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Il tempo della felicità (11° giorno pt)

Come vedete, sto continuando a contare i giorni post transfer. Il centro PMA, che Marito ha voluto contattare a tutti i costi per sapere se le mie beta vanno bene, ha detto che non avrei dovuto fare le analisi in anticipo. E che sì, i valori vanno bene, ma devo comunque ripetere le analisi lunedì prossimo, 14 pt, come stabilito. Perciò, devo ritenermi ancora nella fase post transfer… Anche se io e la mia impazienza abbiamo voluto mettere la parola “fine” a questa attesa straziante.
In un modo o nell’altro, io volevo farla finita. Volevo sapere.
Quindi in realtà io, ora, non appartengo più allo straziante limbo, fatto di attesa, noie e paure, del post transfer.

Appartengo ad un altro limbo, adesso. Se possibile, ancora più difficile del precedente.

Il limbo di chi ce l’ha fatta. Per il momento.
Il limbo di chi sa che potrebbe perdere tutto da un momento all’altro. E perdere la felicità, dopo aver creduto d’averla afferrata, è forse una sensazione ancora più terrificante del fallimento.

Sono incinta.

Non sono ancora riuscita a dirlo a voce alta.

E anche a scriverlo faccio fatica. Mi sembra così… Strano.

Sono incinta.

Le due parole più belle che abbia mai scritto.

Le parole più terribili per chi ha la consapevolezza di quanto siano fragili.
Sono parole che rappresentano una bellissima verità. Che potrebbe morire da un momento all’altro, come un castello di carte che hai impiegato anni a costruire, con pazienza e dedizione, e che poi viene annientato da un soffio di vento.

Sono incinta.

Le beta di oggi l’hanno confermato. 247,63.
Il valore è triplicato rispetto a due giorni fa. Quando la segretaria me l’ha comunicato al telefono (naturalmente, come l’altro giorno, le ho chiesto conferma un paio di volte), pensavo di svenire.

Non sono sicura che tutto questo stia accadendo veramente a me.

E ho paura.
Vorrei potermi godere semplicemente la felicità, ma… Non riesco. Non posso.
Da quando ho iniziato il percorso della PMA ho sempre pensato che, se un giorno avessi visto il test di gravidanza positivo e un bel valore delle beta, sarei stata felice. Finalmente serena. Che, da quel momento in avanti, tutto sarebbe stato bello, facile.

Non è così.

Se fossi una donna “normale”, probabilmente sarebbe così. Le donne “normali” festeggiano non appena vedono il test di gravidanza positivo. Spesso ignorano persino cosa siano le nostre amate/odiate beta. Certo, magari aspettano il terzo mese di gravidanza prima di annunciare la lieta notizia. Per sicurezza, o per scaramanzia. Ma, a meno di problemi particolari, se tutto sembra filare liscio, di certo non stanno a pensare all’embrione che sta crescendo dentro di loro ogni istante della loro giornata. Sanno che c’è, sanno di essere incinta, bene, stop.

Per noi donne PMA , donne miracolate, donne sofferenti, non è così. Ci avete mai pensato?

Io ci ho pensato per la prima volta in questi giorni. Ho pensato alla paura che si nasconde dietro la felicità. Sto vivendo questa paura.

Ci penso soprattutto per quello che è successo alla mia omonima amica, che si trova dall’altra parte dell’oceano. Mi sono sentita morire leggendo ciò che le è accaduto. Nessuno si merita un dolore del genere, uno scherzo così terribile da parte del destino.

La felicità, questa felicità, è così fragile…

Io non sono abituata alla felicità. La paura, la solitudine, la rabbia, quelle sì, le conosco bene.
Non che sia bravissima a gestire queste emozioni. Ma le conosco. La felicità… Mi fa paura.  E una felicità così fragile, ancora di più.

L’altro giorno, quando ho fatto il test di gravidanza, ero convinta che sarebbe stato negativo.

E invece.

Ero già pronta ad affrontare il fallimento.

Ma poi…

Questa felicità, io non posso fare nulla per tenermela stretta. E’ il mio corpo a dettare le regole, a stabilire come sarà il mio futuro, ma io sul mio corpo non ho alcun controllo.

Noi donne PMA non possiamo goderci la felicità finché non si materializza tra le nostre mani. Siamo destinate a vivere le nostre gravidanze nella perenne paura che accada qualcosa. Le prime settimane, poi, sono le peggiori. Questo monitoraggio delle beta è sfiancante. E pensate che finora ho fatto solo due prelievi!

E poi ci sarà la prima ecografia, quella per sentire il battito del bambino. Oggi leggevo che la prima eco si fa tra la sesta e l’ottava settimana. Io non sono sicura di riuscire a pazientare tutto questo tempo… La paura mi divorerà!

Non so niente di gravidanza. So tutto di PMA, di concepimento, di giorni fertili, di ovaie e liquido seminale, ma… Di gravidanza, non so niente. Non so riconoscere i segnali del mio corpo. Non so se me ne renderei conto subito, se qualcosa non andasse bene.

Non so nulla.

So solo che sono felice, e che ho paura. Al tempo stesso. E’ una sensazione strana.

Proprio come quella frase… Sono incinta. Così strana, assurda quasi, che non riesco neppure a dirla.

Mi chiedo quando arriverà il tempo della felicità. La felicità pura, senza macchie, senza se e senza ma.

Non lo so.
Intanto, però, mi godo questa fragile felicità, che è già molto più di quanto non avessi sperato di ottenere.

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Ottantatrévirgolaottantasei (9° giorno pt)

Vorrei abbracciare tutte le ragazze che in questi giorni mi sono state vicino, a quelle che mi sopportano, a quelle che si confidano, a quelle che ce l’hanno fatta e condividono con me la loro gioia, a quelle che non ce l’hanno fatta e hanno bisogno di forza per rialzarsi, e a quelle che, come me, si trovano in questo straziante limbo.

Avevo programmato di fare test di gravidanza + beta venerdì 21 marzo, ovvero all’undicesimo giorno pt. In anticipo di qualche giorno rispetto a quanto mi aveva detto di fare l’ospedale… Perchè io faccio sempre di testa mia. E poi, mi sembrava romantico far coincidere il giorno della verità con il primo giorno di primavera.

Qualche giorno fa mi sono resa conto di avere, ben nascosto in un cassetto in bagno, un test di gravidanza. E’ già dall’inizio di questa settimana che provo la tentazione di farlo… Ma ho sempre resistito. Fino ad oggi.

Stamattina, 9 pt, mi sono alzata presto rispetto ai miei recenti canoni, ovvero alle otto e un quarto, grazie alla vicina che, come accade spesso, ha deciso di spostare i mobili di qua e di là per chissà quale motivo.
In realtà ero sveglia già da un po’. E continuavo a pensare a quel maledetto test.
Ho aperto gli occhi, sono scesa dal letto e mi sono detta: “Ma sì. Facciamolo.”
Sono corsa in bagno e, prima di perdere il coraggio, ho scartato il test e l’ho fatto. Poi ho appoggiato lo stick sul bordo del lavandino per attendere il risultato. E’ comparsa una linea. Una sola.

Mi sono messa a ridere. Una risata tipo quella di Joker… Avete presente?
Ho cominciato ad imprecare sottovoce.
Cosa cavolo credevo? Che potesse essere… Positivo?
Certo. Come no. Buona questa, Eva.

Dopo circa un minuto, ho riguardato il test. Così, per sicurezza.
E ho riso di nuovo. Ma non sembravo più Joker.
C’era una seconda linea. Un po’ pallida, ma c’era.
C’è davvero? mi sono detta.
CazzoCazzoCazzoCazzoCazzo
E urlando questo mantra (vi ho mai detto che ho fatto un corso di bon ton?) sono corsa in camera, dove c’è più luce, e mi sono messa a guardare il test da ogni angolazione possibile ed immaginabile.

Oh, la seconda linea c’era davvero.

Ho chiamato Marito, che era in giro per lavoro. Gli ho urlato di tornare a casa. Lui non mi ha chiesto perché, l’aveva già capito.
Mi ha accompagnato a fare le beta. Inizialmente non pensavo di farle oggi. Insomma, volevo solo togliermi lo sfizio di fare il test. Tanto, sapevo che sarebbe stato negativo, non ci sarebbe stato bisogno di fare le analisi del sangue. E invece.
Cazzo, a questo punto io volevo sapere.

Quando sono tornata a casa dal laboratorio ho cercato di stare calma. Mi sono messa a giocare a Candy Crush Saga. Non ho ancora passato il livello su cui sono ormai da un mese. Ma chissenefrega.
Ho guardato un film horror. Mi rilassano. Lo so, sono strana. Lo scoprite ora?

Dopo qualche ora ho telefonato al laboratorio per sapere il risultato.
“Buongiorno, mi chiamo Eva, è pronto il risultato delle beta che ho fatto stamattina?”
“Mi faccia controllare…”
Rumore di fogli. Voci in sottofondo.

CazzoCazzoCazzoCazzoCazzo

“Sì, signora. Il valore è ottantatrévirgolaottantasei.”
“Ottantatré? Proprio ottantatrè?” ho detto, scandend bene ogni sillaba.
“Sì, signora. Ottantatrévirgolaottantasei.”

Avrei voluto chiederle conferma un’altra volta, ma temevo di sembrare ridicola.
Comunque poi ho spedito Marito a ritirare la prova cartacea, perché io sono come San Tommaso. Finché non vedo, non credo. Magari la segretaria si era sbagliata a leggere, si era appena scolata un bicchierino di vodka, era diventata improvvisamente miope, voleva farmi uno scherzone…
Oh, io le penso tutte.

E invece… Era tutto vero.
E’ tutto vero.

9 pt. Beta 83,86

CazzoCazzoCazzoCazzoCazzo

Questo numerone, però, da solo non vuol dire una cippalippa di niente. Venerdì dovrò ripetere le beta e non posso che sperare che siano almeno raddoppiate. Poi, lunedì, le farò di nuovo.

E poi…

E poi, non lo so. Lunedì mi sembra lontanissimo. Pure venerdì, se è per questo.

Non so cosa dire, ho paura. Una fottuta paura. Allo stesso tempo, però, voglio godermi questa felicità, anche se è illusoria, anche se poi verrà uccisa dalla realtà bastarda.

Ma facciamo un passo alla volta. E, per ora, sorridiamo.

Oggi è la Festa del Papà. Stamattina non ci ho neppure pensato.
Alla fin fine ho scelto comunque un giorno romantico per scoprire la verità.

E speriamo che la primavera porti finalmente la felicità.

