Pubblicato in: La mia storia

Voglio godermi il dolore

Ho tante cose da scrivere. Ultimamente non sto aggiornando molto il blog, sia perché non sento più come un tempo il bisogno di sfogarmi, sia perché sono molto impegnata con il lavoro e con il percorso dell’adozione. E poi è scoppiato all’improvviso un gran caldo che mi impedisce di concentrarmi come vorrei!

Spero di trovare nei prossimi giorni il tempo di scrivere, perché ho tante cose da raccontare. Non ho bisogno di sfogarmi come un tempo, ma di condividere e confrontarmi, quello sì, sempre. Anche se a volte le critiche e i consigli che ricevo da chi legge la mia storia mi fanno stare male, ritengo che sia utile ascoltare punti di vista diversi dai propri, anche perché questo mi permette di pormi delle domande che altrimenti, magari, non mi verrebbero mai in mente.

Ho realizzato che, quando sei talmente concentrato (ossessionato?) su qualcosa – nel mio caso, fino a poco tempo fa, nella ricerca di un pancione – oltre a dimenticarti di vivere, non riesci a vedere tutte le possibilità che la vita ha da offrirti.

Quando ti trovi nel bel mezzo della tempesta della sofferenza, e non sai se il cielo tornerà mai sereno, è difficile recuperare forza e speranza dentro di sé.
Una volta che la tempesta è passata (ma non possiamo sapere se questo mai accadrà), non importa quanto è durata, è facile guardarsi indietro e darsi degli stupidi per aver sprecato tante lacrime, per essere stati tanto male… Una volta che si trova la felicità, se mai si trova, tutto il dolore patito diventa solo un brutto ricordo, una cicatrice che non fa più male. Se. Questa è la parolina magica.
Mentre per anni, per decenni, piangiamo, soffriamo, combattiamo, ci facciamo inserire siringhe in ogni dove, ci imbottiamo di medicine, viviamo pensando alla provetta, o risparmiamo soldi per andare all’estero a sottoporci alla fecondazione eterologa, o litighiamo con i servizi sociali e sopportiamo la burocrazia dei tribunali…
Insomma, mentre cerchiamo disperatamente di diventare madri – perché qualcuno ha deciso che per noi non dovesse essere così semplice – non possiamo sapere se riusciremo mai a stringere tra le braccia il frutto del nostro amore, della nostra pazienza – se è un figlio di pancia o di cuore poco importa.

E credo che sia il senso di impotenza, l’incertezza del futuro, più che l’attesa, a divorare il nostro animo, a rubarci il sorriso. Se sapessimo con assoluta sicurezza che diventeremo madri, anche se tra tanto tempo, penso che sapremmo sopportare l’attesa con molta più serenità.

E il desiderio, l’obiettivo, quando diventa ossessione, ci impedisce di vedere… Tutto il resto. Non solo tutte le gioie che la vita ci può offrire, a parte la realizzazione del nostro desiderio più grande, ma anche altre strade, altri modi, altri mondi, attraverso i quali raggiungere la felicità a cui ambiamo.

A volte ci concentriamo talmente tanto su un unico percorso – nel mio caso, la ricerca del pancione e di un figlio biologico – da non vedere tutto il resto. Le altre possibilità.

Da quando mi sono liberata dall’ossessione per il pancione mi sento più leggera. Ho pensato molto ultimamente, mi sono informata, ho letto tante esperienze di coppie infertili, come noi, e ho scoperto un mondo nuovo.
Non solo il mondo dell’adozione, ma anche tante altre strade, che non mi faranno diventare madre – non nel senso stretto del termine, almeno – ma che mi potrebbero aiutare a realizzare ciò che desidero… Crescere una piccola creatura che ha bisogno, non necessariamente di ME, ma di qualcuno che lo aiuti. Trasmettere il mio amore ad un bambino che di amore ne ha conosciuto ben poco. Regalargli un sorriso, un gesto d’affetto. Lasciargli un ricordo bello, ed indelebile, di me.

Qualche tempo fa su un forum ho letto la bellissima storia di una normalissima famiglia atipica. Una coppia che ha adottato un bambino e che si è anche dichiarata disponibile per l’affidamento, e da tanti anni accoglie nella propria casa tanti bambini/ragazzi di tutte le età… Alcuni di loro dopo un po’ di tempo devono rientrare nella famiglia d’origine, alcuni al compimento del diciottesimo anno di età decidono di rimanere con loro, altri no… Questi bambini, questi ragazzi, non prenderanno mai il cognome di questa coppia, sono solo “speciali” ospiti di passaggio, ospiti che ricevono tanto amore, che li chiamano “mamma” e “papà”, anche se non c’è nessun documento che dice che quell’uomo e quella donna sono la loro mamma e il loro papà, oppure che non riescono mai a chiamarli in quel modo…
Ma non importa, perché queste persone donano loro tutto l’amore che solo dei genitori possono dare.

La mia collega, mamma adottiva da un anno, mi ha parlato del volontariato che per tanto tempo ha svolto presso un istituto della nostra città gestito da suore. In questo istituto vengono accolti bambini e ragazzini le cui famiglie stanno attraversando un periodo difficile. Alcuni di loro vengono poi dati in adozione, altri rientrano nel nucleo famigliare d’origine.
I volontari li aiutano a fare i compiti, li portano al parco, a giocare a calcio, a pallavolo… A volte i bambini si affezionano talmente tanto ai volontari da chiamarli “mamma” oppure “papà”… Anche se quelle persone non diventeranno mai loro genitori, non nel senso legale del termine.

Insomma, tutto questo per dire che là fuori esiste un’infinità serie di possibilità per accudire, per donare amore ad un bambino…

E, da quando me ne sono resa conto, la mia percezione del mondo, della maternità, è cambiata.

Non provo più invidia quando incrocio una donna col pancione per strada. Non cerco più di farla abortire con il mio sguardo omicida, come accadeva un tempo. Ora provo solo una strana sensazione… Una specie di nostalgia. Forse ripensando al tempo in cui ancora credevo di poter anch’io tenere un bambino nel mio grembo…
Quando incrocio una donna incinta mi viene spontaneo toccarmi la pancia. Ma ora so che dentro di me, molto probabilmente, non ci sarà mai nessuno. La mia pancia rimarrà per sempre vuota. E va bene così. Perché il mio cuore non sarà vuoto per sempre.
Prima o poi qualcuno lo riempirà. Ora ne sono sicura. Molto più che in passato.
Il mio grembo resterà vuoto, il mio cuore, no. Ed è questo che conta.

E io voglio cercare in tutti i modi di godermi questa (lunga?) attesa, questo dolore, questa tempesta. Perché anche dal dolore può nascere qualcosa di meraviglioso.

Un giorno racconterò al mio bambino tutto quanto. Gli parlerò di questi anni pieni di sofferenza, ma non voglio parlargli di una mamma triste e arrendevole, ma di una donna che ha combattuto con tutte le sue forze e con tanta speranza per arrivare a lui.

Pubblicato in: La mia storia, Riflessioni

Bye bye, provetta

Sono passati diversi giorni dall’ultima volta che ho scritto qui.
E intanto è trascorso il primo compleanno del mio rifugio virtuale. I blogger sono soliti festeggiare questa data, io sinceramente l’ho pure scordata.
E poi, che ci sarebbe da festeggiare? La nascita di questo blog coincide con l’inizio del mio inferno.

E’ passato anche il nono anniversario dell’incontro tra me e Marito. Era il primo maggio del 2004.
Solitamente festeggiamo questa ricorrenza, quest’anno ho trascorso metà giornata a letto, piangendo, urlando e accusando Marito di essere la causa del mio dolore, in preda ad un delirio pre-mestruale senza precedenti, mentre l’altra metà l’ho passata togliendo le zecche dai cani e da me stessa (eh sì, una è finita addosso a me, che culo), con conseguente disinfestazione del mio corpo e della casa.
Ah sì, dopo aver fatto pace, alla sera io e Marito siamo andati a mangiare fuori, e stranamente non mi sono ritrovata seduta vicino ad una donna incinta o ad una felice famigliola con neonato al seguito (di solito mi succede sempre).

In questi giorni sono in ferie, perciò oggi ho deciso finalmente di riconnettermi al blog e alla posta, sperando di trovare l’ispirazione per scrivere qualcosa di interessante.

L’ispirazione mi è passata non appena ho trovato nella posta due annunci di gravidanza.

Ora, non vorrei sembrare cinica, ma…
Un po’ di delicatezza, no?
Io non scriverei mai ad una sconosciuta che sta EVIDENTEMENTE male (o non si era capito? Posso essere più esplicita) per il fatto di non riuscire a diventare madre, con il solo scopo di vantarmi della mia felicità di essere incinta…
Ma gli ormoni fanno perdere la sensibilità e la saggezza alle donne?!

Un conto è se siamo amiche intime, seppur virtuali, se ci siamo scritte e parlate a lungo, se si è creato un certo rapporto di confidenza… In quel caso sì, certo che vorrei avere la notizia di una gravidanza, e ne sarei pure felice!
Ma se sei una sconosciuta, o una persona con cui ho parlato qualche volta, sinceramente della notizia mi importa ben poco.
Soprattutto se data con così poco tatto.

Sono invidiosa? E certo che sono invidiosa, cazzo.
Se fosse una cara amica a darmi una notizia del genere riuscirei a domare l’invidia per condividere la sua felicità, ma se è una sconosciuta a farlo, non ci provo neanche.

Mi sembra solo un modo per mettersi in mostra, per dichiarare il proprio successo, piuttosto che un modo per infondere coraggio ad una che non ce l’ha fatta.

Donne, per favore, quando CE LA FATE, ricordatevi di quello che avete provato quando il vostro sogno sembrava ancora irraggiungibile. Ricordatevi chi eravate. E ricordate che tante altre donne vivono ancora in un incubo.

Dopo questo lungo preambolo, arriviamo al dunque.

Marito si è finalmente sottoposto al test per la frammentazione del dna spermatico. Risultato: disastroso.
Frammentazione al 20%, superiore ai valori normali.
Questo significa che i suoi spermini, oltre ad essere immobili e anormali, presentano pure delle frammentazioni (delle “crepe”, diciamo). C’è una tecnica particolare, si chiama IMSI, che permette di scegliere gli spermatozoi privi di queste “crepe”, ma l’andrologo del centro PMA di Bologna ha comunque deciso di fargli fare una cura (che FORSE potrebbe migliorare un po’ le cose) prima di riprovare con la PMA.
La cura durerà tre mesi, quindi potremmo procedere con il prossimo tentativo non prima di settembre.

