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L’alchimista, maternità, pma, adozione, destino… E altri pensieri random

Avete mai letto “L’Alchimista” di Paulo Coelho? E’ uno dei miei libri preferiti. E’ strano. Proprio io che sono così cupa, drammatica, complicata, ho amato un romanzo tanto semplice e delicato, come un favola. In questa storia l’autore ci insegna che nulla accade per caso e che, se impariamo ad ascoltare il nostro cuore, riusciremo a compiere la nostra leggenda personale. Ogni volta che mi trovo in difficoltà, io ripenso al pastore Santiago.

Nella mia vita ho dovuto combattere contro tanti momenti bui, forse anche troppi. Non sono mai riuscita a dare una spiegazione ai drammi che ho dovuto affrontare (perché proprio a me? Cos’ho fatto di male? Perché Dio mi odia?), ma ogni volta il dolore mi ha portato verso qualcosa di bello. E così ho cominciato a pensare che tutte le cose brutte che mi sono capitate fossero non delle punizioni, ma dei doni, perché mi hanno permesso di diventare più forte e di ottenere la vita che desideravo.

Quando ho scoperto che io e Marito non potevamo avere figli, per un attimo mi sono sentita precipitare in un baratro. Tutto quello che a fatica ho conquistato – l’amore, la casa, il lavoro, gli amici – non è certamente qualcosa di scontato. Ma un figlio… Per avere un figlio non servono grandi qualità. Bastano un uomo e una donna che fanno sesso. Non serve neppure il sentimento. Tutti riescono ad avere figli. Ma noi no.
Belen (una che è famosa per il suo culo ed è stata con Fabrizio Corona, e solo per questo dalla vita non merita nulla) aspetta un figlio da un uomo (uomo? Ragazzino!) che ha fregato ad un’altra. Probabilmente tra pochi mesi si molleranno e lei farà ancora più soldi vendendo le prime immagini del suo bambino a Novella 2000. Anche se sarà una madre single non faticherà a trovare un altro compagno.
Raffaella Fico (un’altra che è famosa per cosa? Boh, probabilmente anche lei per il suo culo) aspetta un figlio da un uomo che non si sa neppure bene se sia il vero padre o no. Mentre lui si diverte ad ubriacarsi e a farsi delle bionde a Saint Tropez, lei vende il suo pancione ai giornali di gossip.
Ieri una ragazza di ventuno anni ha partorito due gemelli e ne ha lasciato uno nel cassonetto. Nel cassonetto. (Commento di Marito: proprio ieri ero a Bologna, se lo sapevo lo prendevo su io!).
E potrei andare avanti per ore ad elencare esempi di persone che non meriterebbero nulla, eppure sono state miracolate del grande dono di poter avere un figlio, senza neppure rendersi conto della propria fortuna. E questo mi fa incazzare. Ma incazzare da bestia, eh. Perché noi no?

Con il passare del tempo ho cominciato a pensare che forse c’è un motivo per cui io e Marito dobbiamo affrontare quest’ennesima difficoltà. Forse tutto questo ci renderà più forti. Forse il nostro destino è quello di aspettare e patire tanto perché così è scritto.

Dopo il fallimento del nostro primo tentativo di PMA ho scritto che avrei contattato i servizi sociali per iniziare la pratica di adozione. E così ho fatto. Il primo colloquio è fissato per il 30 luglio. Probabilmente molti di voi hanno pensato che il mio fosse un gesto avventato, dettato dalla rabbia e dall’impazienza, ma… Non è così.

Premetto che l’idea di avere un figlio non è un desiderio recente, né un capriccio. Fin da piccola ho sempre mostrato un forte istinto materno e di protezione nei confronti degli altri bambini. Sono sempre stata più matura dei miei coetanei e, almeno durante gli anni delle elementari, sembravo più grande anche da un punto di vista fisico. Ero più alta e più forte persino dei maschietti (la mia crescita si è fermata a undici anni, quando sono diventata signorina, ed ora sono una tappa di un metro e 63…). Mi veniva naturale proteggere le mie amichette dai dispetti dei maschietti, dare loro consigli, coccolarle proprio come farebbe una madre. Verso i sedici anni sono diventata consapevole del mio desiderio di maternità. Da brava adolescente tormentata e cupa credevo che non avrei mai trovato un uomo che mi amasse, perciò immaginavo già che dieci anni dopo o giù di lì mi sarei dovuta rivolgere ad una banca del seme e sarei diventata una mamma single. Ora che ci penso, forse sono dotata di un sesto senso, visto che in effetti, proprio dieci anni dopo, mi sono sottoposta alla fecondazione assistita… O__o Ma non divaghiamo.

Qualche anno fa ho cominciato a pensare che mettere al mondo un figlio fosse un desiderio egoistico. Proprio così.  “Ci sono tanti bambini orfani,” mi dicevo, “che senso ha dare alla luce un altro bambino? Non sarebbe meglio dare prima una famiglia a chi non ce l’ha?”

Crescendo e diventando donna, però, ho cominciato a desiderare di avere un figlio biologico, un figlio tutto mio. Non mi vergogno per questo, è un istinto naturale, è quello che ha permesso al genere umano di continuare ad esistere.

Il sogno di adottare, però, non mi ha mai abbandonata. Negli ultimi tempi, ben prima della PMA fallita, ho cominciato a pensare che, forse, fosse proprio questa la nostra strada. L’adozione. Forse proprio per questa mia grande sensibilità ed empatia il Signore desidera che noi adottiamo un bimbo. Perché noi ne siamo capaci. Forse la nostra sterilità è un segno del destino… E non sarebbe un brutto destino, anzi…!

Questo pensiero mi rende serena. Ho già affrontato tante cose brutte per poi ritrovarmi tra le mani qualcosa di bello, forse questa è l’ennesima prova che dobbiamo superare per raggiungere la felicità.

