Pubblicato in: La mia storia, Riflessioni

Le Madonne

E’ da tempo che non scrivo sul blog, e non perché non avessi niente da dire. Quest’ultimo periodo è stato particolarmente intenso, pieno di riflessioni, di decisioni, e ci si è messa pure una brutta influenza che mi ha costretta a letto per diversi giorni.

Oggi mi sono ricollegata ad internet e sono rientrata nel magico mondo della sterilità

Sapevo che dopo il mio ultimo post avrei ricevuto diversi commenti ed e-mail, alcuni piacevoli, altri un po’ meno, alcuni comprensivi, altri insensati.

L’ultima volta ho parlato delle donne che annunciano la propria gravidanza senza curarsi minimamente di farlo con un po’ di tatto… Donne che, oltre che di ormoni, si sentono colme di saggezza, e amano elargire perle del tipo: “Devi crederci… Se ce l’ho fatta io, ce la farai anche tu!”

… Eh no, bella mia… Non funziona così. Tu ce l’hai fatta, ok, brava, clap clap. Ma io, e tutte le altre donne come me, forse non ce la faremo mai.

Ho notato che non sono l’unica a provare una particolare antipatia verso questa categoria di donne. Madness nel suo blog le ha definite – ironicamente – delle Madonne…
Questa definizione mi è piaciuta, perciò ho deciso di rubargliela 😉

Nel mio mio ultimo post, dove ho annunciato la mia decisione di salutare la provetta, ho trovato il commento di una donna che mi chiede come mai non abbia voluto provare con l’eterologa. Non si spiega perché abbia deciso di rinunciare a questa strada.

Le sue testuali parole:

“Da egoista non riesco a capire come si possa privarsi di una gioia tanto grande senza neanche tentare…”

Uff. Da dove iniziare? Sono ancora mezza influenzata, non ho voglia di scaldarmi.

Dunque. Come sapete (non c’è bisogno che vi linki i vecchi post, lo ripeto talmente spesso…) io ho un grande rispetto e una grande stima per le donne. Tutte. Anche quelle che la pensano diversamente da me. E mai mi sono sentita di avere il diritto di giudicare le loro scelte.
Noi donne siamo belle nella nostra diversità, nel modo differente in cui vediamo la vita, in cui agiamo. E ho capito che non esiste un modo giusto o sbagliato di fare le cose, di seguire la propria strada. Lo stesso obiettivo si può raggiungere affrontando percorsi diversi, perché siamo persone diverse.

Conosco donne che odiano i bambini e non hanno mai voluto figli.

Donne che a trent’anni hanno cambiato idea e deciso di sfornare un bimbo.

Donne che non hanno mai cambiato idea e a sessant’anni si vantano della loro indipendenza e del loro stile di vita da ventenni.

Donne che, dopo la scoperta della sterilità, hanno scelto di non provare con la PMA – per paura, per motivi etici o altro – e ricorrere subito all’adozione.

Donne che non se la sentono di provare né con la PMA né con l’adozione.

Donne che adottano e POI ricorrono alla provetta.

Donne che diventano madri a 20 anni, altre che preferiscono prima fare carriera e godersi la vita e fare un figlio a 50 anni.

Donne che provano con la PMA due, tre, otto volte se non di più, e non si arrendono.

Altre che al primo tentativo fallito decidono di lasciare perdere.

Chi sono io, chi siamo noi per giudicarle, per giudicarci a vicenda?

E’ il solito problema di noi donne. Non riusciamo ad essere solidali tra di noi.

Ognuno ha una sua storia, un suo passato, i suoi sogni, dei valori morali e religiosi.

La commentatrice che mi ha chiesto perché non abbiamo provato con l’eterologa, evidentemente non prova questo rispetto per le altre donne.

Nella sua domanda è implicito un giudizio, una critica.

Da quando mi sono allontanata, materialmente e, soprattutto, spiritualmente, dal mondo della PMA, riesco a vedere tutto con occhio più obiettivo e, forse, anche più cinico.

Leggo e ascolto donne che – proprio come me fino a poco tempo fa – sono completamente prese dalla provetta, dagli ormoni, dalle punture, dai puntini luminosi, dalle statistiche, dalle paranoie post-transfer… Come delle drogate, delle assatanate. In senso buono, ovviamente.

Io, sinceramente, non posso che essere felice di essermi liberata da quel peso che non mi ha mai fatto sentire serena.

Certo, quel “peso” avrebbe potuto regalarmi un figlio “di pancia”… E ho sempre affermato, e ne sono ancora certa, che valga la pena patire tutto il dolore fisico e psicologico per quell’enorme felicità, ma… Siamo sicuri che fosse il NOSTRO destino? Mio e di Marito, intendo?

Ho sempre chiesto un segno dal Cielo, da Dio, e non mi sono resa conto (o forse non volevo rendermene conto) che il Signore mi stava già indicando la strada. Una strada più complicata della provetta, una strada sicuramente non facile, né PRIMA né DOPO…
Ma una strada che solo due persone pronte, due persone scelte, possono compiere. L’adozione.

Il Signore ci ha scelto per diventare genitori in un modo un po’ più difficoltoso, in virtù della nostra storia, delle nostre cicatrici…
Un percorso che il Signore non può di certo affidare a tutti. Le donne che rimangono incinta con la stessa facilità con cui le mie cagnolone si addormentano si possono pure tenere la loro facile felicità…
Perché noi siamo stati scelti, e quando potremo finalmente stringere il frutto del nostro amore, il nostro figlio di cuore, la nostra felicità non sarà nulla in confronto a quella degli altri, di quelli normali. Perché noi non siamo normali. Altrimenti non saremmo stati scelti per questo.

La sterilità non è una malattia, non è un impedimento, è una POSSIBILITA’, e anche una missione. Non per tutti. Ma per noi sì.
Dio me l’ha fatto capire, ci ho messo un po’ a capirlo, ma solo per colpa della mia testa dura… Lui ha cercato di dirmelo in tutti i modi possibili. Più di così poteva soltanto apparire di notte davanti ai miei occhi e urlarmelo nelle orecchie, ma se l’avesse fatto io sarei morta d’infarto e… Niente adozione, niente bimbo.

L’amore per un figlio, per me almeno, va oltre l’egoismo di voler crescere un bimbo che abbia i tuoi stessi occhi, il tuo stesso sorriso, il tuo stesso sangue…

Perché un figlio, anche se nasce dal tuo grembo, non è tuo. Un figlio non è una proprietà.
Non è una persona su cui riversare i tuoi sogni abbandonati in gioventù, attraverso cui poterti riscattare.

Un figlio è una persona da amare.

E se un uomo e una donna sanno amare davvero, possono amare e crescere anche qualcuno che non nasce dai propri spermatozoi ed ovociti.

Non è che adesso, tutto d’un tratto, io sia contraria alla PMA, eh… Continuerò sempre a sostenere le coppie che decidono di affrontare questo percorso. Perché so cosa vuol dire.

Ma quella non era la nostra strada.

Per questo ho deciso di abbandonarla. Non ho deciso di abbandonarla perché con me non ha funzionato. Se mi fossi svegliata prima, se mi fossi liberata prima dall’egoismo di avere a tutti i costi un figlio di pancia, io non avrei MAI provato con la PMA.

Chissà, forse se provassi altre due, tre, quattro volte, infine funzionerebbe.

Ma non è questo ciò che vogliamo. Ed ora l’abbiamo capito.

Questo non vuol dire che chi continua a provare sia un disgraziato, o chissà cos’altro. Ognuno deve seguire la strada che sente più adatta a sé. E questa, per noi, non è più la strada giusta.

L’eterologa, sinceramente, l’abbiamo scartata fin dall’inizio. Noi speravamo di avere un bambino “nostro”, un bambino che ci assomigliasse, e non solo che crescesse dentro di me. Se dovevo tenere in grembo un bimbo nato dagli spermatozoi di un altro uomo, sinceramente non aveva senso. PER NOI, ripeto.

Ci sono tanti bambini nel mondo che hanno bisogno di una famiglia, bambini che GIA’ esistono e soffrono, che senso ha, tanto per appagare il desiderio di avere il pancione, andare a creare un altro bambino andando a prendere un ovocita di qua e uno spermatozoo di là? Questo è il NOSTRO pensiero. Non è implicito alcun giudizio verso chi prende questa strada. Anzi, ammiro le coppie che vanno all’estero per sottoporsi alla fecondazione eterologa, e spero che in futuro diventi legale anche in Italia, e mi batterò per questo se necessario.

Non è che ora mi senta piena di saggezza da diffondere al mondo, eh… Non mi ritengo una Madonna, io.
Sono solo una donna che ha preso una strada ed ora ne sta imboccando un’altra. E vorrei comprensione, non giudizio, ascolto, non critiche.
Perché alla fine, tutte noi rivolgiamo le nostre energie, le nostre speranze, ad un unico obiettivo: crescere un figlio.
Non importa come decidiamo di farlo, come decidiamo di arrivare a lui.
Ma dobbiamo sostenerci l’una con l’altra, senza giudicarci a vicenda, accettando le nostre diversità, accettando che esistono percorsi diversi, idee diverse, valori diversi. E dolori diversi.

Andate in pace. Amen.

La prossima volta voglio scrivere qualcosa di divertente. Altrimenti devo cambiare il titolo del blog in “Mentre ti aspetto… Dico la Messa”.

Pubblicato in: La mia storia, Riflessioni

Bye bye, provetta

Sono passati diversi giorni dall’ultima volta che ho scritto qui.
E intanto è trascorso il primo compleanno del mio rifugio virtuale. I blogger sono soliti festeggiare questa data, io sinceramente l’ho pure scordata.
E poi, che ci sarebbe da festeggiare? La nascita di questo blog coincide con l’inizio del mio inferno.

E’ passato anche il nono anniversario dell’incontro tra me e Marito. Era il primo maggio del 2004.
Solitamente festeggiamo questa ricorrenza, quest’anno ho trascorso metà giornata a letto, piangendo, urlando e accusando Marito di essere la causa del mio dolore, in preda ad un delirio pre-mestruale senza precedenti, mentre l’altra metà l’ho passata togliendo le zecche dai cani e da me stessa (eh sì, una è finita addosso a me, che culo), con conseguente disinfestazione del mio corpo e della casa.
Ah sì, dopo aver fatto pace, alla sera io e Marito siamo andati a mangiare fuori, e stranamente non mi sono ritrovata seduta vicino ad una donna incinta o ad una felice famigliola con neonato al seguito (di solito mi succede sempre).