Il medico ha anche affermato che la sterilità di Marito è al 99% causata dagli orecchioni che ha avuto da ragazzino.
Ho chiesto a Marito di cercare di ricordarsi il nome dell’amichetto che gli ha attaccato la malattia. Ho intenzione di cercarlo.
E ucciderlo, ma dopo averlo torturato a lungo.

Tra qualche giorno avremmo dovuto sostenere il secondo colloquio per l’adozione, ma purtroppo dovremo annullarlo perché Marito ha un urgente impegno di lavoro (ecco il motivo scatenante del nostro litigio dell’altro giorno).
Il terzo colloquio, invece, era stato fissato per il sedici maggio, data che ho già dovuto annullare perché mi sono resa conto che proprio quel giorno ho una riunione importante per quel progetto lavorativo che sto seguendo.
Oltre a fare una figura pessima con l’assistente sociale, per affrontare il secondo colloquio dovremo aspettare il venti maggio. Per una come me, che detesta le attese (si era capito?), questa è una vera e propria tragedia.
Senza contare il fatto che entro fine luglio io spero di terminare la fase dell’istruttoria e di avere già in mano la relazione dei servizi sociali, in modo da poter presentare la domanda di adozione ai vari tribunali prima che chiudano, ad agosto. Così poi ce ne andiamo in ferie tranquilli, aspettando di essere chiamati dal giudice del tribunale di Bologna per il colloquio conoscitivo a settembre.

Visto che dovremo recuperare ben due colloqui (e forse ne dovremo pure fare altri), però, non so se questo sarà possibile. E vedere i miei piani stravolti mi fa incazzare da bestia.

Ma veniamo al titolo del post.
Beh, direi che non occorrono molti chiarimenti.

Basta con la PMA.

E’ da un po’ che questa idea mi frulla per la testa. Da quando abbiamo iniziato il cammino dell’adozione, per l’esattezza.
Pensavo che saremmo riusciti a fare tutto. PMA e adozione. Che bastasse la nostra forza d’animo per affrontare entrambi i percorsi. Che sarebbe stato il destino, o il caso, a decidere se il nostro bambino dovesse nascere in una provetta o nel grembo di un’altra donna.

Ma poi, giorno dopo giorno, sono stata assalita dai dubbi. E se la PMA fosse andata bene e avessimo interrotto le pratiche per l’adozione… E poi avessi perso il bambino al terzo o quarto mese? E se avessi partorito un bambino malato, o pazzo come mia madre? E se da qualche parte ci fosse un bimbo che aspetta noi, proprio noi, a cui potremmo donare la felicità e che ci potrebbe completare? Se fosse un’altra donna a dare alla luce MIO figlio?

E’ stato solo l’egoismo a farci decidere in principio di provare con la PMA. Il desiderio di avere un figlio tutto nostro, come la Natura ci impedisce di fare, e l’invidia verso le persone “normali”, a cui basta fare sesso per avere un bambino. Il desiderio di essere anche noi come tutti gli altri.

Ma, forse, noi non siamo come tutti gli altri. No, no, non intendo dire che siamo migliori o peggiori. Forse siamo solo diversi.
Basta pensare alla mia pazza famiglia o alla vita che ho vissuto per capire che no, non sono uguale agli altri. E se Marito sta con me, tanto normale non lo è neppure lui.

Io non mi sono mai vista con il pancione. Non parlo della realtà. Nella vita reale l’unico pancione che abbia mai avuto è quello dovuto al grasso.
Parlo della mia fantasia, dei miei sogni ad occhi aperti.
Non sono mai riuscita ad immaginarmi come una mamma. Di pancia, intendo.

Mentre mamma “di cuore”… Quello è sempre stato il mio sogno.
Vi ho già raccontato che anni fa, prima di scoprire i nostri problemi di infertilità, avevo proposto a Marito di adottare PRIMA di provare ad avere un figlio biologico?
A quel tempo, ve lo potete immaginare, Marito mi ha dato della pazza.
Invece, chissà, forse ho un sesto senso, forse dentro di me già sapevo come sarebbero andate le cose.

Non so se vi ho mai detto che amo scrivere. Intendo al di fuori del blog.
Ho alle spalle un paio di libri pubblicati. La scrittura per me è un po’ più di una passione ma, purtroppo, molto meno di una professione.
E’… Un sogno. Un po’ come quello di diventare madre.

Vi dico questo perché sono solita annotare sul computer le idee (che sul momento mi sembrano geniali) per nuovi racconti e romanzi.
Spesso questi spunti vengono poi abbandonati, per mancanza di tempo o di ispirazione.
L’altro giorno ho ritrovato in una cartella del pc diversi file, risalenti agli anni tra il 2008 e il 2010 (quindi, ben prima della scoperta della sterilità), contenenti bozze di storie abbandonate a metà.
Mi sono messa a rileggerle. Non ricordavo neppure di averle scritte!
Mi è venuto un colpo al cuore realizzando che almeno la metà di quelle storie ha come tema principale l’adozione… Sono tutti incipit che ho scritto a distanza l’uno dall’altro, non mi ero mai resa conto di quanto questo argomento fosse già profondamente vivo dentro di me, ancora prima di viverlo nella realtà.

So bene che essere mamma “di pancia” oppure “di cuore” sono due cose ben diverse. Oh, se me ne rendo conto!
Una mamma biologica è mamma a prescindere, nel momento stesso in cui suo figlio viene alla luce, una mamma adottiva, indipendentemente da quello che dicono i documenti, diventa “mamma” solo quando suo figlio decide che lo merita.

Avevamo deciso di provare con la PMA ancora una volta solo per egoismo, per questo desiderio di essere “normali”, e perché siamo convinti che i medici che ci hanno seguito finora abbiano sbagliato.

Ma forse tutto ha un senso. Aver dato fiducia ad un centro poco professionale, i tentativi falliti, questo ulteriore problema medico di Marito, la cura di tre mesi che ci ha fatto rimandare la PMA (io ero pronta ad iniziare questo mese)…

Forse tutto questo è un segno che la PMA non è la nostra strada.
Forse, invece, non vuol dire niente. Forse si tratta solo di sfortuna, di coincidenze, e non di destino.
Ma a me piace credere che sia così. Che abbia un senso.

Ora come ora il pensiero di una stimolazione ormonale, del pick up, del transfer con conseguente attesa colma d’ansia e timori…
Questo pensiero mi mette solo tristezza e paura.

Perciò, almeno per ora, dico “ciao ciao” alla provetta.

Adesso voglio concentrarmi sull’adozione.
A settembre, si vedrà. Se i servizi sociali avranno scritto una relazione positiva su di noi e potremo procedere con il prossimo passo, la provetta aspetterà ancora. Anzi, mi sa che non la vedrò più.
Se i servizi sociali ci avranno descritto come degli squilibrati, uccidendo le nostre speranze…
No, questo non può accadere.
Perché noi siamo destinati a diventare mamma e papà. Di cuore.
E io lo so da sempre.

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Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

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“Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” (dipinto del 1897 di Paul Gauguin)

Mi sento persa.

Non so più bene chi sono, dove mi trovo e dove sto andando.

Nell’ultimo mese, per vari motivi, sono stata un po’ lontana dal blog e da internet in generale, e ho cercato anche di tenere la mente lontana dall’unico pensiero che ha dominato i miei ultimi due anni di vita.
Ho tentato di concentrarmi sul lavoro, credendo di avere l’opportunità per fare e ottenere qualcosa di buono. Non ho mai pensato di poter fare carriera, per carità, siamo in Italia e per ricevere una promozione devi avere minimo quaranta-quarantacinque anni e saper leccare molti fondoschiena, virtù che io non possiedo.
Speravo, però, che si fosse presentata l’occasione per mettermi in mostra, per far vedere le mie capacità, per crescere, se non di grado e stipendio, almeno per quanto riguarda le responsabilità.

A causa del progetto in cui sono stata coinvolta ho trascorso le ultime settimane passando da una riunione all’altra con i dirigenti più alti dell’azienda, gente che esce dall’ufficio alle otto di sera e che evidentemente lavora in un bunker e non ha mai bisogno di andare in bagno, visto che nei corridoi non la si incontra mai…
Tra i colleghi che partecipano al progetto io sono quella con il grado più basso, gli altri sono tutti come minimo quadri e gestiscono varie risorse, perciò ovviamente ho pochissima possibilità di parola, certi dirigenti manco mi salutano e credo che non sappiano neppure il mio nome, né si sono mai curati di saperlo.
Come sono solita fare sempre, mi sto impegnando per questo progetto con tutte le mie forze, ma ho capito che a nessuno interessa, sono e resterò l’ultima ruota del carro, un’umile schiava che non conta nulla.

E la cosa non è che mi dispiaccia più di tanto.

Mi sembra di essermi improvvisamente risvegliata, non so se da un sogno o da un incubo.

Io con questa gente non c’entro nulla. Con questa gente che maltratta i propri “sottoposti” (in politichese sono chiamati “collaboratori”, ma a me l’ipocrisia non piace), che ignora o, peggio ancora, deride i problemi personali di questi ultimi, con questa gente che, a parte il lavoro, non ha nulla e fa di tutto per compiacere chi sta sopra di loro (la gerarchia aziendale non ha fine, a quanto pare)… Io non ho niente a che fare con loro.
Non mi piacciono, non voglio diventare come loro, e se solo potessi abbandonerei questo progetto e tornerei a fare l’umile schiava full time.

E forse anche osservando i comportamenti di queste persone, la loro ipocrisia, la loro maleducazione, il loro squallore, mi sono risvegliata.

Ora tutti i miei pensieri stanno nuovamente convergendo verso quell’unico obiettivo, l’unico desiderio che conta davvero: un figlio.

A maggio io e Marito avremo il secondo colloquio per l’adozione. E poi il terzo, il quarto, il quinto… Fino a fine giugno saremo impegnati con l’istruttoria. Poi i servizi sociali decideranno se potrà bastare o se dovremo farci psicanalizzare ancora un po’. Nel primo caso i s.s. (inquietante questa sigla…) redigeranno la relazione (speriamo positiva) per il tribunale dei minori e potremo finalmente presentare la richiesta di adozione. Nel secondo caso, il tormento dovrà continuare.

