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Mezza piena

Ha smesso di nevicare. Finalmente.

Oh, io tutta questa magia nella neve non la riesco a vedere. Certo, è divertente vedere i bambini tirarsi le pallonate di neve o costruire pupazzi, ed è meraviglioso osservare un bel paesaggio candido… Quando sono in vacanza in Alto Adige, però! Qui in città vedo solo i disagi. Morti e feriti in incidenti stradali, persone che si fanno male cadendo sul ghiaccio, anziani bloccati in casa, anziani che si ostinano a voler uscire da soli e poi cadono perché i marciapiedi sono scivolosi, animali selvatici che non riescono a trovare il cibo, strade intasate – con conseguente inquinamento…

E poi, a dirla tutta, la neve è bella quando è fresca, ma già il giorno successivo diventa nera. E non è un bello spettacolo. Bleah.

Forse non si è capito, ma a me la neve non piace. Tranne che in montagna. Non mi piace soprattutto quando ho in programma un transfer. E non mi piace anche perché la sottoscritta è leggermente imbranata e sul ghiaccio rischia sempre di cadere e rompersi l’osso del collo.

Oggi le strade erano – con mio grande stupore – pulite. Io e Marito siamo arrivati al centro PMA in anticipo e senza problemi, così come l’equipe medica. Gli embrioncini sono sopravvissuti entrambi (!) allo scongelamento. Il transfer è stato totalmente indolore. Non so come, ma sono riuscita a rilassarmi! Anche l’infermiera mi ha detto “brava”. Penso fosse sollevata dal fatto che non le avessi spaccato la mano come l’ultima volta.

Insomma… E’ andato tutto bene. Le mie paranoie di ieri ora sembrano alquanto stupide.

Ma io sono felice di essere stata in pena. Eh sì, perché, se non fossi stata tanto pessimista, non avrei potuto gioire per la piccola vittoria di oggi.

Domani tornerò a lavorare. Ho sempre passato le settimane post-tranfer a casa, da sola, nel mio mondo ovattato… E’ strano pensare di vivere normalmente, di stare in mezzo agli altri, in queste condizioni

Come sa qualsiasi donna che si è sottoposta alla PMA, il periodo di tempo tra il transfer e il fatidico giorno del test di gravidanza non è un periodo normale.

Non importa con quale spirito una donna affronta questo percorso. Non importa se è piena di speranze, se è disillusa e pessimista, o se ha deciso di prendere tutto alla leggera, senza farsi troppe paranoie.

Questi non sono giorni normali.

Sono i giorni dell’attesa.

So già che domani, e nei prossimi giorni, ogni tanto in ufficio mi metterò a ridacchiare da sola, poi ad un tratto i miei occhi si faranno umidi e tristi… Mi accarezzerò la pancia, così, senza pensare, e poi me ne vergognerò… Avrò la testa tra le nuvole, persino più del solito, perché non importa se io non sono tecnicamente incinta, se i miei puntini luminosi sono per ora soltanto una potenzialità di vita, se le probabilità che questo sogno si avveri sono soltanto del 20-30%. Non importa.

Io SO di avere due puntini luminosi dentro di me. Due puntini che devono lottare per rimanere ben aggrappati alla loro mamma. Non so se ce la faranno, ma so che ci sono. Sono qui, dentro di me. Forse sono destinati a morire, forse non cresceranno, forse daranno origine ad una vita che si interromperà subito…

Forse, forse, forse… Forse rimarranno dentro di me. Forse ce la faranno. Ce la faremo.

E’ una sensazione che poche donne possono provare… In effetti, solo quelle che si sottopongono alla PMA. Chi cerca figli in maniera naturale non ha alcun mezzo per poter sapere se il concepimento è avvenuto oppure no… Scoprono di avere una vita dentro di sé soltanto quando quel benedetto test di gravidanza diventa positivo. Ma, a quel punto, è già chiaro che l’embrione si è impiantato nell’utero. Queste donne non possono sapere quante potenzialità di vita si sono formate dentro al loro corpo, per poi lasciarle prima di diventare qualcosa di più. Sono fortunate, loro. A noi tocca pure questa tortura. Sapere di avere qualcosa dentro, senza poter conoscere il suo destino.

Io nei giorni post transfer mi sento diversa. No, non parlo di fantasintomi. Quelli ho imparato ad ignorarli. Parlo proprio a livello mentale, spirituale, chiamatelo come volete.

Non posso dire di sentirmi incinta, perché sarebbe ridicolo. Ma non mi sento più tanto vuota. Perché non la sono.

Mi sento… Mezza piena, diciamo!

Purtroppo sono poche le persone che possono capire cosa sto provando ora. E so già che domani e nei prossimi giorni, mentre con sguardo sognante mi accarezzerò la pancia, molti colleghi mi guarderanno con un misto di stupore e compatimento.

Ma chi se ne frega.

Io non sono più vuota.

Spero solo che questa sensazione duri più di quattordici giorni.

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Meno uno

Meno uno.
No, non sono i gradi che ci sono in questo momento. A dire il vero non ho neppure idea di che temperatura ci sia fuori ora. So che è inverno soltanto perché ogni tanto mi casca l’occhio sulla finestra e vedo i fiocchi di neve cadere.
E anche perché Studio Aperto non fa che ricordarci con tono melodrammatico che fa freddo e nevica, così come, con la medesima angoscia, ogni benedetto agosto ci annuncia che fa caldo (ma va?). Non che io guardi regolarmente Studio Aperto, s’intende, ma ogni tanto, tra uno zapping e l’altro, finisco involontariamente su Italia Uno proprio mentre è in onda lo pseudo-tg Mediaset (ci tenevo a precisarlo).

Dicevo?
Ah, sì. Meno uno.
Tra ventiquattro ore, anzi, molte meno a dire il vero, scoprirò se sono incinta oppure no.
E scoprirò anche quanto sono incinta.
Ormai non mi faccio più fregare. Ho capito come funziona. L’esperienza insegna.
Non basta che su quel maledetto test compaiano due linee. Non si può festeggiare, non ancora. Bisogna fare le analisi del sangue per le beta hcg. Aspettare i risultati. E sperare che restituiscano non soltanto un numero superiore allo zero, ma anche un BEL numero. E, in realtà, neppure in questo caso potrei stare totalmente tranquilla, perché si deve sperare che quel bel numero cresca regolarmente ogni due giorni, si deve aspettare di riuscire a vedere l’embrione tramite l’eco, e in molti, prima di festeggiare, aspettano addirittura di aver passato il primo trimestre…
In tutti i modi, un passo alla volta. Per ora mi accontento di avere un bel numero domani. Al resto ci penseremo poi.
Insomma, non è che possa preoccuparmi ora per la scuola a cui iscriverò il mio bambino, giusto?
Anche se, ansiosa come sono, potrei anche farlo…

Non ho idea di cosa mi aspetti. Non so come sentirmi. Speranzosa? Sfiduciata?
So solo che sono tanto stanca. E’ da quando sono a casa che dormo tantissimo e, più dormo, più ho sonno. E io non sono mai stata una dormigliona, eh… Anzi, di solito anche nel week end mi piace alzarmi presto perché il mattino ha l’oro in bocca. Adesso non riesco a fare niente, aspetto solamente che le giornate passino, e ho scoperto che il modo migliore per farle trascorrere più velocemente è perdersi nel mondo dei sogni… Sono come lobotomizzata.