In questi giorni sono in ferie, perciò oggi ho deciso finalmente di riconnettermi al blog e alla posta, sperando di trovare l’ispirazione per scrivere qualcosa di interessante.

L’ispirazione mi è passata non appena ho trovato nella posta due annunci di gravidanza.

Ora, non vorrei sembrare cinica, ma…
Un po’ di delicatezza, no?
Io non scriverei mai ad una sconosciuta che sta EVIDENTEMENTE male (o non si era capito? Posso essere più esplicita) per il fatto di non riuscire a diventare madre, con il solo scopo di vantarmi della mia felicità di essere incinta…
Ma gli ormoni fanno perdere la sensibilità e la saggezza alle donne?!

Un conto è se siamo amiche intime, seppur virtuali, se ci siamo scritte e parlate a lungo, se si è creato un certo rapporto di confidenza… In quel caso sì, certo che vorrei avere la notizia di una gravidanza, e ne sarei pure felice!
Ma se sei una sconosciuta, o una persona con cui ho parlato qualche volta, sinceramente della notizia mi importa ben poco.
Soprattutto se data con così poco tatto.

Sono invidiosa? E certo che sono invidiosa, cazzo.
Se fosse una cara amica a darmi una notizia del genere riuscirei a domare l’invidia per condividere la sua felicità, ma se è una sconosciuta a farlo, non ci provo neanche.

Mi sembra solo un modo per mettersi in mostra, per dichiarare il proprio successo, piuttosto che un modo per infondere coraggio ad una che non ce l’ha fatta.

Donne, per favore, quando CE LA FATE, ricordatevi di quello che avete provato quando il vostro sogno sembrava ancora irraggiungibile. Ricordatevi chi eravate. E ricordate che tante altre donne vivono ancora in un incubo.

Dopo questo lungo preambolo, arriviamo al dunque.

Marito si è finalmente sottoposto al test per la frammentazione del dna spermatico. Risultato: disastroso.
Frammentazione al 20%, superiore ai valori normali.
Questo significa che i suoi spermini, oltre ad essere immobili e anormali, presentano pure delle frammentazioni (delle “crepe”, diciamo). C’è una tecnica particolare, si chiama IMSI, che permette di scegliere gli spermatozoi privi di queste “crepe”, ma l’andrologo del centro PMA di Bologna ha comunque deciso di fargli fare una cura (che FORSE potrebbe migliorare un po’ le cose) prima di riprovare con la PMA.
La cura durerà tre mesi, quindi potremmo procedere con il prossimo tentativo non prima di settembre.

Il medico ha anche affermato che la sterilità di Marito è al 99% causata dagli orecchioni che ha avuto da ragazzino.
Ho chiesto a Marito di cercare di ricordarsi il nome dell’amichetto che gli ha attaccato la malattia. Ho intenzione di cercarlo.
E ucciderlo, ma dopo averlo torturato a lungo.

Tra qualche giorno avremmo dovuto sostenere il secondo colloquio per l’adozione, ma purtroppo dovremo annullarlo perché Marito ha un urgente impegno di lavoro (ecco il motivo scatenante del nostro litigio dell’altro giorno).
Il terzo colloquio, invece, era stato fissato per il sedici maggio, data che ho già dovuto annullare perché mi sono resa conto che proprio quel giorno ho una riunione importante per quel progetto lavorativo che sto seguendo.
Oltre a fare una figura pessima con l’assistente sociale, per affrontare il secondo colloquio dovremo aspettare il venti maggio. Per una come me, che detesta le attese (si era capito?), questa è una vera e propria tragedia.
Senza contare il fatto che entro fine luglio io spero di terminare la fase dell’istruttoria e di avere già in mano la relazione dei servizi sociali, in modo da poter presentare la domanda di adozione ai vari tribunali prima che chiudano, ad agosto. Così poi ce ne andiamo in ferie tranquilli, aspettando di essere chiamati dal giudice del tribunale di Bologna per il colloquio conoscitivo a settembre.

Visto che dovremo recuperare ben due colloqui (e forse ne dovremo pure fare altri), però, non so se questo sarà possibile. E vedere i miei piani stravolti mi fa incazzare da bestia.

Ma veniamo al titolo del post.
Beh, direi che non occorrono molti chiarimenti.

Basta con la PMA.

E’ da un po’ che questa idea mi frulla per la testa. Da quando abbiamo iniziato il cammino dell’adozione, per l’esattezza.
Pensavo che saremmo riusciti a fare tutto. PMA e adozione. Che bastasse la nostra forza d’animo per affrontare entrambi i percorsi. Che sarebbe stato il destino, o il caso, a decidere se il nostro bambino dovesse nascere in una provetta o nel grembo di un’altra donna.

Ma poi, giorno dopo giorno, sono stata assalita dai dubbi. E se la PMA fosse andata bene e avessimo interrotto le pratiche per l’adozione… E poi avessi perso il bambino al terzo o quarto mese? E se avessi partorito un bambino malato, o pazzo come mia madre? E se da qualche parte ci fosse un bimbo che aspetta noi, proprio noi, a cui potremmo donare la felicità e che ci potrebbe completare? Se fosse un’altra donna a dare alla luce MIO figlio?

E’ stato solo l’egoismo a farci decidere in principio di provare con la PMA. Il desiderio di avere un figlio tutto nostro, come la Natura ci impedisce di fare, e l’invidia verso le persone “normali”, a cui basta fare sesso per avere un bambino. Il desiderio di essere anche noi come tutti gli altri.

Ma, forse, noi non siamo come tutti gli altri. No, no, non intendo dire che siamo migliori o peggiori. Forse siamo solo diversi.
Basta pensare alla mia pazza famiglia o alla vita che ho vissuto per capire che no, non sono uguale agli altri. E se Marito sta con me, tanto normale non lo è neppure lui.

Io non mi sono mai vista con il pancione. Non parlo della realtà. Nella vita reale l’unico pancione che abbia mai avuto è quello dovuto al grasso.
Parlo della mia fantasia, dei miei sogni ad occhi aperti.
Non sono mai riuscita ad immaginarmi come una mamma. Di pancia, intendo.

Mentre mamma “di cuore”… Quello è sempre stato il mio sogno.
Vi ho già raccontato che anni fa, prima di scoprire i nostri problemi di infertilità, avevo proposto a Marito di adottare PRIMA di provare ad avere un figlio biologico?
A quel tempo, ve lo potete immaginare, Marito mi ha dato della pazza.
Invece, chissà, forse ho un sesto senso, forse dentro di me già sapevo come sarebbero andate le cose.

Non so se vi ho mai detto che amo scrivere. Intendo al di fuori del blog.
Ho alle spalle un paio di libri pubblicati. La scrittura per me è un po’ più di una passione ma, purtroppo, molto meno di una professione.
E’… Un sogno. Un po’ come quello di diventare madre.

Vi dico questo perché sono solita annotare sul computer le idee (che sul momento mi sembrano geniali) per nuovi racconti e romanzi.
Spesso questi spunti vengono poi abbandonati, per mancanza di tempo o di ispirazione.
L’altro giorno ho ritrovato in una cartella del pc diversi file, risalenti agli anni tra il 2008 e il 2010 (quindi, ben prima della scoperta della sterilità), contenenti bozze di storie abbandonate a metà.
Mi sono messa a rileggerle. Non ricordavo neppure di averle scritte!
Mi è venuto un colpo al cuore realizzando che almeno la metà di quelle storie ha come tema principale l’adozione… Sono tutti incipit che ho scritto a distanza l’uno dall’altro, non mi ero mai resa conto di quanto questo argomento fosse già profondamente vivo dentro di me, ancora prima di viverlo nella realtà.

So bene che essere mamma “di pancia” oppure “di cuore” sono due cose ben diverse. Oh, se me ne rendo conto!
Una mamma biologica è mamma a prescindere, nel momento stesso in cui suo figlio viene alla luce, una mamma adottiva, indipendentemente da quello che dicono i documenti, diventa “mamma” solo quando suo figlio decide che lo merita.

Avevamo deciso di provare con la PMA ancora una volta solo per egoismo, per questo desiderio di essere “normali”, e perché siamo convinti che i medici che ci hanno seguito finora abbiano sbagliato.

Ma forse tutto ha un senso. Aver dato fiducia ad un centro poco professionale, i tentativi falliti, questo ulteriore problema medico di Marito, la cura di tre mesi che ci ha fatto rimandare la PMA (io ero pronta ad iniziare questo mese)…

Forse tutto questo è un segno che la PMA non è la nostra strada.
Forse, invece, non vuol dire niente. Forse si tratta solo di sfortuna, di coincidenze, e non di destino.
Ma a me piace credere che sia così. Che abbia un senso.

Ora come ora il pensiero di una stimolazione ormonale, del pick up, del transfer con conseguente attesa colma d’ansia e timori…
Questo pensiero mi mette solo tristezza e paura.

Perciò, almeno per ora, dico “ciao ciao” alla provetta.

Adesso voglio concentrarmi sull’adozione.
A settembre, si vedrà. Se i servizi sociali avranno scritto una relazione positiva su di noi e potremo procedere con il prossimo passo, la provetta aspetterà ancora. Anzi, mi sa che non la vedrò più.
Se i servizi sociali ci avranno descritto come degli squilibrati, uccidendo le nostre speranze…
No, questo non può accadere.
Perché noi siamo destinati a diventare mamma e papà. Di cuore.
E io lo so da sempre.

Pubblicato in: La mia storia

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

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“Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” (dipinto del 1897 di Paul Gauguin)

Mi sento persa.

Non so più bene chi sono, dove mi trovo e dove sto andando.

Nell’ultimo mese, per vari motivi, sono stata un po’ lontana dal blog e da internet in generale, e ho cercato anche di tenere la mente lontana dall’unico pensiero che ha dominato i miei ultimi due anni di vita.
Ho tentato di concentrarmi sul lavoro, credendo di avere l’opportunità per fare e ottenere qualcosa di buono. Non ho mai pensato di poter fare carriera, per carità, siamo in Italia e per ricevere una promozione devi avere minimo quaranta-quarantacinque anni e saper leccare molti fondoschiena, virtù che io non possiedo.
Speravo, però, che si fosse presentata l’occasione per mettermi in mostra, per far vedere le mie capacità, per crescere, se non di grado e stipendio, almeno per quanto riguarda le responsabilità.