E nel frattempo… Nel frattempo, io e Marito abbiamo finalmente concluso le analisi preliminari per l’ennesimo ciclo di PMA che ci attende in quel di Bologna.
Marito la settimana scorsa si è sottoposto all’ormai famigerato “test per la frammentazione del dna spermatico”.
Risultato: frammentazione del 20%. Il valore normale è attorno al 10-15%. Questo significa che, oltre ad essere pochi, immobili e anormali, molti dei suoi spermini sono pure “rotti”.
Non so neppure se esserne sollevata oppure no. In parte la sono, perché può significare che i nostri ripetuti fallimenti sono dovuti proprio a questa ulteriore anomalia. Anomalia che non era mai stata diagnosticata prima.
D’altro canto sono delusa, perché l’andrologo, che Marito vedrà la settimana prossima, probabilmente gli prescriverà per alcuni mesi una cura con degli antiossidanti. Questa cura non migliorerà di certo la motilità o la morfologia, ma potrebbe ridurre la percentuale di frammentazione, aumentando le probabilità di successo della PMA ed evitandoci una IMSI, che costa, nel centro che ci sta seguendo, all’incirca mille euro in più di una “semplice” ICSI.

Questo significa che il prossimo tentativo di fecondazione, che speravo di cominciare a inizio maggio, dovrà essere rimandato.

I soldi che dovremo spendere sono tanti, e se con una semplice cura ci può essere la possibilità di aumentare le percentuali di successo, è giusto provare. Ne sono consapevole.
Ma negli ultimi giorni non ho fatto altro che sognare il momento in cui avrei ricominciato a bucarmi la pancia col Gonal… (Sono in crisi d’astinenza). E non sapere quando potremo finalmente riprovare, quando finalmente potrò decidere se abbandonare questa strada o se gioire per la nostra perseveranza, mi fa impazzire.

In questi ultimi giorni, euforica all’idea di aver cominciato l’istruttoria per l’adozione, e altrettanto felice di aver terminato le analisi pre-PMA, non ho fatto altro che ripetermi: “Ci siamo!”

Ma dove siamo?!
Non siamo proprio da nessuna parte.
Siamo in un limbo.

I colloqui per l’adozione finiranno chissà quando… E anche quando ci avranno strizzato per bene il cervello, mica sarà finita… E’ lì che inizierà il bello! Dovremo presentare la domanda nei tribunali di mezza Italia, e poi ci dovremo mettere pazientemente in attesa della telefonata di un giudice che, quando sarà il momento (tra un anno? Due? Tre?) ci chiamerà per scegliere se dare in adozione un bambino – se dare la felicità – a noi oppure ad un’altra coppia… Manco fossero le selezioni per uno show televisivo.

Non ho idea di quanto durerà la cura di Marito, non so neppure se avrà qualche effetto (devo ancora trovare su internet i testi di letteratura scientifica che ne parlano – ormai sono più aggiornata di un medico). Non so quando potremo provare ancora con la PMA, e soprattutto non so come andrà a finire.

Io vorrei soltanto poter fare qualcosa… Ma non posso fare niente, se non aspettare, pregare, imprecare, cercare di distrarmi.

Lo so. LO SO. Lo so che ci sono coppie che aspettano un figlio da dieci anni o più, coppie che, per mille motivi, hanno deciso di intraprendere il cammino della PMA o dell’adozione a quarant’anni e passa, quando il tempo stringe, quando non si è più tanto giovani da poter attendere ancora.

Ma penso di avere anch’io il diritto di soffrire.

Quando desideri qualcosa – qualcosa che non è uno sfizio, un capriccio, qualcosa come UN FIGLIO, che è il fulcro della vita – ogni giorno, ogni ora, ogni istante che vivi senza riuscire ad ottenerlo, ne senti la mancanza. Almeno, per me è così.

Sono passati tre anni. Anzi, un po’ di più. Tre anni che cerco la mia, la nostra felicità, invano.

E’ trascorso quasi un anno e mezzo dal quel terribile giorno in cui abbiamo scoperto che la Natura è nostra nemica, che la felicità per noi non è a portata di mano, come la è per molti altri.

Un anno e mezzo. Non è tanto, se ci penso. Eppure mi sembra passata un’eternità da quella triste sera di gennaio in cui la ginecologa mi ha brutalmente annunciato che per noi non c’è speranza, che non potremo mai avere figli come tutti gli altri. Che il nostro amore non basta.

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

Me lo sono spesso chiesta, non solo pensando a me stessa, ma all’intero genere umano. Da sempre rifletto sul senso della vita, della nascita, della morte…
Ma ora mi pongo queste domande riguardo me. Noi. E lui. Quel figlio che non c’è. Ma è che ben vivo dentro di noi.

Da dove veniamo?
C’è un Dio che ci ha creati, che ha deciso che noi dovessimo essere qui, ora?
Non si risponde ad una domanda con un’altra domanda, giusto?
Sarebbe facile affermare che veniamo dai grembi delle nostre madri…
Ma in realtà noi, quello che siamo ora, è stato forgiato dalla vita che abbiamo vissuto, dai passi compiuti, dalle scelte fatte, dai dolori che ci sono stati inflitti e dall’amore che ci è stato concesso, non importa da chi, indipendentemente dai legami di sangue.
Noi veniamo dal nostro desiderio di amare. Noi veniamo da quel figlio che ancora non c’è.

Chi siamo?
Dei genitori senza figli. Un cuore pieno d’amore che non pulsa. Un nido caldo, ma vuoto. Una felicità priva di sorriso.

Dove andiamo?
Andiamo verso di lui. Verso quel figlio che forse è già nato, che aspetta di rinascere in noi, con noi.
Verso quel figlio che forse deve ancora nascere, che magari troverà la vita in un’asettica provetta, ma che avrà una vita colorata, tutt’altro che asettica.

Andiamo verso un futuro che DEVE per forza realizzarsi. Perché, altrimenti, non so cosa resterebbe di me.

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Buona la prima (Colloquio adozione #1)

E’ ANDATA.

E credo che sia andata pure bene. Come, di cosa sto parlando?

Lunedì scorso era il Gran Giorno. Io e Marito abbiamo sostenuto il primo colloquio con assistente sociale + psicologa per l’adozione.

Quella mattina mi sono svegliata decisamente agitata. Ero certa che davanti a loro avrei tirato fuori il peggio di me e il mio carattere timido sarebbe emerso stile tsunami.
Immaginavo che mi sarebbe tremata la voce, che avrei iniziato a giocherellare con i capelli come faccio sempre quando sono nervosa, e che avrei detto un mucchio di cavolate a sproposito…

Marito si è vestito, come sempre, dato che poi doveva andare a lavorare, con un abito elegante, camicia e cravatta, mentre io ho optato per un tubino blu con camicia rosa e stivali… Io amo molto il nero, e mi vesto spesso total black, ma, si sa, il nero è un colore che esprime tristezza, ed io volevo sembrare elegante, seria ma anche serena, perciò ho deciso di mettermi addosso un po’ di colore… Quante seghe mentali, eh??

Come mi era già stato detto da altre coppie, l’A.S. con cui abbiamo parlato, e che ci seguirà in tutto il percorso, è una donna di 50 anni circa, molto cordiale e oserei dire dolce. Tutt’altro che un’arpia, all’apparenza. La psicologa ha più o meno la stessa età, e la conoscevamo già, dato che si tratta della stessa dottoressa che ha tenuto il corso. E’ una persona che sta un po’ sulle sue, non si lascia spesso andare a sorrisi di incoraggiamento come la sua collega, però sembra ben disposta ad ascoltare e abbastanza affabile.

Dopo le presentazioni di rito, come mi aspettavo la prima domanda dell’A.S. è stata: “Dalla vostra cartella vedo che avete fatto il corso tra settembre e ottobre dell’anno scorso… E’ passato un po’ di tempo… Come mai avete aspettato tanto per continuare il percorso? Avete avuto bisogno di riflettere? O avete provato altre strade?”

Cazzo, questa ci legge nella mente!

Se avessi avuto con me una bacchetta magica, l’avrei puntata contro di lei e urlato: Protego!

A quel punto ho iniziato a parlare… E parlare… E parlare… A ruota libera. Non ho mai tremato, né esitato, né mi sono toccata i capelli, una sola volta… E mentre parlavo riuscivo persino a concentrarmi sul movimento delle mani e la postura del corpo… Ehi, esercitarsi davanti allo specchio serve davvero!

Ho spiegato che dopo il corso, che ci aveva un po’ spaventati (la paura ci rende più umani, non dobbiamo sembrare troppo sicuri di noi!), e dopo esserci confrontati con le altre coppie presenti (si fa sempre bella figura mostrando di essere persone che si mettono in gioco e chiedono consiglio), abbiamo capito che forse avevamo sbagliato a provare solo una volta con la PMA, che dovevamo dare a noi stessi un’altra possibilità (da quello che ho letto gli assistenti sociali e gli psicologi diffidano da chi rinuncia al primo ostacolo ad una maternità/paternità biologica).

Ho raccontato dell’iperstimolazione avuta a novembre e del transfer rimandato a inizio anno, di come sia fallito e di come infine mi sia pentita di aver provato ancora. Ho anche spiegato loro che tutte le paure che ci sono state trasmesse al corso siamo riusciti ad elaborarle ed ora siamo convinti di questo percorso… La mia risposta sembra averle soddisfatte.

Dico sembra perché queste due donne devono essere molto brave nell’arte dell’occlumanzia. Quando sorridono e annuiscono non so mai se siano realmente contente, oppure ironiche o, addirittura, contrariate.

Poi ci hanno chiesto se conosciamo dei nostri coetanei adottati o coppie che hanno adottato… E qui sia io che Marito abbiamo parlato a lungo, dato che tra i nostri amici/colleghi ci sono parecchi ragazzi adottati o famiglie adottive…
A.S. e psicologa sembravano positivamente impressionate da questo.

Ad un certo punto ci è stato domandato quale fosse la nostra paura più grande riguardo all’adozione. Mi ero già preparata la risposta (non so se si è capito, a me piace avere tutto sotto controllo), ho guardato Marito e gli ho detto: “Ti dispiace se rispondo io?” (stile prima della classe che alza la mano per rispondere) con occhi talmente assatanati che non ha potuto dirmi di no (e probabilmente lui non avrebbe neppure saputo cosa rispondere!).