Ieri notte ho sognato che facevo il test di gravidanza. La cosa buffa è che ero nel cortile del condominio dove abitavo prima, e facevo la pipì accucciata per terra, davanti a quello che era il nostro garage. Avevo paura che qualcuno mi vedesse dalla finestra, ma speravo che non sarebbe successo perché era molto presto e probabilmente stavano tutti dormendo.
Sul test sono comparse subito due linee, di cui la seconda molto scura, bella, viva… Ero così felice… Mi sono rivestita, alzata in piedi e…
A questo punto penserete che sia corsa da Marito a dargli la bella notizia. E invece no. Lui nel sogno non c’era proprio. C’erano, invece, i miei genitori.
Incredibile, vero? Nel mondo reale sono le ultime persone a cui penserei di comunicare il risultato del mio test di gravidanza! Ho detto loro che il test era positivo. E devo dire che non ricordo bene cosa sia accaduto a questo punto… Non so se ci siamo abbracciati (cosa che non accade più o meno dall’inizio degli anni Novanta) oppure no, comunque rammento che eravamo felici.

Da qui in poi il sogno ha preso una piega stranissima… Sono salita in macchina con i miei genitori. Alla guida c’era mia madre. Il cortile, prima vuoto, era ora trafficatissimo. C’era una lunga fila di macchine davanti al cancello che aspettavano di uscire. Mia madre, che in effetti non è molto brava a guidare, stava per investire una signora in procinto di salire sulla propria auto, ma io l’ho avvertita e fermata in tempo.
Siamo andati in centro, abbiamo parcheggiato la macchina e poi ho seguito i miei genitori per mille vicoletti; mio padre voleva mostrarmi qualcosa.
Lui correva e io correvo dietro di lui, facendo dei salti giganteschi, come se stessi correndo sulla luna. Io avevo paura a correre, perché temevo che facesse male al mio bambino, ma non volevo restare indietro… Ad un certo punto mio padre si è fermato, e orgogliosamente mi ha indicato quello che voleva mostrarmi: era la vetrina di un negozio, abbandonato. Al suo interno non c’era più niente, il pavimento era pieno di calcinacci, sembrava un cantiere.
Non ricordo che negozio fosse, ma forse era una bottega che si trova nel centro della nostra città, e che da piccola mi incuriosiva molto (non ricordo bene il perché). Ci passavo sempre davanti insieme a mio padre quando andavamo a trovare i miei nonni paterni, che a quel tempo abitavano in centro.

Comunque, tornando al sogno… Ricordo d’aver pensato che mio padre era proprio strano. Tutta quella strada per vedere un negozio vuoto? Quando mi sono girata, dietro di me ho visto una mia vecchia amica d’infanzia, che non vedo più da almeno dieci anni, infatti il suo aspetto nel sogno era lo stesso di quando era bambina. Mi sono avvicinata a lei, ero imbarazzata perché non ci parlavamo da tanto tempo, e mi sentivo anche un po’ in colpa per non averla mai chiamata. Ci siamo messe a chiacchierare e poi… Mi sono risvegliata.

Nel dormiveglia, prima di tornare definitivamente alla realtà, ero ancora sicura che quel test di gravidanza fosse vero… Ero sicura di essere incinta… E quando ho aperto gli occhi e capito che era stato solo un sogno, ho provato una grande delusione.

Per quanto riguarda gli altri elementi del sogno, non ho la più pallida idea di che cosa rappresentino, e mi sa che neanche la mia psicologa potrebbe riuscire ad interpretarli!

E’ da due giorni che il cuore mi batte fortissimo, pensando a quello che mi aspetta domani. Che poi, lo ripeto, anche se domani andasse bene non è detto proprio un bel niente… Però, sarebbe già una piccola vittoria. Una vittoria piccola ma indispensabile per continuare a sperare.

Devo dire la verità. Ho riposto tutte le mie speranze in questo tentativo. Ma non riesco a sentirmi ottimista come prima del transfer. Lo so, sono stata io stessa a consigliarvi di ignorare qualsiasi sintomo o fantasintomo, ma… Io mi sento normale, mi sento bene, mi sento… Vuota. So che è troppo presto per avvertire qualcosa, ma… Non so, forse è il mio istinto, forse il mio pessimismo, ma credo che non andrà bene.

Non voglio perdermi nelle mie paranoie. In fondo, ancora non posso essere certa di nulla. L’unica cosa di cui sono certa è che stanotte dormirò malissimo, farò sogni ancora più strani del solito e all’alba mi sveglierò eccitata come una bimba la mattina di Natale e correrò a fare il test di gravidanza (no, non nel cortile, ma in bagno, direi che è più decoroso).

E poi… Solo Dio lo sa.

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Un anno fa

13 gennaio 2012.

La maggior parte di voi ricorderà questa data per il naufragio della Costa Concordia, o per la scomparsa di Roberta Ragusa.

Tra qualche anno, non appena le luci dei mass media si saranno spente, dimenticherete questi fatti di cronaca e questa data diventerà per voi un giorno come un altro.

Ma non per me.

Il 13 gennaio di un anno fa è iniziato il mio calvario, il mio inferno. Quel giorno un misero pezzo di carta pieno di nomi strani e cifre ha decretato il mio futuro. Un pezzo di carta che a quel tempo (ah, beata innocenza!) non ero neppure in grado di interpretare. La ginecologa aveva dovuto farlo per me.

Ricorderò per sempre il sospiro con cui lesse le analisi e infine, con voce neutra e un pizzico di rammarico, sentenziò: “Mi dispiace, voi non potete avere figli.”
Ricorderò per sempre il mio pianto, mentre guidavo verso casa senza neppure vedere la strada davanti a me, ma soltanto un enorme buco nero. Ricorderò per sempre la sensazione di incredulità, di disperazione, di panico che ho provato quel giorno. E che ho continuato a provare nei mesi successivi.

Il 13 gennaio di un anno fa la mia vita si è interrotta. E’ entrata in una specie di pausa, di stand-by. Da allora, ogni singolo istante della mia giornata, il pensiero che mi occupa la mente è soltanto uno: riuscire a realizzare il mio desiderio di avere un figlio. Non ho smesso di vivere, certo. Continuo a lavorare, a uscire, a seguire le mie passioni, ma… Quel pensiero non mi abbandona mai. Non mi abbandona il senso di frustrazione, di impotenza, di rabbia, di speranza.

Tante cose sono cambiate in quest’ultimo anno. Io sono molto cambiata.
Ho imparato ad essere paziente.
Ho imparato ad accettare una sconfitta e a reagire.
Ho imparato chi sono i veri amici (pochi) e quelli che non meritano di essere considerati tali (la maggior parte).
Ho imparato che tutti sono pronti ad andare con te a prendere un aperitivo, ma nessuno vuole stare al tuo fianco quando affronti qualcosa di grande, di troppo grande.
Ho imparato che al mondo ci sono tante persone ignoranti a cui non importa nulla di imparare.
Ho imparato che al mondo c’è troppa gente che ama giudicare senza conoscere, senza sapere.
Ho imparato che la maggior parte delle persone da tutto per scontato.
Ho imparato che non sono soltanto gli adolescenti, ma pure i cinquantenni a non sapere come si concepisce un bambino.
Ho imparato che in Italia c’è molta ignoranza sull’educazione sessuale, sulla PMA e sull’adozione.
Ho imparato che un uomo e una donna, se si amano realmente, possono rimanere uniti davanti ad una diagnosi di infertilità.
Ho imparato che, ogni tanto, ridere delle proprie disgrazie può essere utile per superarle.