A causa del progetto in cui sono stata coinvolta ho trascorso le ultime settimane passando da una riunione all’altra con i dirigenti più alti dell’azienda, gente che esce dall’ufficio alle otto di sera e che evidentemente lavora in un bunker e non ha mai bisogno di andare in bagno, visto che nei corridoi non la si incontra mai…
Tra i colleghi che partecipano al progetto io sono quella con il grado più basso, gli altri sono tutti come minimo quadri e gestiscono varie risorse, perciò ovviamente ho pochissima possibilità di parola, certi dirigenti manco mi salutano e credo che non sappiano neppure il mio nome, né si sono mai curati di saperlo.
Come sono solita fare sempre, mi sto impegnando per questo progetto con tutte le mie forze, ma ho capito che a nessuno interessa, sono e resterò l’ultima ruota del carro, un’umile schiava che non conta nulla.

E la cosa non è che mi dispiaccia più di tanto.

Mi sembra di essermi improvvisamente risvegliata, non so se da un sogno o da un incubo.

Io con questa gente non c’entro nulla. Con questa gente che maltratta i propri “sottoposti” (in politichese sono chiamati “collaboratori”, ma a me l’ipocrisia non piace), che ignora o, peggio ancora, deride i problemi personali di questi ultimi, con questa gente che, a parte il lavoro, non ha nulla e fa di tutto per compiacere chi sta sopra di loro (la gerarchia aziendale non ha fine, a quanto pare)… Io non ho niente a che fare con loro.
Non mi piacciono, non voglio diventare come loro, e se solo potessi abbandonerei questo progetto e tornerei a fare l’umile schiava full time.

E forse anche osservando i comportamenti di queste persone, la loro ipocrisia, la loro maleducazione, il loro squallore, mi sono risvegliata.

Ora tutti i miei pensieri stanno nuovamente convergendo verso quell’unico obiettivo, l’unico desiderio che conta davvero: un figlio.

A maggio io e Marito avremo il secondo colloquio per l’adozione. E poi il terzo, il quarto, il quinto… Fino a fine giugno saremo impegnati con l’istruttoria. Poi i servizi sociali decideranno se potrà bastare o se dovremo farci psicanalizzare ancora un po’. Nel primo caso i s.s. (inquietante questa sigla…) redigeranno la relazione (speriamo positiva) per il tribunale dei minori e potremo finalmente presentare la richiesta di adozione. Nel secondo caso, il tormento dovrà continuare.

E nel frattempo… Nel frattempo, io e Marito abbiamo finalmente concluso le analisi preliminari per l’ennesimo ciclo di PMA che ci attende in quel di Bologna.
Marito la settimana scorsa si è sottoposto all’ormai famigerato “test per la frammentazione del dna spermatico”.
Risultato: frammentazione del 20%. Il valore normale è attorno al 10-15%. Questo significa che, oltre ad essere pochi, immobili e anormali, molti dei suoi spermini sono pure “rotti”.
Non so neppure se esserne sollevata oppure no. In parte la sono, perché può significare che i nostri ripetuti fallimenti sono dovuti proprio a questa ulteriore anomalia. Anomalia che non era mai stata diagnosticata prima.
D’altro canto sono delusa, perché l’andrologo, che Marito vedrà la settimana prossima, probabilmente gli prescriverà per alcuni mesi una cura con degli antiossidanti. Questa cura non migliorerà di certo la motilità o la morfologia, ma potrebbe ridurre la percentuale di frammentazione, aumentando le probabilità di successo della PMA ed evitandoci una IMSI, che costa, nel centro che ci sta seguendo, all’incirca mille euro in più di una “semplice” ICSI.

Questo significa che il prossimo tentativo di fecondazione, che speravo di cominciare a inizio maggio, dovrà essere rimandato.

I soldi che dovremo spendere sono tanti, e se con una semplice cura ci può essere la possibilità di aumentare le percentuali di successo, è giusto provare. Ne sono consapevole.
Ma negli ultimi giorni non ho fatto altro che sognare il momento in cui avrei ricominciato a bucarmi la pancia col Gonal… (Sono in crisi d’astinenza). E non sapere quando potremo finalmente riprovare, quando finalmente potrò decidere se abbandonare questa strada o se gioire per la nostra perseveranza, mi fa impazzire.

In questi ultimi giorni, euforica all’idea di aver cominciato l’istruttoria per l’adozione, e altrettanto felice di aver terminato le analisi pre-PMA, non ho fatto altro che ripetermi: “Ci siamo!”

Ma dove siamo?!
Non siamo proprio da nessuna parte.
Siamo in un limbo.

I colloqui per l’adozione finiranno chissà quando… E anche quando ci avranno strizzato per bene il cervello, mica sarà finita… E’ lì che inizierà il bello! Dovremo presentare la domanda nei tribunali di mezza Italia, e poi ci dovremo mettere pazientemente in attesa della telefonata di un giudice che, quando sarà il momento (tra un anno? Due? Tre?) ci chiamerà per scegliere se dare in adozione un bambino – se dare la felicità – a noi oppure ad un’altra coppia… Manco fossero le selezioni per uno show televisivo.

Non ho idea di quanto durerà la cura di Marito, non so neppure se avrà qualche effetto (devo ancora trovare su internet i testi di letteratura scientifica che ne parlano – ormai sono più aggiornata di un medico). Non so quando potremo provare ancora con la PMA, e soprattutto non so come andrà a finire.

Io vorrei soltanto poter fare qualcosa… Ma non posso fare niente, se non aspettare, pregare, imprecare, cercare di distrarmi.

Lo so. LO SO. Lo so che ci sono coppie che aspettano un figlio da dieci anni o più, coppie che, per mille motivi, hanno deciso di intraprendere il cammino della PMA o dell’adozione a quarant’anni e passa, quando il tempo stringe, quando non si è più tanto giovani da poter attendere ancora.

Ma penso di avere anch’io il diritto di soffrire.

Quando desideri qualcosa – qualcosa che non è uno sfizio, un capriccio, qualcosa come UN FIGLIO, che è il fulcro della vita – ogni giorno, ogni ora, ogni istante che vivi senza riuscire ad ottenerlo, ne senti la mancanza. Almeno, per me è così.

Sono passati tre anni. Anzi, un po’ di più. Tre anni che cerco la mia, la nostra felicità, invano.

E’ trascorso quasi un anno e mezzo dal quel terribile giorno in cui abbiamo scoperto che la Natura è nostra nemica, che la felicità per noi non è a portata di mano, come la è per molti altri.

Un anno e mezzo. Non è tanto, se ci penso. Eppure mi sembra passata un’eternità da quella triste sera di gennaio in cui la ginecologa mi ha brutalmente annunciato che per noi non c’è speranza, che non potremo mai avere figli come tutti gli altri. Che il nostro amore non basta.

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

Me lo sono spesso chiesta, non solo pensando a me stessa, ma all’intero genere umano. Da sempre rifletto sul senso della vita, della nascita, della morte…
Ma ora mi pongo queste domande riguardo me. Noi. E lui. Quel figlio che non c’è. Ma è che ben vivo dentro di noi.

Da dove veniamo?
C’è un Dio che ci ha creati, che ha deciso che noi dovessimo essere qui, ora?
Non si risponde ad una domanda con un’altra domanda, giusto?
Sarebbe facile affermare che veniamo dai grembi delle nostre madri…
Ma in realtà noi, quello che siamo ora, è stato forgiato dalla vita che abbiamo vissuto, dai passi compiuti, dalle scelte fatte, dai dolori che ci sono stati inflitti e dall’amore che ci è stato concesso, non importa da chi, indipendentemente dai legami di sangue.
Noi veniamo dal nostro desiderio di amare. Noi veniamo da quel figlio che ancora non c’è.

Chi siamo?
Dei genitori senza figli. Un cuore pieno d’amore che non pulsa. Un nido caldo, ma vuoto. Una felicità priva di sorriso.

Dove andiamo?
Andiamo verso di lui. Verso quel figlio che forse è già nato, che aspetta di rinascere in noi, con noi.
Verso quel figlio che forse deve ancora nascere, che magari troverà la vita in un’asettica provetta, ma che avrà una vita colorata, tutt’altro che asettica.

Andiamo verso un futuro che DEVE per forza realizzarsi. Perché, altrimenti, non so cosa resterebbe di me.

Pubblicato in: La mia storia

Mezza piena

Ha smesso di nevicare. Finalmente.

Oh, io tutta questa magia nella neve non la riesco a vedere. Certo, è divertente vedere i bambini tirarsi le pallonate di neve o costruire pupazzi, ed è meraviglioso osservare un bel paesaggio candido… Quando sono in vacanza in Alto Adige, però! Qui in città vedo solo i disagi. Morti e feriti in incidenti stradali, persone che si fanno male cadendo sul ghiaccio, anziani bloccati in casa, anziani che si ostinano a voler uscire da soli e poi cadono perché i marciapiedi sono scivolosi, animali selvatici che non riescono a trovare il cibo, strade intasate – con conseguente inquinamento…

E poi, a dirla tutta, la neve è bella quando è fresca, ma già il giorno successivo diventa nera. E non è un bello spettacolo. Bleah.

Forse non si è capito, ma a me la neve non piace. Tranne che in montagna. Non mi piace soprattutto quando ho in programma un transfer. E non mi piace anche perché la sottoscritta è leggermente imbranata e sul ghiaccio rischia sempre di cadere e rompersi l’osso del collo.

Oggi le strade erano – con mio grande stupore – pulite. Io e Marito siamo arrivati al centro PMA in anticipo e senza problemi, così come l’equipe medica. Gli embrioncini sono sopravvissuti entrambi (!) allo scongelamento. Il transfer è stato totalmente indolore. Non so come, ma sono riuscita a rilassarmi! Anche l’infermiera mi ha detto “brava”. Penso fosse sollevata dal fatto che non le avessi spaccato la mano come l’ultima volta.

Insomma… E’ andato tutto bene. Le mie paranoie di ieri ora sembrano alquanto stupide.

Ma io sono felice di essere stata in pena. Eh sì, perché, se non fossi stata tanto pessimista, non avrei potuto gioire per la piccola vittoria di oggi.

