Pubblicato in: La mia storia

Voglio godermi il dolore

Ho tante cose da scrivere. Ultimamente non sto aggiornando molto il blog, sia perché non sento più come un tempo il bisogno di sfogarmi, sia perché sono molto impegnata con il lavoro e con il percorso dell’adozione. E poi è scoppiato all’improvviso un gran caldo che mi impedisce di concentrarmi come vorrei!

Spero di trovare nei prossimi giorni il tempo di scrivere, perché ho tante cose da raccontare. Non ho bisogno di sfogarmi come un tempo, ma di condividere e confrontarmi, quello sì, sempre. Anche se a volte le critiche e i consigli che ricevo da chi legge la mia storia mi fanno stare male, ritengo che sia utile ascoltare punti di vista diversi dai propri, anche perché questo mi permette di pormi delle domande che altrimenti, magari, non mi verrebbero mai in mente.

Ho realizzato che, quando sei talmente concentrato (ossessionato?) su qualcosa – nel mio caso, fino a poco tempo fa, nella ricerca di un pancione – oltre a dimenticarti di vivere, non riesci a vedere tutte le possibilità che la vita ha da offrirti.

Quando ti trovi nel bel mezzo della tempesta della sofferenza, e non sai se il cielo tornerà mai sereno, è difficile recuperare forza e speranza dentro di sé.
Una volta che la tempesta è passata (ma non possiamo sapere se questo mai accadrà), non importa quanto è durata, è facile guardarsi indietro e darsi degli stupidi per aver sprecato tante lacrime, per essere stati tanto male… Una volta che si trova la felicità, se mai si trova, tutto il dolore patito diventa solo un brutto ricordo, una cicatrice che non fa più male. Se. Questa è la parolina magica.
Mentre per anni, per decenni, piangiamo, soffriamo, combattiamo, ci facciamo inserire siringhe in ogni dove, ci imbottiamo di medicine, viviamo pensando alla provetta, o risparmiamo soldi per andare all’estero a sottoporci alla fecondazione eterologa, o litighiamo con i servizi sociali e sopportiamo la burocrazia dei tribunali…
Insomma, mentre cerchiamo disperatamente di diventare madri – perché qualcuno ha deciso che per noi non dovesse essere così semplice – non possiamo sapere se riusciremo mai a stringere tra le braccia il frutto del nostro amore, della nostra pazienza – se è un figlio di pancia o di cuore poco importa.

E credo che sia il senso di impotenza, l’incertezza del futuro, più che l’attesa, a divorare il nostro animo, a rubarci il sorriso. Se sapessimo con assoluta sicurezza che diventeremo madri, anche se tra tanto tempo, penso che sapremmo sopportare l’attesa con molta più serenità.

E il desiderio, l’obiettivo, quando diventa ossessione, ci impedisce di vedere… Tutto il resto. Non solo tutte le gioie che la vita ci può offrire, a parte la realizzazione del nostro desiderio più grande, ma anche altre strade, altri modi, altri mondi, attraverso i quali raggiungere la felicità a cui ambiamo.

A volte ci concentriamo talmente tanto su un unico percorso – nel mio caso, la ricerca del pancione e di un figlio biologico – da non vedere tutto il resto. Le altre possibilità.

Da quando mi sono liberata dall’ossessione per il pancione mi sento più leggera. Ho pensato molto ultimamente, mi sono informata, ho letto tante esperienze di coppie infertili, come noi, e ho scoperto un mondo nuovo.
Non solo il mondo dell’adozione, ma anche tante altre strade, che non mi faranno diventare madre – non nel senso stretto del termine, almeno – ma che mi potrebbero aiutare a realizzare ciò che desidero… Crescere una piccola creatura che ha bisogno, non necessariamente di ME, ma di qualcuno che lo aiuti. Trasmettere il mio amore ad un bambino che di amore ne ha conosciuto ben poco. Regalargli un sorriso, un gesto d’affetto. Lasciargli un ricordo bello, ed indelebile, di me.

Qualche tempo fa su un forum ho letto la bellissima storia di una normalissima famiglia atipica. Una coppia che ha adottato un bambino e che si è anche dichiarata disponibile per l’affidamento, e da tanti anni accoglie nella propria casa tanti bambini/ragazzi di tutte le età… Alcuni di loro dopo un po’ di tempo devono rientrare nella famiglia d’origine, alcuni al compimento del diciottesimo anno di età decidono di rimanere con loro, altri no… Questi bambini, questi ragazzi, non prenderanno mai il cognome di questa coppia, sono solo “speciali” ospiti di passaggio, ospiti che ricevono tanto amore, che li chiamano “mamma” e “papà”, anche se non c’è nessun documento che dice che quell’uomo e quella donna sono la loro mamma e il loro papà, oppure che non riescono mai a chiamarli in quel modo…
Ma non importa, perché queste persone donano loro tutto l’amore che solo dei genitori possono dare.