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Parlare con una donna infertile: istruzioni per l’uso

Domani è il Gran Giorno.
Io e Marito abbiamo appuntamento al San Paolo di Milano, dove mi verrà fatta un’ecografia e finalmente comunicata la terapia che dovrò seguire per la stimolazione ormonale e che, salvo intoppi, dovrei iniziare domani stesso.
Per stemperare un po’ la tensione voglio condividere con voi questo post, che ho già scritto da giorni ma finora non ho avuto tempo di pubblicare. Enjoy 🙂

Qualche tempo fa, nei commenti, mi è stato chiesto di dare qualche consiglio sulle cose da dire/NON dire quando si parla con un’amica/collega/conoscente con problemi di infertilità. Perciò ho redatto questo manuale.

Premessa num. 1: Con il termine “donna infertile” intendo sia la donna che ha difficoltà a concepire, sia quella “sana” che ha un partner/marito “problematico”.
Premessa num. 2: Naturalmente ho scritto questi consigli pensando a me e al mio carattere, ma non penso di sbagliarmi dicendo che sono validi un po’ per tutte le donne. E pure per gli uomini. Anche se, rispetto a noi donne, parlano meno spesso e meno volentieri dei loro problemi con altri, questo non vuol dire che non abbiano un cuore!
Premessa num. 3: La seguente guida, nonostante sia stata scritta con molta (auto)ironia, deve essere presa dannatamente sul serio.

PRIMA REGOLA: Maneggiare con cura!

E’ matematico. Quando una donna è sposata, oppure convive, da qualche mese, i vicini di casa/colleghi/amici cominciano a porle la FATIDICA DOMANDA.

“Ma quando fate un bambino?” oppure “Ma voi non volete bambini?”

A volte la domanda è posta sotto forma di battuta, soprattutto quando esce dalla bocca di una neomamma (solitamente la neomamma in questione ha impiegato 1 o 2 rapporti per rimanere incinta, non ha idea di cosa siano i giorni fertili e non sa manco bene come funzioni il ciclo mestruale).

Ad esempio: “Ehi! Ora tocca a voi!”

Queste persone non si rendono conto di quanto facciano male certe domande. Ed è a voi che mi rivolgo. Ovviamente non potete sapere il dramma che sta attraversando una donna infertile, se la suddetta non vi ha confidato il suo problema.

L’ignoranza è ammessa, la curiosità no.

Suvvia, non mentite. Certe domande non sono poste in buona fede. E’ solo la curiosità morbosa, il desidero di impicciarsi negli affari altrui, di sparlare alle spalle dell’amica/collega/vicina di casa, a spingervi a fare LA DOMANDA.
Voi non volete sapere se la donna in questione desidera dei figli oppure no. Sapete benissimo che, se li desiderasse, li avrebbe già.

Voi volete soltanto sapere PERCHE’ non ha figli.

Tutti sappiamo come si fanno i bambini. E basta far lavorare un attimino la materia grigia per capire che, se una coppia non ha figli, i motivi possono soltanto essere i seguenti:

1. Non li vuole (sì, ci sono anche persone che non amano i bambini!)
2. Non ha i mezzi economici per mantenere un figlio
3. La coppia è in procinto di scoppiare e non è il momento giusto per pensare alla riproduzione
4. Ha dei problemi di infertilità/sterilità

Quando ponete LA DOMANDA, obbligate la donna che sta davanti a voi a confessarvi delle faccende MOLTO intime, mettendola in imbarazzo. Questo vale soprattutto nel caso in cui la vostra interlocutrice sia una conoscente o una collega. Ma vale anche per le amiche. Se un’amica, sposata da anni, non ha figli e non ha mai sfiorato l’argomento, significa che non ne vuole parlare. Molto semplice.
POTREBBE essere lecito porre LA DOMANDA ad un’amica con cui si ha confidenza, ma nel momento giusto e con il giusto tatto. Chissà, forse aspetta solo un input per parlarvene. Ma, se vedete che è restia ad affrontare l’argomento, per favore, lasciate perdere.
Se siete tanto curiose, compratevi un giornale di gossip e sparlate dei personaggi famosi.

SECONDA REGOLA: A volte il silenzio è meglio di tante parole

Ci sono momenti in cui una donna non ha voglia di mentire. Quando le viene posta LA DOMANDA non ha voglia di rispondere con un sorrisino imbarazzato. Non vuole passare per una che non ama i bambini, o per quella che pensa prima alla carriera che alla famiglia.
E non perché ci sia qualcosa di sbagliato in questo, ma semplicemente perché non corrisponde alla verità. Ci sono anche momenti in cui una donna sente il bisogno di dire la verità, a voce alta. Di dire: “Io e mio marito/il mio compagno non possiamo avere figli.”

A volte è meglio stare zitti piuttosto che parlare tanto per dare aria alla bocca. Ci sono occasioni in cui l’unica reazione possibile è il silenzio o, al massimo, un abbraccio o una parola di conforto. E invece ci sono sempre persone pronte a giudicare il tuo dolore, a sputare sentenze, a dare consigli anche se non ne sono in grado, anche se non possono capire. Basta usare un attimo il cervello per capire che, talvolta, è meglio non dire nulla piuttosto che parlare a vanvera.

Ultimamente ho deciso che non voglio più mentire. Quando qualcuno mi pone LA DOMANDA (e da quando sono sposata questo accade sempre più spesso) ho deciso di dire la verità.
“Sì, vorrei dei figli. Ma noi non possiamo averli.”

Le reazioni che ho causato sono state diverse. Ora vi farò un esempio di reazione assolutamente fuori luogo e di reazione accettabile, anzi, gradita.

Reazione num. 1 – NON ACCETTABILE

L’altro giorno stavo parlando con un paio di colleghe del volontariato che io e Marito svolgiamo con i bambini della comunità.
Ad un certo punto una delle due donne mi guarda e fa, con espressione dolce: “Ma tu non hai voglia di bimbo?”
Mi si è gelato il sangue nelle vene. Eh sì, questo è l’effetto che mi provoca LA DOMANDA.
“Sì, molto, ma… Sai, noi non ne possiamo avere.”
“Ah, scusami. Non lo sapevo,” ha risposto lei, facendosi seria.
Io ho alzato le spalle. “Non preoccuparti.”
“Ma, senti… Ne sei sicura?”

Devo commentare una domanda del genere?

Reazione num. 2 – GRADITA

Qualche giorno fa ho confidato ad una mia conoscente (una volontaria dell’associazione animalista in cui opero), che io e Marito non possiamo avere figli e stiamo provando con la PMA.

“Si vede che sei alla ricerca!” ha detto lei.
“Davvero? Come l’hai capito?”
“Non lo so… Si vede. Ti auguro di farcela.”
Poi si è avvicinata e mi ha abbracciato.

Non ha detto stupide frasi di circostanza.
Non ha emesso sentenze.
Non mi ha detto cosa fare.

Mi ha solo fatto sentire il suo calore, la sua vicinanza.

TERZA REGOLA: Siete ignoranti. Fatevene una ragione.

La maggior parte delle donne infertili/che hanno un compagno o marito infertile, non si arrendono davanti alla bastardaggine della Natura, ma cercano in ogni modo di superare gli ostacoli. Se fate lavorare la solita materia grigia che a volte scordate di avere, i metodi per riuscirci sono soltanto due: o PMA, o adozione.
Ci sono anche coppie che ad un certo punto decidono di gettare la spugna, o perché stressati dai tentativi falliti o perché stremati dalla burocrazia.
Altre coppie, per qualsivoglia motivo, quando scoprono di avere dei problemi decidono di non provare né con la PMA, né con l’adozione, ma di accettare il loro destino.

Rendetevi conto che voi non siete nessuno per poter giudicare decisioni così importanti. E neppure per dispensare consigli. Io accetto malvolentieri persino i consigli di donne che stanno affrontando le mie stesse difficoltà, FIGURIAMOCI se mi (e ci) può far piacere sentire le stupide frasi di circostanza di una persona che non ha la più pallida idea di quello che sto passando, di cosa sia la PMA o di come si svolgano le pratiche per l’adozione!
E immaginatevi come possa reagire a certe frasi quando, mettiamo il caso, sono sotto ormoni o ho appena parlato con l’assistente sociale…

Siete ignoranti. Davvero. Non è un’offesa. E’ che… E’ proprio così.

Non tutte le donne, dopo avervi confessato di essere infertili, o di avere un partner infertile, vi confideranno cos’hanno intenzione di fare. Voi, per carità, non chiedete. Ma se la donna in questione decidesse di aprirvi il suo cuore, per favore, non atteggiatevi da medici, psicologi o consiglieri. Non lo siete.

Se una amica/collega/conoscente vi dice di non poter avere figli, non chiedetele se ne è SICURA. Prima di effettuare una diagnosi del genere, i medici procedono con tutti i controlli del caso. E, prima di accettare una verità tanto cruda, prenderne atto e confidarla ad altri, state pur certi che una coppia si fa visitare da decine di medici.

Quindi sì, se ve lo sta dicendo, ne è sicura.

Una persona non va in giro a dire che non può avere figli se sta avendo rapporti non protetti da una settimana, magari ha pure le mestruazioni e non ha mai fatto alcun esame per l’infertilità. E che cavolo.

Poi.

Non ironizzate. Non fate sentire la vostra interlocutrice come se fosse una donna a metà. Non provocate in lei istinti omicidi nei vostri confronti. Non avete idea di cosa potrebbe fare una donna durante la stimolazione ormonale.

“E pensare che io, invece, ci ho messo cinque minuti a fare un figlio!” oppure: “Pensa che io sono rimasta incinta senza neppure volerlo!”

Ecco, questi sono esempi di frasi che vi potete risparmiare. Anche se le dite ridendo. Non fanno ridere.

Se la vostra interlocutrice vi confessa che è suo marito ad avere dei problemi, per favore, risparmiatevi battutine idiote sulla virilità del suddetto.

Vi faccio due esempi di battute che non ho per nulla apprezzato. Una mia amica un giorno mi ha raccontato, ridendo, che aveva parlato dei nostri problemi al suo moroso. Quest’ultimo si era preoccupato, e si era chiesto se, osservando da solo il suo – ehm – liquido seminale, potesse riuscire a capire quanti spermatozoi ci fossero.

“No. Gli spermatozooi si vedono solo con il microscopio…” è stata la mia laconica risposta.

Ancora oggi mi chiedo se fosse una battuta o una domanda seria.

Un’altra amica, appena le ho confidato i miei problemi (continuava a insistere per sapere perché non avessi un figlio! – avrei dovuto mandarla a fanc##o, lo so), mi ha consigliato, sempre ridendo (oh, ma che ca##o avete tutti da ridere?), di far prendere a mio marito del VIAGRA.

“Ehm… Guarda che non hai capito… Non è mica impotente! Gli funziona tutto, lì giù… Solo che il suo sperma non è di buona qualità!”