Domani tornerò a lavorare. Ho sempre passato le settimane post-tranfer a casa, da sola, nel mio mondo ovattato… E’ strano pensare di vivere normalmente, di stare in mezzo agli altri, in queste condizioni

Come sa qualsiasi donna che si è sottoposta alla PMA, il periodo di tempo tra il transfer e il fatidico giorno del test di gravidanza non è un periodo normale.

Non importa con quale spirito una donna affronta questo percorso. Non importa se è piena di speranze, se è disillusa e pessimista, o se ha deciso di prendere tutto alla leggera, senza farsi troppe paranoie.

Questi non sono giorni normali.

Sono i giorni dell’attesa.

So già che domani, e nei prossimi giorni, ogni tanto in ufficio mi metterò a ridacchiare da sola, poi ad un tratto i miei occhi si faranno umidi e tristi… Mi accarezzerò la pancia, così, senza pensare, e poi me ne vergognerò… Avrò la testa tra le nuvole, persino più del solito, perché non importa se io non sono tecnicamente incinta, se i miei puntini luminosi sono per ora soltanto una potenzialità di vita, se le probabilità che questo sogno si avveri sono soltanto del 20-30%. Non importa.

Io SO di avere due puntini luminosi dentro di me. Due puntini che devono lottare per rimanere ben aggrappati alla loro mamma. Non so se ce la faranno, ma so che ci sono. Sono qui, dentro di me. Forse sono destinati a morire, forse non cresceranno, forse daranno origine ad una vita che si interromperà subito…

Forse, forse, forse… Forse rimarranno dentro di me. Forse ce la faranno. Ce la faremo.

E’ una sensazione che poche donne possono provare… In effetti, solo quelle che si sottopongono alla PMA. Chi cerca figli in maniera naturale non ha alcun mezzo per poter sapere se il concepimento è avvenuto oppure no… Scoprono di avere una vita dentro di sé soltanto quando quel benedetto test di gravidanza diventa positivo. Ma, a quel punto, è già chiaro che l’embrione si è impiantato nell’utero. Queste donne non possono sapere quante potenzialità di vita si sono formate dentro al loro corpo, per poi lasciarle prima di diventare qualcosa di più. Sono fortunate, loro. A noi tocca pure questa tortura. Sapere di avere qualcosa dentro, senza poter conoscere il suo destino.

Io nei giorni post transfer mi sento diversa. No, non parlo di fantasintomi. Quelli ho imparato ad ignorarli. Parlo proprio a livello mentale, spirituale, chiamatelo come volete.

Non posso dire di sentirmi incinta, perché sarebbe ridicolo. Ma non mi sento più tanto vuota. Perché non la sono.

Mi sento… Mezza piena, diciamo!

Purtroppo sono poche le persone che possono capire cosa sto provando ora. E so già che domani e nei prossimi giorni, mentre con sguardo sognante mi accarezzerò la pancia, molti colleghi mi guarderanno con un misto di stupore e compatimento.

Ma chi se ne frega.

Io non sono più vuota.

Spero solo che questa sensazione duri più di quattordici giorni.

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Tempesta d’emozioni

Sabato ho fatto un altro controllo ecografico, e la ginecologa ha deciso di posticipare il transfer a domani, invece di procedere oggi come previsto.

Ovviamente non bastavano tutte le mie paranoie dovute al timore di soffrire come l’ultima volta, alla paura che i due embrioni rimasti non riescano a sopravvivere allo scongelamento, alla mia decisione di non restare a casa in malattia ma andare a lavorare come se niente fosse (e se l’ascensore si rompesse e dovessi fare le scale? E se i colleghi o il capo mi facessero incazzare e io perdessi le staffe?)… No! Ci voleva pure la neve!

Giuro, non credo di aver mai visto tanta neve come oggi. Probabilmente avrò già ripetuto questa frase almeno un paio di volte negli ultimi anni ma, si sa,  si tende a dimenticare certi eventi.

E’ inverno, è ovvio che nevichi. Non è un fatto così straordinario, come vogliono farci credere i telegiornali. Però… Oggi abbiamo visto diverse auto e camion finiti nei fossi, la macchina di Marito, dotata di gomme invernali, faticava a procedere, e la strada di campagna in cui abitiamo è stata totalmente ignorata dai contadini addetti a spalare la neve… Un inferno bianco, insomma!

Quindi ora, oltre alle suddette paranoie, si sono aggiunte le seguenti paure: e se la ginecologa/biologa/infermiera domattina non riuscissero a raggiungere il centro PMA? E se NOI non riuscissimo ad arrivare? E se le strade facessero schifo come oggi e le vibrazioni della macchina durante il viaggio facessero male agli embrioncini?

Ma la paura più grande, in realtà, è sempre una. E se non si potesse fare alcun transfer? Se gli embrioni non riuscissero a sopravvivere allo scongelamento?

Se non ricordo male, le statistiche dicono che il 50% circa degli embrioni scongelati non sopravvive. Quindi, se siamo fortunati ne potrebbe rimanere uno… Se siamo sfigati (e noi lo siamo) nessuno.

Io e Marito abbiamo, già dall’ultimo fallimento, deciso di prendere questo tentativo con molta leggerezza, senza pensare e sperare troppo.

In realtà è soprattutto lui a pensarla in questo modo. Io gli ho detto di essere d’accordo, ed è così, ma… In fondo al cuore, non posso che sperare che questi puntini luminosi nati sotto una cattiva stella possano, finalmente, prendere vita.

Ho assolutamente bisogno di qualcosa in cui sperare, di qualcosa in cui credere…

Ma forse ha ragione Marito… Se anche questo tentativo fosse destinato a finire male, sarebbe meglio se le nostre speranze svanissero domani, e non dopo quattordici giorni di illusioni…

A questo punto, non so più nemmeno io in cosa sperare.

Pregare affinché questi embrioncini sfigati attecchiscano e diano vita ad un miracolo è pretendere troppo, vero?

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Quando dire basta

Da quando ho aperto questo blog mi sento meno sola. Non solo perché posso sfogare la mia frustrazione, la mia rabbia e il mio dolore nero su bianco, ma soprattutto perché ho avuto la possibilità di conoscere tante meravigliose donne che, come me, devono convivere con una diagnosi di infertilità, con un desiderio che si è trasformato in sogno, con un’ attesa che è diventata infinita e stancante.

Alcune hanno deciso di adottare anziché ricorrere alla PMA, altre sono all’inizio del cammino, altre ancora hanno alle spalle tanti, troppi, tentativi falliti, ma ancora sperano, altre ancora si sentono svuotate da ogni speranza e timorose verso il futuro, e altre ancora hanno deciso di arrendersi.

Non ho mai riflettuto molto attentamente sull’impatto che il racconto dei miei insuccessi potrebbe avere sulle altre donne, forse perché io stessa non vengo influenzata negativamente quando leggo di chi è al sesto o settimo tentativo e ancora non ce l’ha fatta… Sono sempre stata ingenuamente convinta (ultimamente un po’ meno, ad essere sincera) che le statistiche non contassero nulla, che io e Marito ce l’avremmo fatta in pochissimo tempo a realizzare il nostro sogno.

Ormai è passato più di un anno dall’inizio di questo calvario, e questa certezza comincia a venire meno.

E, leggendo le storie di queste donne, mi rendo conto che le parole hanno un peso, che chi mi legge non lo fa soltanto per sentirsi un po’ meno sola nella sconfitta, ma magari anche per ritrovare la speranza… Speranza che io non sempre riesco a dare. Chi si sta avvicinando per la prima volta alla PMA, leggendo i miei racconti, non è che possa sentirsi molto rincuorato, in effetti.

Gravidanza biochimica, iperstimolazione, mancato attecchimento… Direi che il bilancio non è molto positivo, soprattutto considerando che le probabilità sono dalla mia parte, essendo giovane.

Quando una donna mi confessa di sentirsi timorosa al pensiero della PMA, io cerco di infonderle speranza. Anche se ho perso la sicurezza dell’inizio, mi sento ancora molto agguerrita e fiduciosa verso la Medicina.

Allo stesso modo, però, non riesco e non posso giudicare o cercare di far cambiare idea ad una donna che ha deciso di dire “basta”.

C’è chi decide di desistere per sopraggiunti limiti d’età, perché ha provato numerose volte e non ce la fa più a sopportare il calvario analisi-ormoni-attesa-insuccesso, o perché ha preferito ricorrere all’adozione.

Ultimamente ho cominciato a riflettere molto su questo. Quand’è il momento di dire “basta”?

Io credo che questo momento sia altamente soggettivo. Io, per esempio, di fermarmi per ora non ne ho la benché minima intenzione.
Però… Da un anno a questa parte ho messo la mia vita in stand-by. Come dicevo, all’inizio io e Marito eravamo talmente convinti di farcela in poco tempo, che abbiamo rinunciato a programmare qualsiasi vacanza, gita fuori porta, impegni vari… Abbiamo persino rinunciato a comprare i biglietti per un concerto che ci interessava. Da un anno siamo (soprattutto io) concentrati soltanto sulla PMA.

Perché prenotare una vacanza? Perché comprare i biglietti per il concerto? Perché organizzare una cena tra amici? Perché accettare l’impegno lavorativo? Magari in quella settimana sarò sotto ormoni, oppure dovrò fare il pick up, oppure il transfer, oppure potrei essere incinta, e non ci potremmo andare!

Avete idea di cosa vuol dire vivere per un anno intero così? Rinunciare a tutto, anche alla cosa più banale, per una speranza che non si avvera mai, che viene sempre disattesa?

Bene. E’ arrivato per me il momento di dire “basta”. Non “basta” con la PMA, sia chiaro. Ma voglio smetterla di tenere la mia vita in pausa. Ora schiaccio il tasto “play” e ricomincio a vivere. A godermi tutto quello che posso godermi in una vita senza figli. E non importa se dovrò cancellare degli impegni presi, deludere qualcuno o perdere dei soldi perché proprio il giorno del concerto devo fare il pick up, o perché il giorno della riunione devo assentarmi per il transfer. La PMA verrà sempre prima di tutto, ma tra un tentativo e l’altro, tra una speranza e l’altra, c’è la vita da vivere.

Quando e se finalmente il mio sogno si avvererà, schiaccerò di nuovo il tasto “pausa”… Ma solo perché avrò qualcosa di molto più importante di cui occuparmi!

