chiedendogli il nome e l’indirizzo (oh, magari ci manda un bell’assegno come ricompensa per l’aiuto! – Alla faccia dello spirito natalizio).
E poi gli ha detto, così, tutto d’un tratto: “Vedrà, signore, che il 2013 sarà un bell’anno… Spero che le porti quello che cerca!”

Quando Marito mi ha riferito queste parole sono rimasta di stucco. Secondo lui quella vecchina era l’ “angelo dei bambini”… Tra i due quella più sognatrice e romantica sono sempre stata io, anche perché, in quanto scrittrice, amo far volare la fantasia. Ultimamente, però, i ruoli si sono invertiti. Io sto diventando sempre più razionale e pure un po’ cinica, mentre Marito sta svelando un lato “spirituale” che non conoscevo.

Non so se un’anziana signora finita nel fosso con la sua Jaguar possa portarci bene, ma è bello pensarlo.

 

Vecchinadeibambini (ah, era angelo dei bambini, forse), ti prego, fa che domani la GinePma dica che il mio endometrio è spassosissimo spessissimo, e che la settimana prossima possiamo fare il criotransfer!!

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Il bimbo portafortuna

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Quest’anno ho fatto pochissimi regali di Natale. Per fortuna sono riuscita ad evitare tutti i vari aperitivi pre-feste, non mi sono scambiata auguri falsi con persone che non vedo mai e non ho dovuto né fare regali a persone che a malapena conosco, né riceverne da gente che si ricorda di me solo a dicembre. Perciò, tutti i pochi regali che ho fatto/ricevuto, sono doni che vengono veramente dal cuore.

Per la prima volta io e Marito non ci siamo scambiati regali. Abbiamo deciso di risparmiare per la PMA. Un figlio è l’unico vero regalo che desideriamo ricevere.

Quello che vedete nella foto qua sopra è il regalo più bello che ho ricevuto, anche se non era avvolto in una luccicante carta natalizia e chi me l’ha dato non ha speso un euro per comprarlo.

La sera della Vigilia sono andata a trovare i miei nonni paterni insieme a Marito. Ad un tratto, mentre chiacchieravamo tutti insieme davanti ad un bicchiere di spumante, mia nonna mi ha pregato di seguirla. Mi ha portato in bagno e ha chiuso la porta, dicendo che doveva darmi una cosa.
Si è messa a frugare in tutti i cassetti dove tiene le spazzole, bigodini e creme varie. Ero incuriosita, mi chiedevo come mai avesse nascosto il suo regalo proprio in bagno. Ero convinta che volesse darmi dei soldi, e che magari non desiderasse che gli altri vedessero, anche se non ne capivo il motivo.

Ad un certo punto il suo sguardo si è illuminato. “Ah! Eccolo qua!” ha esclamato.
Mi ha preso la mano e mi ha messo sul palmo questo strano e vecchio pupazzetto di plastica. Un bambino senza braccia né gambe.
Il mio primo pensiero è stato: Ma che cavolo è questo coso tanto macabro?! La nonna è impazzita!
Il mio sguardo doveva essere veramente stupito, perché lei si è messa a ridere, forse anche un po’ imbarazzata.
Sussurrando, mi ha detto: “Ho trovato questo pupazzetto tanti anni fa in mezzo ad un bosco, in Svizzera… Poco tempo dopo sono rimasta incinta. Poi l’ho dato ad una mia amica e… Tempo qualche mese, e anche lei ha avuto un bambino! Ora lo regalo a te, magari ti porta fortuna!”

Io non sono superstiziosa. Non credo agli amuleti, non credo alla fortuna né alla sfortuna. Credo solo in Dio, e nel caos in cui ci fa vivere in questo mondo terreno, per quale motivo solo Lui sa. Eppure in quel momento anche il mio cuore si è illuminato, proprio come lo sguardo di mia nonna. Nessuno ha mai avuto un pensiero tanto dolce per me! Come sarebbe stato bello se fosse stata mia madre a fare un gesto del genere!
Non sapevo cosa dire, ero commossa, così ho ripetuto “grazie” mille volte e poi timidamente l’ho abbracciata e le ho dato un bacio. Io faccio molta fatica ad esprimere i sentimenti, soprattutto fisicamente, ma in quel momento non ho avuto alcuna esitazione. Non c’era nient’altro da fare, nient’altro da dire.

La notte della Vigilia l’ho passata insieme a Marito. Solo noi due e le nostre cagnolone. La nostra famiglia. Quanto sarebbe stato bello se ci fosse stato un bimbo insieme a noi, o se almeno io avessi avuto un bel pancione da accarezzare, un bel pancione su cui riversare le nostre speranze…
Nonostante questo, dopo la visita ai miei nonni all’improvviso mi sentivo avvolta dalla magia del Natale, e così abbiamo allestito in fretta e furia un piccolo alberello e un presepe, dentro cui ho messo anche il bimbo portafortuna. Abbiamo cucinato e cenato insieme, ed è stato bello. Verso le 23 siamo andati in centro, ci siamo bevuti un bicchiere (a dire il vero più di uno) nell’unico bar aperto e poi siamo andati alla Messa di mezzanotte. Purtroppo la chiesa dove voleva andare Marito era chiusa, perciò siamo andati in un’altra. Era bellissima. Se davanti a me non avessi avuto una signora di mezza età ricoperta da non so quanti cadaveri di visoni, mi sarei goduta la Messa molto di più. Le parole con cui il prete ha esordito mi hanno lasciata di stucco…
“Questa è una Messa che qualcuno di voi ha aspettato a lungo…”
Sembrava che stesse parlando proprio con me!