Ho spiegato la verità, ovvero che la mia paura più grande, che prima del corso non avevo, è che tutto l’amore che ho da dare non basti per rendere il nostro futuro figlio/a sereno, che il trauma dell’abbandono lo perseguiti per sempre (come è successo in alcuni casi che ci sono stati presentati al corso) e non riesca mai ad accettarci come genitori.
Ho anche aggiunto, però, che più che dare tutto il nostro amore e comprensione noi non possiamo fare, e che qualunque decisione nostro figlio/a prenderà (rintracciare la sua famiglia d’origine, ad esempio), noi l’accetteremo e lo/la sosterremo.

Il primo colloquio è stato più che altro una chiacchierata generale, siamo passati da un argomento all’altro, ricordo che abbiamo parlato anche di noi come coppia, da quanto tempo stiamo insieme, da quanto conviviamo e in che zona abitiamo.

Abbiamo fatto notare che viviamo in una casa di proprietà in campagna dove abbiamo anche due cani, il che sarebbe positivo per un eventuale bambino/a, perché è importante crescere a contatto con la natura e gli animali… Sembravano contente di questo, anche se purtroppo l’a.s. ci ha confessato di avere paura dei cani, e ci ha fatto promettere che li terremo a guinzaglio quando verranno a fare l’ispezione a casa…

Ma porca miseria, proprio una che ha paura dei cani ci doveva capitare??

“No no, non si preoccupi, tanto sono addestrate, sono bravissime, anche con i bambini!” abbiamo esclamato all’unisono io e Marito.
Oh, che le nostre cagnolone sono bravissime e dolci è vero, però diciamo che sanno anche essere piuttosto vivaci…
E per esperienza so che una persona timorosa dei cani si spaventa ancora di più se vede due bestie sconosciute che scodinzolano e corrono per fare le feste…

Abbiamo parlato anche dell’età e della provenienza del nostro futuro figlio/a. Al corso ho capito che non è bello mostrarsi troppo rigidi riguardo all’età e all’etnia (beh, quest’ultimo punto è scontato!).
Ci siamo detti più propensi per l’adozione nazionale sia per motivi economici, sia perché Marito ha paura dell’aereo, ma che stiamo anche riflettendo sui Paesi dell’Est, che sono facilmente raggiungibili anche in auto o pullman, e che speriamo di ricevere da loro consigli su questo (mostrarsi umili e far vedere che riteniamo preziosi i loro consigli: mossa spero ottima, ovviamente studiata a tavolino).

Per quanto riguarda i problemi di salute ci siamo già detti disponibili per quelli minori, sappiamo già che per vari motivi (in primis le condizioni di abbandono in cui sono tenuti certi bimbi, soprattutto all’estero) è difficile avere un figlio sano come un pesce, e non è bello pretendere una cosa del genere… Non si sceglie mica un bambino come al supermercato si sceglie il pesce migliore, eh!
E poi, sinceramente, un bambino miope o con un’allergia (sono questi i problemi di salute minori di cui si parla) non mi sembra una grande disgrazia!
Abbiamo già fatto capire, però, e questo mi sembrava doveroso, che non ci sentiamo pronti ad accogliere un bimbo con problemi gravi, tipo AIDS o problemi neurologici.
Da quello che ho letto su internet chi offre disponibilità per i casi più gravi ottiene (scusate il termine) l’adozione in tempi più brevi, però bisogna essere molto preparati a questo, e noi non lo siamo, soprattutto in termini di tempo. Accogliere un bambino con un handicap grave significa dovergli prestare molte più attenzioni e cure del normale, e visto che lavoriamo entrambi (e dobbiamo lavorare entrambi, per campare), non ci sentiamo adatti.

Parlando dell’età, io e Marito ci eravamo già accordati nel dare la disponibilità per la fascia 0-5 anni, sperando ovviamente che, dato che siamo giovani, ci venisse comunque affidato un bambino entro i tre anni…
Devo dire la verità, fino a qualche tempo fa io e Marito, pensando ad un figlio adottivo, immaginavamo soltanto un bimbo ancora in fasce. Durante il corso, quando ci è stato detto che è difficilissimo ottenere in adozione un neonato (difficilissimo con l’adozione nazionale, impossibile con quella internazionale), io e Marito siamo rimasti indignati.
“Non è giusto, a noi devono dare un bambino piccolo!” ci siamo ripetuti, tra di noi, per giorni e giorni.

Sono felice di ammettere che la nostra affermazione era dettata solo dall’egoismo e che, fortunatamente, durante questi mesi in cui abbiamo elaborato tutte le paure e le aspettative riguardo all’adozione, abbiamo sinceramente cambiato idea.
Se ci dessero in adozione un bambino di 5 anni (ma pure di sei o di sette) sarebbe veramente un grandissimo dono dal Cielo…
Certo, è triste pensare di perdere tutta la fase iniziale della vita di tuo figlio – i primi passi, le prime parole, portarlo a spasso nel passeggino – ma per due persone, come noi, alle quali la Natura ha rubato tanto, avere la possibilità di crescere un bambino, un bambino qualsiasi, di qualsiasi età o colore, sarebbe comunque meraviglioso…
E chi se ne frega se quando nascerà nelle nostre vite saprà già parlare o se non potremo metterlo nel passeggino!

La nostra disponibilità ha fatto piacere ad a.s. e psicologa ma, con mio grande stupore, ci hanno consigliato di dare disponibilità per la fascia 0-3, sia perché siamo giovani e per la nostra età sarebbe più adatto un bambino piccolo (anzi, il contrario, noi non saremmo adatti per un bambino “grandicello”) sia perché la fascia 0-5 non esiste, si passa da 0-3 a 3-6 direttamente…

Parlando dell’adozione internazionale, ci hanno confermato (con mio stupore) una triste notizia di cui ci era già giunta voce da altre aspiranti coppie adottive: all’estero, oltre ai costi “ufficiali”, spesso vengono chieste cifre “extra” sottobanco per poter ottenere un’adozione… A d una coppia, e questo ce l’ha detto l’a.s. eh, , è stato richiesto di portare 30.000 (TRENTAMILA) euro in contanti nella valigia… Altrimenti, niente bambino. Allucinante.
Ricordiamoci che si parla di Paesi poveri del Terzo Mondo, dove la corruzione è all’ordine del giorno (non che qui sia mooolto diverso, soprattutto in certi ambienti), non dovrei stupirmi più di tanto, ma questa notizia sinceramente mi lascia un grande amaro in bocca.

In tutti i modi uno dei prossimi colloqui sarà interamente dedicato al nostro futuro bambino, perciò non ci siamo soffermati più di tanto sull’argomento.

Come già sapevo, spesso gli a.s. cercano deliberatamente di provocare la coppia con domande sibilline per giudicare la reazione. Ero pronta a questo, ma devo ammettere che, quando la provocazione è arrivata, non l’ho colta subito, e me ne sono accorta soltanto a casa, quando ho ripensato al colloquio.

Mentre io e Marito parlavamo di noi, l’a.s. ha fatto notare con estrema enfasi che siamo una coppia decisamente giovane, soprattutto io…
“Lei è praticamente una ragazzina!” ha esclamato, un po’ acidamente.

Miiii… Ci risiamo! Che nervoso!!

Ho fatto notare che non sono una ragazzina, ma una donna, e che non è colpa mia se ovunque vado sono la più giovane…
Ho fatto l’esempio dell’ufficio, dove l’età media è sui cinquant’anni e i colleghi che vanno in pensione non vengono rimpiazzati con nuove assunzioni. Non è la mia presenza ad essere anomala, ma il fatto che un’azienda si basi al 99% sul lavoro di dipendenti vicino alla pensione!
Se lavorassi in un altro Paese, un po’ più avanzato del nostro, io sarei, non dico tra i più vecchi, ma sicuramente in una fascia di età considerata “normale”… E probabilmente sarei già stata promossa ad un livello superiore…
Ma siamo in Italia, dove vedo donne di 45-50 anni che parlando di se stesse e delle proprie coetanee come delle “ragazze”… Ovvio che, in confronto a loro, secondo questo ragionamento, io sia praticamente una bimba… Ma questa NON è la normalità!

Inoltre, io non giudico nessuno, né chi vuole avere figli a 20 anni né chi li cerca a 50, però non mi possono dire che desiderare un figlio a 27 anni (dopo una relazione di nove anni, tra cui cinque di convivenza e uno e mezzo di matrimonio) sia “strano”…

Comunque, come dicevo, non ho colto subito la provocazione, perciò non ho potuto rispondere per le rime, anche perché poi siamo passati ad un altro argomento, ma spero che riprenderemo la questione nei prossimi incontri, perché ci tengo molto a far capire che sono una donna (donna, non ragazzina) matura e che credo veramente in quello che io e Marito stiamo facendo.

Spero vivamente che la nostra giovane età (ma giovane di che, poi? Marito ha 34 anni!!) venga vista come un punto a favore e non il contrario. Io lo credo fermamente, non solo perché voglio tirare l’acqua al nostro mulino.

Io credo che esista un’età giusta per ogni passo, un’età che non necessariamente è uguale per tutti.
Ci sono persone che a vent’anni desiderano già una famiglia e dei figli, altre che fino a quaranta preferiscono divertirsi e solo successivamente scelgono di metter su famiglia, altre ancora che vogliono rimanere single per tutta la vita…
La cosa importante è che una coppia decida di avere un bambino – naturale o adottato – solo quando si sente realmente pronta, quando lo desidera davvero e ha la testa per farlo.
Ci sono cinquantenni immaturi a cui io non darei manco un criceto, e ventenni o trentenni affidabili e con la testa sulle spalle…

In tutti i modi, si sa che per crescere un figlio ci vuole tanta energia, e per affrontare un’adozione occorre anche una marcia in più…
Sia al corso che nella vita quotidiana ho conosciuto coppie ben più grandi di noi che, prima di decidere di prendere questa strada, hanno aspettato per anni e anni, facendosi mille paranoie…
Rischio sanitario, rischio giuridico, mi amerà?, cosa diranno gli altri?, magari prima è meglio fare carriera…

Ripeto, io non giudico nessuno, e pure noi prima di partire con l’adozione abbiamo riflettuto a lungo. Però la nostra giovane (che palle ‘sta parola) età ci dona qualcosa che magari coppie più anziane non hanno (chiedo perdono per la parola “anziane”): tanta energia e una sana dose di incoscienza.
Incoscienza non in senso negativo, non intendo dire che ci buttiamo senza riflettere, ma che abbiamo ancora il coraggio di rischiare, di metterci in gioco.