E ho capito che, in un modo o nell’altro, io voglio diventare madre.

E’ passato un anno, e io sono ancora al punto di partenza. Quanto ero ingenua, un anno fa! Ero talmente cieca davanti alla realtà e piena di speranza da credere che, in pochi mesi, la PMA avrebbe regalato a me e Marito il dono più grande… Mi dicevo che non era possibile che noi non potessimo avere figli, che la Natura si era sbagliata, che non avremmo dovuto soffrire tanto a lungo… E, invece… Eccomi qui. Ancora qui.
Di nuovo a sperare. Di nuovo a lottare. Senza aver ottenuto nulla, se non tanto, ulteriore dolore.

Ho fatto il transfer giovedì. Mi hanno trasferito due embrioni. Purtroppo ne hanno dovuti scongelare quattro, perché due sono morti subito.
Il transfer non è stato facile. La prima volta non avevo provato alcun dolore, questa volta invece ho sofferto molto. Devo dire che la ginecologa non è stata molto delicata. Mi ha inserito lo speculum con la gentilezza di un elefante. Ho subito urlato per il male, e mi son irrigidita tutta. Cercavo in tutti i modi di rilassarmi, ma non ci riuscivo!
Ha dovuto persino usare le pinze per trovare il collo dell’utero… Io, che da sdraiata non vedevo cosa stesse accadendo, sentivo degli strani rumori e credevo si trattasse di forbici…! Meno male che l’infermiera mi ha rassicurata spiegandomi che si trattava solo di pinze. Ho sentito gli stessi dolori che provo dopo il pick up, che poi sono come dei dolori mestruali fortissimi… Meno male che è durato solo pochi minuti, durante i quali mi sono fatta però compatire per bene, piangendo e praticamente spaccando la mano dell’infermiera…

E’ da giovedì pomeriggio che vivo tra divano e cibo… Non ho voglia di far niente, ho sempre sonno, anche se a volte mi costringo ad alzarmi perché stare troppo ferma non va bene, il sangue non circola! Mi hanno consigliato di fare delle passeggiate e mi hanno detto che potevo andare a lavorare, dato che faccio l’impiegata, ma io ho preferito mettermi in malattia per due settimane.

Mi sento una stupida. Sto attenta ad ogni movimento, quando salgo o scendo le scale lo faccio a passo di lumaca, Marito non mi lascia neppure apparecchiare la tavola per timore che mi stanchi troppo…!
E io non faccio altro che pensare… E se stessi facendo tutto questo per niente? E se andasse male anche stavolta e mi sentissi una deficiente totale per aver vissuto due settimane come una malata?
Ma non è veramente questo a impensierirmi…
Io ho paura.
Ho il terrore che vada male. Ho il terrore di vedere il test di gravidanza negativo. E ho pure il terrore di vederlo positivo, perché potrebbe succedere come l’altra volta…

E poi… Non so se è a causa del Progynova, del Progesterone, della solitudine forzata o dell’astinenza dal fumo e dall’alcool, ma è da due giorni che mi sento perennemente sull’orlo di una crisi di nervi, comincio ad urlare ed inveire senza motivo, mi viene sempre voglia di piangere e urlare.

Forse è solo la paura.

Farò il test il 22 gennaio, in anticipo di due giorni rispetto a quello che mi ha detto il centro, tanto si dovrebbe già vedere un risultato positivo.

Questi giorni sono lunghissimi. Noiosi. E vuoti. Spero che un giorno ricorderò questi giorni come fantastici. Spero che un giorno riderò ripensandomi sul divano a strafogarmi di cibo per alleviare la malinconia, e dirò: “E’ in quei giorni che è iniziata la vita di mio figlio!”

Speriamo.

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Tra sogno e realtà

Stanotte ho sognato di essere incinta.

Era tutto talmente reale che quando ho aperto gli occhi, mentre la mia mente era ancora in sospeso tra realtà e fantasia, ho allungato le mani per cercare quel test di gravidanza che stringevo – incredula – nel sogno. L’emozione è durata solo per pochi istanti, ma non ho parole per esprimere la delusione e la tristezza che mi hanno pervasa non appena mi sono resa conto che si trattava, appunto, soltanto di una dolcissima fantasia.

Ricordo perfettamente l’emozione che ho provato mentre tenevo in mano quel test di gravidanza positivo. Non riuscivo a crederci. Volevo urlare dalla gioia ma mi trattenevo, perché avevo paura che fosse un’illusione… Mi sono svegliata mentre nel sogno, in preda all’ansia e all’eccitazione, uscivo di casa per andare al laboratorio a fare le analisi del sangue.

Quando sono tornata completamente alla realtà, mi sono sentita molto malinconica. E’ stata una giornata amara. Una di quelle giornate in cui ti impegni con tutte le tue forze per sorridere, e a volte riesci a farlo con convinzione, finché non senti una voce dentro di te che ti dice di smetterla, che ti sprona ad urlare, a mandare tutto a fanculo…

Soprattutto quando, mentre cerchi di concentrarti sul lavoro per dimenticare tutto il resto, ricevi un sms da tua madre, appena rientrata dalle Mauritius, che dice così: “Per me è stato un anno orribile: i soldi, i viaggi, la bellezza e la magrezza aiutano, ma non danno la felicità”

…E ti incazzi pensando che una donna del genere abbia un figlia come ME. Un po’ matta, ribelle forse, ma una BELLA figlia, che sa dare tanto amore, un amore che nessuno vuole, neppure la mia stessa madre! Mentre io, che ho il cuore saturo di affetto che attendo di poter donare, rimango qui, da sola, ad immaginare un figlio che non so se arriverà.

Stamattina, quando sono salita in macchina per andare al lavoro, ho acceso la radio e sentito questa canzone.

Sapevo che Laura Pausini aveva dedicato una canzone alla maternità e, nonostante fossi curiosa di sentirla, avevo cercato in tutti i modi di evitarla. Sapevo che mi sarei commossa, che avrei pianto… Ma quando ho sentito la presentazione del deejay non ho avuto il coraggio di cambiare stazione. E così, l’ho ascoltata. Mi sono persino fermata nel parcheggio per sentirne la fine, nonostante fossi già in ritardo per andare a lavorare.
E sì, mi sono emozionata. E ho pianto un po’. In quel momento mi sarebbe piaciuto avere una mamma da chiamare. O un’amica. Ma non avevo nessuno. Se avessi telefonato a Marito, lui non avrebbe capito. Certe cose, certe emozioni, solo le donne le possono comprendere. E così mi sono ricomposta, mi sono asciugata le lacrime, sono scesa dalla macchina e mi sono diretta verso l’ufficio, mentre dentro la mia mente continuavano a riecheggiare queste parole:

 

Avrai gli occhi di tuo padre
e la sua malinconia
il silenzio senza tempo che pervade
al tramonto la marea

ti aspetterò
e prima o poi
arriverai senza nemmeno far rumore

Io sono perennemente alla ricerca di segnali lungo il mio cammino.
Cerco di dare un’interpretazione, di trovare un messaggio, in ogni cosa che mi accade. Un sogno, una canzone ascoltata per caso, un incontro inaspettato, un film su cui capito facendo zapping, una nuvola dalla forma particolare… Sono sempre alla ricerca di qualcosa. Di qualcosa che mi faccia capire cosa fare, o che soltanto mi inciti a sperare, a continuare a combattere, oppure che mi convinca a desistere. Nonostante tutto, anche se la mia parte più razionale e amareggiata crede solo nel caos, in un angolo del cuore continuo a credere nell’esistenza di un’entità superiore – Dio, un angelo custode – che influenza le nostre vite, che ci consiglia, che ci dice cosa fare.