Purtroppo la sua omelia non mi è piaciuta molto… Praticamente ha fatto solo una parafrasi del passo del Vangelo che era appena stato letto, sinceramente mi aspettavo qualcosa di più per la Messa di Natale (considerando anche che molte persone vanno in chiesa solo quel giorno, un prete ha il dovere di coinvolgerle, di far capire loro che vale la pena andarci molto più spesso).
Un tempo andavo sempre in chiesa, e ho capito che sono pochi i sacerdoti capaci di parlare alla gente. Non ho sentito quella magia, quel calore che speravo di ritrovare… Perciò, nonostante la bellezza di quel luogo, credo che non sarà quella la chiesa dove potrò riavvicinarmi alla religione, dove io e Marito ci sposeremo e dove il nostro bimbo sarà battezzato. Ma non mi arrendo mica, eh!
Marito era molto entusiasta per il fatto di essere andato a Messa con sua moglie per la prima volta in otto anni che stiamo insieme. Ed è d’accordo con me sul cercare un luogo che coinvolga entrambi per cominciare insieme questo nuovo percorso.

Anche la PMA non è andata bene la prima volta, ma questo non significa che bisogna arrendersi, no?

E per concludere questo post pieno di speranza, vi annuncio con gaudio che il giorno di S. Stefano le Malefiche hanno deciso di farmi finalmente visita. Il giorno stesso ho iniziato la terapia, due compresse di Progynova al mattino e due alla sera. Questo sabato ho appuntamento presso il centro PMA per fare l’ecografia e vedere se sono pronta per il criotransfer. Spero vivamente di sì, non ne posso più di aspettare e inoltre anche questi ormoni stanno avendo un effetto devastante sul mio umore…

Quindi, se tutto va bene… Tra pochi giorni ci siamo!
Il mio corpo è pronto ad accogliere di nuovo quei bellissimi puntini luminosi, e il mio cuore pronto di nuovo a sperare. Saranno giorni duri, lunghi, che forse mi porteranno finalmente alla realizzazione del mio sogno, oppure ad un altro fallimento, o ad un’effimera illusione.
Devo cercare di tenere i piedi per terra, ma non posso che sperare che il 2013 sia l’anno in cui i sogni diventano realtà.

E lo auguro anche a tutti voi.

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La magia del Natale (ehy, mi sa che mi sposo di nuovo!)

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Foto (c) Anne Geddess (presa dal Web)

Quest’anno non sento la magia del Natale.
In realtà è da molto tempo che non riesco più a sentirla. Come vi ho già detto, tutto mi disgusta di queste feste: la gente che non fa altro che parlare di cibo, gli auguri falsi, i supermercati affollati, i centri commerciali pieni di gente agitata, il fatto che tutti si siano dimenticati il vero significato di questa festa…

Ho amici che si professano atei che aspettano con trepidazione questa festa. Preciso che questi amici sono migliori di tanti “cattolici” (o almeno, che si professano tali) che io conosca. Eppure mi indispettisce il fatto che amino tanto il Natale. Dalla religione prendono solamente quello che fa comodo a loro. Ovvero il cibo, i regali, il divertimento. Eh, no, cari miei, questa non è coerenza. A casa mia si chiama opportunismo. E che non mi vengano a dire che ormai il Natale è diventato la festa dell’amore e della famiglia… Perché tanto lo sanno tutti che a Natale nessuno è davvero più buono (dare dieci euro ad un’associazione a caso non significa essere “buoni”), e che quello che interessa davvero è stare a casa dal lavoro e fare baldoria.
Oh, da quando è iniziata l’euforia pre-natalizia attorno a me non ho ancora sentito nessuno pronunciare il nome di Gesù Cristo… Le uniche parole che sento sono “corsa per i regali”, “ricette per la vigilia”, “addobbi”, ecc. ecc. Mah.

Da piccola amavo il Natale, e tutto il periodo che lo precedeva. Mia mamma si travestiva da Santa Lucia (e io non avevo la minima idea che fosse lei!) e riempiva la casa di regalini che io poi dovevo cercare. Non erano tanto i regali ad interessarmi, ma la magia, la sorpresa, quella sensazione di essere speciale. Il 25 dicembre pranzavo con i miei genitori, mia nonna e la mia bisnonna… Era bello. Mia mamma non era ancora così fuori di testa, mia nonna era in salute, la mia bisnonna ancora viva (la sua morte, avvenuta quando avevo quindici anni, mi ha fatto molto male).

Negli ultimi anni il Natale si è fatto sempre più triste, e non soltanto perché mi sono accorta di tutta l’ipocrisia e la falsità che lo circonda, ma anche perché la mia famiglia si è divisa sempre di più. E questo periodo è ancora più malinconico da quando aspetto di poterlo festeggiare con un bimbo che non ne vuole sapere di arrivare, con un bimbo che, forse, mi potrebbe far riscoprire la magia del Natale.

In questi ultimi mesi, nonostante la rabbia e la tristezza, è cresciuto in me il desiderio di riscoprire la fede. Anche se io spesso litigo con Dio, lo accuso di volermi male, io so che Lui c’è e che, forse, soffre insieme a me per il mio dolore, così come soffre insieme a tutti noi.
Tante volte mi sono detta che, magari, riavvicinandomi alla religione, avrei potuto trovare un po’ di pace.
Finora non l’ho fatto. Mi sono sempre detta che non serve andare in chiesa alla domenica o sposarsi davanti ad un prete per essere brave persone, per rendere Dio orgogliosi di noi. Anche se a volte fallisco, io cerco sempre di vivere la vita con amore, aiutando il prossimo, donando un sorriso o una mano a chi ne ha bisogno. Tanti cattolici praticanti non lo fanno…
Inoltre, sono molte le posizioni della Chiesa sulle quali non sono d’accordo. L’aborto, l’eutanasia, il divorzio, l’odio per i diversi (omosessuali, lesbiche, persone di altre religioni) l’indifferenza verso gli animali, la fecondazione assistita (!), tanto per citarne alcune.
Ok, posso capire che la Chiesa si schieri contro l’aborto. Ma non mi piace il modo in cui lo fa. Perché proibire l’uso di contraccettivi, pur sapendo che non tutti possono permettersi di avere cinque o sei figli, che pretendere l’astensione dal sesso è impossibile e che esistono delle malattie sessualmente trasmissibili dalle quali il preservativo può proteggere?

Da quando è morto Zymil penso sempre di più a Dio. Che ci posso fare, sembra una cosa stupida, ma dentro di me penso che forse il mio micio è morto per qualcosa di molto importante… Per farmi riavvicinare a Lui.