A volte, però, questa sicurezza mi abbandona. Mi piace pensare che ci sia una spiegazione a tutto, che il dolore non sia una punizione, ma un segno, una prova, però… A volte penso che le nostre vite siano dominate dal caos. Se davvero tutto avesse un senso, se davvero ci fosse un destino, perché esistono bambini che nascono nei Paesi del Terzo Mondo e sono condannati a morire senza neppure avere la possibilità di combattere? Perché ci sono bambini che vengono maltrattati fin da piccoli e condannati a diventare criminali, o rimanere traumatizzati per la vita? Perché ci sono persone tanto buone a cui viene diagnosticato un male incurabile e altre egoiste, stupide, maligne che vivono un’esistenza da favola e ottengono tutto ciò che desiderano?

Tutto questo ha un senso? No. E allora perché le nostre difficoltà dovrebbero averlo?

Talvolta penso che non esista alcun destino, alcun segno divino, che non ci sia nessuna prova da superare, niente da dimostrare.

A volte penso che Dio, o chi per lui, sia un mero spettatore del nostro dolore. Che non intervenga per darci dei segnali. Penso che tutto sia nelle mani del caos.

E il caos mi fa paura.

Io DEVO pensare che prima o poi troverò il mio cammino, che tutto questo dolore significhi qualcosa, che alla fine della sofferenza ci sia la felicità… Perché, se così non fosse, vorrebbe dire che ci sono buone probabilità che io non troverò mai la mia felicità, che non sarò mai madre, anche se me lo merito (perché so di meritarmelo), anche se potrei donare una vita felice ad una piccola creatura, perché il mondo è dominato dal caos, e il caos non guarda in faccia nessuno.

Non ho mai creduto alla fortuna e alla sfortuna, ma soltanto al destino e a Dio. Ora la mia fede comincia a sgretolarsi. E questo è peggio di qualsiasi diagnosi di sterilità.

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Dai, cazzo!

 La mia faccia quando la gente mi chiede: “E bambini? Ancora niente?”

Eccomi qui. Sono ancora viva. Ho smesso di piangere. Già da un po’ di giorni, a dire il vero.

Mercoledì sono rientrata in ufficio. Mi tremavano le gambe, come se fosse il mio primo giorno di lavoro, anzi, ancora peggio, come una ragazzina al primo giorno di superiori.

Naturalmente tutti i colleghi non hanno fatto altro che esclamare “bentornata!” e chiedermi “come stai?”

Sono consapevole che non sanno quello che sto passando, ma avrei voluto bruciarli tutti con lo sguardo. Credo che il mio responsabile abbia intuito più o meno a che tipo di “operazione” mi sono sottoposta, perché tempo fa aveva indovinato che ero sotto ormoni (io avevo parlato genericamente di “farmaci”) e quando gli ho fatto presente che in autunno dovrò ripetere questo fantomatico “intervento” lui non ha fatto domande ma mi ha solamente consigliato di stare calma e distrarmi un po’.

Il rientro al lavoro non è stato particolarmente traumatico. Ho ritrovato subito la concentrazione e ho sparato le mie cazzate con i colleghi come al solito. Tenere il muso non sarebbe servito a niente, se non a far aumentare la curiosità della gente.

Oggi io e Marito siamo tornati al centro PMA per parlare con la ginecologa di un eventuale futuro tentativo, che potremo fare a ottobre. Ho chiesto lumi su quanto accaduto, ma la dottoressa ha detto che non è possibile sapere come mai la gravidanza non è andata avanti. Mi ha rassicurata dicendo che gli sforzi che ho fatto mentre ero a casa non c’entrano niente. Almeno posso smetterla di sentirmi in colpa.

Non so ancora se faremo sempre a Reggio Emilia il prossimo tentativo, oppure al Demetra di Firenze. Ho sentito parlare bene anche del Tecnobios di Bologna. Probabilmente userò i giorni di ferie che ho ad agosto per andare a sentire un po’ in giro (sperando che ad agosto tutti i dottori non siano in vacanza!) perché se chiedo altri giorni a luglio il mio capo potrebbe uccidermi.

Come programmato ho anche preso appuntamento con l’assistente sociale per iniziare la pratica per un’adozione, ma questo argomento merita un post a parte.

Io e Marito non avevamo previsto di andare in vacanza quest’anno, ma dato che le cose sono andate male e abbiamo entrambi due settimane di ferie in agosto vorremmo trovare un posticino economico e isolato dal mondo dove recuperare un po’ di forze per qualche giorno.

In questo momento vorrei soltanto stare lontana da tutti. Non sopporto più nessuno.

Non sopporto i colleghi che mi prendono in giro perché sono pallida come un morto (dopo sedici giorni di malattia pensavano forse che sarei tornata abbronzata??).

Non sopporto la tabaccaia che l’altro giorno, quando io e Marito siamo andati a comprare le sigarette, con tono allegro ci ha chiesto: “E bambini? Ancora niente?”

Non sopporto le donne incinta che incontro OVUNQUE e che si accarezzano il pancione manco stessero per dare alla luce il futuro salvatore del mondo… Si vede che siete in attesa, sembrate delle balene, non c’è bisogno di ostentare, stronze!

Non sopporto le donne che cercano il secondo figlio e poi sono sconvolte perché arriva subito, quando il primogenito è ancora in fasce… Ma andate un po’ a fanculo, va! Se non vuoi rimanere incinta  usa un cazzo di preservativo!

Non sopporto le “amiche” che alla notizia del mio tentativo fallito mi hanno mandato un sms dicendo “Quanto mi dispiace!”… Né una chiamata, né una visita, né un’e-mail…

Non sopporto l’amica neo-mamma che mi chiede in continuazione di andarla a trovare per vedere il suo pupo… Io tuo figlio non lo voglio vedere, non lo posso vedere! Posso permettermi di essere egoista, una volta ogni tanto?

E non sopporto me stessa perché le ho detto di sì, e so che l’andrò a trovare, farò mille complimenti al bambino, lo riempirò di regali spendendo un patrimonio e poi quando sarò da sola scoppierò a piangere…

DAI, CAZZO!