Non so se per via del sogno che ho fatto stanotte o della canzone ascoltata per caso, ma… Oggi mi sentivo veramente una mamma. Sì, mi sentivo come se la fossi già. Ogni tanto mi accarezzavo la pancia, per poi ritrarla e sorridere tra me e me, un po’ imbarazzata, ricordandomi che il mio ventre è vuoto e freddo come l’inverno che sta arrivando.

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Quello che gli uomini non dicono

Immagine di Cranky Old Mission Guy

Ultimamente ho scritto un po’ troppi post un po’ troppo tristi. Non è questo non lo spirito con cui ho aperto il blog, ma mi rendo conto che da marzo ad oggi il mio stato d’animo è cambiato parecchio, e l’iniziale entusiasmo è stato piano piano sostituito dalla malinconia. E poi, avendo trovato, proprio grazie al mio piccolo spazio virtuale, tante persone sensibili che riescono a capirmi, mi viene naturale sfogarmi.

Oggi, però, vorrei raccontarvi un episodio molto tenero accaduto questa mattina.

Quando Marito si è svegliato, dopo essersi stiracchiato per bene, mentre facevamo colazione, entrambi ancora mezzi addormentati, mi guarda e fa: “Cavolo… Che sogno ho fatto stanotte!”
“Che hai sognato?” gli ho domandato, mentre con movimenti da bradipo cercavo di aprire la bottiglia del latte.
“Eravamo ad una cena… Io e te… Penso insieme alle altre coppie con cui abbiamo fatto il corso per l’adozione. Quando siamo usciti, ho visto una bambina per strada, sembrava abbandonata… Sono corsa da lei, l’ho presa in braccio e ho cominciato a gridare: E’ mia, è mia! Poi sei arrivata tu, l’hai guardata e ti sei messa a piangere… Infine è arrivato mio padre e ha cominciato a dire che dovevamo chiamare la polizia, e io l’ho mandato a quel paese! E’ mia, ho continuato a ripetere. E nessuno me la potrà portare via!”

Io ho iniziato a ridere… Ma porca miseria… Suocero riesce a rompere le scatole anche nei sogni?!

Non sapevo cosa dire… L’unica cosa che mi è venuta in mente di chiedere è stata: “E com’era la bimba? Era bella?”

“Era bellissima.”

E poi non ho più detto niente, perché l’emozione era forte…

Molto spesso noi “donne PMA” ci lamentiamo del fatto che i nostri uomini non ci capiscono, ed è vero. Non sanno, non possono capire cosa significhi la maternità, desiderare un figlio, sentire una vita dentro di sé e poi perderla, riempirsi di ormoni, attendere con ansia il giorno del test di gravidanza, fare di tutto affinché il proprio corpo diventi un nido caldo e accogliente.
Non si sfogano come facciamo noi femminucce, spesso a causa del loro stupido orgoglio si tengono tutto dentro. Nei pochi momenti in cui mi sento ottimista cerco di parlare con Marito del nostro futuro bambino, della sua cameretta, dei giochi che gli compreremo, di come sarà bello alla sera guardare i cartoni animati tutti insieme, noi due, il frutto del nostro amore, e le nostre bimbe pelose (mi sa che dovremo prendere un divano più grande, però)… Quando parto con i miei viaggi mentali lui cerca sempre di frenarmi, di riportarmi alla realtà, di farmi capire che non è detto che ce la faremo…
E io mi arrabbio, perché sognare a volte sembra l’unico rimedio per non morire, e visto che sono così rari i momenti in cui riesco ad immaginare il futuro che desidero con tutta me stessa vorrei soltanto che lui sognasse con me, anche se so che la felicità di quell’istante è generata dalla fantasia.

Quello che Marito mi ha raccontato stamattina, però, mi ha commosso, e molto. Credo di non essere neppure riuscita a farglielo capire. Ma è così. So che anche lui pensa sempre a quel bambino che ci aspetta, da qualche parte… Solo che non ne parla in continuazione, come invece faccio io, soltanto per difendere la mia, e la sua, sanità mentale (la poca che ci è rimasta).

Però è stato così bello sentirlo parlare in quel modo… Sentirlo parlare come se la bimba del sogno non fosse solamente una fantasia, ma qualcosa di concreto, qualcosa che doveva difendere a tutti i costi, qualcosa che voleva tantissimo.

La nostra bimba sarà bellissima… Ma questo già lo sapevo 😉

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Il nostro pianto

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Immagine di sepulture/is.dead/

Lunedì sono tornata al lavoro. Ero felice, a dire il vero. Pensavo che sarebbe stato bello rivedere i miei colleghi, anche se spesso discutiamo, e riprendere la vita “normale”.
Ma il ritorno alla realtà è stato più brusco di quanto non pensassi. Mi sono ritrovata a dover rispondere alle solite domande stupide, a dover lavorare mentre la testa vagava altrove, a dovermi sforzare per sorridere e recitare come al solito la parte del pagliaccio per non lasciar trapelare quello che provo… Pensavo che sarebbe stato piacevole, forse in un certo senso persino rilassante, tornare a “vivere”… Ma questa può forse dirsi “vita”?

Tutto quello che faccio durante il giorno – alzarmi, guidare, entrare in ufficio, lavorare, chiacchierare, sorridere – lo faccio come se fossi un automa, senza neppure riflettere, perché so che è quello che devo fare, che gli altri si aspettano da me. Tutto quello che vorrei fare, in realtà, è fermarmi e urlare, urlare a squarciagola. Tutto quello a cui riesco a pensare sono quegli embrioncini che mi aspettano, quelle potenzialità di vita che, forse, una vita non l’avranno mai. A cui io forse non riuscirò a donare la vita.

Sabato sono tornata al centro PMA e, come previsto, la ginecologa mi ha detto che il transfer è rimandato al mese prossimo, perché le mie ovaie sono ancora un po’ gonfie, nonostante io mi senta bene. Dovrò aspettare che mi tornino le Malefiche, probabilmente tra il 6 e il 10 dicembre, poi almeno per dodici giorni dovrò impasticcarmi di Progynova e infine, finalmente, potremo fare il transfer, si spera entro Natale. Altrimenti, suppongo, tutto slitterà a gennaio.

Questa notizia non mi ha intristito più di tanto, all’inizio. Ormai sono due anni e mezzo che aspetto il mio bimbo, un’attesa di un altro mese, o anche due, non è di certo una tragedia.

Ma negli ultimi giorni, dopo essere rientrata alla “realtà”, il panico ha cominciato a prendere il sopravvento.

Non so perché, forse è causato dallo scombussolamento ormonale, ma mi sento triste come mai prima. Mi sento molto sola. E mi sono data della stupida per aver creduto di essere felice rientrando in ufficio e rivedendo i miei colleghi. Quelle persone non sanno niente di me, non sanno cosa sto passando, non se lo possono neppure immaginare… E, anche se lo dicessi loro, probabilmente non otterrei nient’altro che critiche e le solite frasi banali che ci fanno tanto incazzare.