Non credo che mi abbia ascoltato. Era troppo impegnata a ridere.

Non esprimete pareri negativi sulla PMA. Anche se per principi etici o religiosi siete contrari a queste pratiche, cercate di capire che la donna che avete davanti sta soffrendo e probabilmente dovrà soffrire ancora a lungo per riuscire a realizzare il suo sogno. E di certo avrà riflettutto a lungo prima di decidere cosa fare. Non ha bisogno di essere moralizzata dal cattolico invasato di turno.
Anche perché le vostre critiche non serviranno a farle cambiare idea, ma soltanto a rendervi, ai suoi occhi, degli stronzi insensibili.

Non esprimete giudizi sull’età. Non dite alla donna che avete davanti: “Ma non sei troppo giovane per la fecondazione assistita? Dai, aspetta, tanto di tempo ne hai davanti! Magari nel frattempo resti incinta!”

No, nel frattempo non resterà incinta, a meno che accada un miracolo. Dubito che voi aspettiate un miracolo per realizzare il più grande sogno della vostra vita, no? Ecco, allora non consigliate ad altri una cosa tanto stupida.

“Ma ormai hai quarantacinque anni…”

Altra frase da evitare. Non potete sapere perché una persona abbia aspettato fino a quell’età prima di cercare di avere un bambino. Forse sta già provando da decenni, invano. Forse prima non le era possibile per motivi economici, lavorativi, o chissà che altro. Non sono affari vostri. Punto.

E per quanto riguarda l’adozione… Ah, di questo potrei parlare per ore ed ore. Avrei milioni di esempi di frasi e domande stupide che mi sono sentita rivolgere. Cercherò di elencarvi le affermazioni che più comunemente escono dalla bocca di chi è scarsamente dotato di sensibilità e inoltre, di adozione, non sa un bel niente.

“L’adozione, davvero? Tutti quei colloqui con gli psicologi… E ho pure sentito che i servizi sociali possono venire a casa tua a sorpresa! Ma come farete a sopportare tutto questo? Io non ce la farei mai!”

Prima di tutto, non è una buona idea creare il panico in un futuro genitore adottivo. Secondariamente, la persona con cui state parlando sa già perfettamente a cosa sta andando incontro. E riuscirà a sopportare tutto semplicemente perché vuole adottare un bambino.
Voi no, o perché non avete problemi di infertilità o perché non volete figli. L’amore, la passione, è ciò che ti aiuta a
sopportare tutto. A volte non basta, è vero. Ma è questo che ti spinge ad affrontare un percorso tanto faticoso.
Perciò… Domanda stupida, passiamo alla prossima.

“Vuoi adottare un bambino? Pensaci bene… Non sarà mai davvero tuo figlio! E poi lo sai che i bambini adottati cercano sempre, prima o poi, i genitori VERI!”

Devo davvero commentare una frase del genere? O dirvi cosa c’è di sbagliato? Sarebbe un insulto alla vostra intelligenza, suvvia. E, se non riuscite a trovare niente di sbagliato nella suddetta affermazione, temo proprio che per voi non ci sia alcuna speranza.

“L’adozione, che bello! Ma come siete bravi! Vi daranno subito un bambino, ce ne sono così tanti negli orfanotrofi!”

No, non siamo bravi. Siamo disperati, semmai.
Disperati e consumati da un desiderio che, forse, ma non è detto, verrà realizzato dopo tanti anni di sofferenza.

In Italia gli orfanotrofi non esistono più. Da anni. E non ci sono tanti bambini adottabili. La proporzione tra bambini adottabili e coppie disponibili è spaventosa, e terribilmente a sfavore degli aspiranti genitori. Adottare in Italia è quasi impossibile.
Quando spiego queste cose la maggior parte delle persone rimane a bocca aperta.
Eh, lo so. Vi ho detto che siete ignoranti! Perciò, non parlate che fate una figura migliore.

All’estero gli orfanotrofi, purtroppo, ancora esistono, e sono strapieni. Ma anche lì non è facile adottare.
Non importa se siamo giovani, belli, bravi, benestanti… Alcuni Paesi impongono criteri molto rigidi per l’adozione. E solo i bambini sopra ad una certa età e con particolari problemi possono essere adottati dagli stranieri come noi.
Se non hai dato la disponibilità per quei problemi o per quella fascia di età, o se non rientri nei loro criteri, la strada è comunque in salita.

Ancora una volta, per favore, state zitti. Oppure, CHIEDETE. A me personalmente fa piacere quando il mio interlocutore ammette di essere ignorante e vuole capire come funziona la PMA o l’adozione. Non tutti amano parlare di certi argomenti, ma sicuramente chiedere (garbatamente e con tatto) è migliore che dire frasi di circostanza, spesso completamente errate.

QUARTA REGOLA: Annunci di gravidanze: come, quando, perché

Tasto dolente. Dolentissimo, direi.

Ogni volta che vedo una donna con il pancione, una donna con il bambino nel passeggino, o ricevo l’annuncio di una gravidanza, io mi sento morire.
Tanto per farvi capire quanto stia male, una volta mi sono chiusa in bagno a piangere quando una collega è venuta in ufficio con il suo neonato al seguito (per mostrarlo ai colleghi).

Io non voglio essere trattata diversamente. Io voglio sapere se la tal collega, l’amica o la vicina di casa è incinta. Non voglio che le persone mantengano il segreto con me perché hanno paura che io stia male. Tanto, prima o poi lo verrò a sapere lo stesso.

Ma, se la persona che annuncia la gravidanza, propria o di una terza persona, conosce il mio PROBLEMA, pretendo che mi mostri un po’ di sensibilità.
Non voglio che un’amica mi chieda scusa, annunciandomi di essere incinta. Ci mancherebbe. Ma non voglio neppure che pretenda che mi mostri entusiasta, o che sia disponibile ad ascoltare la telecronaca della sua gravidanza minuto per minuto.
Sono disposta a condividere la felicità di un’amica, se lei, però, è disposta ad ascoltare il mio dolore.
L’amicizia non è a senso unico.

Per fortuna, da quando è iniziato l’incubo, nessuna mia amica è rimasta incinta.

QUINTA REGOLA: Ascoltate con il cuore

Ormai avrete capito che le cose che potete dire sono ben poche.
E non solo perché non siete medici, né psicologi, ma soprattutto perché… In fondo, non c’è molto da dire.

La donna che avete davanti sta soffrendo.

Non importa se questa donna è vostra sorella, un’amica, una semplice conoscente o una collega. Accettate il suo dolore. Ascoltatelo. Qualsiasi sia il motivo per cui ha deciso di confidarvi le sue difficoltà (forse è stremata dalle vostre domande impertinenti, o magari ha voglia di sfogarsi) non merita di essere giudicata, additata, derisa. Sta già soffrendo abbastanza.

Mettete da parte la vostra curiosità, il vostro qualunquismo, il vostro desiderio di atteggiarvi da consiglieri. Ascoltate, e basta. Donatele un sorriso, un abbraccio, una carezza. Una parola di speranza. Un augurio.

E’ tutto quello che cerca da voi.

E’ tutto quello che potete darle.

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Un passo avanti e dieci indietro

No, non sono morta.
Non sono incinta, se è questo che qualcuna di voi, un po’ troppo ottimista, ha pensato.
E il Tribunale non ci ha miracolosamente chiamati per affidarci un bimbo.

Sono stata lontana dal blog semplicemente perché non sapevo cosa scrivere.

Mi guardo allo specchio, e non mi riconosco più. Comincio a pensare di soffrire di personalità multiple.
Ho sempre saputo – mi è sempre stato detto – di essere lunatica, ma… Non pensavo fino a questo punto.

Se questo fosse il mio primo post e mi dovessi presentare, direi qualcosa del genere:

“Ciao a tutti. Mi chiamo Eva, ho ventisette anni. Ho sempre sognato di diventare madre. Due anni fa ho scoperto che io e mio marito non possiamo avere figli. Dopo tre tentativi falliti di PMA, abbiamo deciso di adottare. Ero così convinta della mia scelta che dentro di me compativo le donne che continuavano a provare con la fecondazione assistita dopo tanti tentativi andati male. Avevo rinunciato completamente al pancione. Volevo essere una mamma di cuore. Poi, una mattina, esattamente un mese dopo aver presentato la richiesta di adozione al Tribunale, mi sono svegliata e ho deciso che a ventisette anni non posso, non voglio ancora rinunciare ad avere un bambino che provenga dal mio ventre. E tra pochi giorni andrò all’ ospedale San Paolo di Milano per programmare la prossima PMA. Ah, dimenticavo. Non sono mica tanto normale. Così, giusto per informarvi.”

Beh. Che dire? In poche righe ho condensato tutto quello che è accaduto in queste mie settimane di assenza dal blog. Che poi, in realtà, questo repentino cambio di direzione è accaduto negli ultimi giorni. Sono stati giorni deliranti.

Dopo il terribile colloquio con i giudici al Tribunale per i Minorenni, ho continuato a pensare, a pensare e a tormentarmi senza sosta. Sono stata male, ho avuto la nausea, il mal di stomaco, non ho dormito.
Mi sentivo come se avessi dentro alla testa un criceto che correva sulla ruota, senza mai fermarsi.

Sono stata assalita dall’ansia, dalla paura, dall’impazienza.

Il pensiero di rimanere in attesa per anni di un figlio che forse non sarebbe mai arrivato non mi faceva più dormire la notte.
Le parole del giudice continuavano a risuonare nella mia mente.
“Probabilmente nei prossimi tre anni non vi chiamerà nessuno.”
Parole pronunciate con rabbia, come se non fossimo due brave persone che desiderano avere una famiglia e donare amore e un futuro ad un bambino nato nel posto sbagliato… No, come se fossimo due ladri che vogliono ottenere ciò che non spetta loro!

E mi sono resa conto che io e Marito abbiamo sbagliato a dare la disponibilità solo per l’adozione nazionale.
Me la sono presa con lui. Perché era stato lui a voler aspettare prima di procedere, eventualmente, con l’adozione internazionale. Lui dice sempre che dobbiamo essere ottimisti… E mi sono lasciata contagiare dal suo ottimismo. Anche se io sono sempre stata, tra i due, la più… Non pessimista, ma razionale (spesso i due termini coincidono, considerando tutto quello che ci sta capitando).

E mi sono lasciata influenzare anche dalle parole dell’assistente sociale, che evidentemente non voleva che scegliessimo la strada dell’ A.I., timorosa di un eventuale fallimento.