E’ da quel giorno che penso assiduamente che, per rendere più significativo questo triste Natale, mi sarebbe piaciuto tornare in Chiesa proprio per il 25 dicembre. Solo che mi vergognavo a dirlo a Marito. E’ da anni che offendo la Chiesa, come potevo dirgli una cosa simile? Ma il fatto è che, anche se mi ritengo in grande disaccordo con le posizioni del Papa e di molti cattolici, io sono una figlia di Dio come tutti gli esseri di questo mondo, e ritengo di avere il diritto di entrare in una chiesa proprio come tutti gli altri. E penso di avere pure il diritto di esprimerlo, il mio disaccordo. Anch’io faccio parte della Chiesa. Non valgo meno delle donne impellicciate e ingioiellate che vanno a Messa per farsi vedere, o dei cattolici che offendono il prossimo e poi vanno a confessarsi, pensando così di essere a posto. Non penso di certo che per riavvicinarmi a Dio mi serva entrare in una Chiesa… Dio è nella persona che sta male che ascoltiamo e aiutiamo, è nell’animale ferito che curiamo, è nel marito che amiamo, è negli amici a cui vogliamo bene.
E’ ovunque. E’ in noi e, soprattutto, nel prossimo. Però… Però non posso fare a meno di pensare che, oltre ad onorare il Suo nome nelle azioni quotidiane, sarebbe bello farlo anche in un luogo sacro.

Ho esitato per giorni e giorni sul da farsi. Cercavo il momento buono per rendere partecipe Marito della mia decisione, senza mai trovarlo.
E poi… Beh, forse il Natale è davvero magico, perché proprio ieri sera, mentre cenavamo, Marito mi ha detto che gli piacerebbe andare a Messa domani a mezzanotte.
“Te lo volevo chiedere proprio io!” ho esclamato, sorpresa e felice.
Non so bene perché Marito me l’abbia chiesto, dato che lui non va a Messa da persino più tempo di me, ed ero talmente euforica che non gliel’ho chiesto.
Lui vorrebbe tornare nella chiesa dove faceva il chierichetto da bambino, mentre io vorrei andare in una chiesa famosa in città perché il prete, don S., è un simpatizzante di sinistra-animalista particolarmente antipatico alla curia (ma molto amato dai suoi fedeli). Fuori da questa chiesa sono sempre esposte bandiere della pace e cartelloni con scritte frasi bellissime… E’ un luogo che mi ha sempre affascinato, ma dove non sono mai entrata. Penso che per questa volta accontenterò Marito, ma gli ho fatto promettere che andremo a sentire anche una Messa di don S.
E poi, presa dall’euforia (e dal vino che avevo bevuto – sì, ultimamente bevo un po’ troppo), gli ho detto che sarebbe bellissimo se ci sposassimo anche in chiesa (noi abbiamo fatto solo il rito civile). Le cose sono andate proprio come durante la prima proposta di matrimonio…
Io esclamavo, tutta esaltata: “Dai, sposiamoci!”, mentre Marito sgranava gli occhi e, pallido in volto (forse al pensiero di altri preparativi), bofonchiava: “Sì, vediamo…”
Marito vorrebbe aspettare di avere un bambino/a (…) per sposarci in chiesa, e magari fargli/le fare pure il paggetto/damina… Ovviamente per programmare il tutto voglio aspettare di vedere come va il prossimo transfer… E anche vedere che effetto mi fa rimettere piede in una chiesa. Questa volta non voglio un abito principesco, né addobbi particolari o una gran festa, abbiamo già avuto tutto questo l’anno scorso, quando ci siamo sposati in Comune. Vorrei fare qualcosa di significativo, di veramente religioso. Un abito semplice, niente regali ma donazioni in beneficenza, un pranzo a casa con le persone più intime. E penso che sarebbe meraviglioso far coincidere il giorno del nostro matrimonio con il battesimo del nostro bimbo/a…

Non abbiamo messo alcun addobbo in casa, non ci faremo regali, ma io non vedo l’ora che sia domani notte… E non per mangiare come un porco o per vedere se ho ricevuto la borsetta da mille euro che avevo adocchiato, ma per ritrovare la MAGIA e la SPERANZA… Forse potrebbe essere davvero un buon Natale, nonostante tutto.

Auguri a tutti voi. E questi non sono auguri pieni di ipocrisia, badate bene, perché le persone che in questi mesi sono passate su questo blog sono tra le poche che hanno saputo donarmi un po’ di conforto. Domani pregherò per tutti i bimbi che ci aspettano da tanto tempo, per le vite che ci hanno lasciato, per i puntini luminosi svaniti nel nulla, per la speranza che non dobbiamo mai perdere.

Buon Natale a tutti.

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Chiamatemi Grinch

Grinch

Ho un groviglio di pensieri nella testa. E, mi dispiace, ma temo che sarete voi a doverveli sorbire.
Oggi Marito è via per lavoro, e tornerà domani sera. Perciò non ho nessun altro che possa sopportare i miei deliri. Vi ringrazio anticipatamente per la vostra disponibilità.

Dunque. Ho passato gli ultimi giorni a piangere tre, quattro volte al giorno. In macchina, in ufficio, a letto, in qualsiasi momento o luogo o situazione. Ho cercato in tutti i modi di stare serena, di concentrarmi su tutte le belle parole da cui sono stata bombardata in questi giorni, ma la verità è che, se stai male, niente e nessuno può aiutarti. Il dolore deve fare il suo corso, proprio come una malattia, non c’è niente da fare. Se non sperare che non si tratti di una malattia incurabile.

Per diversi giorni ho dormito malissimo. Sono andata in farmacia per comprare un tranquillante. Un tempo ne facevo un grande (ab)uso. La farmacista non ha voluto darmelo senza ricetta, nonostante in questo ultimo anno abbia speso da lei un patrimonio tra test di ovulazione, test di gravidanza, acido folico, progesterone e chi più ne ha più ne metta. Ma io non avevo tempo per andare dal dottore a farmi fare la ricetta. Volevo dormire, e subito, cazzo! Così ho rinunciato. Solo pochi giorni fa, mettendo a posto la cucina, ho ritrovato un flacone semi nuovo di En che Marito mi aveva nascosto mesi fa (senza poi ricordarsi dove l’aveva messo) per curare la mia dipendenza. Ma non l’ho preso. Ormai non mi serviva più.