Mi sento tanto sola. E tanto stanca. So che non dovrei. Dovrei essere forte. E speranzosa. Tra un mesetto o poco più quei puntini luminosi che amo così tanto entreranno a far parte di me. Avrò un’altra possibilità. Ma, mentre a volte mi sento agguerrita e piena di ottimismo, in questi giorni provo soltanto un grande senso di vuoto.

Oggi ho ricevuto l’ennesimo annuncio di gravidanza. Una conoscente mia e di Marito è incinta. Una ragazza che avrà più o meno la mia età. E’ stato Marito a dirmelo, mentre stavo per uscire dall’ufficio. Sapeva che prima o poi l’avrei scoperto, e non voleva che lo sapessi da altri. Questa notizia è stata la ciliegina sulla torta di una giornata molto triste.

Quando sono uscita dal lavoro, mentre mi incamminavo verso la macchina, nascosta nel buio, ho cominciato a piangere. E ho continuato durante tutto il viaggio in macchina verso casa. E mentre piangevo pensavo che forse quella ragazza avrebbe perso il suo bambino. In fondo, anche le gravidanze “naturali” possono andare male. Questo pensiero ha attraversato la mia mente per un millesimo di secondo, ma in quel millesimo di secondo ho provato un macabro sollievo. Poi mi sono vergognata di me stessa. E ho cominciato a piangere ancora più forte.

In questo periodo le uniche persone che sono riuscite a strapparmi un sorriso o a scaldarmi il cuore sono quelle che ho conosciuto su internet.

Da quando ho aperto questo blog mi capita sempre più spesso di ricevere lettere da parte di donne che soffrono come, e con, me.

Il termine “e-mail” mi ispira freddezza. Preferisco chiamarle “lettere” perché è proprio questo che sono. E ogni volta che una donna mi scrive per raccontarmi la sua storia e per donarmi un abbraccio, seppur intangibile, mi sento un po’ meno sola, e un po’ più triste.

Oggi, mentre piangevo, ripensavo a quelle donne. Alle donne invisibili. Pensavo a quando mi raccontano cos’hanno provato al primo, o all’ennesimo, tentativo di PMA fallito. Pensavo a quando avevo creduto di essere incinta, per poi vedere il mio sogno dileguarsi nel sangue. Pensavo a quanto mi sembrassero forti, loro, e quanto io abbia paura di sperare ancora. E il mio dolore si confondeva con il loro. Oggi ho pianto per me, e per voi. E questa, sicuramente, non è una grande consolazione per nessuno. Noi dovremmo sorridere, non piangere. Noi ci meritiamo di sorridere, non di piangere.

Vi è mai capitato di ascoltare una canzone e pensare che fosse stata scritta proprio per voi, che addirittura voi stessi avreste potuto scriverla, che sono le stesse parole che si celano da tempo immemore nel vostro animo…?

A me sì.

Ultimamente non posso fare a meno di ascoltare questa canzone. E’ “All Alright” dei Fun.

 

I’ve given everyone I know
a good reason to go
I was surprised you stuck around
long enough to figure out
That it’s all alright
I guess it’s all alright.
I got nothing left inside of my chest, but
it’s all alright.
Yeah, it’s all alright.
I guess it’s all alright.
I got nothing left inside of my chest, but
it’s all alright.

Ho dato a tutti quelli che conosco
una buona ragione per andarsene
mi ha sorpreso che tu sia rimasto
abbastanza a lungo per capire
che va tutto bene
Penso che vada tutto bene
Non mi è rimasto più niente nel petto, ma
va tutto bene.
Sì, va tutto bene.
Penso che vada tutto bene.
Non mi è rimasto più niente nel petto, ma
va tutto bene.

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Il mio posto nel mondo

Sono pronta. Domani è il giorno del pick up.

Almeno, la ginecologa dice che sono pronta. Non vedevo l’ora che questo giorno arrivasse, e ora ho paura. Ma non posso tirarmi indietro. Non voglio, soprattutto.

Io faccio sempre così. Mi mostro calma e serena, quasi fredda, apatica. Scherzo, rido, interpreto la parte di quella forte, della guerriera che può affrontare tutto, che non ha paura di niente. Solo quando poi mi trovo realmente davanti alla prova che devo superare comincio a capire davvero cosa sta accadendo.

Ma non è di questo che voglio parlare, ora. Domani avrò tutto il tempo per sfogarmi e raccontarvi di come mi sono fatta nuovamente compatire urlando davanti ai medici…

Ora vorrei condividere con voi un post che ho scritto qualche giorno fa e che finora non avevo trovato il tempo di pubblicare.

 

La domanda che mi sento porre più spesso dalle poche persone a cui ho parlato dei nostri tentativi di PMA è: “Come mai hai tanta fretta di avere un figlio?”
Non mi chiedono perché io desideri un bambino, che sarebbe una domanda più che lecita. No. Mi domandano perché lo voglia ora. E questo mi fa girare le ovaie a mille.

Dall’atteggiamento di queste persone ho capito una cosa importante. La maggior parte della gente ritiene che avere un figlio sia un fatto naturale, istintivo, non un desiderio d’amore, ma un compito che si deve alla società, a cui assolvere dopo aver, possibilmente, goduto appieno della propria vita. Ovvero, dopo essersi divertiti alla grande, aver viaggiato tanto, fatto esperienze nuove e magari aver intrapreso una carriera lavorativa. Infatti mi sono anche sentita chiedere, da un’amica che sa che a novembre i miei genitori andranno alle Mauritius, perché non abbia deciso di rimandare la PMA e approfittarne per andare via con loro… Come se una vacanza fosse più importante di un figlio! Come se avere un bambino non potesse essere un desiderio, ma soltanto un obbligo a cui ci tocca adempiere perché costretti dall’istinto o dalla società. Come se un figlio non fosse la vita, ma una scocciatura, come se una vacanza, o la carriera, o il divertimento fossero i veri piaceri dell’esistenza umana.

Magari per qualcuno è così. Se sta bene a loro, sta bene anche a me. Ma per me è diverso.

Perché voglio tanto un figlio?

Nella mia vita mi sono sempre sentita fuori posto. Prima di tutto nella mia squilibrata famiglia. Ed è a causa dell’anaffettività dei miei genitori che mi sono sempre sentita molto sola, diffidente, spesso incapace di stringere legami. Ho dovuto leggere numerose ricerche mediche e subire anni di psicanalisi prima di capirlo… Ma ora, finalmente, ce l’ho fatta. Ho capito che tutti i miei fallimenti sono stati in gran parte causati da quello che ho passato nella prima, delicatissima fase della vita. La psicologa dice che, con un vissuto come il mio, avrei potuto facilmente imboccare la strada sbagliata, diventare a mia volta una persona squilibrata, addirittura finire nel tunnel della droga o diventare aggressiva. La rabbia c’è, non lo nego, ma il desiderio di trasformala in amore, anziché essere risucchiata dall’ira, è più grande.

Non mi sento mai al posto giusto. Mi sento sempre diversa. A volte migliore, ma spesso peggiore degli altri. Ho perennemente paura di sbagliare, di essere fraintesa, di non essere amata. Faccio di tutto per essere accettata dagli altri, per avere una briciola di affetto. Ma questo non mi aiuta ad ottenere amore, ma mi mostra come una persona insicura e anche un po’ pirla.