Ecco, ora mi sento un pochino meglio.

Dopo questo sfogo vorrei aggiungere dell’altro.

La vita mi ha insegnato che bisogna affrontare tutto con decisione, a testa alta, che si deve combattere per ciò in cui si crede e che ogni dramma, ogni dolore, può rappresentare una possibilità. E’ difficile capirlo mentre si sta vivendo un momento buio, ma sono sicura che sia così.

Le persone che hanno figli per caso o senza alcuna difficoltà non si rendono conto della loro fortuna. Non sapete quanta gente di mezza età conosco che si lamenta dei propri figli e afferma che se tornasse indietro non li metterebbe al mondo. Forse c’è un motivo per cui noi dobbiamo soffrire e aspettare tanto. Ora non riesco a capire questo motivo, ma un giorno ci riuscirò. O forse il nostro destino è quello di dare amore ad un bambino che è stato abbandonato. Forse Dio sta cercando di dirci che da qualche parte c’è una creatura che non ha avuto l’amore che merita e sa che noi, invece, possiamo donarglielo.

O forse non esiste alcuna spiegazione, alcun destino, e se tutti noi dobbiamo patire tanto è solo perché la Natura è stronza. Ma preferisco la prima ipotesi.

Ed è vero che la maggior parte delle mie amiche non si sono dimostrate tali, ma grazie a questo blog ho potuto conoscere tante persone che sanno starmi vicino come le persone “reali” non sanno fare. Può sembrare triste, ma in realtà sono fortunata. C’è chi non ha nessuno, io ho voi!

E sono fortunata ad avere un marito che sa farmi ridere e combatte con me, per me, per noi.

Mi piacerebbe avere anche dei genitori con cui parlare e da cui ricevere conforto, e delle amiche con cui sfogarmi, ma devo accontentarmi di quello che ho. E, in fondo, mica è poco, eh!

Mi sembra di essere tornata indietro nel tempo di mesi, quando io e Marito stavamo ancora facendo tutte le analisi, ed io ero elettrizzata all’idea della PMA, ingenuamente convinta che saremmo stati fortunati al primo tentativo. Ora inizia un’altra atroce attesa, c’è sempre la determinazione a combattere ma manca l’entusiasmo, perché è forte la paura di un’altra delusione.

Ma la vita è questa, e non si può far altro che andare avanti.

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Sono incinta, ma…

Vi ricordate quando vi ho parlato di come ho sempre immaginato quel momento di felicità? Il momento in cui avrei visto il test di gravidanza positivo e, felice come non mai, l’avrei annunciato a Marito?

Esattamente due giorni fa ho vissuto quel momento. Ma, come spesso accade nella vita, la realtà si è rivelata ben diversa dal sogno.

E’ da quasi una settimana che per caso ho scoperto di avere in casa un test di gravidanza. Per giorni e giorni ho resistito dal farlo, ben sapendo che era troppo presto per ottenere un risultato valido. Due giorni fa, al 12 pt, ho deciso di farlo, in anticipo di due giorni rispetto a quello che mi aveva detto il centro.

Ho aspettato che Marito uscisse per andare al lavoro, mi sono alzata, ho pregato, con gambe tremanti sono andata in bagno, ho fatto il test e poi, un po’ intontita e ancora assonnata, ho atteso l’agognato risultato.

Due linee. Per la prima volta in due anni ho visto due linee. Certo, la seconda era decisamente flebile, ma… C’era. C’erano due linee.

“Cazzo. Sono incinta.”

Mi sono messa a ridere. Il cuore mi batteva a mille. Ma la felicità è durata poco. La paura ha preso il sopravvento. Avvertivo un brutto presentimento, come se sapessi che quella felicità non era destinata a durare, che non mi spettava

Ho chiamato Marito e gli ho dato la buona notizia. Anche lui era frastornato e non riusciva a gioire. Poi ho deciso di andare a fare le analisi del sangue per vedere il dosaggio delle beta. Ormai, a furia di leggere su internet le esperienze delle altre donne, sapevo che valori aspettarmi.

Dopo poche ore ho avuto il risultato. E ho capito il perché del mio brutto presentimento.

18,52

Un valore basso, molto basso rispetto alla media, che è di 100 o persino di più, anche se su alcune tabelle che ho trovato in rete il valore sembra regolare.

Ho chiamato la ginecologa che ha cercato di rassicurarmi dicendo di ripetere le beta dopo due giorni, ovvero oggi.

Ieri per tutto il giorno ho avuto dolori e crampi al basso ventre, a volte anche forti. E mi sono iniziate delle perdite di sangue, molto leggere.

Stamattina ho ripetuto le beta.

44,72

Il valore è più che raddoppiato, com’è giusto che avvenga. Ma è ancora basso. Ho richiamato la ginecologa, che ha confermato i miei dubbi, ma mi ha detto di rimanere calma e ripetere l’esame sabato, sperando che i valori si alzino, e intanto continuare il progesterone.

Da quello che ho letto su internet potrebbe trattarsi di una gravidanza biochimica, ovvero una gravidanza che non va a buon fine e termina nei primi giorni. Significa che l’embrione si impianta nell’utero, ma poi non ce la fa a sopravvivere.

Ho passato tutta la giornata stesa sul divano, a dormire, a piangere, a cercare di immaginare cosa accadrà.

Sono incinta ma non posso esserne felice, perché è molto alta la probabilità che il mio sogno mi venga strappato subito via.

Ho paura. Ho tanta paura. Vorrei poter dormire fino a sabato.

Sono incinta. Non riesco neanche a dirlo.

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Tra sette giorni…

La mia faccia mentre aspetto l’esito delle beta.

 

Oggi 7 pt.

Per chi ancora non mastica queste abbreviazioni internettiane, significa “7° giorno post-transfer”. (Io ho impiegato settimane intere a capire queste cavolo di abbreviazioni… Pt, pm, po, e chi più ne ha più ne metta…).