Ho smesso di piangere. Per ora, almeno. Adesso il mio bel micione riposa nel nostro giardino. Marito gli ha fatto una bellissima lapide.

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Oggi ho riguardato alcune sue foto, ma l’ho fatto con il sorriso. Era veramente un bel gatto, un amico dolcissimo, un fratello. Ha avuto una bella vita. Ci ha donato tanto, e anche noi gli abbiamo dato serenità. Quei bastardi che l’hanno abbandonato non sanno cosa si sono persi in tutti questi anni. Marito dice che ora ci proteggerà da lassù, insieme alla mia bisnonna (morta quando avevo 15 anni), insieme a sua nonna, insieme a Finny e a Cico (il cane dei miei suoceri e il gatto dei miei nonni). E che ci aiuteranno a realizzare il nostro sogno e proteggeranno i nostri bimbi. E’ un bel pensiero. Non possiamo fare altro che cercare di convincerci di questo.

Sono al 44° (QUARANTAQUATTRESIMO) giorno del ciclo e delle Malefiche neppure l’ombra. Ho fatto un altro test di gravidanza, così, tanto per passare il tempo. Quando è apparso il risultato negativo mi sono data dell’idiota da sola per aver sputtanato altri soldi. La mia faccia è un tripudio di brufoli, non faccio altro che mangiare cioccolata e sono lunatica più del solito. Ci siamo quasi, direi. Vi muovete o no? Non vedo l’ora di cominciare a prendere l’estradiolo e poter finalmente programmare il giorno del transfer. Ho bisogno di qualcosa in cui sperare.

Tra qualche giorno è Natale, e a dire il vero stento a crederlo. Negli ultimi anni è nata in me un’avversione verso questa festività. Cibo, cibo, cibo… Regali inutili… Auguri da persone che non senti mai… Ipocrisia… Lusso… Addobbi kitsch… Tutto questo, sinceramente, non mi interessa. Non ho neppure una famiglia unita con cui festeggiarlo, il Natale. Sono credente ma non praticante, dato che la Chiesa mi disgusta sempre di più (oh, gli omosessuali sono una minaccia alla pace, ricordatevelo!).
L’anno scorso ho passato la mattina di Natale a fare volontariato all’Enpa (io sono di turno alla domenica mattina e il 25 dicembre l’anno scorso cadeva proprio di domenica). E ne sono stata contenta, almeno ho dato un significato a questa festa. Quest’anno mi piacerebbe fare qualcosa di simile. Ho trovato un’associazione che alla sera va in giro per la città a distribuire cibo e coperte ai senzatetto. Vorrei contattarli per chiedere se posso dare una mano la sera di Natale. E, chissà, potrebbe anche nascere una collaborazione costante e duratura. Che ci posso fare. Io ho un debole per i reietti, da sempre. Animali, anziani, carcerati, senzatetto, immigrati. Gli ultimi tra gli ultimi. Quelli a cui nessuno pensa, sono quelli a cui io penso di più.
Sto cercando di convincere anche Marito a partecipare, ma non sembra molto convinto. Lui vorrebbe andare in ospedale, nel reparto di oncologia, a distribuire regali ai bambini malati di tumore. Un’idea bellissima, ma difficilmente realizzabile… Marito non conosce il mondo del volontariato, non sa che non ci si può improvvisare in questo modo! Dubito altamente che le infermiere ci farebbero entrare, senza un’associazione alle spalle, senza neppure sapere chi siamo! Per queste cose bisogna essere preparati. Mica puoi andare da un bambino, magari malato terminale, a dargli qualche regalo e a dirgli di pregare e avere speranza! Rischi di fare più danni che altro!
Ma Marito è così, è un sognatore. Meno male che ci sono io che, in quanto donna, sono un po’ più lungimirante!!

Non mi piace il Natale, non mi piace proprio. Si dice che a Natale siano tutti più buoni, ma in realtà a me sembrano solo tutti più ipocriti.

Oggi, a metà mattina, sono uscita a fumarmi una sigaretta. Da quando la mia “compagna di fumo”, interinale, è stata lasciata a casa, la pausa del mattino la trascorro da sola. Giusto il tempo di fumare e torno in ufficio. Tempo: circa 4 minuti (il capo ringrazia). La cosa non mi dispiace, sinceramente. Il pensiero di unirmi al gregge dei gggiovani che si siedono sulla scalinata davanti all’entrata dell’azienda (nonostante sia proibito) e ridono sguaiatamente come dei liceali non mi intriga per niente.
Oggi, mentre sfumacchiavo allegramente (?), ho incontrato E., una collega, che però lavora in un altro ufficio. Io e lei siamo state assunte più o meno nello stesso periodo. Non ricordo quanti anni abbia, comunque una trentina o forse meno. Appena è stata assunta è rimasta incinta. Ora sua figlia ha all’incirca due anni. Si è fermata un minuto a parlare con me. Le ho chiesto come stava la bimba.
Lei mi ha detto, euforica: “Tra poco ne arriva un’altra!”
Credo di essere sbiancata. E di aver distrutto la sigaretta che tenevo tra le dita.
“Eh sì, sono di nuovo incinta!” ha esclamato, aprendo il piumino (avrei voluto gridare “ti prego non farlo!!”) per mostrarmi il pancione.
Sono rimasta impietrita. Mi sono scostata di qualche passo da lei con la scusa che non volevo che respirasse il mio fumo. In realtà sarei voluta scappare via, lontano da lei e dal suo pancione.
Ho impiegato diversi istanti per ricompormi e farle le mie congratulazioni.
“Eh, però,” ha detto lei, un po’ scocciata, “aspetto un’altra femmina! Io avrei voluto un maschietto!”
“Beh, pensa a chi non può neppure avere figli…” ho replicato io, acidamente.
“Eh sì sì, è vero,” ha detto lei, ma non credo che abbia capito quello che intendevo dire.
Ovvero che aveva proprio davanti a sé una donna che non può averli.