Un giorno, tre settimane fa, mi sono svegliata e mi sono detta che nessuno può impedirmi di trovare mio figlio. Ho parlato con Marito dell’A.I. Abbiamo litigato e ha dormito sul divano per l’ennesima volta in questo periodo. Non perché non fosse d’accordo con la mia decisione, ma perché, ancora una volta, non ho potuto fare a meno di accusarlo di essere la causa delle mie sofferenze.
Sono una stronza? Sì.
A mia discolpa, provo un costante dolore al petto che forse non può giustificare le mie azioni ma, almeno in parte, scusarle.

Abbiamo parlato con i servizi sociali della nostra decisione di procedere subito con la richiesta per l’A.I. Ma si sono detti contrari. Hanno ribadito che è meglio aspettare, perché il Tribunale potrebbe considerare in modo negativo questo repentino cambio di direzione, e addirittura negarci l’idoneità! Dicono che dobbiamo pazientare. Che le chance sono basse, ma che non dobbiamo farci scoraggiare dalle parole del giudice, e che è stato un po’ troppo duro con noi. Secondo loro il suo atteggiamento poco simpatico è dovuto al fatto che il Tribunale dei Minorenni di Bologna ultimamente ha avuto degli scontri con i Servizi Sociali del nostro Comune (di bene in meglio).

Inoltre gli assistenti sociali ci hanno messo paura (quella che già avevamo non era abbastanza, eh), dicendoci che dal Paese che più ci interessa, ovvero la Bulgaria, provengono per la maggior parte bambini che sono irrecuperabili. Sì, hanno usato proprio questo termine.

Io non ne posso più. Mi sembra di correre in tondo, senza mai arrivare da nessuna parte.

Sapete che in Italia c’è un bambino ogni sette coppie che danno la loro disponibilità all’adozione?
E suppongo che questa sia una statistica molto approssimativa.
Considerando che noi abbiamo dato la disponibilità per un bambino di età compresa tra 0 e 3 anni, e che in Italia i bambini piccoli raramente vengono abbandonati/tolti alle famiglie d’origine…
Le nostre chance sono pari a zero. Non so come ho fatto a farmi convincere che devo essere ottimista.

So che è stupido essere così pessimisti dopo soltanto poco più di un mese dal giorno in cui abbiamo presentato la domanda al Tribunale.

Ma non è solo questo. Non è solo l’attesa a spaventarmi. E’… Tutto.
Io sono sicura che sarei una brava madre adottiva. Che sputerei sangue per mio figlio, che mi sforzerei con tutta me stessa per nascondergli il mio dolore se non dovesse riuscire ad amarmi o se dovesse decidere di rintracciare la sua famiglia biologica.

Ma…

Qualche giorno fa Marito mi ha chiesto se avessi cambiato idea sulla PMA, se volessi riprovare, facendomi presente che i nostri tentativi sono stati sì tre, ma tutti effettuati in un centro dalle dubbie qualità. E che dobbiamo a noi stessi un altro tentativo.

Ultimamente non abbiamo più parlato di PMA, avendo deciso di rinunciare. La sua domanda, però, non mi ha preso in contropiede. Mi sono resa conto che negli ultimi mesi sono sì riuscita a relegare in un angolino del cuore il desiderio di un bimbo di pancia… Ma di non averlo mai abbandonato del tutto.

Penso di aver riflettuto meno di un nanosecondo prima di dirgli: “Ok. Riproviamo.”

E’ stato Marito a decidere di rivolgersi al San Paolo di Milano. Presso questo ospedale è in cura un suo conoscente. Sappiamo che praticano l’IMSI e che è un centro rinomato per la PMA.

E dal giorno in cui abbiamo fatto questa scelta non riesco a pensare ad altro. Sto contando le ore che mancano ad arrivare a lunedì pomeriggio alle sedici. Non voglio pensare alle visite ginecologiche, agli ormoni, all’ansia… No. Penso solo che tra pochi mesi potrei avere una vita dentro di me.
Potrebbe funzionare, stavolta. Potrei farcela. Sì, potrei.

Sono felice. Sono felice di riprovare.
Di aver trovato la forza, la voglia, per fare questa scelta.
Sono felice di avere ancora la possibilità, seppur flebile (il solito 30%!), di avere il pancione.
E, al tempo stesso, mi sento una persona orribile.
Mi sento come se avessi tradito il mio sogno.
Come se avessi tradito quel bambino abbandonato chissà dove, da chissà chi, che forse era destinato a vivere con noi, ma che non entrerà mai nella nostra vita… Se tutto dovesse andare come spero.

Mi sento egoista, impulsiva, immatura… Stupida.

Naturalmente non abbiamo ritirato la domanda di adozione.

Lascerò che sia il destino, il caso, chiamatelo come volete, a decidere.
Io voglio solamente diventare madre.
E per una volta sì, voglio essere egoista, anche se questo mi fa sentire una persona orribile.

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Felicità precaria

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Ogni tanto ci penso. Mi succede soprattutto quando per strada incontro una donna incinta.
E non posso evitare di guardarla, anzi, di fissare il suo pancione.
Di queste donne sconosciute che incontro non ricordo neppure un volto, uno sguardo, ma saprei descrivere perfettamente ogni pancia…
La forma, la grandezza, il colore della maglietta che la ricopriva…

Ecco, quando vedo una donna incinta non posso fare a meno di pensarci. Di pensare al pancione. Quel pancione che io non avrò mai.

Forse qualcuno di voi penserà che stia esagerando. Che sono giovane, che ho ancora tutto il tempo per cambiare idea e provare nuovamente con la PMA, o aspettare che si avveri un miracolo e ottenere una gravidanza naturale…
Lo ammetto, io sono decisamente lunatica e la mia determinazione spesso è una maschera per celare la paura. Perché io di paura ne ho, tanta. Sempre.
Ma questa volta ne sono sicura. Non voglio più provare con la PMA. Voglio andare fino in fondo con l’adozione. E quando il mio angelo finalmente arriverà, sinceramente non avrò neppure più il tempo di pensare a quel pancione che non avrò mai. E neppure la voglia. Perché avrò realizzato il mio sogno, e non mi servirà nient’altro.

E poi… Devo dire la verità. Quando finalmente il mio bimbo arriverà – anche se non sarà nato dal mio grembo non importa – il mio desiderio di maternità sarà finalmente appagato.
Mio figlio – perché questo sarà – avrà bisogno di tutta la mia attenzione, il mio amore, il mio tempo.
Non potrei mai decidere di riprovare con la fecondazione assistita. Ricordo bene in che razza di mostro mi trasformano le cure ormonali. Il nervosismo, le urla che escono dalla mia bocca senza che io riesca a fermarle in tempo, la tristezza, la depressione.
Quando è dura l’attesa post transfer.
Quanto fa male sperare e poi scontrarsi con l’ennesimo fallimento.

E se andasse bene? Se rimanessi incinta?

Una gravidanza non è mai facile, soprattutto per chi l’ha desiderata e cercata tanto. Non potrei più giocare con mio figlio, non potrei affaticarmi, magari sarei pure costretta a letto per mesi e mesi…

E poi, cosa succederebbe? Dopo la nascita del mio bimbo “di pancia”?

Cosa proverebbe mio figlio, il primogenito? Sarebbe invidioso, geloso? Molti bimbi sono gelosi del fratellino o della sorellina. Ma se tuo fratello o tua sorella sono nati dal grembo di tua madre, mentre tu no, mentre tu provieni da un posto sconosciuto… Cavolo, la gelosia in questo caso sarebbe più che lecita. Non penso che vorrei mai affrontare una situazione del genere.

Sottolineo che con questo discorso non voglio affatto denigrare o rimproverare chi prende una decisione del genere. Ho una cara amica, seppur virtuale, che ha adottato un bambino e sta riflettendo proprio sulla possibilità di provare con la PMA. E avrà tutto il mio sostegno se deciderà infine di seguire questo percorso. Io non sono nessuno per giudicare. Dico solo che io non me la sentirei.
E ammetto anche che potrei cambiare idea. Sono lunatica, ve l’ho detto. Ma è difficile che questo possa accadere.

Il pancione, il pancione… Non me ne frega niente del pancione.
Io voglio solo che il tribunale mi chiami e mi dica: “C’è un bambino per voi.”
Il momento di felicità che ho sempre sognato. Certo, fino a un anno e un po’ fa sognavo questo momento in maniera diversa. Sognavo di svegliarmi al mattino sentendomi strana… Diversa. Sognavo di fare un test di gravidanza e vedere comparire due magiche linee. Sognavo di mettermi a piangere dalla felicità, chiusa in bagno. Sognavo di andare da mio marito, di abbracciarlo e sussurrargli: “Avremo un bambino!” Sognavo che lui mi accarezzasse la pancia, sentendo la vita dentro di essa. Sognavo tante cose. Ora ne sogno altre.
Ora il sogno è leggermente cambiato. Ma va bene lo stesso. Non si può programmare la vita. Non possiamo pretendere di cambiare ciò che è stato deciso da qualcuno più in alto di noi.
E poi, in fondo, l’emozione sarà la stessa. Anzi, forse persino più intensa, perché sarà una gioia sudata, conquistata a fatica.
Quando il giudice chiamerà per dirci che c’è un bambino per noi, non so come reagiremo. Piangeremo, probabilmente. E rideremo. E balleremo con i cani.
Proprio come in quella scena di “Io e Marley”, uno dei miei film preferiti, quando Jennifer Aniston, in attesa di un bimbo, prende il labrador e balla con lui.
Penso spessissimo a quella scena.
E non vedo l’ora di viverla. Anche se non avrò il pancione, ma un bimbo sconosciuto che mi aspetta in un qualche istituto o casa-famiglia.
Un bimbo che diventerà mio figlio.

La cosa che mi da più fastidio è che persone brave, permettetemi di dirlo, come me e Marito debbano soffrire e attendere tanto per realizzare il proprio sogno di avere una famiglia.
Mentre c’è chi una famiglia non la desidera nemmeno e – ops – si ritrova con un bimbo tra le braccia. Un bimbo che magari viene considerato solo un fastidio, mentre per un’altra persona, che invece non riesce ad averlo, sarebbe la realizzazione di un sogno.

Certo, avete ragione, siamo giovani, abbiamo tutto il tempo, e bla bla bla.

Sarà anche vero, ma… A me piace pensare un po’ più in grande.

Nessuno sembra rendersi conto che il nostro tempo su questa Terra è limitato. Molto limitato. E certo, la mia aspettativa di vita sarà di un’ottantina d’anni o forse più, ma in realtà non possiamo sapere quando verrà il nostro momento (sono un po’ tetra, me ne rendo conto, scusatemi).