La mia collega, mamma adottiva da un anno, mi ha parlato del volontariato che per tanto tempo ha svolto presso un istituto della nostra città gestito da suore. In questo istituto vengono accolti bambini e ragazzini le cui famiglie stanno attraversando un periodo difficile. Alcuni di loro vengono poi dati in adozione, altri rientrano nel nucleo famigliare d’origine.
I volontari li aiutano a fare i compiti, li portano al parco, a giocare a calcio, a pallavolo… A volte i bambini si affezionano talmente tanto ai volontari da chiamarli “mamma” oppure “papà”… Anche se quelle persone non diventeranno mai loro genitori, non nel senso legale del termine.

Insomma, tutto questo per dire che là fuori esiste un’infinità serie di possibilità per accudire, per donare amore ad un bambino…

E, da quando me ne sono resa conto, la mia percezione del mondo, della maternità, è cambiata.

Non provo più invidia quando incrocio una donna col pancione per strada. Non cerco più di farla abortire con il mio sguardo omicida, come accadeva un tempo. Ora provo solo una strana sensazione… Una specie di nostalgia. Forse ripensando al tempo in cui ancora credevo di poter anch’io tenere un bambino nel mio grembo…
Quando incrocio una donna incinta mi viene spontaneo toccarmi la pancia. Ma ora so che dentro di me, molto probabilmente, non ci sarà mai nessuno. La mia pancia rimarrà per sempre vuota. E va bene così. Perché il mio cuore non sarà vuoto per sempre.
Prima o poi qualcuno lo riempirà. Ora ne sono sicura. Molto più che in passato.
Il mio grembo resterà vuoto, il mio cuore, no. Ed è questo che conta.

E io voglio cercare in tutti i modi di godermi questa (lunga?) attesa, questo dolore, questa tempesta. Perché anche dal dolore può nascere qualcosa di meraviglioso.

Un giorno racconterò al mio bambino tutto quanto. Gli parlerò di questi anni pieni di sofferenza, ma non voglio parlargli di una mamma triste e arrendevole, ma di una donna che ha combattuto con tutte le sue forze e con tanta speranza per arrivare a lui.

Pubblicato in: La mia storia, Riflessioni

Bye bye, provetta

Sono passati diversi giorni dall’ultima volta che ho scritto qui.
E intanto è trascorso il primo compleanno del mio rifugio virtuale. I blogger sono soliti festeggiare questa data, io sinceramente l’ho pure scordata.
E poi, che ci sarebbe da festeggiare? La nascita di questo blog coincide con l’inizio del mio inferno.

E’ passato anche il nono anniversario dell’incontro tra me e Marito. Era il primo maggio del 2004.
Solitamente festeggiamo questa ricorrenza, quest’anno ho trascorso metà giornata a letto, piangendo, urlando e accusando Marito di essere la causa del mio dolore, in preda ad un delirio pre-mestruale senza precedenti, mentre l’altra metà l’ho passata togliendo le zecche dai cani e da me stessa (eh sì, una è finita addosso a me, che culo), con conseguente disinfestazione del mio corpo e della casa.
Ah sì, dopo aver fatto pace, alla sera io e Marito siamo andati a mangiare fuori, e stranamente non mi sono ritrovata seduta vicino ad una donna incinta o ad una felice famigliola con neonato al seguito (di solito mi succede sempre).

In questi giorni sono in ferie, perciò oggi ho deciso finalmente di riconnettermi al blog e alla posta, sperando di trovare l’ispirazione per scrivere qualcosa di interessante.

L’ispirazione mi è passata non appena ho trovato nella posta due annunci di gravidanza.

Ora, non vorrei sembrare cinica, ma…
Un po’ di delicatezza, no?
Io non scriverei mai ad una sconosciuta che sta EVIDENTEMENTE male (o non si era capito? Posso essere più esplicita) per il fatto di non riuscire a diventare madre, con il solo scopo di vantarmi della mia felicità di essere incinta…
Ma gli ormoni fanno perdere la sensibilità e la saggezza alle donne?!

Un conto è se siamo amiche intime, seppur virtuali, se ci siamo scritte e parlate a lungo, se si è creato un certo rapporto di confidenza… In quel caso sì, certo che vorrei avere la notizia di una gravidanza, e ne sarei pure felice!
Ma se sei una sconosciuta, o una persona con cui ho parlato qualche volta, sinceramente della notizia mi importa ben poco.
Soprattutto se data con così poco tatto.

Sono invidiosa? E certo che sono invidiosa, cazzo.
Se fosse una cara amica a darmi una notizia del genere riuscirei a domare l’invidia per condividere la sua felicità, ma se è una sconosciuta a farlo, non ci provo neanche.

Mi sembra solo un modo per mettersi in mostra, per dichiarare il proprio successo, piuttosto che un modo per infondere coraggio ad una che non ce l’ha fatta.

Donne, per favore, quando CE LA FATE, ricordatevi di quello che avete provato quando il vostro sogno sembrava ancora irraggiungibile. Ricordatevi chi eravate. E ricordate che tante altre donne vivono ancora in un incubo.