Sono sempre stata esclusa, incompresa, non amata. Prima di tutto dai miei genitori, che mi hanno sempre detto che sono un’ingrata e un fallimento, dalle coetanee che da ragazzina mi escludevano perché dicevano che ero strana, e dalle attuali amicizie che si ricordano di me soltanto per Natale e il giorno del mio compleanno.

Le difficoltà sul lavoro, i litigi con i miei genitori, il matrimonio, la PMA, sono tutte grandi prove che ho dovuto affrontare da sola. Certo, ho Marito al mio fianco, ma a volte sarebbe bello avere una mamma da cui farsi coccolare o un’amica pronta a correre da te quando stai male.

Sarebbe bello. Ma, a dire il vero, forse in fondo al cuore non è che mi importi più di tanto.

A volte penso che l’unico modo per sentirmi finalmente al mio posto sia diventare madre.

Questa affermazione, detta da una femminista come me, può sembrare alquanto paradossale. Ma è proprio così che mi sento.

Non è che la mia vita sia totalmente vuota, eh. Ho un buon lavoro, ho la passione per la scrittura, ho il volontariato. E anche l’amore non mi manca. So che Marito mi ama e sono certa che staremo insieme per sempre, e ho i miei cani che mi donano ogni giorno un affetto puro e disinteressato. E gli amici… Le rare volte in cui sono, sanno darmi affetto anche loro. Non è un affetto sui cui io possa contare, ma è meglio di niente.

Non ho nessuna intenzione di avere un figlio per riversare su di lui tutta la mia frustrazione, i miei sogni non realizzati, per avere una rivincita attraverso di lui, o per assicurarmi un “bastone” per la vecchiaia… No, ve lo assicuro. Non importa se mio figlio sarà un genio oppure un asino, o semplicemente mediocre, non importa se sarà bello o brutto, non importa neppure se mi vorrà bene o se mi vedrà come una rompiballe. E non mi interessa neanche se a vent’anni dovesse decidere di lasciare l’Italia per trasferirsi dall’altra parte del mondo.

Dal momento in cui darò alla luce mio figlio, io non mi sentirò più sola. Non sarò più sola. Troverò finalmente quel legame che ho sempre desiderato. Un legame indissolubile, qualsiasi cosa accada. Io ho bisogno di quel legame. Ho bisogno di sapere che in questo mondo c’è qualcuno legato a me, per sempre.
E solo un figlio ti può dare quella certezza. Non mi sentirò più inutile, un fallimento. Avrò una piccola creatura da crescere. Una creatura che avrà bisogno di me. Una creatura da cui non dovrò elemosinare amore, ma che mi amerà a prescindere, perché io gli darò la vita.

Forse penserete che io sia un’egoista, che abbia troppe aspettative verso la maternità… Ma non credo che sia così. Prendete me. Nonostante tutto quello che mia madre mi ha fatto – e vi assicuro che su questo blog ho raccontato solo le parti divertenti – io continuo a tenderle la mano, aspettando – invano – che l’afferri. Continuo a farmi del male, volontariamente, perché una madre e un figlio sono per sempre legati, qualsiasi cosa accada.

Mio figlio avrà da me tutto quello di cui un bambino ha bisogno: amore e protezione. E non importa se non riuscirà a restituirmi lo stesso affetto. Semplicemente donargli il mio amore mi farà sentire bene. Perché finalmente saprò di non stare sprecando le mie energie e il mio cuore per qualcuno che non li merita, per qualcuno che non sa cosa farsene.

Amare è tutto quello che desidero fare. Voglio fare qualcosa di buono. Amare e sapere che il mio amore non è vano.

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Wake me up when September ends

Un anno fa, in questi giorni, stavo sistemando gli ultimi dettagli del matrimonio. Ero nervosa e agitata, perché praticamente stavo organizzando tutto da sola. Marito non era particolarmente collaborativo né entusiasta quando iniziavo a parlare di “sacchetti portaconfetti” o del “cuscinetto per le fedi”, non avevo vicino una madre esaltata all’idea di poter partecipare ai preparativi, e neppure amiche disposte ad aiutarmi più di tanto. In realtà l’agitazione di quei giorni mi ha aiutato ad ingannare l’attesa e a non pensare al fatto che i miei genitori non sarebbero stati lì con me, il primo ottobre. E poi, in fondo, ero nervosa ma felice, perché stavo per sposare l’uomo che amo.

Anche oggi, proprio come un anno fa, settembre mi pare un mese infinito. Il tempo non passa più. Non vedo l’ora che sia ottobre per sottopormi alla PMA e scoprire se finalmente riuscirò a diventare mamma o se le mie speranze saranno nuovamente infrante e dovrò, ancora una volta, affrontare un inferno.

Adesso rido della mia agitazione di quei giorni. Ripenso alla me stessa di un anno fa, e sorrido capendo quanto fossi ingenua e tenera. A quel tempo non avrei mai potuto anche solo lontanamente immaginare quello che avrei vissuto soltanto pochi mesi dopo. Io e Marito eravamo partiti con l’idea di fare un matrimonio originale, senza invitati e rinunciando all’abito da sposa, ma alla fine la nostra è stata una cerimonia alquanto tradizionale, anche se celebrata in comune e con solo una trentina di invitati (indovinate chi ha cambiato idea strada facendo…? ;-)) Ed io ero la sposa più sposa che possa esistere. Ma l’agitazione che provavo in quei giorni era dettata dalla felicità. Speravo che tutto andasse bene, di essere bella, che tutti gli invitati stessero bene, che il sindaco facesse un bel discorso… Ma in tutti i modi, anche se qualcosa fosse andato storto, io avrei realizzato il mio sogno, ovvero sposarmi. Nessun inconveniente avrebbe potuto rovinare quel giorno.

Ora, invece… Ora la mia agitazione è dettata dalla paura. Perché mio marito sarebbe diventato mio marito anche se il matrimonio fosse stato un fiasco totale, ma io non potrò diventare mamma se non rimango incinta (oh, il ragionamento non fa una piega, che dite?).

L’anno scorso non vedevo l’ora che settembre finisse per vivere quel giorno magico. Adesso non vedo l’ora che questo mese finisca per sapere quale sarà il mio destino. Che potrebbe essere bellissimo, ma pure terribile. C’è una bella differenza.

Vorrei cadere in un profondo sonno e poter dire… Svegliatemi quando settembre finisce…

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Il primo incontro

Giovedì io e mio marito abbiamo partecipato al primo incontro del corso per l’adozione, della durata di quattro ore.
Io ero molto nervosa all’idea di frequentare questo corso, prima di tutto perché per natura sono abbastanza timida e mi occorre un po’ di tempo per aprirmi con gli altri, secondariamente perché avevo paura di dire delle cavolate ed essere giudicata male dagli assistenti sociali e dalla psicologa, e terzo perché temevo di sentirmi a disagio, ben consapevole che sarei stata la persona più giovane presente al corso.

In linea di massima devo dire che le mie paure si sono rivelate infondate.