Ora vado a scaldarmi una pizza surgelata e a finire di scolarmi la mia bella bottiglia di Crémant d’Alsace. Che serata, gente.

Al prossimo sproloquio.

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Quello che gli uomini non dicono

Immagine di Cranky Old Mission Guy

Ultimamente ho scritto un po’ troppi post un po’ troppo tristi. Non è questo non lo spirito con cui ho aperto il blog, ma mi rendo conto che da marzo ad oggi il mio stato d’animo è cambiato parecchio, e l’iniziale entusiasmo è stato piano piano sostituito dalla malinconia. E poi, avendo trovato, proprio grazie al mio piccolo spazio virtuale, tante persone sensibili che riescono a capirmi, mi viene naturale sfogarmi.

Oggi, però, vorrei raccontarvi un episodio molto tenero accaduto questa mattina.

Quando Marito si è svegliato, dopo essersi stiracchiato per bene, mentre facevamo colazione, entrambi ancora mezzi addormentati, mi guarda e fa: “Cavolo… Che sogno ho fatto stanotte!”
“Che hai sognato?” gli ho domandato, mentre con movimenti da bradipo cercavo di aprire la bottiglia del latte.
“Eravamo ad una cena… Io e te… Penso insieme alle altre coppie con cui abbiamo fatto il corso per l’adozione. Quando siamo usciti, ho visto una bambina per strada, sembrava abbandonata… Sono corsa da lei, l’ho presa in braccio e ho cominciato a gridare: E’ mia, è mia! Poi sei arrivata tu, l’hai guardata e ti sei messa a piangere… Infine è arrivato mio padre e ha cominciato a dire che dovevamo chiamare la polizia, e io l’ho mandato a quel paese! E’ mia, ho continuato a ripetere. E nessuno me la potrà portare via!”

Io ho iniziato a ridere… Ma porca miseria… Suocero riesce a rompere le scatole anche nei sogni?!

Non sapevo cosa dire… L’unica cosa che mi è venuta in mente di chiedere è stata: “E com’era la bimba? Era bella?”

“Era bellissima.”

E poi non ho più detto niente, perché l’emozione era forte…

Molto spesso noi “donne PMA” ci lamentiamo del fatto che i nostri uomini non ci capiscono, ed è vero. Non sanno, non possono capire cosa significhi la maternità, desiderare un figlio, sentire una vita dentro di sé e poi perderla, riempirsi di ormoni, attendere con ansia il giorno del test di gravidanza, fare di tutto affinché il proprio corpo diventi un nido caldo e accogliente.
Non si sfogano come facciamo noi femminucce, spesso a causa del loro stupido orgoglio si tengono tutto dentro. Nei pochi momenti in cui mi sento ottimista cerco di parlare con Marito del nostro futuro bambino, della sua cameretta, dei giochi che gli compreremo, di come sarà bello alla sera guardare i cartoni animati tutti insieme, noi due, il frutto del nostro amore, e le nostre bimbe pelose (mi sa che dovremo prendere un divano più grande, però)… Quando parto con i miei viaggi mentali lui cerca sempre di frenarmi, di riportarmi alla realtà, di farmi capire che non è detto che ce la faremo…
E io mi arrabbio, perché sognare a volte sembra l’unico rimedio per non morire, e visto che sono così rari i momenti in cui riesco ad immaginare il futuro che desidero con tutta me stessa vorrei soltanto che lui sognasse con me, anche se so che la felicità di quell’istante è generata dalla fantasia.

Quello che Marito mi ha raccontato stamattina, però, mi ha commosso, e molto. Credo di non essere neppure riuscita a farglielo capire. Ma è così. So che anche lui pensa sempre a quel bambino che ci aspetta, da qualche parte… Solo che non ne parla in continuazione, come invece faccio io, soltanto per difendere la mia, e la sua, sanità mentale (la poca che ci è rimasta).

Però è stato così bello sentirlo parlare in quel modo… Sentirlo parlare come se la bimba del sogno non fosse solamente una fantasia, ma qualcosa di concreto, qualcosa che doveva difendere a tutti i costi, qualcosa che voleva tantissimo.

La nostra bimba sarà bellissima… Ma questo già lo sapevo 😉

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Il nostro pianto

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Immagine di sepulture/is.dead/

Lunedì sono tornata al lavoro. Ero felice, a dire il vero. Pensavo che sarebbe stato bello rivedere i miei colleghi, anche se spesso discutiamo, e riprendere la vita “normale”.
Ma il ritorno alla realtà è stato più brusco di quanto non pensassi. Mi sono ritrovata a dover rispondere alle solite domande stupide, a dover lavorare mentre la testa vagava altrove, a dovermi sforzare per sorridere e recitare come al solito la parte del pagliaccio per non lasciar trapelare quello che provo… Pensavo che sarebbe stato piacevole, forse in un certo senso persino rilassante, tornare a “vivere”… Ma questa può forse dirsi “vita”?

Tutto quello che faccio durante il giorno – alzarmi, guidare, entrare in ufficio, lavorare, chiacchierare, sorridere – lo faccio come se fossi un automa, senza neppure riflettere, perché so che è quello che devo fare, che gli altri si aspettano da me. Tutto quello che vorrei fare, in realtà, è fermarmi e urlare, urlare a squarciagola. Tutto quello a cui riesco a pensare sono quegli embrioncini che mi aspettano, quelle potenzialità di vita che, forse, una vita non l’avranno mai. A cui io forse non riuscirò a donare la vita.

Sabato sono tornata al centro PMA e, come previsto, la ginecologa mi ha detto che il transfer è rimandato al mese prossimo, perché le mie ovaie sono ancora un po’ gonfie, nonostante io mi senta bene. Dovrò aspettare che mi tornino le Malefiche, probabilmente tra il 6 e il 10 dicembre, poi almeno per dodici giorni dovrò impasticcarmi di Progynova e infine, finalmente, potremo fare il transfer, si spera entro Natale. Altrimenti, suppongo, tutto slitterà a gennaio.