E io non voglio sprecare un solo attimo del tempo che mi è concesso in questo mondo.
Voglio raggiungere la mia felicità il prima possibile. Non posso neanche pensare all’eventualità di diventare vecchia, di morire, senza essere diventata madre.
Non che il mio mondo ruoti solo attorno a questo, sia chiaro. In questo periodo sto cercando di impegnare la mia mente in tutto ciò che amo. Il volontariato, i miei animali, mio marito, i viaggi, i ristoranti… Ma quello che più desidero è avere un bambino. E vorrei cercare di passare la maggior parte della mia vita nella veste di madre.

A volte rabbrividisco sentendo dire che i figli arrivano solo a chi li merita.

Penso a quei due genitori (di Palermo, se non ricordo male), che qualche giorno fa hanno massacrato di botte il figlio neonato.
Penso a quella donna che soffre di depressione che qualche mese fa ha gettato dal balcone entrambi i figli, perché voleva risparmiare loro le sofferenze della vita.
Penso ai bambini che vengono abusati sessualmente dai genitori.
Penso ai figli degli zingari mandati a chiedere l’elemosina e visti solo come fonte di reddito.
Penso alle donne che rimangono incinta proprio mentre sono concentrate sulla carriera e decidono di abortire.
Penso alle donne che fanno un figlio solo per tenere legato a sé un uomo.
Penso agli uomini che abbandonano (e a volte uccidono, come ci racconta un recente fatto di cronaca) l’amante perché è rimasta incinta.
Penso ai genitori che si lamentano in continuazione perché si devono svegliare di notte per il bambino che piange, perché non possono andare a cena fuori, perché non possono viaggiare…

Penso a tutto questo, e mi chiedo: ma chi afferma che i figli arrivano solo a chi li merita, dove cavolo vive?

La verità è diversa. E’ che la Natura è tanto meravigliosa quanto bastarda e cinica. Ed è cieca, proprio come la fortuna.

E penso che non sia giusto che persone come me e Marito debbano farsi psicanalizzare, frequentare corsi, essere giudicati, per poter avere la possibilità di avere un bambino.
Chi ha psicanalizzato la donna che ha buttato i figli dal balcone? Chi ha scritto una relazione sui due criminali che hanno massacrato il loro piccolo?

Penso che sia triste avere ventisette anni ed essere consapevole che dentro al mio corpo non ci sarà mai una vita. Che mio marito non mi accompagnerà mai alla prima ecografia. Che non avrò mai il pancione.

Ma penso anche che tutti questi brutti pensieri che affollano la mia mente in serate buie come questa svaniranno non appena arriverà il mio bambino. Che non nascerà dal mio pancione, ma chi se ne frega. Sarà mio figlio.
Il pancione prima o poi svanisce, il figlio resta. E’ per sempre una parte di te.
Sì, anche se è adottato. Anche se qualcuno non ci crede. Ma io sì, ed è tutto quello che conta.

E penso che, anche se la Natura è bastarda, il Signore non lo è. E che farà in modo che questa attesa sia breve, perché, se così non fosse, potrei impazzire.

Pubblicato in: Fecondazione assistita, La mia storia

Relaaax! (Paranoie da fivettara)

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Il post-transfer è il periodo peggiore per qualsiasi fivettara, che viene improvvisamente assalita da mille paranoie. Non sa come comportarsi. Stare a letto? Andare a lavorare come se nulla fosse? Riposare, ma non troppo? Camminare fa bene? E quanto? Oppure no? Cosa mangiare? E fare la pipì? E’ pericoloso?

Per non parlare dell’impazienza per il fatale giorno del test di gravidanza che molte, sbagliando, anticipano di troppi giorni, e di tutti i timori possibili ed immaginabili che ci tormentano giorno e notte…

Queste paure sono, il più delle volte, irrazionali e totalmente campate in aria.

La sottoscritta, già paranoica nella vita di tutti i giorni, non fa eccezione, e durante il post-transfer si trasforma in una fivettara ossessionata dalla famigerata fuoriuscita degli embrioni (dove cappero devono andare, ‘sti benedetti embrioni, io non lo so).

Ho paura a chinarmi, perciò se devo uscire chiedo a marito di allacciarmi le scarpe. Passo le giornate seduta o sdraiata (sempre supina, perché ho paura che cambiando posizione gli embrioni ne risentano!), e ogni tanto mi alzo per camminare in casa (…), per far circolare un po’ il sangue. Se durante il giorno mi cade qualcosa, qualsiasi cosa, per terra, non mi chino per raccoglierlo (giammai!), ma mi limito a calciare l’oggetto incriminato sotto un mobile per evitare che i cani lo mangino, e alla sera, quando torna Marito, gli consegno una specie di mappa del tesoro con indicate tutte le cose finite sotto i mobili durante il giorno (non vi ho mai detto che ho le mani di merda pastafrolla?). Eh, sì, devo ammettere che pure io, almeno per i primi giorni dopo il transfer, ho una fottuta paura di starnutire e tossire (anche di fare la pipì, ma, ehy, quello non si può proprio evitare!).

E non ho nominato i fantasintomi… Durante i giorni post transfer qualsiasi fivettara degna di questo nome diventa moooolto più sensibile rispetto a qualsiasi dolorino, sensazione strana o mutamento del proprio corpo, cercando di capire se sta iniziando una gravidanza oppure no.

In rete ne ho lette di ogni…

In questi giorni sto facendo in media 100ml di pipì in più al giorno!
Le tette mi sono aumentate di 1/6 di taglia!
Ho sentito dei dolorini al basso ventre… Sì, sono sicura che fosse l’embrione che si stava impiantando!
Mi è venuta una voglia incredibile di cavoletti di Bruxelles!
La cacca ha una consistenza diversa!

La rete è una fonte inesauribile di paranoie. Basta andare su qualsiasi forum dedicato alla PMA o alla gravidanza in generale (CUB, MadreProvetta, se poi andate su AlFemminile è l’apoteosi delle stronzate paranoie) e leggere qualche post dedicato al periodo post-transfer…

Da quello che ho capito le paure più comuni sono quelle di andare in bagno, tossire e starnutire, temendo che in questo modo gli embrioni possano fuoriuscire. Io stessa ho sofferto di queste paranoie, ma quando le leggo su un forum, nero su bianco, mi rendo conto di quanto siano ridicole.

E non è tutto. Ho letto di una donna assolutamente certa di aver “perso” i propri embrioni quando ha fatto la pipì subito dopo il transfer, perché ha visto sugli slip due specie di granelli di sabbia… E un’altra sicura di averli “persi” perché ha visto nel wc, sempre dopo essere stata in bagno (donne, a questo punto facciamoci togliere la vescica, pisciare è troppo pericoloso) due punti rossi ricoperti di gelatina… Per non parlare di quelle che hanno paura di RIDERE per timore di fare del male ai propri piccoli…

Il modo migliore per tranquillizzarsi è semplicemente quello di informarsi. Parlare con altre donne, leggere articoli ATTENDIBILI in rete e, soprattutto, chiedere ai propri medici. Sono lì apposta!

Ma visto che io sono molto magnanima (?), dall’alto della mia FIVET-saggezza (??) ho deciso di condividere con voi alcuni piccoli segreti per vivere bene questo periodo. Scherzi a parte, da quando ho iniziato questo percorso ne ho sentite e lette di tutti i colori, ma visto che io sono molto curiosa e mi piace imparare, ho sempre cercato informarmi il più possibile, anche a costo di porre domande apparentemente idiote ai medici.

La mia ultima perla risale al giorno del transfer, quando ho chiesto alla biologa: Senta, ma cosa fanno gli embrioni quando li mettete dentro? Marito ancora mi prende per il culo. Lui non sa che sono centinaia le donne che in rete se lo chiedono! E io ho avuto il coraggio di chiederlo, mi sono sacrificata per il nostro bene, eh!

Dunque, ecco quello che ho imparato sul post-transfer:

1. EMBRIONI: Al momento del transfer gli embrioni sono visibili soltanto al microscopio. Non si possono perciò vedere ad occhio nudo. Non li potrete mai vedere sugli slip o galleggiare nel wc. Gli embrioni non possono fuoriuscire. Una volta trasferiti nell’utero si annidano nella mucosa, dove rimangono fermi, e gradualmente, o attecchiscono, dando così inizio ad una gravidanza, o vengono riassorbiti.

2. COSA FARE E COSA NON FARE: Nei giorni post transfer potete ridere, starnutire, tossire, andare in bagno quando e quanto volete. Non dovete fare esercizio fisico, sollevare pesi o fare grandi sforzi (esempio: non mettetevi a pulire tutte le finestre di casa proprio nei giorni post transfer…). Non dovete avere rapporti sessuali e quando salite o scendete le scale magari non fatelo correndo, ecco… I medici mi hanno rassicurato sull’uso dell’auto, anche se io in questi giorni evito di usarla per paura delle vibrazioni (paura irrazionale, ma così è).

Passeggiare ogni tanto fa bene per la circolazione del sangue!

3. CIBO: Comportatevi come se foste già in gravidanza. Niente fumo, niente alcool, niente carne o pesce crudo e verdure crude solo se lavate accuratamente con l’Amuchina. Se non lo state già prendendo, cominciate ad assumere un integratore di acido folico (sempre dopo aver chiesto al medico). Anche il cavolfiore è un alimento ricco di acido folico.

4. SINTOMI: Ignorante qualsiasi sintomo o fantasintomo. Il seno gonfio, i dolorini, possono essere sia un segnale che stanno arrivando le Malefiche, sia il segnale di una gravidanza che è iniziata. Possono anche essere effetti collaterali delle terapie di supporto. Insomma, possono essere tutto e il contrario di tutto. Si fa prima ad ignorarli, direi.

Ma se avete dei dolori veramente “anomali”, non esitate a dirlo al medico, a costo di ricevere risposte scocciate!

5. RELAAAX! Sia che stiate a casa o decidiate di tornare subito al lavoro, rimanete rilassate. Fate quello che più vi fa sentire a vostro agio. Se non fate lavori pesanti i vostri medici vi consiglieranno di tornare a lavorare, ma se preferite restare a casa (e fatelo, se vi trovate un ambiente lavorativo non proprio idilliaco!), sappiate che la legge è dalla vostra parte. Fatelo notare anche al medico di famiglia, se si rifiutasse di farvi il certificato di malattia.  (Cercate il paragrafo “Procreazione assistita”).

Non abbiate fretta e aspettate il giorno comunicato dal centro PMA (solitamente il 14° p.t.) per effettuare il test di gravidanza! E, in tutti i modi, sia in caso di risultato positivo sia in caso di risultato negativo andate a fare le analisi delle beta hcg. Se proprio non ce la fate ad aspettare, anticipate al massimo di un paio di giorni… Ma, in caso di negativo, ripetete il test il giorno giusto!

 

Se per caso i vostri medici vi hanno consigliato diversamente o se volete aggiungere qualcosa di importante che mi sono scordata, ditemelo pure!