Le coppie partecipanti sono nove, e il corso è tenuto da un’assistente sociale più due stagiste e da una psicologa.
Come immaginavo, ero la persona più giovane presente. C’erano alcune coppie sui 30-35 anni e molte over-40 o addirittura più vicino ai 50. Ma questo non mi ha scoraggiata.
Sono abituata a confrontarmi con gente più grande di me – sia amici che colleghi – e non ho mai trovato difficoltà ad affrontare con loro qualsiasi discorso, dal più futile al più impegnato. Mi considero umile e ammetto la mia ignoranza, soprattutto quando mi trovo con persone che, per ovvi motivi di età, hanno avuto più esperienze di me. Comunque spesso ho notato che anch’io posso insegnare loro qualcosa. Anche se sono giovane ho vissuto esperienze (tipo vivere all’estero) che molte persone over 40 non hanno mai provato. Temevo, forse scioccamente, che qualcuno mi avrebbe guardato male o in maniera strana a causa della mia giovane età (ma perché, poi??), e invece non è stato così. Alla fine ho scoperto che, tra tutti, quella che ne sa più di adozione, almeno sul piano giuridico, sono proprio io. Gli under-30 sanno usare meglio Google 😉

All’inizio del corso la psicologa ci ha chiesto di presentarci agli altri. Benissimo. Quello che più temevo.
Avevo paura che la voce mi tremasse, di diventare rossa dalla vergogna, proprio come quando ero bambina e a scuola arrossivo soltanto se la maestra pronunciava il mio nome…
Invece, credo di essere stata brava. Devo ammettere che con gli anni sono migliorata. In effetti nell’ultimo periodo mi è capitato spesso di dover parlare davanti a diverse persone, sia per le presentazioni dei miei libri, sia al lavoro, dove sono comparsa in diversi filmini per la promozione dell’azienda (cosa che non ho chiesto io, ma che i miei capi mi hanno praticamente costretta a fare, perché pensavano di fare bella figura facendo partecipare l’impiegata più giovane dell’azienda – sì, pure lì sono la più piccola!!).
Molte delle coppie presenti – tutte nervose come noi, lo sottolineo – hanno esperienze simili alle nostre: hanno provato a lungo ad avere un bambino, dopo aver fatto degli esami hanno scoperto di avere dei problemi, hanno provato con la PMA e poi sono approdati all’adozione. Era presente anche una coppia che ha già una figlia di cinque anni (credo che quando lo hanno ammesso tutti abbiano provato l’istinto di strozzarli), ma che non riesce ad avere un secondo bambino.

Dopo le presentazioni la psicologa ci ha chiesto di fare un brain storming e pensare a tutte le parole che il termine “adozione” ci fa venire in mente… Anche in questo caso, diversamente da mio marito che, stranamente, è rimasto in un imbarazzato silenzio, io sono riuscita a dire la mia. Ne ero parecchio soddisfatta! Eva 1 – Timidezza 0
Alcune delle parole che ricordo sono: fare tua una cosa, aiuto, solidarietà, maternità, famiglia, futuro, mamma e papà, speranza, felicità, gioia, paura…
In seguito ci hanno chiesto di parlare delle nostre paure e aspettative rispetto all’adozione, e ci hanno dato qualche informazione sui tempi e sulle leggi, tema che comunque sarà affrontato meglio nel secondo incontro, giovedì prossimo.
Poi la psicologa ci ha diviso in due gruppi (“scoppiando” le coppie) e a entrambi ha dato un lavoro da svolgere: il mio gruppo doveva pensare a quali sono i limiti e le risorse della coppia che vuole adottare, mentre il gruppo di mio marito doveva pensare ai limiti e alle risorse del bambino abbandonato che si ritrova in una nuova famiglia. Devo dire che anche in questo frangente sono stata abbastanza propositiva.
Durante il nostro brain storming si è acceso un piccolo dibattito tra due componenti del gruppo. Una ragazza si è detta molto preoccupata per il rischio sanitario, soprattutto nel caso di adozione internazionale, ovvero la possibilità (a cui io non avevo mai minimamente pensato) che un bambino che il Paese di origine dichiara sano con il tempo riveli poi delle patologie anche gravi. Un altro signore sosteneva che questa possibilità non dovrebbe costituire una paura per la coppia che adotta, perché anche un bambino concepito naturalmente potrebbe avere delle malattie. Sinceramente la questione non mi turba più di tanto.
A parte il fatto che io e mio marito siamo più propensi per l’adozione nazionale, e questo problema in Italia non dovrebbe sussistere, anche se decidessimo di optare per quella internazionale devo dire che non importa se il bambino dovesse presentare delle malattie in futuro. Cavolo, è – sarebbe – nostro figlio, lo cureremo con tutti i nostri mezzi e possibilità, e se non dovessimo riuscirci cercheremo di dargli la migliore vita possibile e saremo felici ugualmente!
Durante il corso è venuto fuori un altro argomento che, sinceramente, mi fa imbestialire, sentimento che non ho nascosto e spero di approfondire durante i colloqui “privati”.
La legge, almeno qui da noi in Emilia-Romagna (ma credo che le cose cambino da regione a regione), prevede che le coppie forniscano un documento in cui i genitori di entrambi i coniugi si dichiarano favorevoli all’adozione. Nonostante gli innumerevoli problemi con i miei genitori, sono sicura che non esiterebbero a dare il consenso. Non è questo il problema. Il problema è un altro. Ho chiesto alla psicologa se può essere un fattore discriminante per gli aspiranti adottanti il fatto che i genitori di un coniuge decidano di non firmare il documento in questione. Lei mi ha detto di no. Per me tutto questo è incoerente.
Se il fatto che i futuri “nonni” non siano d’accordo con l’adozione non è un punto a sfavore, allora, perché cavolo chiederlo? Se la legge fosse coerente, dovrebbe automaticamente scartare le coppie i cui genitori dicono di no.
E per quanto riguarda le coppie che ottengono il consenso dei genitori, a questo punto anche i futuri “nonni” dovrebbero sostenere dei colloqui con la psicologa e gli assistenti sociali. Voglio dire, cosa te ne frega se i nonni sono favorevoli o meno, se non controlli neppure se sono persone a posto oppure no?
In tutti i modi, anche se la legge fosse coerente la cosa non mi andrebbe giù.
I miei genitori possono anche essere fuori di testa (ehm, e infatti è così), ma questo non pregiudica le mie qualità come persona e le mie capacità di essere una buona mamma. Ma è possibile che a 26 anni piuttosto che a 30 o a 50, si debba ancora ottenere il consenso dei genitori per fare qualcosa? Non siamo mica bambini che devono chiedere il permesso per andare in gita scolastica!
L’adozione è una questione intima e privata che riguarda un uomo e una donna, una coppia, e basta.
Purtroppo in Italia la famiglia non viene considerata l’insieme di un lui e una lei (ma anche due lui o due lei! Seee, prima di arrivare a questo traguardo…) e degli eventuali figli. No.
In Italia la famiglia è considerata lui+lei+tutti i parenti viventi. Lo stato ci considera dei bamboccioni a vita. E questo non mi piace. Siamo NOI ad adottare un bambino. Non i nostri genitori. PUNTO.