Questo significa che sono a metà della mia attesa. Tra altri sette giorni potrò fare l’esame delle beta e scoprire se sono incinta oppure no. Se i miei embrioncini hanno attecchito oppure se – puff! – se ne sono andati, così, senza dire nulla.

L’attesa è atroce.

Ho passato i primi tre giorni a dormire 20 ore su 24, proprio io che sono una donna così attiva e quando sono a casa dal lavoro, anche se sto poco bene, colgo sempre l’occasione per fare qualcosa di utile. Avevo paura a muovermi anche solo di un centimetro, nonostante sapessi che le mie erano solo stupide paranoie. Mi sentivo stanca, stanchissima, sia fisicamente che mentalmente. E quando mi svegliavo aprivo il frigo e mangiavo qualsiasi cosa mi capitasse tra le mani, per poi ricominciare a dormire.

Dopo tre giorni passati così mi sentivo le gambe a pezzi, ed ero psicologicamente sconvolta. Mi sentivo trasformata, una specie di ameba.

Piano piano ho ritrovato le energie, e anche la voglia di fare. Ovviamente non posso fare grandi sforzi, ed è Marito a fare la maggior parte dei lavori di casa, però ho ritrovato la forza per mettere un po’ in ordine qua e là, per guardarmi dei bei film che non ho mai il tempo di guardare, per finire di scrivere il mio romanzo, per leggere senza addormentarmi con il libro in mano come succede in ogni sera “normale”, per stare in giardino con i cani a prendere il sole, per fare qualche collage di foto che rimandavo da troppo tempo…

Lunedì è il mio compleanno e ho invitato un po’ di amici a casa per una cena. Saremo in dodici, non sono abituata a cucinare per tante persone, perciò ho un bel po’ di cose da organizzare!

Insomma, ho trovato il modo per ingannare l’attesa.

Anche se il pensiero, quel pensiero, è sempre lì.

E’ da giorni che prego Marito di andarmi a comprare un test di gravidanza, ma lui si rifiuta, dice che è troppo presto. Per una volta ha ragione lui. Su internet ho letto di diverse ragazze che hanno fatto il test di gravidanza troppo presto e hanno avuto un risultato negativo… Mentre invece le beta risultavano positive. E’ inutile che mi preoccupi per niente.

Ho passato mesi a sopportare analisi di ogni tipo, punture, paure, pianti… Ma il momento più difficile è questo. L’attesa.

I primi due giorni sentivo qualche dolorino alle ovaie. Ora non ho più alcun sintomo, se non il seno gonfissimo, che però potrebbe anche essere un campanello d’allarme dell’arrivo delle Malefiche Rosse (ecco, quando penso a loro la mia faccia si deforma tipo “L’urlo” di Munch), oppure un semplice effetto collaterale dato dal progesterone che assumo ogni giorno come terapia post transfer.

Non ho sintomi, ma non è questo a preoccuparmi di più.

Il problema è che io NON mi sento incinta.

So che è un discorso stupido. So che durante il primo periodo della gravidanza non si sente nulla. Lo dicono in tante donne. Eppure io ho sempre creduto che, una volta incinta, l’avrei sentito. Non a causa dei mal di pancia o di altri sintomi fisici, ma… Ho sempre pensato che l’avrei sentito nel mio cuore.

Ed io non sento nulla. Se non un grande vuoto.

Marito dice che, anche se fosse così, non devo farne un dramma. Che ci riproveremo. Anche le mie amiche dicono lo stesso. “Tanto puoi riprovare”… oppure: “Beh, dai, almeno sei giovane, pensa se avessi quarant’anni! Ne hai di tempo!”

Certo. Sulla carta hanno tutte le ragioni del mondo.

Ma cosa ne sanno, loro?

Sanno cosa significa desiderare tanto qualcosa (e non un viaggio o una borsa firmata, ma un FIGLIO) e non sapere quanto dovrai aspettare per averlo? Sanno cosa vuol dire farsi fare una puntura ogni sera, sentirsi le ovaie gonfie e avere voglia di ridere e un secondo dopo di piangere? Sanno cosa vuol dire sopportare tutto questo per ottenere quello che le altre coppie, le coppie normali, ottengono facendo l’amore, magari dopo una cena romantica a lume di candela? Sanno cosa vuol dire vivere una vita IN SOSPESO?

Non ne sanno niente. Beati loro.

Anch’io un tempo non ne sapevo niente. Ora so tutto. E fa male. Cazzo, se fa male.

Voglio solo sapere la verità, per poter gioire, o per poter piangere un po’ e poi trovare la forza per ripartire.

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Quel momento di felicità

È da due anni che lo immagino.

Al mattino quando spengo la sveglia e, mezza addormentata, mi nascondo sotto le coperte per godere ancora di qualche minuto di pace…
Mentre sono in macchina diretta verso l’ufficio e ascoltando la radio canticchio sottovoce…
Al lavoro, quando la mia mente annoiata vola via, lontano…
Alla sera quando, accucciata sul divano insieme a Marito, guardo la televisione…
Negli istanti un po’ nebulosi prima di addormentarmi, quando riemerge in me tutta la rabbia, la frustrazione e la speranza…
Quando dormo, nei miei sogni…
Lo immagino sempre.
Quel momento di felicità.