Proprio ieri sono stata convocata dal mio capo reparto. E’ raro che parli con lui, solitamente mi rapporto con capi più vicini a me nella gerarchia aziendale. Sapevo che si trattava di qualcosa di importante. Mi ha proposto (a dire il vero non mi ha dato la possibilità di dire “no”…) di seguire un importante progetto aziendale, che mi terrà molto impegnata e che mi obbligherà anche ad una trasferta a Milano.
Io non ho ambizioni di carriera, penso che questo sia evidente… Il mio sogno è quello di essere circondata da bambini e animali, di curare loro, la casa e Marito, non sono di certo il tipo che ambisce a stare in ufficio fino alle otto di sera.
Comunque, volente o nolente, io devo lavorare, perché il mio stipendio serve, perciò preferisco passare il tempo in ufficio facendo qualcosa di stimolante e magari anche gratificante.

Non è il mio obiettivo principale, ma è qualcosa che mi interessa.

Quando il capo mi ha “proposto” (ripeto, la sua non era una richiesta…) di occuparmi di questo progetto, la mia prima reazione, che ho tenuto per me naturalmente, è stata: “Ma proprio ora che sto facendo la PMA?”
Poi, però, mi sono resa conto che è ormai più di un anno che sto pensando solo e soltanto alla PMA, che rimando ogni impegno, che metto tutto in secondo piano. E, quindi, mi sono detta che questa potrebbe essere un’occasione per ricominciare, per distrarmi, senza mai dimenticare, però, l’obiettivo principale.

Non ho idea se questo impegno che ho “accettato”, o che sono stata costretta ad accettare, mi potrà piacere. Forse sarà solo una gran rottura di coglioni. In tutti i modi, voglio provarci.

Il capo reparto mi ha anche detto che è a conoscenza delle mie numerose assenze nell’ultimo anno, e che di certo non devo sentirmi in colpa per questo… Ci mancherebbe altro! Non mi sono mai sentita in colpa per essere stata a casa in malattia, dato che è un mio diritto e dato che lui è l’ultima persona a poter capire cosa sto passando. Credo che con la sua osservazione non volesse rincuorarmi ma, in realtà, ottenere esattamente l’effetto contrario… Ovvero farmi sentire in colpa e obbligarmi ad accettare questo impegno.

In tutti i modi, io ho colto la palla al balzo e gli ho fatto notare che i miei “problemi di salute” non sono stati risolti, che devo continuare le mie “cure”, ma che cercherò di rispettare gli impegni lavorativi, basta che mi vengano comunicati in anticipo… Ho fatto bene?

E se rimango incinta, saluti a tutti e il progetto se ne va a quel paese. Se quando torno dalla maternità decidono di piazzarmi uno stanzino lugubre a schiacciare dei tasti tutto il giorno, beh, peggio per loro. Non ci rimarrò male, avrò altro a cui pensare. Qualcosa che non è neppure paragonabile ad uno stupido progetto. Ma… Visto che quel “qualcosa” per ora non c’è… Meglio approfittare di ogni occasione che la vita mi regala. Anche se poi si tratta di una delusione. In fondo, anche con la PMA funziona così, no? Speri, speri, speri… E cadi a terra quando va male. Se va bene, però… E’ tutta un’altra storia.

P.S. Oggi ho fatto la prima eco di monitoraggio. Devo tornare sabato e, se tutto va bene, dovrei fare il transfer lunedì prossimo… Sempre che i bimbi sopravvivano allo scongelamento.

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Sparami

Sono passati otto giorni da quando ho scritto quel triste e laconico post per annunciarvi che, sì, ho fallito di nuovo.
Mi sembra passato un secolo.

Quanto tempo pensavate che mi sarebbe servito per rimettermi in piedi, per ricominciare a combattere?
Ormai l’avrete capito. Non perdo tanto tempo a piangere. Anzi, in realtà sì, ma nel frattempo faccio dell’altro.
Pensare, pianificare, chiamare a destra e a manca, sperare, immaginare, sognare. Questo è ciò che mi fa stare meglio. Fare qualcosa.

Non importa quante volte dovrò passare dal via, quante volte dovrò pescare quella cazzo di carta degli imprevisti o quante volte mi dovrò fermare in prigione, prima o poi arriverò a quel cavolo di Parco della Vittoria!

Lunedì sono tornata a lavorare. Mi sembra quasi di non essere mai stata assente dall’ufficio. Non ho faticato a riabituarmi al ritmo lavorativo, né all’ambiente. I colleghi sono quelli di sempre, il lavoro è quello di sempre, le colleghe di ogni età mostrano fiere i loro pancioni, come sempre, io sono vuota, come sempre.

Niente è cambiato. E non ne sono sorpresa.

Martedì scorso avrei voluto scrivere un posto molto più lungo ma, giuro, mi mancavano le forze. Ho scritto quelle poche righe soltanto perché ho pensato che, forse, da qualche parte, c’era qualcuno che voleva sapere come fosse andata. Il mio silenzio poteva far pensare che fossi talmente impegnata a gioire da dimenticarmi del blog. Ah ah. Magari.

In questi giorni sono successe tante cose. Talmente tante, che ho bisogno di mettere tutto per iscritto per riuscire a fare un po’ di ordine nella mia testa.

Avevo programmato di fare il test di gravidanza e le analisi delle beta hcg al dodicesimo giorno post-transfer, martedì scorso, in anticipo di due giorni rispetto a quello che mi aveva detto il centro PMA (ma io faccio di testa mia, e ormai sono abbastanza esperta per sapere che al 12 p.t. il risultato è già sicuro).

Non amo ripercorrere quei momenti, ma parlarne mi fa bene, mi aiuta a confrontarmi con la realtà, perciò vi voglio raccontare per filo e per segno cos’è accaduto.

Dopo giorni in cui ero rimasta a letto fino alle undici del mattino, martedì ho programmato la sveglia per le sette in punto. Mi sono svegliata un’ora prima, sudata e con il cuore che batteva a mille.

Non volevo alzarmi, però. Avevo paura di fare quel maledetto test. Sapevo cosa sarebbe successo, così volevo crogiolarmi ancora un po’ nella speranza. Mentre Marito russava beatamente accanto a me, io, nel buio e sottovoce, ho mormorato una decina di Ave Maria. A chi altro dovevo rivolgermi, se non alla Madre per eccellenza?
Poi ho pregato il Signore di aiutarmi ad accettare il risultato, qualsiasi esso fosse. Ma, dopo aver riflettuto un attimo, gli ho anche chiesto perdono in anticipo, perché sicuramente mi sarei arrabbiata con Lui, se fosse andata male. Io metto sempre le mani avanti, anche nelle faccende divine… Ma ormai Dio mi conosce, sa come sono fatta.
Quando Marito si è alzato ed è sceso in cucina a preparare la colazione, io sono andata in bagno a fare il test. Non voglio che stia vicino a me in questi momenti. E’ qualcosa che devo affrontare da sola.
Ho continuato a pregare nella mia mente mentre facevo la pipì sopra lo stick (brutta immagine, lo so), poi ho appoggiato il test sul bordo del lavandino e per diversi minuti ho continuato a guardarlo, muovendomi nervosamente, come se stessi facendo una specie di danza tribale (sembrava più una tarantella, in realtà).

Sudo freddo mentre aspetto il loro verdetto…

Dubito che Baby K si riferisse all’attesa per l’esito del test di gravidanza mentre scriveva questi versi, ma il bello della musica, e dell’arte in generale, è che può essere interpretata in mille modi diversi a seconda delle persone e delle loro emozioni.

Ma torniamo al test. Siete curiose di sapere cos’è successo, eh…? Mi piace creare suspense. Chissà, magari con quelle due tristi righe che ho pubblicato otto giorni fa ho preso per il culo tutti quanti… Magari sono incintissima… Ma anche no.

Una linea è apparsa e una linea è rimasta. Una fredda, orribile, crudele linea. L’altra finestra è rimasta vuota. Tristemente vuota, bianca, pallida, come il mio volto.
Io lo sapevo, me lo sentivo. Non mi sono neanche messa a piangere. Anzi, ho iniziato a ridere, e mentre ridevo continuavo a ripetere: “Grazie, Dio… Lo sapevo che non mi avresti deluso neanche stavolta, non ti smentisci mai… Te l’ho detto che ti avrei odiato, non dire che non ti avevo avvertito!”
Queste parole suonano peggio di una semplice bestemmia esclamata come intercalare, lo so.
Chissà cosa mi aspettavo. Forse che Dio, o chi per Lui, si sentisse in colpa, che improvvisamente su quel maledetto test comparisse una seconda linea, che ad un tratto nascesse la vita dentro di me… Ma i miracoli non esistono e, anche se esistessero, di sicuro non capiterebbero a me.

Sono scesa in cucina da Marito. Aveva già capito tutto dal mio passo pesante.
“Non ho mai visto un test più negativo, cazzo.”
Lui mi ha guardata con occhi sgranati.
“Quindi è negativo?”
Cosa ti ho appena detto?

Mi sono vestita con le prime cose che ho trovato in camera. Jeans sporchi di zampate fangose di cane e un maglione spelacchiato. Marito mi ha accompagnato al laboratorio per fare le analisi del sangue. Il viaggio in auto è stato surreale. Siamo rimasti in silenzio a lungo. Cosa c’era da dire?
Poi ad un tratto Marito ha parlato.
“Forse il test era scaduto…”
“Ho controllato la data di scadenza.”
“Forse l’hai fatto male…”
“Devo fare la pipì su un cazzo di stick. Credo di esserne in grado.”
“Forse faceva parte di una partita avariata…”
“Forse, semplicemente, è andata di nuovo male.”
Silenzio.
“Riproveremo, dai. In un qualche modo ce la faremo.”
“Dici?”

Quando siamo arrivati al laboratorio ero talmente incazzata che avrei mangiato tutti: receptionist, infermiera, pazienti in attesa.

sono troppo aggressiva
sono solo questa
mi vorrebbero più figa
sono solo questa
dovrei fare la signorina
sono solo questa
il prossimo che arriva
giuro gli stacco la testa

Mi sono avvicinata al bancone dell’accettazione.
“Devo fare le analisi delle beta hcg.”
“Certo, signora. Ha già fatto un test di gravidanza?”
“Sì. Era negativo.”
“Ah. Ha un ritardo, quindi?”
“NO. Ho fatto la fecondazione assistita. Devo controllare se è successo qualcosa…”
“Capisco…”
No, non puoi capire, avrei voluto rispondere. E gridare qualche parolaccia random.