Questa notizia non mi ha intristito più di tanto, all’inizio. Ormai sono due anni e mezzo che aspetto il mio bimbo, un’attesa di un altro mese, o anche due, non è di certo una tragedia.

Ma negli ultimi giorni, dopo essere rientrata alla “realtà”, il panico ha cominciato a prendere il sopravvento.

Non so perché, forse è causato dallo scombussolamento ormonale, ma mi sento triste come mai prima. Mi sento molto sola. E mi sono data della stupida per aver creduto di essere felice rientrando in ufficio e rivedendo i miei colleghi. Quelle persone non sanno niente di me, non sanno cosa sto passando, non se lo possono neppure immaginare… E, anche se lo dicessi loro, probabilmente non otterrei nient’altro che critiche e le solite frasi banali che ci fanno tanto incazzare.

Mi sento tanto sola. E tanto stanca. So che non dovrei. Dovrei essere forte. E speranzosa. Tra un mesetto o poco più quei puntini luminosi che amo così tanto entreranno a far parte di me. Avrò un’altra possibilità. Ma, mentre a volte mi sento agguerrita e piena di ottimismo, in questi giorni provo soltanto un grande senso di vuoto.

Oggi ho ricevuto l’ennesimo annuncio di gravidanza. Una conoscente mia e di Marito è incinta. Una ragazza che avrà più o meno la mia età. E’ stato Marito a dirmelo, mentre stavo per uscire dall’ufficio. Sapeva che prima o poi l’avrei scoperto, e non voleva che lo sapessi da altri. Questa notizia è stata la ciliegina sulla torta di una giornata molto triste.

Quando sono uscita dal lavoro, mentre mi incamminavo verso la macchina, nascosta nel buio, ho cominciato a piangere. E ho continuato durante tutto il viaggio in macchina verso casa. E mentre piangevo pensavo che forse quella ragazza avrebbe perso il suo bambino. In fondo, anche le gravidanze “naturali” possono andare male. Questo pensiero ha attraversato la mia mente per un millesimo di secondo, ma in quel millesimo di secondo ho provato un macabro sollievo. Poi mi sono vergognata di me stessa. E ho cominciato a piangere ancora più forte.

In questo periodo le uniche persone che sono riuscite a strapparmi un sorriso o a scaldarmi il cuore sono quelle che ho conosciuto su internet.

Da quando ho aperto questo blog mi capita sempre più spesso di ricevere lettere da parte di donne che soffrono come, e con, me.

Il termine “e-mail” mi ispira freddezza. Preferisco chiamarle “lettere” perché è proprio questo che sono. E ogni volta che una donna mi scrive per raccontarmi la sua storia e per donarmi un abbraccio, seppur intangibile, mi sento un po’ meno sola, e un po’ più triste.

Oggi, mentre piangevo, ripensavo a quelle donne. Alle donne invisibili. Pensavo a quando mi raccontano cos’hanno provato al primo, o all’ennesimo, tentativo di PMA fallito. Pensavo a quando avevo creduto di essere incinta, per poi vedere il mio sogno dileguarsi nel sangue. Pensavo a quanto mi sembrassero forti, loro, e quanto io abbia paura di sperare ancora. E il mio dolore si confondeva con il loro. Oggi ho pianto per me, e per voi. E questa, sicuramente, non è una grande consolazione per nessuno. Noi dovremmo sorridere, non piangere. Noi ci meritiamo di sorridere, non di piangere.

Vi è mai capitato di ascoltare una canzone e pensare che fosse stata scritta proprio per voi, che addirittura voi stessi avreste potuto scriverla, che sono le stesse parole che si celano da tempo immemore nel vostro animo…?

A me sì.

Ultimamente non posso fare a meno di ascoltare questa canzone. E’ “All Alright” dei Fun.

 

I’ve given everyone I know
a good reason to go
I was surprised you stuck around
long enough to figure out
That it’s all alright
I guess it’s all alright.
I got nothing left inside of my chest, but
it’s all alright.
Yeah, it’s all alright.
I guess it’s all alright.
I got nothing left inside of my chest, but
it’s all alright.

Ho dato a tutti quelli che conosco
una buona ragione per andarsene
mi ha sorpreso che tu sia rimasto
abbastanza a lungo per capire
che va tutto bene
Penso che vada tutto bene
Non mi è rimasto più niente nel petto, ma
va tutto bene.
Sì, va tutto bene.
Penso che vada tutto bene.
Non mi è rimasto più niente nel petto, ma
va tutto bene.

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Iperstimolata e iperannoiata

Sabato scorso finalmente la ginecologa si è decisa a visitarmi e a farmi un’eco per controllare la situazione, dato che ormai la mia pancia aveva raggiunto dimensioni mostruose. Mi ha ordinato di stare a riposo per altri quindici giorni, mi ha prescritto un sacco di analisi del sangue e mi ha detto di fare una puntura di un anticoagulante, il Fragmin, ogni sera. Sulla pancia. Ecchepalle.

Questa settimana, però, ho cominciato a stare molto meglio, anche perché martedì sono arrivate le Malefiche. Mi sono finalmente sgonfiata e ho ritrovato la mia forma e il mio peso normali, e ho deciso che lunedì tornerò a lavorare. Ho smesso le punture e non ho ancora fatto le analisi; le farò domattina tanto per dare una controllatina ai valori ma penso che la dottoressa me le avrebbe dovute prescrivere molto prima…

Domani torno al centro PMA per sapere se posso iniziare l’assunzione degli estrogeni per prepararmi al transfer degli embrioni congelati o se dobbiamo aspettare il prossimo ciclo. Al telefono la dottoressa mi ha detto che è più propensa ad aspettare, dato che sono stata molto male, ma ora sto benissimo e spero che cambi idea… (Sono una testona, lo so).