Il momento in cui, guardando il test di gravidanza, scoprirò di essere incinta.
Il copione è sempre lo stesso. Quando guardo il test sono da sola, chiusa in bagno. Scoppio a piangere. E in quel pianto è racchiusa tutta la felicità che ho sempre sognato di provare, un giorno. Una felicità talmente intensa che mi sembra quasi di morire… Rido, e piango.
Poi corro da Marito. Sto in silenzio e gli mostro il test, cercando di trattenermi dal ridere… So che lui non capirà. È un uomo, di queste cose non sa niente. Non ha idea di cosa significhino quelle due benedette linee! Non riesce neanche a parlare, mi guarda come per incitarmi a dirgli qualcosa, a dirgli la verità. E poi io rido. Rido senza freni, come non ho mai fatto prima.
E urlo: “Ce l’abbiamo fatta!”
Lui ride, poi piange, poi mi abbraccia, a lungo, per un tempo infinito, le nostre lacrime si mescolano, le nostre risate riempiono l’aria…

Ma i miei sogni non finiscono qui. Non esistono limiti ai sogni, quindi… Perché non sognare in grande?
Vedo io e Marito che sistemiamo la cameretta, che fino ad oggi è servita come studio/magazzino… Una stanza disordinata, incompleta, insensata, una stanza in attesa, proprio come noi, di qualcosa di bello, di qualcosa di migliore. Discutiamo per il colore delle pareti, sistemiamo i mobili, compriamo l’armadietto, la culla, diecimila giocattoli…
Mi vedo con un bel pancione seduta sul divano a divorare tavolette di cioccolato, e Marito che mi guarda adorante anche se sono una balena, perché io sono la Portatrice del Sogno… Del nostro sogno.
Vedo le nostre bimbe pelose che guardano con sospetto la mia trasformazione, e allora io e Marito spieghiamo loro che presto arriverà un bellissimo bambino nella nostra casa, e che porterà gioia a tutti, anche a loro, e che dovranno trattarlo bene, perché sarà per loro come un fratellino…
Vedo… Vedo tutto quello che ho sempre voluto.
Ed ora lo vedo più chiaro, i sogni ad occhi aperti sono più nitidi, perché il traguardo è vicino…

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Una settimana infinita

Prima di tutto, grazie a tutte per il vostro sostegno, davvero. Anche se non vi conosco di persona le vostre parole di conforto e solidarietà mi fanno molto piacere.

È da sabato che non riesco a dormire e non ho neppure più appetito (forse è meglio, perché vorrei cercare di perdere quei chiletti che ho messo su ultimamente, prima di gonfiarmi con gli ormoni…).
Sono perennemente in ansia. Mi sento i battiti a mille. In questi giorni cerco di pensare ad altro, di svagarmi, di passare poco tempo a casa… Lunedì sera dopo il lavoro sono andata a trovare mia nonna, ieri pomeriggio ho partecipato ad una manifestazione animalista, stasera sono andata a trovare un mio amico in ospedale… In ufficio c’è un gran casino e non ho neppure dieci minuti liberi per girovagare su internet sui soliti forum che parlano di maternità (e forse è bene così!)… Eppure… Il tempo sembra non passare mai!
Non vedo l’ora che sia sabato per fare la puntura di Enantone. Ho una fifa boia, eppure non vedo l’ora che arrivi quel giorno. Non vedo l’ora di iniziare. Non riesco a pensare ad altro! Proprio io, che ho una paura atroce degli aghi…

Mi sento ottimista e felice, forse anche troppo. Continuo a pensare che, tra un mese e mezzo o giù di lì, potrei essere incinta… Potrei finalmente realizzare il mio sogno, dopo questi mesi orribili in cui tutto sembrava perduto!

Lo so che non devo farmi troppe illusioni, che le cose potrebbero anche andare male, ma… Non riesco a non sorridere. Sono felice, ed era da tanto tempo che non mi sentivo così.

Esattamente un anno fa stavo organizzando il mio matrimonio. Fino a qualche giorno fa desideravo con tutto il cuore poter tornare indietro a quel periodo magico, alle prove dell’abito, alla scelta delle bomboniere, quando ancora non sapevo che gli spermini di Marito fanno schifo (una buona percentuale è priva di testa… O__o). Invece ora non faccio altro che contare i giorni che mancano a sabato. Questa settimana sembra infinita, e non oso pensare alle prossime!

Non vedo l’ora di farmi bucare, di ingrassare, di diventare isterica, di riempirmi di brufoli! Sarò un mostro tipo gli spermini di Marito, ma… Magari sarò incinta!

Oggi ho letto questo articolo sul Corriere della Sera. Un certo John Morris afferma che secondo lui  Jack lo Squartatore in realtà era una donna che, dopo aver scoperto di non poter avere figli, aveva deciso di vendicarsi uccidendo le ragazze e sventrando i loro corpi.

Fino a qualche giorno fa avrei pensato di essere una reincarnazione del famoso serial killer… Ora, invece, quando incontro una donna incinta o una mamma con al seguito il suo bambino, non posso fare a meno di sorridere e pensare tra me e me… Tra poco anch’io farò parte del club!

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Le donne invisibili

Sono ovunque. Le mamme sono ovunque. In primavera ad ogni angolo incontro una donna col pancione, oppure una mamma con al seguito uno o più bimbetti. E quando vedo una donna incinta che tiene per mano un figlio piccolo… Questa è l’apoteosi dell’invidia. Dentro di me penso che magari queste donne hanno pure calcolato perfettamente il tempo che doveva trascorrere tra una gravidanza e l’altra… E, chissà, magari sono pure amareggiate dal fatto che il secondo figlio sia stato concepito un mese prima del previsto, oppure dopo. Non posso neppure trovare un briciolo di consolazione criticandole perché sono sciatte o chiattone, perché… Beh, non lo sono. Le mamme di oggi sono glamour. Sono cool. Portano jeans attillati, borse firmate e spingono il passeggino indossando un tacco 12.
Cazzo, sono ovunque! Al supermercato, in ufficio, alle poste, al pub, al ristorante stellato, alla trattoria sotto casa, ovunque! Non mi danno un attimo di tregua! Potete sparire almeno per un giorno, per favore? Almeno per un giorno potete far sparire dalla mia mente il pensiero che tutte le donne siano mamme, tranne me?