Dopo aver fatto un piacevolissimo prelievo di sangue io e Marito siamo tornati a casa. Lui poi è uscito per andare al lavoro, mentre io ho speso il resto della mattinata a vegetare sul divano e, porca puttana, durante quell’ennesima attesa ho continuato ad illudermi, a sperare, come una scema. Magari il test era veramente difettoso…

A mezzogiorno, come da accordi, ho chiamato il laboratorio. Sudavo, le mani mi tremavano, sembravo una tossica in crisi d’astinenza.
“Vorrei sapere il risultato delle analisi delle beta hcg che ho fatto stamattina…”
“Subito, signora… Aspetti che guardo…”
Muoviti, cazzo. Ora sto proprio a rota.
“Eccomi. Dunque, vediamo… Il valore è inferiore a 2. Va bene?”
No, non va bene, stronza.
“Grazie. Arrivederci.”
Ho riattaccato il telefono. E finalmente ho pianto. Imprecato. Urlato. Poi pianto di nuovo.

Sparami
sparami adesso
spara tutto quello che hai ora
sparami addosso
che dopo non mi fermi mai
spara sparami ma non sbagliare
che se tocca a me ti faccio male
spara ora o mai più
sparami adesso

Mi sono rimessa a vegetare sul divano. I miei cani hanno capito che c’era qualcosa che non andava. Magari gli amici fossero intelligenti come loro!
Si sono accucciate vicino a me, una ai miei piedi e l’altra sul divano. Ha appoggiato il muso sul mio ventre. Io l’ho lasciata salire, anche se non è propriamente linda e Marito si arrabbia sempre… Ma sapevo che quel giorno non avrebbe osato sgridarmi.

Dopo poco Marito è tornato dal lavoro per la pausa pranzo. Laconicamente gli ho comunicato l’esito delle analisi. Non so perché, ma ho trattenuto le lacrime davanti a lui.
Vergogna? Desiderio di mostrarmi forte? Non lo so.
Mentre parlavo non mi sono nemmeno alzata dal divano. Non ne avevo le forze.
Lui si è steso vicino a me, mi ha abbracciato e si è messo a piangere. E’ raro vederlo piangere. Gli uomini in genere non lo fanno spesso, e lui non fa eccezione. Pensava che fossi arrabbiata con lui, che lo odiassi. Ma non era così.
Sono io a non essere riuscita a dare la vita a quei piccoli puntini luminosi…
Forse è colpa mia. O forse di Dio. Forse è una punizione divina. Non lo so, non so più niente. Non so neanche con chi prendermela.

Nel pomeriggio ho chiamato il centro PMA per comunicare l’esito delle beta. La segretaria mi ha detto di ripetere il test dopo due giorni, al 14 pt.
“Oggi è il 12 pt,” ho detto io, “si sarebbe dovuto già vedere un risultato positivo, se fossi incinta. Non posso sospendere le terapie?”
“No, no, continui le terapie, signora… E ripeta il test tra due giorni. Non so, magari sarà ancora negativo, ma lei lo ripeta, poi ci sentiamo!”
Ma vaffanculo.

Quella sera Marito è partito per una riunione di lavoro, ed è tornato il giorno successivo. Mi ha chiesto se volevo che restasse, ma gli ho detto di no. Avevo bisogno di stare da sola. Ho passato la sera a bere e fumare. Dopo tanti giorni di astinenza le sigarette avevano un sapore strano, e due bicchieri di vino sono bastati a farmi venire la nausea e il mal di testa. Nei giorni precedenti né l’alcool né il fumo mi erano mancati, ma quando sto male, male dentro intendo, sono solita cercare di fare de male anche al mio corpo. Sono autodistruttiva.

Giovedì ho ripetuto il test. Un altro negativo. Negativissimo. E che mi aspettavo?

Ho chiamato il centro PMA per confermare il fallimento. La segretaria mi ha parlato con voce allegra, sembrava avere fretta e che non gliene fregasse niente. Ma vaffanculo (e due). La ginecologa ha detto che dovevo interrompere le terapie, che ormai non servivano più.
Intanto le ho chiesto se potevamo procedere subito con il transfer degli ultimi due embrioni rimasti. Mi ha risposto che sì, si può riprovare subito se me la sento, e che non appena mi fossero arrivate le Malefiche avrei potuto ricominciare la terapia con il Progynova per preparare l’endometrio.

Questa volta, stranamente, il ciclo non si è fatto attendere più di tanto. Domenica mattina mi sono svegliata con dei terribili dolori alla pancia, che mi sono durati per ben due giorni. Nonostante il dolore ho gioito, e ricominciato subito la terapia.

Giovedì prossimo dovrò fare la prima ecografia e, secondo i miei calcoli, tra un paio di settimane, o forse anche meno, potrò fare il transfer.

Ma questa volta né io né Marito siamo speranzosi. Abbiamo deciso di affrontare il prossimo tentativo con più calma. Non starò a casa in malattia, ma andrò a lavorare. A che serve vegetare sul divano? A masturbarmi mentalmente, a riempirmi di paranoie, le stesse che consiglio agli altri di dimenticare? A sperare invano?

E poi, può anche essere che non si possa neppure fare il transfer. Gli embrioni congelati sono più deboli di quelli freschi, ne sono rimasti soltanto due, ed è possibile che, una volta scongelati, muoiano entrambi prima di essere trasferiti dentro di me. Anche la ginecologa mi ha detto che c’è la possibilità che non sopravviva nessuno dei due. Certo, dovremmo essere proprio sfigati. Ma in questo periodo non è che ci sentiamo molto fortunati, eh.

Quello stesso giorno io e Marito abbiamo parlato a lungo, cercando di capire cosa avremmo fatto nel caso in cui fosse andata ancora male, futuro che ormai diamo già per scontato. Abbiamo deciso di provare di nuovo, nel caso di un altro insuccesso, ma di rivolgerci ad un altro centro PMA.
Il capo di Marito ci ha consigliato una clinica privata che si trova a Bologna. Non voglio fare pubblicità perciò non dirò il nome, ma se a qualcuno dovesse interessare potete contattarmi in privato.

Giovedì, subito dopo aver riferito il risultato negativo al centro PMA di RE, ho chiamato la clinica di Bologna.
Pensavate forse che avrei aspettato? Dai, ormai mi conoscete.

Mi hanno dato appuntamento per il giorno successivo. Io ho accettato al volo, approfittando del fatto che ero ancora in malattia e almeno non avrei dovuto chiedere l’ennesimo permesso (dopo sedici giorni di malattia non è il massimo).

Durante il viaggio per Bologna mi sentivo euforica. In autostrada non ho fatto altro che guardare e riguardare la carpetta contenente tutte le nostre analisi e cartelle cliniche, controllando di averle sistemate correttamente in ordine cronologico.
La mia vita mi sta sfuggendo di mano da troppo tempo, le poche cose che posso comandare voglio che siano perfette.

Il centro PMA di Bologna è facilmente raggiungibile. Non è dotato di un parcheggio privato, ma davanti ci sono dei posti a pagamento. Tanto, dovremo spendere altre migliaia di euro, qualche monetina in più non fa la differenza.
La clinica è grande e pulita. Le segretarie sono gentili. Visto che era la prima consulenza, ci hanno fatto compilare un modulo con mille domande (dati anagrafici, peso, durata del ciclo, precedenti tentativi di PMA).
Nella sala d’aspetto c’erano diverse persone, e temevo che il medico fosse in ritardo. Noi eravamo abbastanza in anticipo, perciò ci siamo messi pazientemente ad aspettare. Ci hanno chiamati (per numero, non per nome, per motivi di privacy) in perfetto orario… Almeno credo, mi ero distratta leggendo Vanity Fair – e in particolare un articolo che parlava delle coppie gay/lesbiche e dei loro figli.
Cazzo, pure i gay hanno i figli e noi no! Io sono una paladina dei diritti dei gay, però questo proprio mi fa incazzare! Se Ricky Martin ha tre figli li voglio pure io, ecchecavolo!

Il medico, un tipetto biondo, magrolino, ci ha accolto nel suo studio e, anche se la consulenza è durata un’ora, non ha mai mostrato impazienza né fastidio. Mi ha dato l’idea di essere un uomo di poche parole, ma serio e capace di fornire spiegazioni chiare ed esaurienti.
“Signora, mi ha portato qualche analisi?”
A quelle parole mi sono illuminata. Gli ho messo sulla scrivania il mio faldone del peso di due chili circa.
“E’ tutto in ordine cronologico, dottore!” gli dico, orgogliosa di me stessa (avevo passato un’ora il giorno prima a mettere a posto tutto!)
Il dottore ha letto tutte le analisi in silenzio e, infine, ha detto: “Quindi voi avete un problema maschile…”
Ma va?
Quando ha finito di guardare le analisi, io ho tirato fuori il foglio su cui avevo annotato tutte le domande da porgli. Marito ha alzato gli occhi al cielo. A me non importava. Ora non mi faccio più fregare. Stavamo decidendo la nostra felicità, la nostra vita. Volevo sapere tutto quello che si poteva sapere. In realtà non ho dovuto guardare il foglio neppure una volta perché, incredibilmente, il dottore ha risposto a tutte le mie domande senza neppure bisogno che fossi io a rivolgergliele. E questo mi è piaciuto assai.

In breve, vi espongo le ragioni che mi fanno ben sperare in questo centro e, ovviamente, anche i punti negativi.

I PRO:

1. Prima che fossi io a chiederlo (era una domanda della mia lista), il medico mi ha domandato se avessi mai fatto degli esami specifici all’utero. Io gli ho risposto di no, e lui mi ha detto che sarebbe il caso di farli, per vedere se c’è qualcosa che non va. Mi ha proposto di fare, al posto dell’isteroscopia che è piuttosto invasiva, un’ecografia in 3d, che non mostra proprio tutto quello che mostrerebbe un’isteroscopia, ma che può far capire se c’è qualcosa che non va. Se così fosse, dovrei poi procedere con l’isteroscopia, in caso contrario, no.
Non penso che me l’abbia proposto per guadagnare, visto che mi ha detto che sicuramente nella mia città posso trovare uno studio che effettua le ecografie in 3d, senza bisogno di andare da loro a Bologna.