Se avessimo dieci o venti anni di più forse ci saremmo già abituati ad una vita senza figli, l’istinto di sopravvivenza di cui ho già parlato ci avrebbe obbligato a farlo. Ci saremmo concentrati sulla carriera, avremmo occupato il tempo facendo viaggi, approfondendo le nostre passioni… Probabilmente avremmo dieci cani, cinque criceti, un paio di conigli e magari pure un cavallo…
Insomma, avremmo di che pensare. Non dico che il desiderio di un figlio possa svanire così, semplicemente pensando ad altro, dico solo che chi si è abituato ad una vita senza bambini fatica di più a cominciare questo percorso.

Questo è il mio pensiero, giusto o sbagliato che sia, e nei prossimi giorni mi eserciterò per poi ripeterlo alla prima occasione davanti all’a.s. …

A proposito, al termine del colloquio abbiamo preso appuntamento per altri sei incontri, che dovrebbero concludersi a fine giugno. Il prossimo sarà tra tre settimane, perché prima non avevano posto. Alla fine, o ci fisseranno ulteriori incontri (se dovessero riscontrare delle problematiche da approfondire) oppure fisseremo la visita ispettiva a casa, che è l’ultimo passo prima che a.s. e psicologa scrivano la relazione su di noi da mandare al tribunale.

Ci hanno spiegato che nella nostra regione i servizi sociali sono soliti incontrare parecchie volte le coppie, mentre in altre regioni bastano due o tre colloqui. Meno male che me l’hanno detto, io mi ero già preoccupata, da quello che avevo letto sapevo che gli a.s. incontrano così tante volte soltanto coppie che non sembrano tanto affidabili… Se questa è la prassi da noi, non posso che accettarla.

Non so dove ci porterà questo percorso, e neppure se e quando arriveremo al traguardo, ma sono felice di averlo iniziato.
Ogni passo che facciamo, io mi sento più vicina a nostro figlio…
Anche se la felicità sembra ancora molto lontana.

Spero solo di riuscire a resistere fino alla fine.

So che ne vale la pena.

Ma è difficile resistere, soprattutto se non sai se raggiungerai mai il traguardo.

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Bianchetto – colla – timbro (visita con il medico legale)

Circa tre settimane fa io e Marito abbiamo dovuto sostenere la visita con il medico legale dell’AUSL, indispensabile per poter procedere con l’istruttoria per l’adozione.

Sapevamo che, più che una visita, sarebbe stato con un colloquio superficiale e sicuramente poco impegnativo, ma comunque eravamo entrambi agitati.

Purtroppo, a causa della mia lentezza mattutina, siamo arrivati leggermente in ritardo (l’appuntamento era per le otto del mattino in punto, per me che arrivo in ufficio alle nove passate è ancora l’alba!)

Durante il tragicomico viaggio in macchina (abbiamo preso strade di campagna sconosciute per evitare la tangenziale intasata a causa dei lavori stradali) io e Marito ci siamo accordati sulla nostra versione dei fatti.

“Mi raccomando, amore, se ti chiedono se fumi, devi mentire!” dico a Marito.

“Io? Fumare? No no, io non fumo! Che schifo!” mi risponde, aspirando allegramente il fumo di una sigaretta.

“Va beh, non possiamo mentire così…”

“Ok, dirò che ne fumo due o tre al giorno…”

“Non specificare pacchetti, però…”

Quando siamo arrivati alla sede dell’AUSL, prima di essere intervistati dal medico legale abbiamo parlato con una dottoressa, che ci ha fatto compilare un questionario.

Le domande erano quelle che mi aspettavo. Ha sofferto o soffre di malattie cardiache, neurologiche, diabete, ha disturbi psicologici (certo, anche se fosse, lo vengo a dire a te!), ecc. ecc.

Poi la dottoressa ci ha provato la pressione. Mi ha fatto notare che la mia era un po’ altina, per la mia età. L’ha detto con un leggero disappunto.

“Abbiamo corso, visto che eravamo in ritardo…” mi sono giustificata.

Con altrettanto disappunto ha notato che anche la pressione di Marito era alta.

Cioè, questi non ci danno un bambino perché abbiamo la pressione un po’ alta?? Iniziamo bene!

Una volta terminata questa inutile visita, siamo stati scortati nello studio del medico legale che, nonostante il nostro ritardo, si è fatto attendere qualche minuto.

Io e Marito ci siamo seduti e abbiamo pazientemente aspettato. Lo studio era decisamente vuoto e anche un po’ triste.

Accanto alla parete c’era un lettino, probabilmente un reperto della seconda guerra mondiale.

Sulla scrivania c’era una stampante degli anni Venti e un portapenne che conteneva delle biro con la punta rivolta all’insù (?).

In un angolo abbiamo visto un lavandino con a fianco dei cavi elettrici decisamente fuori norma.

E poi… L’armadietto. Ovvero l’oggetto che ha scatenato la nostra ilarità (oh, alle 8 del mattino si ride con poco).

L’armadietto era totalmente vuoto, fatta eccezione per tre oggetti posti ad eguale distanza l’uno dall’altro su una mensola: un bianchetto, un barattolo di colla e un timbro.

Io e Marito abbiamo osservato l’armadietto per alcuni istanti, ed è stato lui il primo ad accorgersi che gli oggetti erano stati messi in ordine ALFABETICO.

Ok, raccontato così non rende, ma vi assicuro che la scena era spassosissima.

Questo dottore mette le cose in ordine alfabetico, e poi siamo noi a dover parlare con lo psicologo?!

Ad un tratto sulla parete davanti a noi ho notato un ottotipo (grazie, Google), ovvero il tabellone con le lettere usate dall’oculista. Mi è venuto il panico. Io sono leggermente miope ma non porto gli occhiali né le lenti, e se il medico mi avesse fatto un esame oculistico?

Ho provato e riprovato, ma non riuscivo assolutamente a leggere l’ultima riga. Allora ho chiesto a Marito di leggermi le lettere, e ho cercato di impararle a memoria. Proprio mentre mi esercitavo, è arrivato il medico legale.

Era un uomo sulla cinquantina, cordiale ed evidentemente desideroso di terminare la visita (la farsa) nel più breve tempo possibile.

Ha letto le nostre risposte al questionario compilato poco prima e ci ha fatto ulteriori domande. Come prevedevo, ha chiesto a Marito se fuma e, se sì, quanto (quando ha detto “solo due o tre al giorno” con aria serissima ho rischiato di scoppiare a ridere), se la sua vista è buona, se beve e se si droga (??), e altre domande inutili che sinceramente non ricordo.

Poi è passato a me, mi ha ripetuto le stesse domande ma, invece di attendere una mia replica, si è dato le risposte da solo.

“Signora, lei ci vede bene? Sì, ci vede bene. Signora, lei fuma? No, non fuma. Signora, lei beve? No, non beve…” e così via.

Io sono rimasta in silenzio, sbalordita, e l’ho lasciato fare.

Poi ci ha consegnato un foglio, firmato e timbrato, dove attesta che siamo idonei per poter adottare.

Prima di salutarci ci ha dato alcune informazioni sull’adozione internazionale. Ci ha detto che alcuni Paesi, come la Russia e altri Paesi dell’Est, richiedono diversi accertamenti medici, anche oncologici per esempio, prima di poter presentare una domanda di adozione. E che, se entro quattro anni non avremo ottenuto l’adozione, dovremo ripetere la visita con lui (beh, se entro quattro – QUATTRO – anni non ho un figlio……..).

Visita conclusa. Inutile quanto essenziale per procedere. Stupida burocrazia italiana.

Lunedì prossimo, 8 aprile, avremo il primo colloquio con l’assistente sociale e la psicologa. E lì sì che ci sarà da divertirsi.

Meglio che non dica loro che mia madre passa le giornate a chattare su Facebook con dei trentenni, voi che dite?

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Zerovirgolazero

Dove ero rimasta?
8 pt. Test negativo.
Sì, forse era un po’ presto… Ma dentro di me sapevo che quel negativo era terribilmente, dolorosamente reale.
10 pt, rifaccio il test. Ancora negativo.
Ieri mattina, 11 pt, vado a fare le analisi delle beta hcg.
Sottolineo il fatto che sono dovuta rimanere in coda per almeno venti minuti dietro ad una mamma con tre pargoli al seguito. Il più piccolo dei tre, due anni circa, ogni tanto mi guardava e mi sorrideva timidamente…
Mazzata al cuore.
Come al solito la segretaria mi chiede se ho già fatto un test di gravidanza.
“Sì, era negativo.”
“Ha un ritardo, quindi?”
No. Ho fatto la fecondazione assistita. Devo vedere se è successo qualcosa.”
Sempre la stessa conversazione. Ecchepalle.

Anche il medico che mi fa il prelievo è sempre lo stesso. Un dottore simpatico e cordiale che, dall’accento e dal nome che ho letto sul suo tesserino, probabilmente è originario dell’Est Europa. Anche lui mi fa le stesse domande… Io gli do le stesse risposte. Ecchepalle 2.
Il medico è decisamente più gradevole della segretaria, e cerca di infondermi un po’ di fiducia. Non è che ci riesca molto, però… Mi dice che ha degli amici che hanno provato con la PMA otto o nove volte.
“E’ una specie di roulette russa!” mi dice, sorridendo.
Tentativo di conforto fallito miseramente.
Non me la prendo, però. Anzi, è stato carino. Almeno non ha espresso giudizi e non mi ha detto la solita frase ormai trita e ritrita che mi fa sempre ribollire il sangue nelle vene: “Ma tanto sei gggiovane!”

Dopo il prelievo mi sono incontrata con due amiche che non vedevo da tempo. Ero stata proprio io a organizzare l’uscita, perché, come vi ho detto, sto cercando di riagganciare qualche rapporto umano.
Avrei voluto disdire l’appuntamento, dato che avevo l’umore a terra. Poi però mi sono detta che non posso continuare a fare l’eremita, ad isolarmi nel mio dolore. Forse uscire mi avrebbe fatto bene. E così è stato.

Ero ancora seduta al bar con loro quando è arrivato il momento di chiamare il laboratorio per sapere il risultato delle analisi.

“Buongiorno, sono venuta stamattina a fare le analisi delle beta hcg… Mi può dire il risultato, per favore?”
“Sì, attenda un momento…”
Rumore di fogli, voci in sottofondo… Passano i secondi, il mio cuore si ferma per un istante…
“Il risultato è zerovirgolazero, signora.”
Rido.
“Grazie. Arrivederci.”
E vaffanculo.

Zerovirgolazero? Non bastava dire zero, oppure negativo?
Insomma, la segretaria doveva per forza essere tanto crudele? Il risultato me lo aspettavo. La cattiveria, quella mi ha spiazzato.