E poi ci sono loro. Noi. Le donne invisibili. Quelle che desiderano con tutto il cuore, con tutto l’animo, avere un figlio, ma che la Natura ha punito decidendo che dovessero soffrire prima di ottenerlo. Donne che potrebbero essere ottime madri, se soltanto il destino desse loro questa opportunità. Donne che frequentano l’ospedale più di un ottantenne pieno di acciacchi che si rompe il femore un giorno sì e un giorno no. Donne costrette a mentire al lavoro per prendere ore di permesso per fare le analisi. Donne che, se osano confessare alla persona sbagliata il proprio problema, si devono sorbire consigli merdosi o prese in giro. Donne costrette a sorridere davanti all’ennesimo annuncio di una nuova gravidanza di una collega/parente/amica. Donne che ogni giorno ridono, anche se imbottite di ormoni. Donne che sentono un colpo al cuore ogni volta che passano davanti ad un negozio per bimbi. Donne che fanno dieci test di gravidanza ogni mese, conoscendo già il risultato. Donne che vivono, nonostante tutto.

Anche loro sono ovunque. Eppure non le vediamo. Il mondo non le vede. Non sono come le mamme, loro. Non si mettono in mostra, non cercano compassione, né simpatia. In pochi conoscono ciò che le tormenta. Chi le incontra per strada le vede come donne “normali”, forse persino felici. C’è addirittura chi le invidia. Persino certe mamme le invidiano. Perché loro, le donne invisibili, possono viaggiare, andare fuori a cena, permettersi gite fuori porta, il tutto senza marmocchi tra i piedi. Il fatto è che le donne invisibili non sognano altro che avere la propria routine sconvolta da dei marmocchi, e i viaggi, le cene, le gite, sono solo dei modi per riempire il vuoto che sentono dentro… Un vuoto che nessuno vede, che nessuno vuol vedere. Perché le donne invisibili sono forti, non mostrano il proprio dolore. E poi, in fondo, sappiamo tutti che il mondo non desidera vedere la sofferenza, che si copre gli occhi davanti ad essa.

Sono poche le persone a cui ho raccontato quello che io e Marito stiamo passando. Ogni volta che ho parlato a qualcuno del nostro problema dentro di me mi dicevo che quella persona non avrebbe mai potuto capirmi, che avrei dovuto spiegare cosa significano le parole “infertilità” e “fecondazione assistita”… Invece, quasi ogni volta, mi sono sentita raccontare storie di parenti/conoscenti/amici che stanno attraversando le stesse difficoltà. Le donne invisibili sono ovunque. Solo che noi non le vediamo (se si chiamano invisibili ci sarà un motivo…). Le puoi riconoscere perché sono quelle si toccano il petto quando passano davanti ad un negozio per bambini, sono quelle che allentano il passo incrociando una donna incinta, sono quelle che si accarezzano la pancia piattissima senza alcun apparente motivo, sono quelle che guardano il proprio figlio adoranti, come se fosse un miracolo, come se dentro di loro gridassero: “Ce l’ho fatta!”.

Sono invisibili, ma non per questo sono meno vive. Io non mi sento meno viva delle altre. Delle mamme. Solo… Un po’ più sfigata, forse. Ma sono convinta che questa ennesima difficoltà mi stia aiutando a diventare una donna migliore. Invisibile, ma migliore.

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Una vita senza figli

A volte ci penso.
Per tanto tempo non ho voluto riflettere su questa possibilità, anche dopo aver scoperto che io e Marito avremmo dovuto intraprendere la strada della fecondazione assistita per poter provare ad avere un bambino. Mi sembrava una possibilità remota, così remota che era impossibile da immaginare.

E poi, una sera la mia psicologa mi ha fatto questa domanda: “Come ti sentiresti se la fecondazione assistita non funzionasse? Hai mai pensato all’eventualità di una vita senza figli?”
“No!” ho replicato immediatamente, senza neppure pensare, rabbiosa e anche un po’ indignata.
Ma come, ho pensato, con tutto quello che stiamo facendo, com’è possibile che il nostro sogno non diventi realtà?

Poi, con il passare del tempo, quella terribile domanda ha cominciato a risuonarmi nella mente, ogni giorno, sempre di più. Finché non sono stata costretta a pormela, e a trovare una risposta.
Cosa succederebbe se un giorno scoprissi che non possiamo farcela, che quel bambino che ho sognato per una vita intera non arriverà mai? Se la fecondaziona assistita non funzionasse, e se non venissimo neppure giudicati idonei per adottare un bambino? Come mi sentirei, cosa farei?


Continuo a pormi questa domanda, ogni giorno, da quando la dottoressa mi ha fatto capire che questa eventualità esiste, non è solo un’orribile e impossibile fantasia. La risposta è che… Io non lo so. Sinceramente, non lo so.
Noi abbiamo intenzione di provare finché ne avremo le forze ma… Non so neppure se riuscirò a resistere se il primo tentativo di PMA dovesse fallire, e onestamente non so come potrei sopportare la lunga attesa di un’adozione. E se dopo tutto questo non ce la facessimo… Cosa proverei? Non lo so. Non lo so!

Il pensiero mi fa talmente tanta paura che, anche quando cerco di rifletterci, il mio cuore si mette a battere fortissimo, e il dolore mi annebbia la mente che, razionalmente, tenta di trovare una risposta. Ma una risposta non c’è. Amo mio marito, amo la nostra casa, i nostri cani, il mio lavoro (anche se non sempre), il volontariato… Amo noi due, amo quello che abbiamo. Ma… Mi può bastare? Potrei mai riuscire a farmelo bastare?
Sì, potrei. Ce la potrei fare. Potrei sopravvivere, forse anche sorridere. Ma non sarei mai veramente felice.

È la speranza che tiene in vita gli uomini. E la consapevolezza, la certezza, di non poter essere felice credo che sia la sensazione più terrificante che esista. E io non voglio provarla. Di questo ne sono certa. Se bastasse la determinazione e il desiderio per rimanere incinta, a quest’ora avrei abbastanza bambini per fare una squadra di calcio. Ma, purtroppo, alla Natura (a Dio?) non gliene frega niente dei nostri desideri, dei nostri sogni più sinceri e profondi. Nulla di tutto questo ha un senso.