Credevo che durante questo riposo forzato avrei trovato tanto tempo per scrivere sul blog e invece… Invece, questi sono stati giorni pigri, lunghi e noiosi. Quando stavo male non riuscivo a concentrarmi su nulla, e anche ora che sto meglio mi sento stanca, spossata, una specie di ameba.

Non pensavo che l’avrei detto, ma sono contenta di tornare a lavorare… Anche se so che poi rimpiangerò tutto questo tempo libero!

Penso che riacquisterò un po’ di energia e di ottimismo solo quando finalmente cominceremo a programmare il transfer… Sono una maniaca della pianificazione, che ci posso fare?!

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Il pick up 2 – Chi l’ha detto che il numero 13 porta male?

Premetto che quella che sta scrivendo non è Eva, la vostra blogger prediletta (?), ma il suo fantasma. Dopo tutte le emozioni di oggi, una notte piena di incubi, un’anestesia generale e un pisolino pomeridiano di tre ore circa, e il bicchierone di prosecco che mi sto scolando in questo momento dopo due settimane passate a ubriacarmi di ormoni e succhi di frutta… Direi che sono più di là che di qua. Ma, nonostante questo, avevo voglia di raccontarvi quello che è successo oggi. Un altro piccolo ma importante passo è stato fatto. Un piccolo passo per Eva, un grande passo per la PMA.

Sveglia ore 6.15 dopo una notte passata a sognare ovociti e spermatozoi che si rincorrevano in una provetta (e non ho neanche mangiato pesante ieri, eh). A differenza dell’altra volta, non mi sono lasciata prendere dal panico e non ho litigato di proposito con Marito per sfogare la mia ansia, come spesso faccio (poveretto). L’ho persino lasciato dormire a letto senza cacciarlo sul divano, pensate un po’ quanto sono buona.

Arrivata in clinica alle 8, mi hanno fatto sistemare nella mia camera e ho fatto la conoscenza dell’anestesista, un altro medico rispetto alla scorsa volta, un uomo sui sessant’anni simpatico e che mi ha fatto ridere facendo qualche battuta. Mi sentivo tranquilla, dentro di me continuavo a ripetermi “Dai, Eva, dai che ce la fai, questa volta non urlare e non farti compatire, in fondo ti devono fare solo un paio di punture!”
Ah, i buoni propositi… Nella nostra mente suonano sempre molto bene, vero? Peccato che poi, davanti alla realtà, le cose siano ben diverse…! Non appena il medico mi ha preso il braccio per inserirmi l’ago, ho cominciato a dare di matto… Purtroppo le mie vene non sono molto visibili (infatti anche quando vado a donare il sangue è una tragedia), perciò me l’ha dovuto inserire nel polso, dove fa un male atroce (ok, atroce forse è esagerato, però fa abbastanza male!). Ho stretto talmente tanto la mano di Marito che, quasi quasi, ha urlato più lui di me dal dolore.

Poi è stata la volta della puntura di antibiotico sul sedere… L’infermiera, la stessa dell’altra volta, per fortuna è abbastanza comprensiva e paziente, perciò non si è lamentata davanti ai miei capricci… E non ha fiatato mentre sfoggiavo il mio repertorio di parolacce. Oh, non so che farci, le punture mi fanno paura (tranne quelle sulla pancia, sarà perché ormai mi sono abituata?).

Verso le dieci mi hanno fatta entrare in sala operatoria, ma prima mi hanno fatto indossare la cuffia e i copri piedi in plastica… I medici si sono dovuti sorbire le mie solite battutine sul favoloso e sexy outfit.
E poi, via!, a gambe all’aria sul lettino… Ormai non mi vergogno più di nulla, devo ammettere. Ho raccontato al medico che la prima volta avevo cercato di resistere all’anestesia… Lui si è messo a ridere… Poi mi ha iniettato il solito liquido color latte e… Stavolta non ho avuto neppure bisogno di contare fino a dieci, mi sono addormentata subito come una bimba.

Da quello che mi hanno detto il pick up è durato circa una ventina di minuti. Mi sono svegliata sentendo qualcuno (un medico? L’infermiera? O Marito? Non lo so!) che continuava a ripetere il numero “tredici”… Io non capivo se stavo ancora sognando o se ero tornata alla realtà…
“Tredici? Tredici che?”
“Tredici ovociti!”
Ho sorriso come un ebete… Dopo pochi minuti, rientrata in camera, mi sono girata verso la persona al mio fianco (di nuovo, non ricordo chi fosse) e ho chiesto:
“Allora? Quanti?”
“Tredici… Tredici ovociti!”
Di nuovo lo stesso sorriso idiota…
Passa ancora qualche minuto (ma potevano anche essere secondi, chi lo sa) e comincio a capire di essere tornata alla realtà… Al che mi giro e chiedo a Marito (questa volta sono sicura che fosse lui!): “Ma… Allora… Quanti??” (dentro di me qualcosa mi diceva che lo sapevo già, ma non ne ero totalmente convinta!)
“Tredici! Te l’abbiamo detto già mille volte!”
“Ma davvero??”
“Sì, sì… Tredici!”
Sorriso ebete…
“Ma è meraviglioso!!”

Quando mi sono ripresa del tutto (sì, insomma, quando ho ricordato chi ero, cosa ci facevo lì ed ero riuscita a memorizzare il fantastico numero tredici), la biologa è venuta a parlarci. Sembrava molto soddisfatta della situazione, dato che la prima volta avevo prodotto solo tre miseri ovociti. Purtroppo gli spermini di Marito sono calati ancora… Erano solo centomila questa volta (ammazza che miseria, e gli altri che fine han fatto, il padron Pene li ha messi in cassa integrazione??), ma la dottoressa spera di riuscire a trovarne tredici abbastanza vitali e mobili per riuscire a fecondare i miei ovetti. Certo che ci deve riuscire, altrimenti le stacco la testa a morsi.