La sottoscritta, ovviamente, non è che rispetti molto queste regole. Tra il dire e il fare… Ci sono di mezzo gli ormoni che mi fanno essere razionale solo a tratti!

Oggi è il 7° p.t. e stavo seriamente pensando di fare un test di gravidanza, per dire… No, non l’ho fatto. Voglio crogiolarmi ancora un po’ nella speranza prima di risvegliarmi bruscamente. Ho una pessima sensazione. Che a volte si trasforma in un ottimismo insensato. Ah, gli ormoni…

Pubblicato in: La mia storia

Sogni infranti

Come previsto, sabato io e Marito siamo tornati al centro PMA per discutere il prossimo tentativo di ICSI. Praticamente sono stata io a dettare alla dottoressa dosi e giorni delle iniezioni, tanto sono diventata esperta! Per fortuna non ci ha fatto pagare per la consulenza (e meno male, con tutti i soldi che le dovremo dare alla fine!), e Marito mi ha detto che avremmo dovuto chiederle noi dei soldi, dato che ho fatto tutto io…  😉

Visto che le Malefiche mi sono arrivate, sgradite come sempre, il sei settembre, dovrò iniziare la terapia ormonale il ventisei, ovvero il ventunesimo giorno del ciclo. Come l’altra volta farò la soppressione con un’unica iniezione di Enantone, poi dovrò attendere la nuova visita delle Malefiche e il terzo giorno del ciclo successivo inizierò la stimolazione con il Gonal. Questa volta assumerò dosi maggiori per tentare di produrre qualche ovocita in più, dato che l’altra volta non è andata molto bene (sei follicoli di cui tre vuoti).

Ho parlato alla dottoressa della prostatite di Marito. Ero convinta che l’avrebbe considerata come una buona notizia, invece mi ha detto che, anche dopo la cura antibiotica, sarà impossibile per noi provare ad ottenere una gravidanza naturale. Magari gli spermini miglioreranno come motilità, ma come numero e morfologia assolutamente no. La notizia non mi ha gettato nel panico più di tanto. E’ vero, ci speravo, come vi ho detto nell’ultimo post, ma in fondo al cuore sapevo che era solo una remota possibilità… E quindi, le strade tornano ad essere due, proprio come pensavo fino a pochi giorni fa. Adozione o PMA. E, ripeto, non mi importa quale cammino ci porterà al traguardo. Basta arrivarci, a ‘sto benedetto traguardo!

Tutta la mia vita ormai ruota intorno a questo. Ad un figlio. La mia vita è in stand by. E io voglio che sia così. Non voglio prendermi una pausa di riflessione, come molte altre coppie fanno. Forse mi farebbe bene, ma non voglio. Non voglio prendermi del tempo per me, non voglio che io e Marito sperperiamo soldi in viaggi e ristoranti per cercare di distrarci da qualcosa che, anche impegnandomi con tutte le mie forze, anche godendomi la vita come mai prima, non potrei mai dimenticare: io voglio un figlio. Di tutto il resto non mi importa. La mia vita riprenderà quando lui sarà qui con me. E sarà una bella vita. Sarà la vita che ho sempre voluto.

“Sogni infranti” è il titolo di questo post. Ma non mi riferisco al fatto di aver capito (di nuovo) che diventare mamma normalmente (brutta parola…) è impossibile per noi.

Quello che state per leggere l’ho scritto qualche giorno fa. L’ho scritto di getto, rabbiosamente, mentre piangevo. Ho esitato prima di pubblicarlo sul blog. Un po’ mi vergognavo. Sono pensieri molto intimi. E temevo anche che qualcuno mi potesse accusare di vittimismo, di voler essere compatita… Non è così. E se alla fine ho deciso di pubblicare le righe che state per leggere è perché non voglio più avere paura. E perché voglio liberarmi, e non ho molte persone nel mondo “reale” con cui farlo. E anche per farvi capire che non dovete dare nulla, ma proprio nulla, per scontato. Soprattutto l’amore. E poi, in fondo, tra i lettori di questo blog solo un paio sanno veramente chi sia Eva. Per gli altri sono solo un’anonima blogger come tante altre. Quindi, chi se ne frega se mi giudicherete male.

Famiglia. Cosa significa questa parola per voi? Per me la famiglia è il morbido e caldo materasso che ti accoglie e ti impedisce di ferirti ogni volta che la vita cerca di farti cadere a terra. Gli amori e gli amici se ne vanno, ma la famiglia resta. La famiglia c’è sempre. La famiglia è una certezza. Questa è la famiglia che io e Marito vogliamo essere per il nostro bambino. Questa è la famiglia che ho sempre sognato, e che non ho mai avuto. Sono caduta molte volte. E raramente ho trovato qualcuno ad accogliermi tra le sue braccia per sorreggermi. Sono sempre finita con il culo per terra. Quel morbido materasso che la maggior parte delle persone che conosco da per scontato io non l’ho mai avuto. Non ho mai vissuto, non ho mai sofferto con la certezza di avere qualcuno pronto a tendermi la mano. Anzi. Tante, troppe volte sono stata io a tendere la mano, a dare un aiuto a quelle persone che mi avrebbero dovuto crescere con amore, e che invece hanno lasciato che crescessi priva di qualsiasi fiducia negli altri e in me stessa.

Mia madre non sta bene. Da tanto, troppo tempo. Ma la sua malattia non è visibile, non può essere diagnosticata tramite un’ecografia o una tac, non provoca dolori fisici, non presenta tracce sul corpo. Tutti hanno sempre fatto finta che non ci fosse alcun problema. Tutti dicono che mia madre è semplicemente un tipo “particolare”. Nessuno osa dire la verità. La malattia di mia madre ha condizionato tutta la mia vita. Le sue crisi isteriche mi hanno fatto crescere nella paura, la sua morbosa gelosia verso di me e mio padre mi hanno impedito di frequentare la famiglia, la sua incapacità di provare affetto per qualcuno all’infuori di se stessa mi ha fatto sempre sentire sola. Mio padre, succube della moglie, ha sempre piegato la testa e chiuso gli occhi davanti ai problemi di mia madre. Ha cercato di vivere la sua vita senza lasciarsi condizionare dalle stranezze della moglie. E se l’è sempre presa con me per qualsiasi cosa. Ogni cosa era, ed è, colpa mia. Non di mia madre, non della sua malattia che non riese ad ammettere. NO. Mia.

Da quando avevo tredici anni o giù di lì io e i miei genitori abbiamo smesso di mangiare a tavola insieme. Alla sera ognuno mangiava ad orari diversi. Io a volte mi preparavo qualcosa che poi mi mangiavo nella mia camera, da sola. Ho passato l’adolescenza chiusa nella mia camera. La maggior parte delle volte, in realtà, saltavo la cena. Nessuno si curava di questo. Pensavano che volessi dimagrire. Pensavano che me ne stessi sempre chiusa in camera perché ero un’adolescente tormentata. Con il digiuno, il silenzio e la solitudine io volevo farmi sentire. Ma loro non hanno mai sentito niente.

Quando sono andata a vivere da sola credevo che finalmente mi sarei liberata dell’influenza negativa dei miei genitori sulla mia vita. Mi sbagliavo. Nonostante tutto, loro sono sempre la mia mamma e il mio papà, e ho mantenuto i rapporti con loro. E anche se non viviamo più insieme in questi anni sono sempre riusciti a trascinarmi nel loro vortice di rabbia e pazzia, mentre io, anche impegnandomi con tutta me stessa, non sono stata in grado di trasformarli nei genitori che avrei voluto.

I miei genitori non sono voluti venire al mio matrimonio. Credevo che dopo un affronto del genere non sarei più riuscita a parlare con loro, e invece ho continuato a frequentarli, anche se raramente. Perché sono sempre la mia mamma e il mio papà. E non posso averne altri. Ma ora ho deciso che posso fare a meno di loro. Devo fare a meno di loro, se voglio sopravvivere.

Un paio di giorni fa sono andata a trovare mia madre. Non ci vedevamo da mesi. Ultimamente ci siamo sentite soltanto qualche volta per telefono. Ogni volta la conversazione è finita tra urla e insulti. Mia madre non sopporta il fatto che io frequenti i miei nonni paterni e mia zia, che lei odia, non ho ancora capito per quale motivo. In realtà non è gelosa di me. Non le importa niente di sua figlia. Ma detesta il fatto che altri membri della famiglia ricevano più attenzioni di lei. Forse dovrebbe chiedersi perché le cose vanno così…

In tutti i modi, come dicevo, sono andata a trovarla. Le prime due cose mi ha detto sono state “Hai visto come sono magra?” e “Lo sai che Francesca, la tua compagna di scuola materna, ha un figlio di due anni?”

Bell’inizio.

Poi mi ha parlato dei litigi con mio padre, del fatto che si è vendicato di lui perché non gliel’ha data per sei mesi.

Lei: “Ah ah! Non gliel’ho data per sei mesi!”
Io: “Non sono termini appropriati per parlare con tua figlia.”
Lei: “Eh, va beh, allora dirò che non abbiamo fatto l’amore per sei mesi… Tanto è uguale a dire che non abbiamo scopato!”
Io: “Puoi usare qualsiasi termine, ma la cosa non mi interessa. Non credo che dovresti parlare di questo con tua figlia.”

I discorsi di mia madre non seguono un filo logico. Dopo pochi istanti ha cominciato ad urlarmi per essere andata un pomeriggio sul fiume con Marito,  mio padre, mia nonna e mia zia.
“Hai fatto vedere a tuo marito tua zia in bikini, ma non gli hai fatto vedere le mie foto su facebook!”
Ho fatto vedere a mio marito mia zia in bikini?? Mia zia era sul fiume a nuotare e prendere il sole come tutte le altre persone presenti, era ovvio che fosse in costume! Cosa gliene può fregare a mio marito di guardarla?
“Le tue foto su facebook sono imbarazzanti. Sembri una pornostar. Marito le ha viste. E anche due nostri amici le hanno accidentalmente viste. Si sono vergognati per me.”
Lei ha riso. “Non è vero! Sicuramente hanno detto che sono una bella donna! Perché è così!”
“Si sono vergognati per me,” ho ripetuto. “Quelle foto sono penose.”
“E invece di certo hanno detto che sono una bella donna!”
Oooook.