Una vita senza figli non ha senso, per me.

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Sono invidiosa… Di un gatto!

Oggi sono andata, come ogni domenica, a fare volontariato presso l’associazione per gli animali a cui sono iscritta. Io amo gli animali. Animali e bambini sono le creature più belle del mondo. Innocenti, indifesi, privi di ogni malvagità. Ma, mentre i bambini sono amati e rispettati praticamente da tutti (anche chi non ne vuole avere, non si sognerebbe mai di giustificare le crudeltà che ogni giorno vengono inflitte ai bimbi, né giudicherebbe male chi svolge volontariato per loro), gli animali, purtroppo, no. E visto che io sono da sempre una paladina dei “reietti”, da qualche anno mi sono iscritta a questa associazione per aiutarli. Quando curo gli animali mi sento meglio, i pensieri negativi svaniscono, almeno per qualche ora. Mi sento bene.

Negli ultimi giorni una delle gatte curate presso la nostra struttura ha partorito quattro cuccioli. Oggi li ho visti per la prima volta. Mi sono commossa. Sono creature così piccole, docili, indifese… La mamma li teneva abbracciati a sé, e mentre prendevano il latte i “bimbi” erano avvinghiati l’uno all’altro. Una meraviglia della Natura! Non ho resistito e, dato che la mamma sembrava buona, ho preso un cucciolino in mano e l’ho adagiato sul mio petto per fargli sentire il mio calore e fargli capire che non doveva avere paura, che io gli voglio bene. Mi è sembrato di stringere un bambino… Quel bambino che, forse, non avrò mai.

Ad un certo punto il cucciolo ha iniziato ad agitarsi, voleva tornare dalla sua mamma… E mamma gatta mi guardava intensamente con i suoi grandi occhi gialli, mi sembrava quasi che mi stesse dicendo: “Che fai? Ridammi il mio cucciolo! Lui è mio, tu non ne hai, e non ne avrai mai!”
Ho rimesso il gattino nella gabbia con i suoi fratellini, e lui ha ricominciato subito a prendere il latte. Ho continuato a guardarli ancora per un po’. E mentre guardavo quella scena dolcissima, mi sono resa conto che, in effetti, io ero invidiosa della mamma gatta. L’ho osservata stringere i suoi cuccioli, allattarli con pazienza e amore, e non facevo altro che chiedermi “E io? Perché questo gatto sì, e io no?”

Sono invidiosa di un gatto.

Quando l’ho raccontato a Marito, lui ha detto semplicemente: “Quel gatto non ti può aver parlato. I gatti non fanno ragionamenti così complicati…”
“Ma certo, lo so che non mi ha parlato!” (Ok, sono un po’ fuori di melone, ma non fino a questo punto). “Ma hai capito quello che ti ho detto? Sono invidiosa di un gatto!”
“Mmh… Vabbé (stile Gisella de “I soliti idioti”). È ora di pranzo. Mangiamo?”
Certo, mangiamo. Sperando che le mezze maniche della Barilla non decidano di parlarmi.

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La scoperta della verità

Ho sempre avuto un forte istinto materno. Quando ero bambina amavo fare da babysitter ai figli delle famiglie bisognose che mia madre, volontaria in parrocchia, seguiva.
Da adolescente parlavo spesso con la mia amica A. di quanto sarebbe stato bello diventare madre.
Ricordo in particolare una conversazione che abbiamo avuto quando avevamo sedici anni ed eravamo in vacanza in Sardegna. Era sera e stavamo passeggiando sul lungomare. Ad un tratto iniziammo a parlare dei figli che avremmo avuto, un giorno. 
Entrambe desideravamo una femminuccia, dato che in quel periodo dell’adolescenza, com’è giusto che sia, odiavamo i maschi, così bugiardi e infingardi.
Rammento quell’episodio come se fosse accaduto ieri. Credo d’aver capito proprio quella sera quanto fosse forte il mio desiderio di diventare madre. A quel tempo, da brava adolescente pessimista e priva di autostima, credevo che il mio sogno fosse impossibile, perché non avrei mai trovato un uomo con cui realizzarlo (e A., che ha dovuto sopportare i miei lamenti e piagnistei, ne sa qualcosa).