Ho fallito di nuovo. Ieri era l’11 pt, direi che il risultato è definitivo.

Sto continuando con le terapie post transfer, non so neppure io perché. Martedì, 14 pt, rifarò il test di gravidanza, tanto per buttare via altri 18 euro. Ma il centro PMA vuole così, e finché sono seguita da questi medici devo fare come dicono. Martedì li chiamerò per comunicare il fallimento, e poi spero di non sentirli mai più.

Da domani io e Marito saremo impegnati a fare tutte le analisi per ricominciare da capo con la PMA alla clinica di Bologna. Come vi ho già detto spero di poter cominciare la stimolazione con il ciclo di fine marzo/inizio aprile, perciò dobbiamo muoverci.

Come sempre accade dopo un fallimento, io e Marito ci siamo messi a parlare del futuro. Di quello che possiamo fare. Di quello che vogliamo fare.

Siamo assolutamente convinti che la clinica di Bologna sia più affidabile e seria, e siamo fiduciosi nella prossima PMA.
Però… Abbiamo ricominciato a parlare di adozione.

Dopo il corso informativo-formativo fatto tra settembre e ottobre avevamo deciso di accantonare l’adozione, almeno per il momento. Gli assistenti sociali ci avevano trasmesso tanta paura e insicurezza. Negli ultimi mesi siamo stati solo e soltanto concentrati sulla PMA.
O, almeno, così credevo. In realtà l’altra sera, mentre io e Marito parlavamo del futuro, mi sono resa conto che l’idea dell’adozione non ci ha mai abbandonato in questo ultimo periodo. Anche se inconsciamente, questo pensiero ha continuato a maturare dentro di noi…
Abbiamo avuto il tempo di confrontarci con le paure, di elaborare tutte le informazioni che ci sono state date… Fino a pochi giorni fa dicevamo che dovevamo assolutamente riuscire ad avere un figlio “naturale”… E ora abbiamo deciso di proseguire con l’adozione.

Questo pensiero mi rende molto felice. Mi rendo conto di aver ritrovato l’entusiasmo che avevo prima del corso. Durante gli incontri ci hanno spaventato, sì, ma probabilmente solo per vedere quali coppie erano veramente determinate a continuare… E noi lo siamo!
Avere un figlio bio e uno adottato è diverso, questo ormai l’abbiamo capito.
Però, alla fine… Mi sono resa conto che non me ne frega niente se nostro figlio non avrà gli occhi di Marito o il mio sorriso…
Anche se quel bimbo avrà la pelle di un colore diverso dalla nostra, se verrà da una terra lontana, non importa.
Lui sarà nostro figlio.
PMA o adozione. Seguiremo entrambe le strade. Sarà il destino, o Dio, a decidere come e quando arriverà nostro figlio.

Sarà difficile… Doppiamente difficile, visto che solitamente le coppie affrontano un solo cammino alla volta… Ma noi siamo fatti così. Ci piace imbarcarci in imprese impossibili.

Forse l’ho già detto, ma lo ripeto… Il cammino dell’adozione, benché lungo e complicato, mi infonde più sicurezza e serenità rispetto alla PMA.
Con l’adozione ogni passo, i colloqui, la presentazione della domanda al Tribunale, la scelta dell’Ente, è un passo in più verso nostro figlio…
Con la PMA ogni tentativo è a se stante, e se si rivela un fallimento non è un passo avanti né indietro, è come rimanere immobili

Abbiamo deciso di provare ancora con la PMA semplicemente perché sentiamo di doverlo a noi stessi. Il centro che ci ha seguiti in quest’ultimo anno si è rivelato inaffidabile e non professionale, è quasi come se non avessimo neppure fatto questi tre tentativi.

Perciò… Proviamo ancora. Ma non importa se non ce la faremo.
Nostro figlio è da qualche parte che ci aspetta… Forse è ancora un piccolo angelo in Cielo, o forse proprio ora sta piangendo in un istituto, abbandonato da chi gli ha dato la vita, aspettando qualcuno, aspettando NOI, che possiamo ridargli la gioia. Non importa, davvero…

Come ormai avrete capito io amo tanto fantasticare quanto “fare”…
Ho già contattato i servizi sociali per comunicare la nostra decisione di proseguire con le pratiche. Ho già presentato la domanda, e mi hanno detto che probabilmente dopo Pasqua faremo il primo colloquio con gli assistenti.
Lunedì prossimo, 4 marzo, faremo la visita con il medico legale, che da quello che ho capito è una cavolata. Non ci hanno chiesto di fare esami particolari, ci hanno solamente domandato di portare analisi del sangue recenti, se le abbiamo (SE le abbiamo? Ho una carpetta da 5 kg piena di analisi…). Probabilmente parleremo qualche minuto con il medico legale, che si accerterà soltanto della nostra sanità mentale e ci chiederà di firmare un’autocertificazione dove dichiariamo di non avere malattie gravi.

Nonostante certe brutte esperienze che si leggono su internet, devo dire che, finora, per quanto riguarda l’adozione, abbiamo avuto sempre a che fare con persone gentili e disponibili. La segretaria del Centro per le Famiglie mi ha inviato addirittura i documenti necessari via e-mail mentre parlavamo al telefono, e la dottoressa dell’ASL si è persino scusata perché non poteva darmi l’appuntamento con il medico legale per la prossima settimana, ma per quella dopo ancora…! Con i tempi burocratici dell’adozione, una settimana in più o in meno non fa di certo la differenza. Ehi, persino io riesco ad accettarlo!

Insomma… Da una parte sento di essere allo stesso punto in cui mi trovavo un anno fa… D’altra parte, però, riflettendoci bene, sento di essere molto cresciuta, di aver capito tante cose in quest’ultimo anno.

Ogni giorno mi sento sempre più “mamma”… Anche se ancora non possiamo prevedere né immaginare come, da dove e quando arriverà nostro figlio.
Spero solo che tutta questa attesa, questo dolore, questa frustrazione, mi aiuterà ad essere una donna e una madre migliore.

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Il primo gradino di una lunga scalinata

Piccola premessa: Dio c’è. Ed è un gran burlone. Ho pregato affinché questo triste mese di novembre passasse velocemente, che qualcosa, qualsiasi cosa, mi distraesse dal pensiero del transfer, che arrivasse presto il momento in cui quei puntini luminosi sarebbero diventati parte di me…

Beh, diciamo che Dio mi deve aver ascoltato, dato che, nell’ordine, ha fatto stare mia nonna, ha quasi fatto morire uno dei miei gatti e, dulcis in fundo, mi ha fatto venire una terribile influenza che da quasi una settimana mi costringe a letto.

Ecco, Dio, quando parlavo di distrazioni non mi riferivo propriamente a questo… Andava anche bene una misera vincita al lotto, un week end fuori porta, una visita inaspettata da parte di un’amica… Anche un bel film in tv al posto dei soliti trash-show…

Sì, insomma, qualcosa di positivo. No, eh?

Comunque, in questi giorni di riposo forzato ho realizzato che mi sono dimenticata di raccontarvi l’ultimo incontro del corso preparatorio all’adozione. Me ne sono dimenticata non soltanto a causa di tutto quello che è successo ultimamente, ma anche perché, come potete ben immaginare, in questo periodo sono totalmente concentrata sulla PMA e su quei fagiolini congelati che mi aspettano.

Visto che ora ho tempo da perdere tra una soffiata di naso e l’altra, ho pensato che fosse giusto riprendere l’argomento, anche perché è una strada che non ho assolutamente intenzione di abbandonare, indipendentemente dall’esito della PMA.

Per raccontarvi tutto riprendo alcuni spezzoni di un’e-mail scritta ad una blogger mia omonima, perché mi era piaciuto molto quello che le avevo scritto (e non ho molta voglia di rielaborare tutto quanto)!

Come vi avevo già detto il corso, che è durato quattro incontri per un totale di sedici ore, non è stato particolarmente apprezzato da Marito. A me invece alla fin fine è piaciuto, anche se è stato stancante e se gli assistenti sociali hanno cercato in tutti i modi di metterci paura (vero e proprio terrorismo psicologico).

Durante l’ultimo incontro, l’undici ottobre, abbiamo guardato un documentario che mostrava la situazione di alcuni istituti per orfani/bimbi abbandonati di un Paese africano e di un Paese dell’Est. Guardandolo provavo il desiderio di portarmi a casa tutti quei bimbi bellissimi… Devo dire, però, che questa visione non ci ha sconvolti più di tanto: nonostante la mancanza di punti di riferimento “fissi”, i bambini sembravano ben nutriti e in salute e seguiti con affetto dalle operatrici (il documentario non mostrava scene di violenza o cattiveria nei confronti dei bambini, che magari in realtà accadono in certi istituti o Paesi).

Ciò che in realtà ci ha veramente sconvolti, non solo a me e a Marito, ma anche alle altre coppie, è stata la seconda parte del filmato. Abbiamo ascoltato due interviste ad un ragazzo e ad una ragazza adottati (se non sbaglio in Francia o in Belgio), attualmente giovani adulti. Entrambi esprimevano il proprio affetto per i genitori adottivi, ma non facevano altro che ripetere quanto sentissero ancora il legame con quelli naturali.

Il ragazzo, nonostante fosse stato cresciuto in una famiglia adottiva numerosa e che gli ha donato molto affetto, affermava di essersi sempre sentito un pesce fuor d’acqua, anche a causa delle prese in giro subite a scuola per il fatto di essere stato adottato. Da adolescente è scappato numerose volte da casa, ed è tornato solo quando la madre adottiva si è ammalata gravemente.

Mi ha colpito in particolar modo, però, la storia della ragazza: adottata quando aveva tre mesi, per tutta la vita si è chiesta perché fosse stata abbandonata, e quando ha raggiunto la maggiore età è corsa a cercare la madre naturale. Ha scoperto così che è stata abbandonata per motivi economici, e la verità l’ha aiutata a superare finalmente il trauma. I suoi genitori adottivi avevano sempre evitato di parlare della famiglia naturale, tenendole nascosta la verità, e nel corso degli anni la ragazza si era convinta di essere nata da una prostituta tossicodipendente che l’aveva lasciata per strada… E questo pensiero terribile la faceva stare male.

Da quando ha scoperto la verità la ragazza ha deciso di mantenere i rapporti con la madre naturale.