A novembre i miei genitori andranno alle Mauritius. Mia madre mi ha chiesto se durante la loro assenza posso andare a casa loro a pulire e accudire i gatti, come ho fatto quest’estate. Le ho detto che tra poco dovrò essere operata, e non so se potrò farlo. Non so perché l’ho detto. I miei genitori non sanno nulla dei problemi miei e di Marito. Non sanno della fecondazione assistita. Non conoscono l’inferno che stiamo vivendo. Credono che i loro problemi siano i più gravi del mondo. I litigi da adolescenti, i profili su facebook, le ripicche infantili… Pensavo che non avrebbero mai potuto capire quello che io e Marito stiamo passando, pensavo che non sarebbero stati di alcun aiuto. Eppure in fondo al cuore ho sempre desiderato confessare loro tutto quanto. Continuavo a dirmi che forse questa volta sarebbero riusciti a capire, che davanti ad una realtà tanto cruda e dolorosa sarebbero stati, per la prima volta, il materasso caldo e morbido che non mi hai mai sostenuto…

Quando le ho detto che dovrò subire un’operazione, mia madre ha voluto sapere a tutti i costi di cosa si trattasse. Io ho esitato. La sua agitazione mi metteva ansia. Poi, urlando, mi ha chiesto se i miei nonni e mio padre sapessero già tutto. Non avrebbe potuto sopportare un simile affronto.
“Se l’hanno saputo prima di me ti ammazzo!”
Io le ho risposto di no, che nessuno sapeva niente, ma lei non mi ha creduto e ha alzato la cornetta per chiamare mio padre e chiederglielo. Io l’ho fermata, a fatica, l’ho pregata di non farlo, dicendole che si tratta di una questione molto delicata.

Ha continuato a chiedermi spiegazioni, a chiedermi che cos’ho. Ad un certo punto mi sono lasciata andare e ho detto tutto.
“Abbiamo scoperto di non poter avere figli. E quindi abbiamo fatto la fecondazione assistita,” ho detto, laconicamente, senza lasciar trasparire alcuna emozione, come faccio sempre quando racconto a qualcuno del nostro dramma. Solo chi mi conosce realmente capisce quello che si cela dietro alla mia voce ferma e ai miei occhi impassibili. E mia madre non mi conosce realmente.
“Ah. Ho letto qualcosa, ma non so bene come funziona. Cos’hai dovuto fare?”
Ha parlato con tono neutrale, anzi, quasi allegro, come se non stessimo parlando della prova più grande che ho dovuto affrontare nella vita, come se mi stesse chiedendo, che ne so, da che estetista vado a farmi fare la ceretta…
Avevo appena cominciato a spiegare in cosa consiste la PMA, quando mia madre mi ha interrotto di nuovo per chiedermi ancora se fossi sicura di non aver detto niente a mia nonna. “Devi stare attenta, non dire niente a quella donna, è una vipera, una stronza!”
Ha continuato ad insultare mia nonna per diversi minuti. Mi guardava, ma i suoi occhi vuoti non mi vedevano realmente. Il suo sguardo è sempre stato spaesato, allucinato, perso. Lei non è mai realmente presente. Vive in un altro mondo. Un mondo che solo lei capisce. Io sono in un altro universo. Un universo dove lei non vuole entrare, dove non le interessa entrare.
A quel punto sono scoppiata. “Mamma, ma mi stai ascoltando? Capisci quello che ti sto dicendo?”

Le ho fatto notare che, ogni volta che le parlo di qualcosa di importante, lei non si cura di me, non mi ascolta, non le interessa ascoltarmi, ma coglie il pretesto (o se lo inventa) per cominciare a parlare di mia nonna e a insultarla, proprio come una pazza. Proprio com’è accaduto quella volta che, mettendo da parte tutto il mio orgoglio, le ho mostrato (senza che mi fosse neppure chiesto, eh) l’album del matrimonio, dopo che né lei né mio padre erano venuti alla cerimonia. Anche in quell’occasione non ha prestato alcuna attenzione a me, sua figlia. Ricordo benissimo la foga con cui sfogliava le pagine. Non ha guardato una sola foto che ritraeva me o mio marito. Si soffermava soltanto su quelle dove compariva mia nonna, per criticarla, e insultarla, e sputare veleno. Se qualcuno le chiedesse com’era l’abito di sua figlia o il colore dei fiori in Comune, lei non saprebbe rispondere, ma ricorderebbe perfettamente cosa indossava mia nonna o il modo in cui era seduta.

“Hai ragione,” ha detto, “ma tua nonna è veramente una puttana! Ed è invidiosa di me perché sono una bella donna! Non sono belle le mie foto su facebook?”
“Sono imbarazzanti.”
“Ah, allora dillo che sei arrabbiata con me per quelle foto! Ma non è colpa mia se sono una bella donna…”

A questo punto me ne sono andata, urlando, arrabbiata con lei ma soprattutto con me stessa per aver ingenuamente creduto che per una volta mia madre fosse in grado di ascoltarmi. Mentre me ne andavo lei continuava ad inveire contro mia nonna. Non mi ha fermata, non mi ha domandato perdono.

Da quel giorno mia mamma si è fatta sentire soltanto tramite alcuni sms. Ma non mi ha chiesto scusa, non mi ha chiesto se potevamo riprendere il discorso, non mi ha chiesto come sto. Mi ha solamente scritto che è stanca di essere esclusa da tutto e di non esistere per nessuno.

Quando ho raccontato l’accaduto alla psicologa, mi ha consigliato, per il mio bene, di stare lontano da mia madre e di non arrabbiarmi così tanto, ma di considerare che è una donna malata che vive in un suo mondo immaginario. Non è in grado di comprendere la realtà, né di capire che il suo comportamento non è normale.

Mamma. Sono tua figlia. Te ne rendi conto? Non posso avere figli. E un figlio è tutto quello che desidero dalla vita. Lo sapevi, questo? No. Non lo sai. Non me l’hai mai chiesto. Non ti è mai interessato scoprirlo. Non te ne frega niente di sapere quello che ho passato. Non mi hai neppure lasciato finire di parlare. Non sai che mi sono dovuta imbottire di ormoni, non sai che ho pianto durante il pick up, non sai che gioia ho provato sentendo quei due puntini luminosi dentro di me, non sai nulla… Cazzo, non sai neppure se sono incinta o meno!
Io ho avuto un aborto, mamma. Non so neppure se chiamarlo così, visto che la gravidanza è durata poco più di due giorni. Ma io mi sono sentita tanto felice quando pensavo di poter finalmente essere una mamma, e sono stata malissimo quando quella piccola vita, quella che sarebbe diventata una vita, mi ha lasciato.
Mamma, non mi interessano le tue scopate, i tuoi amanti, le tue foto su facebook, il tuo odio per la nonna. Volevo soltanto che mi ascoltassi. Ma non sei riuscita a farlo. So che non ci riesci perché sei malata, ma avrei voluto tanto, per una volta, una volta sola, avere una mamma.
Quando mio figlio o mia figlia verranno da me, sofferenti, io sarò per loro il caldo materasso che tu non sei mai stata.
Che strano il destino, vero, mamma? Tu che un figlio non lo volevi e non eri neppure in grado di crescerlo sei rimasta incinta senza volerlo, mentre io, che sogno di essere madre da sempre, devo faticare così tanto per realizzare il mio sogno.
Ti ho dato la possibilità per essere una mamma, per una volta. Ma tu non hai voluto approfittarne. Io sarò una madre decisamente migliore di te.
E, chissà, forse è anche grazie a tutto quello che mi hai fatto passare che negli anni ho capito chi voglio e chi non voglio essere. Forse dovrei ringraziarti, perché mi hai fatto scoprire cosa significa crescere con una persona incapace d’amarti. E i miei figli non scopriranno mai cosa si prova. I miei figli non diranno mai quello che io sto per dire: “Io non ho più una madre.”

Mi piacerebbe poterle dire tutto questo. Ma lei non capirebbe. Non capisce mai. Ed ora ho capito che non posso obbligarla a capire.

L’altro giorno, non so per quale motivo (forse a causa dello scombussolamento ormonale provocato dalle Malefiche) ho raccontato ai miei colleghi qualche anneddoto sulla mia famiglia. Ho detto loro che non mangiavamo mai insieme, e che ognuno si cucinava quello che voleva all’ora che voleva e mangiava da solo.

I miei colleghi non mi hanno creduto. Hanno riso di me. Mi hanno accusata di esagerare, perché secondo loro è impossibile che esistano famiglie del genere e che dei genitori si possano comportare in questo modo.

Tralasciando l’ignoranza dei miei colleghi (ci sono anche dei genitori che abusano sessualmente dei figli – ma non li leggono i giornali?), i loro commenti mi hanno fatto capire che le persone danno tutto per scontato.

I genitori amano i figli.

No, non è così. Non sempre. A volte li vorrebbero amare, ma non sono in grado di farlo.

I miei colleghi credono anche che avere un figlio sia una cosa normale, un qualcosa che tutti possono ottenere. E neanche questo è vero.

Non bisogna dare nulla per scontato. E i miei figli riceveranno tutto l’amore che ho da dare, tutto l’amore che non ho mai ricevuto, tutto l’amore che ho sempre desiderato.

L’obiettivo della mia vita è trasformare la rabbia in amore. Finora ci sono sempre riuscita, seppur a fatica. E anche la rabbia per dover lottare tanto per diventare madre alla fine si rivelerà qualcosa di buono. Dopo aver atteso tanto, mio figlio sarà il bambino più amato del mondo. E gli insegnerò a non dare nulla per scontato.

P.S. Un applauso a chi è riuscito ad arrivare alla fine di questo luuuungo post!

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Nuove speranze

Adozione. O PMA. Oppure una vita senza figli. Credevo fossero queste le uniche strade che il destino aveva da offrirci. E invece no. Ora si è aperto un nuovo cammino davanti a noi, nuove possibilità, nuove speranze. Forse questo cammino non ci porterà a nulla, forse sperare si rivelerà inutile, ma almeno ora esiste un’altra strada. E no, non si tratta di rapire un bambino o comprarlo al mercato nero…

Sabato scorso Marito è andato a fare una visita da un andrologo/urologo molto rinomato. Ultimamente ha spesso dei dolori laggiù, e ci sembrava giusto capire se c’era qualcosa che non andava prima di iniziare il prossimo ciclo PMA. Come vi ho già detto, finora non era emersa la causa dei suoi spermini poco piacenti. L’urologo altrettanto famoso che l’ha visitato a febbraio aveva detto che non c’era alcuna causa apparente. A suo parere, non soffriva né di varicocele né di prostatite. E anche i medici del centro PMA hanno dato per scontato che non ci fosse alcuna causa, ma che fosse semplicemente nato così. Insomma, che fosse solamente un po’ sfigato.

Sabato, mentre Marito era nello studio medico, io ho aspettato pazientemente nella sala d’attesa. Avevo il cuore in gola. Ero agitatissima. Non so per quale motivo, ma dentro di me sentivo che c’era qualcosa che non andava. Anzi, non è esatto. Io sentivo che c’era qualcosa. Non ero né ottimista né pessimista… Sapevo solo che c’era qualcosa.