Quando ho incontrato Marito, però, la mia vita ha preso una piega diversa. Ero convinta di poter essere finalmente, pienamente felice. Abbiamo aspettato di comprare una casa e di trovare entrambi un lavoro fisso e poi, ancora prima di sposarci, abbiamo deciso di metterci all’opera per realizzare il nostro desiderio comune.
Dato che il pessimismo della mia giovinezza era ormai scomparso, non avrei mai potuto immaginare che il nostro sogno sarebbe stato tanto difficile da realizzare.
Come potevo sapere che uno di noi avesse dei problemi? Perché proprio noi?
Dopo un anno e mezzo di tentativi falliti (e dopo un matrimonio), a dicembre dell’anno scorso ho chiesto consiglio alla mia ginecologa. Quando ho detto a mio marito che la dottoressa aveva prescritto le analisi ormonali per me e uno spermiogramma per lui, mi ha guardato come se fossi impazzita.
“Il mio sperma sta benissimo!” ha detto, visibilmente offeso.
“Certo, certo…” ho risposto io, alzando gli occhi al cielo. “Ma un controllino non fa male, non credi?” Marito non era molto convinto, ma alla fine, dopo mille insistenze, ha accettato di sottoporsi a questa immensa tortura. Anzi, a dire il vero dopo averci riflettuto sembrava quasi contento.
“Quindi questo vuol dire che per una volta ho il tuo permesso per guardare i siti porno?” ha esclamato, tutto felice.
“…Se proprio devi…” Marito ha raccolto il campione in casa.
Io l’ho aspettato in macchina, con il motore acceso, per scaldare l’abitacolo. Era una freddissima mattina di dicembre, non volevo che gli spermini si congelassero! Dopo una decina di minuti Marito è uscito, con un faccia stanca, manco avesse appena corso la maratona… È entrato in macchina e mi ha consegnato il prezioso contenitore, che io ho avvolto tra le mie braccia, come se fosse un bambino.
“Beh? Soddisfatto? Ti sei guardato un bel video porno?” ho chiesto, un po’ ingelosita, effettivamente.
“No, ho usato l’immaginazione…”
“E a che hai pensato?”
“Boh, a delle donne nude, così…”
Ora, se noi esponenti del gentil sesso fossimo dotate di un membro come i maschietti, probabilmente per raggiungere autonomamente il piacere ci impegneremmo ad immaginare nella nostra complicata mente l’intricata trama di un film erotico… Ci metteremmo una buona mezz’ora soltanto per delineare perfettamente i corpi dei personaggi, per inventare i dialoghi più eccitanti… Invece lui, cinque minuti e – bum! – aveva già fatto. E, nonostante non avesse neppure minimamente sforzato la fantasia, pareva fisicamente distrutto.
Gli uomini sono veramente strani.
Comunque, i risultati del primo spermiogramma erano disastrosi. Pochissimi spermini, talmente pochi che il laboratorio non si era neppure curato di misurarne velocità e forma.
Né io né Marito eravamo riusciti ad interpretare i risultati delle analisi, ma quando li ho mostrati alla ginecologa, la sua espressione ha fugato ogni mio dubbio.
Le mie analisi ormonali andavano bene, ma ha detto che lo spermiogramma era il più brutto che avesse mai visto (grazie, eh), e che la nostra unica possibilità era la fecondazione assistita.
Era comunque abbastanza ottimista che, grazie alla scienza, ce l’avremmo fatta. Il suo ottimismo mi ha infuso speranza, ma, naturalmente, ero ugualmente devastata.
Come affrontare una notizia del genere? Davanti ad un dramma simile, marito e moglie dovrebbero rimanere uniti, sostenersi a vicenda, non colpevolizzare nessuno, lottare insieme per il sogno comune… Ed è quello che noi stiamo facendo, ora.
Il primo periodo dopo questa terribile scoperta, però, non è stato particolarmente positivo per noi.

Prestate particolare attenzione al mio racconto, poiché nelle prossime righe scoprirete tutto quello che NON dovete fare quando venite a sapere che vostro marito/moglie ha un problema di sterilità.
Dopo aver sentito il parere della ginecologa sono tornata a casa in lacrime. Marito era molto preoccupato, e mi ha chiesto cos’avessi. Ancora non poteva sapere quanto fosse grave la situazione.
Senza smettere di piangere ho sbattuto il foglio delle analisi sul tavolo e ho urlato: “Avevo ragione! Noi non possiamo avere figli! Sei tu!”
Marito non sapeva cosa dire. Non aveva ben capito cosa stessi dicendo. Mi sarei meritata un bel ceffone, ma lui è troppo buono e ha cercato solo di consolarmi. In realtà non volevo colpevolizzarlo, anche se così sembrava.
Ovviamente lui non ha scelto di avere questo problema! E se fossi io ad avere un problema del genere, non potrei sopportare di essere accusata per questo.
In verità ero arrabbiata perché da diversi mesi, ormai, mi ero convinta che uno di noi avesse un problema, perché non era possibile che il nostro bambino impiegasse così tanto tempo ad arrivare… Marito, però, mi aveva fatto patire prima di accettare di sottoporsi a delle analisi. E, come spesso accade, il mio intuito aveva ragione.
Insomma, ero arrabbiata perché Marito non mi aveva dato retta prima.
Un mese dopo, Marito ha ripetuto lo spermiogramma, per confermare, oppure stravolgere, il primo risultato. Entrambi, ovviamente, speravamo che il primo esame fosse andato così male perché durante il trasporto il prezioso liquido era stato influenzato dal freddo, nonostante le mille precauzioni…
La seconda volta Marito ha fatto meno storie, fortunatamente. Il secondo spermiogramma l’ha effettuato presso un centro privato di fecondazione assistita, direttamente sul posto. Marito era convinto che il centro privato avesse a disposizione una sala apposita per la “raccolta campione”, dotato persino di televisione per guardare dei film a luci rosse per velocizzare il tutto… (In effetti, questo gli aveva riferito un amico che aveva fatto lo spermiogramma presso lo stesso centro).
Forse siamo veramente sfigati, perché Marito, invece, ha dovuto sostenere l’ardua impresa dentro ad un angusto bagno unisex… Dove per ben due volte gli hanno bussato alla porta, interrompendo bruscamente le sue visioni di donnine svestite… Non potete immaginare quanto ho riso quando me l’ha raccontato!
Noi donne siamo solite sostenere così tanti esami imbarazzanti (e spesso dolorosi), i maschietti non capiscono che una “disavventura” del genere non è niente!

Purtroppo il secondo spermiogramma di Marito ha evidenziato la stessa identica situazione riportata dal primo esame. Anzi, addirittura peggiore, dato che il secondo laboratorio ha effettuato indagini più approfondite. Gli spermini sono pochissimi e tutti malformi (100% di forme anomale).
La ginecologa, una volta visionato il risultato, ha confermato la diagnosi precedente: la fecondazione assistita è la nostra unica speranza. Da quel giorno io e Marito ogni sera abbiamo iniziato, una volta tornati a casa dal lavoro, a parlare di sperma, spermatozoi, fecondazione assistita, bambini… Per lungo tempo le nostre conversazioni hanno ruotato soltanto attorno all’argomento bimbo (conversazioni farcite da litigate e pianti) finché non abbiamo capito che questo pensiero fisso ci stava rovinando.
Non passa giorno senza che io pensi al nostro bambino, quel bambino che non so quando finalmente potrò abbracciare… Ho imparato, però, che la vita deve comunque  andare avanti.
Il coraggio è la prima cosa che insegnerò al mio bambino, e se io stessa non riesco ad essere coraggiosa, come posso pretendere che lui lo sia?