Questa storia ha sconvolto tutti i partecipanti al corso, ed io sono stata la prima a dire ad alta voce ciò che pensavamo tutti. Tutti noi aspiranti genitori adottivi sogniamo di adottare per avere finalmente quel figlio che la Natura non ci permette di avere… Sogniamo di avere un bambino tutto nostro, da amare e che ci ami. Che ami soltanto noi.
Ma non si può negare che il legame con i genitori naturali c’è, e resterà per sempre… La cosa migliore è evitare di negare questo legame, non mentire al proprio figlio sui motivi per cui è stato abbandonato, e accompagnarlo e aiutarlo nel caso in cui un giorno decidesse di incontrare chi gli ha dato – materialmente – la vita. Anche se è un passo difficilissimo.

Questo è uno degli aspetti dell’adozione che mi fa più paura. Io sono una persona estremamente possessiva… Ma capisco che le persone non si possono possedere, e per amore di mio figlio riuscirei ad affrontare questa difficoltà. Dovrei riuscirci per forza.
L’adozione è una cosa che ho dentro da sempre. Ma non posso negare che negli ultimi anni si fa sentire sempre di più l’istinto materno, il desiderio di sentire una vita crescere dentro di me. Il mio sogno sarebbe quello di avere un figlio di pancia e uno di cuore… Io voglio sempre strafare!

Io intendo ancora adottare, con tutto il cuore, ma è qualcosa che vorrei fare per il bambino e non per me. Ora la mia voglia di maternità è così forte, rabbiosa, che fa quasi male, non mi dona la pazienza e la serenità necessarie per compiere un percorso difficile e lungo come l’adozione. Ho paura che sbaglierei tutto. Sia prima, che dopo. Se riuscissi ad avere un figlio naturale, a trovare quella gioia e quella pace che desidero da tanto tempo, affronterei l’adozione con un’altra ottica. E la vedrei più come una scelta di donare amore, piuttosto che come il desiderio di avere amore, di completare la famiglia.

Non intendo dire che amerei meno un figlio adottato, avendone già uno naturale, o che lo considererei in maniera diversa… No! Assolutamente no! Però IO sarei diversa. Sarei più serena, più calma, come ora non sono affatto. Se la PMA dovesse andare male ancora, se quel figlio di pancia non dovesse arrivare mai, sicuramente procederemmo con l’adozione. Ma sarebbe un vero e proprio calvario. Dovrei sforzarmi con tutta me stessa per non perdere la testa durante tutti quegli anni di attesa, e i colloqui con gli psicologi, e i corsi (basta non se ne può più di ‘sti corsi!!) che ti obbligano a fare gli enti per l’adozione internazionale… Lo farei, perché per avere un figlio farei qualsiasi cosa. Ma forse non lo farei con lo spirito giusto.

Devo ancora imparare tanto… Ma ce la farò. In fondo, imparare a fare la mamma – di pancia o di cuore non importa – è la cosa più bella del mondo.

Ecco, se magari arrivasse anche il materiale su cui studiare non sarebbe male, eh.

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Adozione terzo round

Giovedì sono andata al terzo – e penultimo! – appuntamento del corso per l’adozione. Parlo al singolare perché mio marito, accidenti a lui, non poteva prendere un altro permesso dal lavoro e quindi mi è toccato andare da sola.
A voi non sembrerà una gran cosa, ma a me, che detesto trovarmi in un gruppo di più di quattro persone, è stata un’impresa affrontare questa giornata. Nei gruppi, soprattutto se si tratta di estranei, mi sento a disagio, in particolar modo se non ho vicino una persona cara a cui “aggrapparmi”. Mi serve del tempo per conoscere le persone, imparare a fidarmi di loro e trovarmi bene, e in soli due incontri non avevo neppure imparato a memoria i nomi di tutti!
Mio marito mi chiede sempre come cavolo ho fatto a vivere all’estero da sola con tutte queste fobie 😉
Mentre mi avvicinavo alla sede dell’AUSL il cuore mi batteva fortissimo, come se stessi andando al patibolo… Fuori dal portone c’erano tutte le altre coppie che aspettavano e chiacchieravano tra di loro in gruppetti. Avrei voluto avvicinarmi a qualcuno di loro ma, non sapendo bene come fare, sono rimasta da sola come un’idiota. Sono consapevole, dato che in passato qualcuno me l’ha detto, che questo atteggiamento mi fa apparire come una snob asociale. Sigh. Proprio io che sono tutto il contrario! Adoro conoscere gente, posso stare ore ed ore a chiacchierare… Ma non sono capace di avvicinarmi agli altri per prima.
Questo incontro era dedicato all’adozione internazionale. Era anche presente una rappresentante di un ente autorizzato per darci tutte le informazioni. Come al solito all’inizio abbiamo fatto un lavoro di gruppo. Mi sono rilassata un po’ quando, prima di iniziare il nostro brain storming, io e gli altri componenti del gruppo abbiamo dato voce ad un pensiero comune: questi incontri sono insopportabili e le sedie scomodissime! (Non sono l’unica a cui fa male il sedere quando torna a casa!).
L’adozione internazionale mi è sempre interessata. Ho sempre sognato avere un figlio biologicamente mio e un figlio adottivo di un altro Paese. Sognavo una famiglia multiculturale. Ho sempre amato conoscere e scoprire altre culture e nella mia vita cerco sempre, con ogni mezzo, di combattere il razzismo e la paura del “diverso” che purtroppo sono ben radicati nella mentalità dei nostri connazionali. Una famiglia multiculturale rappresenterebbe chi sono e quello in cui credo, e, perché no, penso che potrebbe essere un buon esempio anche per gli altri.
Purtroppo l’adozione internazionale non è poi così facile rispetto a quella nazionale. I costi sono molto elevati (si parla di decine di migliaia di euro), i bambini adottabili grandicelli (non ricordo quale sia la media, comunque credo sia impossibile avere un bambino di età inferiore ai cinque anni) e il rischio sanitario un pericolo.
La scorsa volta avevo un po’ preso in giro la ragazza che si era mostrata tanto preoccupata per eventuali malattie non dichiarate che potrebbe manifestare un bambino adottato, ma durante questo incontro ho capito che è un pericolo reale. I bimbi adottati con l’adozione internazionale provengono da Paesi del Terzo Mondo dove non esistono neppure certi strumenti per diagnosticare le malattie.
Inoltre uno dei mariti presenti al corso, che conosce alcune coppie che hanno preso questa strada, in privato mi ha detto che quasi sempre, per riuscire ad avere un bambino, occorre pagare una somma extra ai giudici o agli assistenti sociali del Paese estero… Insomma, bisogna andare là muniti di taaaanti contanti. Io, con la mia ingenuità, non ci avevo neppure pensato. Tutto questo mi fa schifo.
Tutte le coppie presenti, me compresa, hanno espresso la loro preoccupazione non soltanto per i tempi dell’adozione internazionale, ma anche per l’età dei bambini adottabili. Naturalmente tutti desiderano adottare un bambino il più giovane possibile. E qui si ritorna al solito discorso: con l’adozione si cerca di sopperire alla mancanza di una genitorialità naturale. Sbagliato. Egoistico, forse. Ma naturale, istintivo, comprensibile.
Però l’istinto materno è la cosa più naturale che ci sia, è quello che ha permesso al genere umano di continuare ad esistere! Com’è possibile reprimerlo, ucciderlo, dimenticarlo?
Credevo che la mia impazienza, il mio desiderio di “affrettare” i tempi, fossero dovuti alla mia giovane età, ma ho notato che anche le altre coppie, nonostante abbiano diversi anni più di noi, sono impazienti allo stesso modo. Alcune di loro cercano un figlio da dieci anni o più, ma questa attesa non li ha aiutati a diventare più pazienti, a mettersi, in un certo senso, il cuore in pace. Anzi. E se penso che noi siamo alla ricerca solamente da due anni e mezzo… Se fossi al loro posto, sarei già impazzita.
Se dovessimo proseguire con l’adozione, dovrò veramente imparare ad essere più calma e tollerante. Quando la rappresentante dell’ente autorizzato ha detto che dobbiamo riuscire a goderci il tempo dell’attesa, io sarei voluta scoppiare a ridere. Cosa cavolo c’è di divertente nell’attesa? Nulla ma, in effetti, visto che i tempi burocratici/logistici sono estremamente lunghi e non si possono accorciare, è inutile disperarsi, vivere questa esperienza con ansia. Bisognerebbe essere capaci di cogliere l’opportunità per fare un viaggio dentro se stessi e imparare ad apprezzare l’attesa.

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Adozione: secondo round

Giovedì scorso io e mio marito abbiamo partecipato al secondo incontro del corso per l’adozione.
La psicologa e l’assistente sociale ci hanno annoiato con un sacco di informazioni giuridiche che io conoscevo già a memoria, e di cui le altre coppie non sapevano niente. Una di queste coppie, anche abbastanza giovane (sui trentacinque anni) ha detto che è da dieci anni che pensa all’adozione. Eppure non sanno nulla. Ma io dico, in dieci anni non avete mai aperto Google una sola volta?! Mah…
Durante la seconda parte del corso abbiamo fatto un gioco di ruolo. Evvai. Tre coppie scelte a caso (e meno male che noi non siamo stati tra i “fortunati”, altrimenti mio marito poi chi l’avrebbe sopportato?!) dovevano rappresentare questa situazione: una coppia, mio marito e moglie, che hanno da poco adottato un bambino, invitano a cena altre due coppie. Una di queste coppie desidera adottare a sua volta e quindi chiede informazioni, mentre l’altra è totalmente contraria ed esprime il suo dissenso.
Ovviamente la scenetta, più che farci pensare, ci ha fatto molto ridere, dato che gli “attori” erano piuttosto impacciati… In pratica la psicologa voleva farci riflettere sulle critiche che potremmo subire nel caso in cui procedessimo con l’adozione. Come se non sapessimo già che c’è gente razzista o ignorante a questo mondo! Esistono addirittura persone che, quando annunci di volere un figlio, ti guardano con disgusto! (E anche quelle che, quando confessi un problema di infertilità, ti chiedono: “ma voi fate l’amore?” … Sorvoliamo che è meglio).
Poi, proprio come l’altra volta, siamo stati divisi in due gruppi, “scoppiando” le coppie, e ci è stato dato un compito. Il mio gruppo doveva pensare a quali sono gli stati d’animo di un bambino piccolo che viene tolto alla sua famiglia d’origine, mentre il gruppo di mio marito doveva pensare ai sentimenti di una coppia di tossicodipendenti a cui viene tolto il figlio.
Il portavoce del gruppo di mio marito ha riassunto il loro brain storming così: “Beh, ma se questi hanno il cervello in pappole per la droga, non capiscono mica niente, no? Quindi come possiamo sapere cosa provano?” Grandissimo.
Lavorare con il mio gruppo non mi è piaciuto per niente. Anche se eravamo poche persone, era impossibile parlare. Tutti saltavano sulla voce degli altri, praticamente riusciva a farsi ascoltare soltanto chi urlava più forte… Anarchia totale. E per me, che sono una persona educata che aspetta che gli altri abbiano finito prima di parlare, è stato impossibile aprire bocca.
E giovedì prossimo terzo round… Oh, questo corso è persino peggio delle iniezioni di ormoni!