Visto che questa volta la situazione è decisamente migliore, probabilmente riusciremo a ottenere diversi embrioni e potremo anche, forse, congelarne qualcuno per un eventuale futuro tentativo. La percentuale di fecondazione non è mai del 100%, ma del 60% o 80% (dipende dalla qualità della materia prima), perciò prevedo che avremo dai 7 ai 10 embrioni… Un’enormità! Se la situazione dovesse essere questa, la biologa ha detto che faremo il transfer non il terzo giorno (come l’altra volta), ma il quinto, quando gli embrioni raggiungo lo stadio di blastocisti. La dottoressa mi ha spiegato che solo gli embrioni migliori e più forti resistono in provetta fino al quinto giorno, per questo la prima volta me li hanno trasferiti subito al terzo giorno. Visto che ne erano stati prodotti solo due, se avessero aspettato il quinto giorno c’era il rischio che non ci fosse nulla da trasferire… Invece ora, con tutta questa abbondanza, potremmo persino permetterci di aspettare! Mentre la biologa ci spiegava tutto quanto, nella mia testa sentivo la musichetta di “Eye of the Tiger” e mi immaginavo degli embrioni in stile Rocky che combattono uno contro l’altro per decidere chi è il più forte… (effetto dell’anestesia…).

Per fortuna questa volta non ho patito un gran mal di pancia, anche perché subito dopo il pick up mi sono drogata con il Moment che mi ero portata (volevo evitare l’ennesima puntura per farmi somministare l’antidolorifico). Poi mi è venuta una gran fame, verso le undici Marito mi ha portato un bel cappuccino e un cornetto al cioccolato (slurp) e quando mi hanno dimessa, verso le 13, siamo andati a festeggiare i nostri ovetti con una bella pizza.
Una volta tornata a casa mi sono buttata sul letto pensando “vediamo se riesco a dormire un po’…”
Mi sono risvegliata tre ore dopo soltanto perché uno dei miei cagnoloni mi ha leccato la faccia…

Sono a casa dal lavoro almeno fino al 12 novembre. Non so come farò a sopportare l’attesa… Venerdì devo chiamare la biologa per sapere quanti embrioni sono riusciti ad ottenere (e, di conseguenza, quando faremo il transfer)… E già questa mi sembra un’attesa infinita! Dovrò attrezzarmi con tanti libri e buoni film per sopportare le due settimane post transfer!

E anche voi, ovviamente… Preparatevi a sopportarmi! 😉

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Metti in circolo l’ormone

Lunedì le Rosse sono arrivate, accolte da mie grida di giubilo seguite da smorfie di dolore non appena sono iniziati i soliti maledettissimi crampi (grazie Moment, ci sei sempre quando ho bisogno di te).

Come da programma mercoledì, ovvero il terzo giorno del ciclo, ho iniziato le piacevolissime iniezioni sulla pancia, di Gonal F: 150 unità al dì.

Si ringrazia Santo Suocero, detto anche Infermiere Personale, che ogni sera, nonostante il tempaccio, è venuto a casa a farmi le punture. Soltanto ieri Marito ha trovato finalmente il coraggio per bucarmi la pancia, e ce l’ha fatta pure stasera, quindi spero che non dovrà più far scomodare suo padre!

Già dopo essermi fatta la prima dose mi sentivo strana. E’ da due giorni che sento dei dolorini al basso ventre e mi sembra di essere gonfissima. Per non parlare poi dell’umore… Peggiora sempre di più. Cerco di attaccar briga con chiunque incroci il mio campo visivo. Riesco a litigare persino con me stessa. Stanotte ho obbligato Marito a dormire sul divano, urlandogli contro qualcosa… Non ricordo più nemmeno cosa. In confronto a me, una iena affamata sembra un cucciolo affettuoso.

Non so se tutto questo sia dovuto realmente agli ormoni o se si tratti semplicemente un effetto placebo al contrario (grazie a Google ho appena scoperto che esiste un termine per definire questa reazione: effetto nocebo). Può capitare, dopo aver letto e riletto il bugiardino e tutti gli effetti collaterali che riporta….

Non lo so. So soltanto che sto male. Conto i giorni che mi separano dalla prima ecografia di monitoraggio, mercoledì 17. Il mio cuore batte perennemente fortissimo, e non c’è nulla che mi possa distrarre, neppure il cambio del guardaroba, che oggi mi ha tenuta occupata per tutto il pomeriggio (che divertimento).

Avevo deciso che avrei affrontato questo secondo tentativo di PMA con la dovuta calma, senza fare troppi viaggi mentali, senza ansie o speranze eccessive. Ma non ci riesco. Fino a qualche giorno fa mi sentivo veramente così. Ero calma, come se fossi già rassegnata ad un secondo fallimento. Ma più il giorno della prima iniezione si avvicinava, più mi sentivo esaltata. E da quando ho cominciato a bucarmi la pancia, sono emozionata e impaurita come una bambina che sta aspettando il giorno di Natale, ma teme di essere stata troppo cattiva per meritarsi il regalo che ha sempre sognato…

Ci siamo quasi. Tra un mesetto sarà tutto finito. Non ho idea di cosa succederà. E questo mi fa tanta paura. Proverò finalmente quel momento di felicità che ho sempre sognato? O vivrò un nuovo fallimento, nuovi pianti, nuova rabbia? Non me la sento di dire che accetterò con serenità qualsiasi destino. Anche se ho cercato di rimanere con i piedi per terra, ammetto di non poter fare a meno di riporre tante speranze in questo tentativo. Non so come reagirei ad un nuovo fallimento. E’ ancora ben impresso dentro di me il dolore che ho provato solo pochi mesi fa. Non voglio provarlo di nuovo. Non voglio! E quello che mi fa più paura è che io sono totalmente impotente. Non c’è nulla che io possa fare per realizzare il mio sogno. Sono nelle mani dei medici e del biologo. Ma pure loro possono forzare un po’ la Natura, ma non obbligarla a realizzare il mio desiderio. Alla fine, sono nelle mani del destino, o di Dio, o… Del caos. E ad una maniaca del controllo come me, il caos non piace per niente.

Dovrebbero aggiungere un effetto collaterale sul foglietto illustrativo del Gonal: il farmaco può indurre a scrivere post sconclusionati e pessimisti sul proprio blog 😛