2. Il medico ha consigliato a Marito di effettuare un test di frammentazione del DNA degli spermatozoi. I risultati di questo test non vengono mostrati da un normale spermiogramma. Questo test è costoso (circa 250 euro) ma necessario nei casi di grave infertilità maschile. Peccato che nessuno ce l’abbia consigliato prima (e io non sapevo neppure che esistesse)!

Per saperne di più

3. A causa del nostro problema di infertilità, il medico ci ha proposto di integrare la tecnica ICSI con un’eventuale IMSI.

Il centro PMA di RE che ci ha seguito finora non utilizza questa tecnica, che aiuta il biologo a scegliere gli spermatozoi migliori. In una ICSI normale gli spermatozoi vengono scelti osservandoli tramite un microscopio che li ingrandisce di 400 volte, mentre quello utilizzato nell’IMSI li ingrandisce fino a 6600 volte! Quindi è molto più facile individuare eventuali problemi.

Il mancato utilizzo di questa tecnica POTREBBE essere la causa dei nostri insuccessi. Un embrione creato utilizzando spermatozoi che presentano frammentazioni (non visibili con il microscopio utilizzato per l’ICSI, ma visibili con l’IMSI), apparentemente sano, potrebbe non essere in grado di svilupparsi e dare così origine ad un mancato attecchimento o ad una gravidanza biochimica (proprio quello che è successo a me).

4. Per quanto riguarda la stimolazione, il centro PMA di Bologna prevede terapie specifiche per i problemi della paziente (il centro di RE segue un protocollo standard per tutte). Inoltre, come farmaco soppressore non prescrivono mai l’Enantone (quello che è sempre stato dato a me), perché è molto potente e, di conseguenza, per poi ottenere l’ovulazione servono dosi maggiori di Gonal F.
Loro utilizzano un protocollo diverso, più leggero, che quindi da meno effetti collaterali.

5. Durante la stimolazione effettuano il primo controllo ecografico al quinto giorno di iniezioni di Gonal F (e non al nono come a RE) ed effettuano anche analisi del sangue per controllare i livelli ormonali (cosa che a RE non mi hanno mai fatto, con mio grande stupore, dato che, da quanto leggo su internet, è ovunque prassi comune). In questo modo, effettuando un doppio controllo, si riduce il rischio di iperstimolazione, cosa da me già provata e per niente piacevole.

6. Per quanto riguarda il transfer di embrioni congelati, non prescrivono pastiglie per bocca per l’endometrio, ma dei cerotti, sempre per il fatto che è una terapia più leggera.

7. L’equipe è composta da diversi medici. Nel caso in cui il giorno del pick up o del transfer il medico che ti ha seguito fino a quel momento fosse assente per qualsiasi motivo, c’è sempre qualcuno che può sostituirlo. A RE il medico che esegue ecografie, pick up e transfer è sempre lo stesso. Se per pura sfiga si dovesse ammalare, essere in ferie o fare un incidente proprio il giorno in cui tu devi fare il pick up o il transfer (interventi che NON possono essere rimandati) va tutto a puttane.

I CONTRO:

1. I costi sono alti. Parecchio. Una ICSI costa sui 4.000 euro, e in questo importo è compreso il transfer in seconda o terza giornata. Per il transfer in quinta giornata, quindi quando gli embrioni raggiungono lo stadio di blastocisti, c’è da pagare un sovrapprezzo.
La tecnica IMSI costa qualche centinaio di euro in più. Hanno però centri in altre città convenzionati con il S.S.N. (non a Bologna).

2. Le analisi pre-PMA (analisi del sangue, spermiogramma, elettrocardiogramma, eco mammaria, ecc.) hanno una validità di soli tre mesi, e non sei come a RE. Perciò, visto che tra una stimolazione e quella successiva devono passare almeno tre mesi, questi esami vanno sicuramente ripetuti ad ogni tentativo.
‘Na palla mostruosa.

Il medico ci ha detto che potremmo portare gli embrioni congelati a Bologna per fare il transfer da loro, ma io ho deciso di provare per l’ultima volta a fidarmi del centro PMA di RE, per un semplice motivo. Temo che non sia tanto il transfer il problema, quanto il MODO in cui questi embrioni sono stati prodotti.

Sinceramente, non mi va di abbandonare questi embrioni (cosa legalmente possibile, ma triste), né di doverli portare fino a Bologna per fare il transfer, con tutti i rischi del caso (ovviamente dovremmo essere noi ad occuparci del trasporto, mica lo fa un medico…).
Sono sicura che anche questi puntini luminosi mi abbandoneranno subito. E io e Marito già mentalmente pronti ad un nuovo fallimento e ad un nuovo tentativo. Questa volta a Bologna, è già deciso. In fondo abitiamo a meno di un’ora di strada, non è una grande fatica.

Sono stanca, stanchissima, ma ci voglio arrivare in fondo. Voglio farcela.

Se Ricky Martin ha tre figli, io ne voglio almeno cinque.
Con rispetto per Ricky, che ha tutto il diritto di avere dei figli. E io no?

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Meno uno

Meno uno.
No, non sono i gradi che ci sono in questo momento. A dire il vero non ho neppure idea di che temperatura ci sia fuori ora. So che è inverno soltanto perché ogni tanto mi casca l’occhio sulla finestra e vedo i fiocchi di neve cadere.
E anche perché Studio Aperto non fa che ricordarci con tono melodrammatico che fa freddo e nevica, così come, con la medesima angoscia, ogni benedetto agosto ci annuncia che fa caldo (ma va?). Non che io guardi regolarmente Studio Aperto, s’intende, ma ogni tanto, tra uno zapping e l’altro, finisco involontariamente su Italia Uno proprio mentre è in onda lo pseudo-tg Mediaset (ci tenevo a precisarlo).

Dicevo?
Ah, sì. Meno uno.
Tra ventiquattro ore, anzi, molte meno a dire il vero, scoprirò se sono incinta oppure no.
E scoprirò anche quanto sono incinta.
Ormai non mi faccio più fregare. Ho capito come funziona. L’esperienza insegna.
Non basta che su quel maledetto test compaiano due linee. Non si può festeggiare, non ancora. Bisogna fare le analisi del sangue per le beta hcg. Aspettare i risultati. E sperare che restituiscano non soltanto un numero superiore allo zero, ma anche un BEL numero. E, in realtà, neppure in questo caso potrei stare totalmente tranquilla, perché si deve sperare che quel bel numero cresca regolarmente ogni due giorni, si deve aspettare di riuscire a vedere l’embrione tramite l’eco, e in molti, prima di festeggiare, aspettano addirittura di aver passato il primo trimestre…
In tutti i modi, un passo alla volta. Per ora mi accontento di avere un bel numero domani. Al resto ci penseremo poi.
Insomma, non è che possa preoccuparmi ora per la scuola a cui iscriverò il mio bambino, giusto?
Anche se, ansiosa come sono, potrei anche farlo…

Non ho idea di cosa mi aspetti. Non so come sentirmi. Speranzosa? Sfiduciata?
So solo che sono tanto stanca. E’ da quando sono a casa che dormo tantissimo e, più dormo, più ho sonno. E io non sono mai stata una dormigliona, eh… Anzi, di solito anche nel week end mi piace alzarmi presto perché il mattino ha l’oro in bocca. Adesso non riesco a fare niente, aspetto solamente che le giornate passino, e ho scoperto che il modo migliore per farle trascorrere più velocemente è perdersi nel mondo dei sogni… Sono come lobotomizzata.

Ieri notte ho sognato che facevo il test di gravidanza. La cosa buffa è che ero nel cortile del condominio dove abitavo prima, e facevo la pipì accucciata per terra, davanti a quello che era il nostro garage. Avevo paura che qualcuno mi vedesse dalla finestra, ma speravo che non sarebbe successo perché era molto presto e probabilmente stavano tutti dormendo.
Sul test sono comparse subito due linee, di cui la seconda molto scura, bella, viva… Ero così felice… Mi sono rivestita, alzata in piedi e…
A questo punto penserete che sia corsa da Marito a dargli la bella notizia. E invece no. Lui nel sogno non c’era proprio. C’erano, invece, i miei genitori.
Incredibile, vero? Nel mondo reale sono le ultime persone a cui penserei di comunicare il risultato del mio test di gravidanza! Ho detto loro che il test era positivo. E devo dire che non ricordo bene cosa sia accaduto a questo punto… Non so se ci siamo abbracciati (cosa che non accade più o meno dall’inizio degli anni Novanta) oppure no, comunque rammento che eravamo felici.

Da qui in poi il sogno ha preso una piega stranissima… Sono salita in macchina con i miei genitori. Alla guida c’era mia madre. Il cortile, prima vuoto, era ora trafficatissimo. C’era una lunga fila di macchine davanti al cancello che aspettavano di uscire. Mia madre, che in effetti non è molto brava a guidare, stava per investire una signora in procinto di salire sulla propria auto, ma io l’ho avvertita e fermata in tempo.
Siamo andati in centro, abbiamo parcheggiato la macchina e poi ho seguito i miei genitori per mille vicoletti; mio padre voleva mostrarmi qualcosa.
Lui correva e io correvo dietro di lui, facendo dei salti giganteschi, come se stessi correndo sulla luna. Io avevo paura a correre, perché temevo che facesse male al mio bambino, ma non volevo restare indietro… Ad un certo punto mio padre si è fermato, e orgogliosamente mi ha indicato quello che voleva mostrarmi: era la vetrina di un negozio, abbandonato. Al suo interno non c’era più niente, il pavimento era pieno di calcinacci, sembrava un cantiere.
Non ricordo che negozio fosse, ma forse era una bottega che si trova nel centro della nostra città, e che da piccola mi incuriosiva molto (non ricordo bene il perché). Ci passavo sempre davanti insieme a mio padre quando andavamo a trovare i miei nonni paterni, che a quel tempo abitavano in centro.

Comunque, tornando al sogno… Ricordo d’aver pensato che mio padre era proprio strano. Tutta quella strada per vedere un negozio vuoto? Quando mi sono girata, dietro di me ho visto una mia vecchia amica d’infanzia, che non vedo più da almeno dieci anni, infatti il suo aspetto nel sogno era lo stesso di quando era bambina. Mi sono avvicinata a lei, ero imbarazzata perché non ci parlavamo da tanto tempo, e mi sentivo anche un po’ in colpa per non averla mai chiamata. Ci siamo messe a chiacchierare e poi… Mi sono risvegliata.