Questa giornata è stata faticosa ma non inutile, anche se in realtà non ho appreso nuove informazioni, dato che conoscevo già le nozioni fornite dalla psicologa e dall’assistente sociale. Comunque mi è piaciuto confrontarmi con gli altri e soprattutto sentire le storie di coppie che hanno problemi simili ai nostri.
Dall’incontro ho capito una cosa importante: la maggior parte delle persone che aspirano ad adottare insistono a voler paragonare un bambino adottato ad un bambino avuto naturalmente. Per questo tutti sperano di ottenere (scusate il termine) un neonato e non un bambino più grandicello.
Ma il fatto è che, anche se ricevi in adozione un bimbo di qualche mese, non sarà mai come avere un figlio naturale. Concepire un bambino e adottarlo sono due cose completamente diverse.
La gravidanza crea un legame tra madre e figlio che non si può ricreare in nessun modo. Anche se adotti un bambino piccolissimo, lui è comunque rimasto nove mesi nel grembo di un’altra donna, non puoi fingere di averlo dato tu alla luce…
L’adozione è un percorso difficile, sia per i genitori che per il figlio. Occorre tanta pazienza e capacità di sacrificarsi per adottare. L’adozione è un percorso ad ostacoli che però, nel lungo periodo, ti può dare tantissima gioia. E io sono pronta a dare e ricevere questa gioia. Solo che preferirei affrontare questo percorso con un altro spirito. Ora sono troppo impaziente, delusa, arrabbiata, speranzosa… Ho sempre sognato di adottare. Ma ora non posso che sperare che la prossima PMA vada bene, e di riavvicinarmi all’adozione quando sarò più matura, più calma, più serena, più paziente.

Ma se così non dovesse essere, se la Natura ci dovesse ostacolare nuovamente, se dovessimo procedere con l’adozione… Io sono pronta. Metterò da parte tutta la mia rabbia e l’impazienza.
Mio figlio è da qualche parte che mi aspetta, e farò qualsiasi cosa per riuscire a trovarlo.

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Nuove speranze

Adozione. O PMA. Oppure una vita senza figli. Credevo fossero queste le uniche strade che il destino aveva da offrirci. E invece no. Ora si è aperto un nuovo cammino davanti a noi, nuove possibilità, nuove speranze. Forse questo cammino non ci porterà a nulla, forse sperare si rivelerà inutile, ma almeno ora esiste un’altra strada. E no, non si tratta di rapire un bambino o comprarlo al mercato nero…

Sabato scorso Marito è andato a fare una visita da un andrologo/urologo molto rinomato. Ultimamente ha spesso dei dolori laggiù, e ci sembrava giusto capire se c’era qualcosa che non andava prima di iniziare il prossimo ciclo PMA. Come vi ho già detto, finora non era emersa la causa dei suoi spermini poco piacenti. L’urologo altrettanto famoso che l’ha visitato a febbraio aveva detto che non c’era alcuna causa apparente. A suo parere, non soffriva né di varicocele né di prostatite. E anche i medici del centro PMA hanno dato per scontato che non ci fosse alcuna causa, ma che fosse semplicemente nato così. Insomma, che fosse solamente un po’ sfigato.

Sabato, mentre Marito era nello studio medico, io ho aspettato pazientemente nella sala d’attesa. Avevo il cuore in gola. Ero agitatissima. Non so per quale motivo, ma dentro di me sentivo che c’era qualcosa che non andava. Anzi, non è esatto. Io sentivo che c’era qualcosa. Non ero né ottimista né pessimista… Sapevo solo che c’era qualcosa.

Quando Marito finalmente è uscito, mi sono fatta raccontare tutta la visita per filo e per segno. Dopo i soliti commenti e lamenti sulla visita poco piacevole, Marito mi ha detto che il dottore ha individuato subito la causa dei suoi dolori: ha una prostatite. Una prostatite che sta peggiorando sempre di più e di cui probabilmente soffre da parecchio tempo, e che il precedente dottore non ha diagnosticato (ci sarebbe da fargli causa…), forse perché è stato troppo superficiale, e a cui neppure i medici del centro PMA hanno pensato, nonostante i vari spermiogrammi abbiano sempre evidenziato una grossa presenza di batteri, anche dopo le cure antibiotiche (e, a detta dell’andrologo, questi batteri avrebbero dovuto far capire subito ad uno specialista che c’era un’infezione).

Sicuramente la morfologia e la motilità pari a zero degli spermini sono dovute a questo. E dopo la cura di due settimane a cui Marito deve sottoporsi, sicuramente la loro qualità migliorerà. Per quanto riguarda il basso numero di spermini il dottore non si è espresso. Ha detto che è probabile che la quantità aumenti, ma non sa se arriverà a livelli normali.

Sapete cosa significa tutto questo?

Non voglio illudermi troppo, ma… Se davvero è questa prostatite la causa degli spermini lenti e brutti, e visto che questa causa può essere curata, se davvero gli spermini miglioreranno… Se dovessero crescere abbastanza di numero… Noi potremmo avere un figlio in modo naturale. Potrebbe bastare fare un monitoraggio dell’ovulazione e avere rapporti nei giorni giusti per rimanere incinta… Insomma, potremmo concepire un bambino facendo l’amore sul letto, sulla lavatrice, in giardino, insomma, dove cavolo ci pare, ma non in una provetta, non mettendo il nostro destino nelle mani di un biologo… Mi sento così strana a dirlo! Ma anche se questa fantasia dovesse rivelarsi troppo lontana dalla realtà… Anche se gli spermini dovessero rimanere pochi, se la loro qualità migliorerà (e secondo il medico questa è una certezza) e dovessimo ricorrere nuovamente alla PMA, potremmo produrre (che brutta parola!) embrioni migliori…

Insomma, anche se non dovesse accadere un miracolo, questa è una buona notizia!

L’andrologo ha detto di iniziare comunque a pianificare la prossima ICSI (e certo, mica paga lui, mica si fa imbottire lui di ormoni!). Avevamo già preso appuntamento con il centro PMA per il prossimo sabato. Ovviamente ci andremo e sentiremo cosa ci dirà la dottoressa. Intanto vorrei che mi preparasse, per ogni evenienza, il nuovo piano terapeutico e che mi facesse le prescrizioni per gli ormoni. Ho fatto i calcoli dei giorni del ciclo, e ho previsto che dovrei iniziare a prendere gli ormoni attorno al 25 settembre. Per quella data Marito avrà già terminato la cura e avrà già potuto fare un nuovo spermiogramma, dopo aver aspettato naturalmente qualche giorno dalla fine della terapia, per vedere se la situazione è, e quanto, migliorata. A quel punto sapremo se dovremo ripetere la PMA, come previsto, o se avremo altre possibilità.

Qualunque cosa dovesse accadere, io sono pronta. Ormai sono tre mesi che penso al nuovo tentativo di PMA, sono pronta a ripetere la cura ormonale, a diventare insopportabile, ad andare fuori di testa, a vedere la mia pancia diventare una forma di Emmenthal, a mettere la mia felicità nelle mani di una biologa e a sopportare le due terribili settimane post transfer. Anche se la cura di Marito non dovesse dare risultati miracolosi, non importa. Ho già da tempo archiviato la speranza di poter avere figli in modo naturale.

Però, in fondo al cuore, non posso che sperare che la vita riesca a sorprendermi, nuovamente… E in un modo o nell’altro sono certa che rimarrò sorpresa.

La settimana prossima iniziamo anche il corso per l’adozione. Sono agitata, piena di ansie e di paure. Quante emozioni tutte insieme! Però sono felice. Sento che sta per succedere qualcosa, in un modo o nell’altro. Non ho la più pallida idea di come diventerò madre, e non mi importa saperlo. Mi importa soltanto riuscirci. Ed ora sono sicura che ce la farò. In qualsiasi modo. Mamma di pancia, di provetta o di cuore. Non ha importanza.