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Il primo incontro

Giovedì io e mio marito abbiamo partecipato al primo incontro del corso per l’adozione, della durata di quattro ore.
Io ero molto nervosa all’idea di frequentare questo corso, prima di tutto perché per natura sono abbastanza timida e mi occorre un po’ di tempo per aprirmi con gli altri, secondariamente perché avevo paura di dire delle cavolate ed essere giudicata male dagli assistenti sociali e dalla psicologa, e terzo perché temevo di sentirmi a disagio, ben consapevole che sarei stata la persona più giovane presente al corso.

In linea di massima devo dire che le mie paure si sono rivelate infondate.

Le coppie partecipanti sono nove, e il corso è tenuto da un’assistente sociale più due stagiste e da una psicologa.
Come immaginavo, ero la persona più giovane presente. C’erano alcune coppie sui 30-35 anni e molte over-40 o addirittura più vicino ai 50. Ma questo non mi ha scoraggiata.
Sono abituata a confrontarmi con gente più grande di me – sia amici che colleghi – e non ho mai trovato difficoltà ad affrontare con loro qualsiasi discorso, dal più futile al più impegnato. Mi considero umile e ammetto la mia ignoranza, soprattutto quando mi trovo con persone che, per ovvi motivi di età, hanno avuto più esperienze di me. Comunque spesso ho notato che anch’io posso insegnare loro qualcosa. Anche se sono giovane ho vissuto esperienze (tipo vivere all’estero) che molte persone over 40 non hanno mai provato. Temevo, forse scioccamente, che qualcuno mi avrebbe guardato male o in maniera strana a causa della mia giovane età (ma perché, poi??), e invece non è stato così. Alla fine ho scoperto che, tra tutti, quella che ne sa più di adozione, almeno sul piano giuridico, sono proprio io. Gli under-30 sanno usare meglio Google 😉

All’inizio del corso la psicologa ci ha chiesto di presentarci agli altri. Benissimo. Quello che più temevo.
Avevo paura che la voce mi tremasse, di diventare rossa dalla vergogna, proprio come quando ero bambina e a scuola arrossivo soltanto se la maestra pronunciava il mio nome…
Invece, credo di essere stata brava. Devo ammettere che con gli anni sono migliorata. In effetti nell’ultimo periodo mi è capitato spesso di dover parlare davanti a diverse persone, sia per le presentazioni dei miei libri, sia al lavoro, dove sono comparsa in diversi filmini per la promozione dell’azienda (cosa che non ho chiesto io, ma che i miei capi mi hanno praticamente costretta a fare, perché pensavano di fare bella figura facendo partecipare l’impiegata più giovane dell’azienda – sì, pure lì sono la più piccola!!).
Molte delle coppie presenti – tutte nervose come noi, lo sottolineo – hanno esperienze simili alle nostre: hanno provato a lungo ad avere un bambino, dopo aver fatto degli esami hanno scoperto di avere dei problemi, hanno provato con la PMA e poi sono approdati all’adozione. Era presente anche una coppia che ha già una figlia di cinque anni (credo che quando lo hanno ammesso tutti abbiano provato l’istinto di strozzarli), ma che non riesce ad avere un secondo bambino.

Dopo le presentazioni la psicologa ci ha chiesto di fare un brain storming e pensare a tutte le parole che il termine “adozione” ci fa venire in mente… Anche in questo caso, diversamente da mio marito che, stranamente, è rimasto in un imbarazzato silenzio, io sono riuscita a dire la mia. Ne ero parecchio soddisfatta! Eva 1 – Timidezza 0
Alcune delle parole che ricordo sono: fare tua una cosa, aiuto, solidarietà, maternità, famiglia, futuro, mamma e papà, speranza, felicità, gioia, paura…
In seguito ci hanno chiesto di parlare delle nostre paure e aspettative rispetto all’adozione, e ci hanno dato qualche informazione sui tempi e sulle leggi, tema che comunque sarà affrontato meglio nel secondo incontro, giovedì prossimo.
Poi la psicologa ci ha diviso in due gruppi (“scoppiando” le coppie) e a entrambi ha dato un lavoro da svolgere: il mio gruppo doveva pensare a quali sono i limiti e le risorse della coppia che vuole adottare, mentre il gruppo di mio marito doveva pensare ai limiti e alle risorse del bambino abbandonato che si ritrova in una nuova famiglia. Devo dire che anche in questo frangente sono stata abbastanza propositiva.
Durante il nostro brain storming si è acceso un piccolo dibattito tra due componenti del gruppo. Una ragazza si è detta molto preoccupata per il rischio sanitario, soprattutto nel caso di adozione internazionale, ovvero la possibilità (a cui io non avevo mai minimamente pensato) che un bambino che il Paese di origine dichiara sano con il tempo riveli poi delle patologie anche gravi. Un altro signore sosteneva che questa possibilità non dovrebbe costituire una paura per la coppia che adotta, perché anche un bambino concepito naturalmente potrebbe avere delle malattie. Sinceramente la questione non mi turba più di tanto.
A parte il fatto che io e mio marito siamo più propensi per l’adozione nazionale, e questo problema in Italia non dovrebbe sussistere, anche se decidessimo di optare per quella internazionale devo dire che non importa se il bambino dovesse presentare delle malattie in futuro. Cavolo, è – sarebbe – nostro figlio, lo cureremo con tutti i nostri mezzi e possibilità, e se non dovessimo riuscirci cercheremo di dargli la migliore vita possibile e saremo felici ugualmente!
Durante il corso è venuto fuori un altro argomento che, sinceramente, mi fa imbestialire, sentimento che non ho nascosto e spero di approfondire durante i colloqui “privati”.
La legge, almeno qui da noi in Emilia-Romagna (ma credo che le cose cambino da regione a regione), prevede che le coppie forniscano un documento in cui i genitori di entrambi i coniugi si dichiarano favorevoli all’adozione. Nonostante gli innumerevoli problemi con i miei genitori, sono sicura che non esiterebbero a dare il consenso. Non è questo il problema. Il problema è un altro. Ho chiesto alla psicologa se può essere un fattore discriminante per gli aspiranti adottanti il fatto che i genitori di un coniuge decidano di non firmare il documento in questione. Lei mi ha detto di no. Per me tutto questo è incoerente.
Se il fatto che i futuri “nonni” non siano d’accordo con l’adozione non è un punto a sfavore, allora, perché cavolo chiederlo? Se la legge fosse coerente, dovrebbe automaticamente scartare le coppie i cui genitori dicono di no.
E per quanto riguarda le coppie che ottengono il consenso dei genitori, a questo punto anche i futuri “nonni” dovrebbero sostenere dei colloqui con la psicologa e gli assistenti sociali. Voglio dire, cosa te ne frega se i nonni sono favorevoli o meno, se non controlli neppure se sono persone a posto oppure no?
In tutti i modi, anche se la legge fosse coerente la cosa non mi andrebbe giù.
I miei genitori possono anche essere fuori di testa (ehm, e infatti è così), ma questo non pregiudica le mie qualità come persona e le mie capacità di essere una buona mamma. Ma è possibile che a 26 anni piuttosto che a 30 o a 50, si debba ancora ottenere il consenso dei genitori per fare qualcosa? Non siamo mica bambini che devono chiedere il permesso per andare in gita scolastica!
L’adozione è una questione intima e privata che riguarda un uomo e una donna, una coppia, e basta.
Purtroppo in Italia la famiglia non viene considerata l’insieme di un lui e una lei (ma anche due lui o due lei! Seee, prima di arrivare a questo traguardo…) e degli eventuali figli. No.
In Italia la famiglia è considerata lui+lei+tutti i parenti viventi. Lo stato ci considera dei bamboccioni a vita. E questo non mi piace. Siamo NOI ad adottare un bambino. Non i nostri genitori. PUNTO.

Questa giornata è stata faticosa ma non inutile, anche se in realtà non ho appreso nuove informazioni, dato che conoscevo già le nozioni fornite dalla psicologa e dall’assistente sociale. Comunque mi è piaciuto confrontarmi con gli altri e soprattutto sentire le storie di coppie che hanno problemi simili ai nostri.
Dall’incontro ho capito una cosa importante: la maggior parte delle persone che aspirano ad adottare insistono a voler paragonare un bambino adottato ad un bambino avuto naturalmente. Per questo tutti sperano di ottenere (scusate il termine) un neonato e non un bambino più grandicello.
Ma il fatto è che, anche se ricevi in adozione un bimbo di qualche mese, non sarà mai come avere un figlio naturale. Concepire un bambino e adottarlo sono due cose completamente diverse.
La gravidanza crea un legame tra madre e figlio che non si può ricreare in nessun modo. Anche se adotti un bambino piccolissimo, lui è comunque rimasto nove mesi nel grembo di un’altra donna, non puoi fingere di averlo dato tu alla luce…
L’adozione è un percorso difficile, sia per i genitori che per il figlio. Occorre tanta pazienza e capacità di sacrificarsi per adottare. L’adozione è un percorso ad ostacoli che però, nel lungo periodo, ti può dare tantissima gioia. E io sono pronta a dare e ricevere questa gioia. Solo che preferirei affrontare questo percorso con un altro spirito. Ora sono troppo impaziente, delusa, arrabbiata, speranzosa… Ho sempre sognato di adottare. Ma ora non posso che sperare che la prossima PMA vada bene, e di riavvicinarmi all’adozione quando sarò più matura, più calma, più serena, più paziente.

Ma se così non dovesse essere, se la Natura ci dovesse ostacolare nuovamente, se dovessimo procedere con l’adozione… Io sono pronta. Metterò da parte tutta la mia rabbia e l’impazienza.
Mio figlio è da qualche parte che mi aspetta, e farò qualsiasi cosa per riuscire a trovarlo.