Quando Marito finalmente è uscito, mi sono fatta raccontare tutta la visita per filo e per segno. Dopo i soliti commenti e lamenti sulla visita poco piacevole, Marito mi ha detto che il dottore ha individuato subito la causa dei suoi dolori: ha una prostatite. Una prostatite che sta peggiorando sempre di più e di cui probabilmente soffre da parecchio tempo, e che il precedente dottore non ha diagnosticato (ci sarebbe da fargli causa…), forse perché è stato troppo superficiale, e a cui neppure i medici del centro PMA hanno pensato, nonostante i vari spermiogrammi abbiano sempre evidenziato una grossa presenza di batteri, anche dopo le cure antibiotiche (e, a detta dell’andrologo, questi batteri avrebbero dovuto far capire subito ad uno specialista che c’era un’infezione).

Sicuramente la morfologia e la motilità pari a zero degli spermini sono dovute a questo. E dopo la cura di due settimane a cui Marito deve sottoporsi, sicuramente la loro qualità migliorerà. Per quanto riguarda il basso numero di spermini il dottore non si è espresso. Ha detto che è probabile che la quantità aumenti, ma non sa se arriverà a livelli normali.

Sapete cosa significa tutto questo?

Non voglio illudermi troppo, ma… Se davvero è questa prostatite la causa degli spermini lenti e brutti, e visto che questa causa può essere curata, se davvero gli spermini miglioreranno… Se dovessero crescere abbastanza di numero… Noi potremmo avere un figlio in modo naturale. Potrebbe bastare fare un monitoraggio dell’ovulazione e avere rapporti nei giorni giusti per rimanere incinta… Insomma, potremmo concepire un bambino facendo l’amore sul letto, sulla lavatrice, in giardino, insomma, dove cavolo ci pare, ma non in una provetta, non mettendo il nostro destino nelle mani di un biologo… Mi sento così strana a dirlo! Ma anche se questa fantasia dovesse rivelarsi troppo lontana dalla realtà… Anche se gli spermini dovessero rimanere pochi, se la loro qualità migliorerà (e secondo il medico questa è una certezza) e dovessimo ricorrere nuovamente alla PMA, potremmo produrre (che brutta parola!) embrioni migliori…

Insomma, anche se non dovesse accadere un miracolo, questa è una buona notizia!

L’andrologo ha detto di iniziare comunque a pianificare la prossima ICSI (e certo, mica paga lui, mica si fa imbottire lui di ormoni!). Avevamo già preso appuntamento con il centro PMA per il prossimo sabato. Ovviamente ci andremo e sentiremo cosa ci dirà la dottoressa. Intanto vorrei che mi preparasse, per ogni evenienza, il nuovo piano terapeutico e che mi facesse le prescrizioni per gli ormoni. Ho fatto i calcoli dei giorni del ciclo, e ho previsto che dovrei iniziare a prendere gli ormoni attorno al 25 settembre. Per quella data Marito avrà già terminato la cura e avrà già potuto fare un nuovo spermiogramma, dopo aver aspettato naturalmente qualche giorno dalla fine della terapia, per vedere se la situazione è, e quanto, migliorata. A quel punto sapremo se dovremo ripetere la PMA, come previsto, o se avremo altre possibilità.

Qualunque cosa dovesse accadere, io sono pronta. Ormai sono tre mesi che penso al nuovo tentativo di PMA, sono pronta a ripetere la cura ormonale, a diventare insopportabile, ad andare fuori di testa, a vedere la mia pancia diventare una forma di Emmenthal, a mettere la mia felicità nelle mani di una biologa e a sopportare le due terribili settimane post transfer. Anche se la cura di Marito non dovesse dare risultati miracolosi, non importa. Ho già da tempo archiviato la speranza di poter avere figli in modo naturale.

Però, in fondo al cuore, non posso che sperare che la vita riesca a sorprendermi, nuovamente… E in un modo o nell’altro sono certa che rimarrò sorpresa.

La settimana prossima iniziamo anche il corso per l’adozione. Sono agitata, piena di ansie e di paure. Quante emozioni tutte insieme! Però sono felice. Sento che sta per succedere qualcosa, in un modo o nell’altro. Non ho la più pallida idea di come diventerò madre, e non mi importa saperlo. Mi importa soltanto riuscirci. Ed ora sono sicura che ce la farò. In qualsiasi modo. Mamma di pancia, di provetta o di cuore. Non ha importanza.

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Sono incinta, ma…

Vi ricordate quando vi ho parlato di come ho sempre immaginato quel momento di felicità? Il momento in cui avrei visto il test di gravidanza positivo e, felice come non mai, l’avrei annunciato a Marito?

Esattamente due giorni fa ho vissuto quel momento. Ma, come spesso accade nella vita, la realtà si è rivelata ben diversa dal sogno.

E’ da quasi una settimana che per caso ho scoperto di avere in casa un test di gravidanza. Per giorni e giorni ho resistito dal farlo, ben sapendo che era troppo presto per ottenere un risultato valido. Due giorni fa, al 12 pt, ho deciso di farlo, in anticipo di due giorni rispetto a quello che mi aveva detto il centro.

Ho aspettato che Marito uscisse per andare al lavoro, mi sono alzata, ho pregato, con gambe tremanti sono andata in bagno, ho fatto il test e poi, un po’ intontita e ancora assonnata, ho atteso l’agognato risultato.

Due linee. Per la prima volta in due anni ho visto due linee. Certo, la seconda era decisamente flebile, ma… C’era. C’erano due linee.

“Cazzo. Sono incinta.”

Mi sono messa a ridere. Il cuore mi batteva a mille. Ma la felicità è durata poco. La paura ha preso il sopravvento. Avvertivo un brutto presentimento, come se sapessi che quella felicità non era destinata a durare, che non mi spettava

Ho chiamato Marito e gli ho dato la buona notizia. Anche lui era frastornato e non riusciva a gioire. Poi ho deciso di andare a fare le analisi del sangue per vedere il dosaggio delle beta. Ormai, a furia di leggere su internet le esperienze delle altre donne, sapevo che valori aspettarmi.

Dopo poche ore ho avuto il risultato. E ho capito il perché del mio brutto presentimento.

18,52

Un valore basso, molto basso rispetto alla media, che è di 100 o persino di più, anche se su alcune tabelle che ho trovato in rete il valore sembra regolare.

Ho chiamato la ginecologa che ha cercato di rassicurarmi dicendo di ripetere le beta dopo due giorni, ovvero oggi.

Ieri per tutto il giorno ho avuto dolori e crampi al basso ventre, a volte anche forti. E mi sono iniziate delle perdite di sangue, molto leggere.

Stamattina ho ripetuto le beta.

44,72

Il valore è più che raddoppiato, com’è giusto che avvenga. Ma è ancora basso. Ho richiamato la ginecologa, che ha confermato i miei dubbi, ma mi ha detto di rimanere calma e ripetere l’esame sabato, sperando che i valori si alzino, e intanto continuare il progesterone.

Da quello che ho letto su internet potrebbe trattarsi di una gravidanza biochimica, ovvero una gravidanza che non va a buon fine e termina nei primi giorni. Significa che l’embrione si impianta nell’utero, ma poi non ce la fa a sopravvivere.

Ho passato tutta la giornata stesa sul divano, a dormire, a piangere, a cercare di immaginare cosa accadrà.

Sono incinta ma non posso esserne felice, perché è molto alta la probabilità che il mio sogno mi venga strappato subito via.

Ho paura. Ho tanta paura. Vorrei poter dormire fino a sabato.

Sono incinta. Non riesco neanche a dirlo.

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Ma almeno piove…

Non amo l’inverno. Così freddo, cupo, triste, sterile… C’era un tempo in cui amavo il cielo grigio e il gelo, perché riflettevano il mio stato d’animo. Ora, no. Ora adoro il sole, le giornate lunghe, i fiori che sbocciano, il caldo, persino l’afa. Forse perché il sole, in questo momento della mia vita, rispecchia di più quello che sento. Non tanto la serenità che ho ottenuto, ma soprattutto il mio desiderio di essere felice. Pienamente felice.

Ogni anno aspetto con trepidazione la primavera. Quest’anno non mi ero neppure accorta del suo arrivo. L’ho realizzato soltanto qualche settimana fa quando i primi giorni di tiepido sole hanno riempito i parchi di mamme e nonne sorridenti che giocano con bambini altrettanto gioiosi e felici.
Negli ultimi tempi quando cammino per strada incrocio solo mamme e bambini. Alla televisione vedo soltanto pubblicità di abbigliamento e cibo per neonati. Tutte le conversazioni che involontariamente origlio trattano di parti, nascite, bambini.

Qualche giorno fa ho incontrato al parcheggio del supermercato una vecchia amica di scuola. Ho scoperto che ha appena partorito il suo secondo figlio. Le ho fatto le congratulazioni con il cuore in gola e le lacrime che mi offuscavano la vista. Ho finto che fossero di commozione. Invece erano di rabbia, e di dolore. Dopo questo incontro, ho detto a mio marito di rientrare in macchina, perché avremmo fatto la spesa da un’altra parte. Non potevo sopportare di vedere il suo carrello pieno di pannolini.
Perché lei sì, e io no? Cos’ha questa ragazza più di me? ho continuato a chiedermi per ore ed ore.

Niente. Lei non ha niente più di me.

A parte i figli, io non ho nulla da invidiarle. A me piace la mia, anche se incompleta, vita.
Sono sempre stata brava nello studio, intelligente, volenterosa, talentuosa, sensibile. Mi sono spesso sentita ripetere che con le mie qualità avrei fatto grandi cose nella vita. Certo, io non posso lamentarmi della mia esistenza, ma… Non ho la cosa che più desidero.

Oggi in ufficio sono venuta a sapere che una ex collega è incinta. Io meriterei un figlio più di lei, ho continuato a ripetermi per tutto il giorno.
So che l’odio non mi può far bene. Lo so. Eppure a volte odiare mi sembra l’unico modo per non impazzire. E poi, in realtà, io non odio veramente queste donne. Io odio la paura, odio il destino, odio quello che ci sta capitando. E queste donne sono l’unico capro espiatorio su cui sfogare, dentro di me, senza lasciarla trapelare, la mia sofferenza.

La primavera è durata solo qualche giorno, per ora. È da più di una settimana che il freddo e la pioggia sono tornati. Ed io ne sono felice, per una volta. E spero che questo tempo malinconico duri ancora. Così, almeno per un po’, non dovrò vedere i bambini correre felici nel parco insieme alle loro mamme.
Mamme che, forse, non sanno di essere tanto fortunate.