Nel dormiveglia, prima di tornare definitivamente alla realtà, ero ancora sicura che quel test di gravidanza fosse vero… Ero sicura di essere incinta… E quando ho aperto gli occhi e capito che era stato solo un sogno, ho provato una grande delusione.

Per quanto riguarda gli altri elementi del sogno, non ho la più pallida idea di che cosa rappresentino, e mi sa che neanche la mia psicologa potrebbe riuscire ad interpretarli!

E’ da due giorni che il cuore mi batte fortissimo, pensando a quello che mi aspetta domani. Che poi, lo ripeto, anche se domani andasse bene non è detto proprio un bel niente… Però, sarebbe già una piccola vittoria. Una vittoria piccola ma indispensabile per continuare a sperare.

Devo dire la verità. Ho riposto tutte le mie speranze in questo tentativo. Ma non riesco a sentirmi ottimista come prima del transfer. Lo so, sono stata io stessa a consigliarvi di ignorare qualsiasi sintomo o fantasintomo, ma… Io mi sento normale, mi sento bene, mi sento… Vuota. So che è troppo presto per avvertire qualcosa, ma… Non so, forse è il mio istinto, forse il mio pessimismo, ma credo che non andrà bene.

Non voglio perdermi nelle mie paranoie. In fondo, ancora non posso essere certa di nulla. L’unica cosa di cui sono certa è che stanotte dormirò malissimo, farò sogni ancora più strani del solito e all’alba mi sveglierò eccitata come una bimba la mattina di Natale e correrò a fare il test di gravidanza (no, non nel cortile, ma in bagno, direi che è più decoroso).

E poi… Solo Dio lo sa.

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Relaaax! (Paranoie da fivettara)

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Il post-transfer è il periodo peggiore per qualsiasi fivettara, che viene improvvisamente assalita da mille paranoie. Non sa come comportarsi. Stare a letto? Andare a lavorare come se nulla fosse? Riposare, ma non troppo? Camminare fa bene? E quanto? Oppure no? Cosa mangiare? E fare la pipì? E’ pericoloso?

Per non parlare dell’impazienza per il fatale giorno del test di gravidanza che molte, sbagliando, anticipano di troppi giorni, e di tutti i timori possibili ed immaginabili che ci tormentano giorno e notte…

Queste paure sono, il più delle volte, irrazionali e totalmente campate in aria.

La sottoscritta, già paranoica nella vita di tutti i giorni, non fa eccezione, e durante il post-transfer si trasforma in una fivettara ossessionata dalla famigerata fuoriuscita degli embrioni (dove cappero devono andare, ‘sti benedetti embrioni, io non lo so).

Ho paura a chinarmi, perciò se devo uscire chiedo a marito di allacciarmi le scarpe. Passo le giornate seduta o sdraiata (sempre supina, perché ho paura che cambiando posizione gli embrioni ne risentano!), e ogni tanto mi alzo per camminare in casa (…), per far circolare un po’ il sangue. Se durante il giorno mi cade qualcosa, qualsiasi cosa, per terra, non mi chino per raccoglierlo (giammai!), ma mi limito a calciare l’oggetto incriminato sotto un mobile per evitare che i cani lo mangino, e alla sera, quando torna Marito, gli consegno una specie di mappa del tesoro con indicate tutte le cose finite sotto i mobili durante il giorno (non vi ho mai detto che ho le mani di merda pastafrolla?). Eh, sì, devo ammettere che pure io, almeno per i primi giorni dopo il transfer, ho una fottuta paura di starnutire e tossire (anche di fare la pipì, ma, ehy, quello non si può proprio evitare!).

E non ho nominato i fantasintomi… Durante i giorni post transfer qualsiasi fivettara degna di questo nome diventa moooolto più sensibile rispetto a qualsiasi dolorino, sensazione strana o mutamento del proprio corpo, cercando di capire se sta iniziando una gravidanza oppure no.

In rete ne ho lette di ogni…

In questi giorni sto facendo in media 100ml di pipì in più al giorno!
Le tette mi sono aumentate di 1/6 di taglia!
Ho sentito dei dolorini al basso ventre… Sì, sono sicura che fosse l’embrione che si stava impiantando!
Mi è venuta una voglia incredibile di cavoletti di Bruxelles!
La cacca ha una consistenza diversa!

La rete è una fonte inesauribile di paranoie. Basta andare su qualsiasi forum dedicato alla PMA o alla gravidanza in generale (CUB, MadreProvetta, se poi andate su AlFemminile è l’apoteosi delle stronzate paranoie) e leggere qualche post dedicato al periodo post-transfer…

Da quello che ho capito le paure più comuni sono quelle di andare in bagno, tossire e starnutire, temendo che in questo modo gli embrioni possano fuoriuscire. Io stessa ho sofferto di queste paranoie, ma quando le leggo su un forum, nero su bianco, mi rendo conto di quanto siano ridicole.

E non è tutto. Ho letto di una donna assolutamente certa di aver “perso” i propri embrioni quando ha fatto la pipì subito dopo il transfer, perché ha visto sugli slip due specie di granelli di sabbia… E un’altra sicura di averli “persi” perché ha visto nel wc, sempre dopo essere stata in bagno (donne, a questo punto facciamoci togliere la vescica, pisciare è troppo pericoloso) due punti rossi ricoperti di gelatina… Per non parlare di quelle che hanno paura di RIDERE per timore di fare del male ai propri piccoli…

Il modo migliore per tranquillizzarsi è semplicemente quello di informarsi. Parlare con altre donne, leggere articoli ATTENDIBILI in rete e, soprattutto, chiedere ai propri medici. Sono lì apposta!

Ma visto che io sono molto magnanima (?), dall’alto della mia FIVET-saggezza (??) ho deciso di condividere con voi alcuni piccoli segreti per vivere bene questo periodo. Scherzi a parte, da quando ho iniziato questo percorso ne ho sentite e lette di tutti i colori, ma visto che io sono molto curiosa e mi piace imparare, ho sempre cercato informarmi il più possibile, anche a costo di porre domande apparentemente idiote ai medici.

La mia ultima perla risale al giorno del transfer, quando ho chiesto alla biologa: Senta, ma cosa fanno gli embrioni quando li mettete dentro? Marito ancora mi prende per il culo. Lui non sa che sono centinaia le donne che in rete se lo chiedono! E io ho avuto il coraggio di chiederlo, mi sono sacrificata per il nostro bene, eh!

Dunque, ecco quello che ho imparato sul post-transfer:

1. EMBRIONI: Al momento del transfer gli embrioni sono visibili soltanto al microscopio. Non si possono perciò vedere ad occhio nudo. Non li potrete mai vedere sugli slip o galleggiare nel wc. Gli embrioni non possono fuoriuscire. Una volta trasferiti nell’utero si annidano nella mucosa, dove rimangono fermi, e gradualmente, o attecchiscono, dando così inizio ad una gravidanza, o vengono riassorbiti.

2. COSA FARE E COSA NON FARE: Nei giorni post transfer potete ridere, starnutire, tossire, andare in bagno quando e quanto volete. Non dovete fare esercizio fisico, sollevare pesi o fare grandi sforzi (esempio: non mettetevi a pulire tutte le finestre di casa proprio nei giorni post transfer…). Non dovete avere rapporti sessuali e quando salite o scendete le scale magari non fatelo correndo, ecco… I medici mi hanno rassicurato sull’uso dell’auto, anche se io in questi giorni evito di usarla per paura delle vibrazioni (paura irrazionale, ma così è).

Passeggiare ogni tanto fa bene per la circolazione del sangue!

3. CIBO: Comportatevi come se foste già in gravidanza. Niente fumo, niente alcool, niente carne o pesce crudo e verdure crude solo se lavate accuratamente con l’Amuchina. Se non lo state già prendendo, cominciate ad assumere un integratore di acido folico (sempre dopo aver chiesto al medico). Anche il cavolfiore è un alimento ricco di acido folico.

4. SINTOMI: Ignorante qualsiasi sintomo o fantasintomo. Il seno gonfio, i dolorini, possono essere sia un segnale che stanno arrivando le Malefiche, sia il segnale di una gravidanza che è iniziata. Possono anche essere effetti collaterali delle terapie di supporto. Insomma, possono essere tutto e il contrario di tutto. Si fa prima ad ignorarli, direi.

Ma se avete dei dolori veramente “anomali”, non esitate a dirlo al medico, a costo di ricevere risposte scocciate!

5. RELAAAX! Sia che stiate a casa o decidiate di tornare subito al lavoro, rimanete rilassate. Fate quello che più vi fa sentire a vostro agio. Se non fate lavori pesanti i vostri medici vi consiglieranno di tornare a lavorare, ma se preferite restare a casa (e fatelo, se vi trovate un ambiente lavorativo non proprio idilliaco!), sappiate che la legge è dalla vostra parte. Fatelo notare anche al medico di famiglia, se si rifiutasse di farvi il certificato di malattia.  (Cercate il paragrafo “Procreazione assistita”).

Non abbiate fretta e aspettate il giorno comunicato dal centro PMA (solitamente il 14° p.t.) per effettuare il test di gravidanza! E, in tutti i modi, sia in caso di risultato positivo sia in caso di risultato negativo andate a fare le analisi delle beta hcg. Se proprio non ce la fate ad aspettare, anticipate al massimo di un paio di giorni… Ma, in caso di negativo, ripetete il test il giorno giusto!

 

Se per caso i vostri medici vi hanno consigliato diversamente o se volete aggiungere qualcosa di importante che mi sono scordata, ditemelo pure!

La sottoscritta, ovviamente, non è che rispetti molto queste regole. Tra il dire e il fare… Ci sono di mezzo gli ormoni che mi fanno essere razionale solo a tratti!

Oggi è il 7° p.t. e stavo seriamente pensando di fare un test di gravidanza, per dire… No, non l’ho fatto. Voglio crogiolarmi ancora un po’ nella speranza prima di risvegliarmi bruscamente. Ho una pessima sensazione. Che a volte si trasforma in un ottimismo insensato. Ah, gli ormoni…