Dopo questo lungo preambolo, arriviamo al dunque.

Marito si è finalmente sottoposto al test per la frammentazione del dna spermatico. Risultato: disastroso.
Frammentazione al 20%, superiore ai valori normali.
Questo significa che i suoi spermini, oltre ad essere immobili e anormali, presentano pure delle frammentazioni (delle “crepe”, diciamo). C’è una tecnica particolare, si chiama IMSI, che permette di scegliere gli spermatozoi privi di queste “crepe”, ma l’andrologo del centro PMA di Bologna ha comunque deciso di fargli fare una cura (che FORSE potrebbe migliorare un po’ le cose) prima di riprovare con la PMA.
La cura durerà tre mesi, quindi potremmo procedere con il prossimo tentativo non prima di settembre.

Il medico ha anche affermato che la sterilità di Marito è al 99% causata dagli orecchioni che ha avuto da ragazzino.
Ho chiesto a Marito di cercare di ricordarsi il nome dell’amichetto che gli ha attaccato la malattia. Ho intenzione di cercarlo.
E ucciderlo, ma dopo averlo torturato a lungo.

Tra qualche giorno avremmo dovuto sostenere il secondo colloquio per l’adozione, ma purtroppo dovremo annullarlo perché Marito ha un urgente impegno di lavoro (ecco il motivo scatenante del nostro litigio dell’altro giorno).
Il terzo colloquio, invece, era stato fissato per il sedici maggio, data che ho già dovuto annullare perché mi sono resa conto che proprio quel giorno ho una riunione importante per quel progetto lavorativo che sto seguendo.
Oltre a fare una figura pessima con l’assistente sociale, per affrontare il secondo colloquio dovremo aspettare il venti maggio. Per una come me, che detesta le attese (si era capito?), questa è una vera e propria tragedia.
Senza contare il fatto che entro fine luglio io spero di terminare la fase dell’istruttoria e di avere già in mano la relazione dei servizi sociali, in modo da poter presentare la domanda di adozione ai vari tribunali prima che chiudano, ad agosto. Così poi ce ne andiamo in ferie tranquilli, aspettando di essere chiamati dal giudice del tribunale di Bologna per il colloquio conoscitivo a settembre.

Visto che dovremo recuperare ben due colloqui (e forse ne dovremo pure fare altri), però, non so se questo sarà possibile. E vedere i miei piani stravolti mi fa incazzare da bestia.

Ma veniamo al titolo del post.
Beh, direi che non occorrono molti chiarimenti.

Basta con la PMA.

E’ da un po’ che questa idea mi frulla per la testa. Da quando abbiamo iniziato il cammino dell’adozione, per l’esattezza.
Pensavo che saremmo riusciti a fare tutto. PMA e adozione. Che bastasse la nostra forza d’animo per affrontare entrambi i percorsi. Che sarebbe stato il destino, o il caso, a decidere se il nostro bambino dovesse nascere in una provetta o nel grembo di un’altra donna.

Ma poi, giorno dopo giorno, sono stata assalita dai dubbi. E se la PMA fosse andata bene e avessimo interrotto le pratiche per l’adozione… E poi avessi perso il bambino al terzo o quarto mese? E se avessi partorito un bambino malato, o pazzo come mia madre? E se da qualche parte ci fosse un bimbo che aspetta noi, proprio noi, a cui potremmo donare la felicità e che ci potrebbe completare? Se fosse un’altra donna a dare alla luce MIO figlio?

E’ stato solo l’egoismo a farci decidere in principio di provare con la PMA. Il desiderio di avere un figlio tutto nostro, come la Natura ci impedisce di fare, e l’invidia verso le persone “normali”, a cui basta fare sesso per avere un bambino. Il desiderio di essere anche noi come tutti gli altri.

Ma, forse, noi non siamo come tutti gli altri. No, no, non intendo dire che siamo migliori o peggiori. Forse siamo solo diversi.
Basta pensare alla mia pazza famiglia o alla vita che ho vissuto per capire che no, non sono uguale agli altri. E se Marito sta con me, tanto normale non lo è neppure lui.

Io non mi sono mai vista con il pancione. Non parlo della realtà. Nella vita reale l’unico pancione che abbia mai avuto è quello dovuto al grasso.
Parlo della mia fantasia, dei miei sogni ad occhi aperti.
Non sono mai riuscita ad immaginarmi come una mamma. Di pancia, intendo.

Mentre mamma “di cuore”… Quello è sempre stato il mio sogno.
Vi ho già raccontato che anni fa, prima di scoprire i nostri problemi di infertilità, avevo proposto a Marito di adottare PRIMA di provare ad avere un figlio biologico?
A quel tempo, ve lo potete immaginare, Marito mi ha dato della pazza.
Invece, chissà, forse ho un sesto senso, forse dentro di me già sapevo come sarebbero andate le cose.

Non so se vi ho mai detto che amo scrivere. Intendo al di fuori del blog.
Ho alle spalle un paio di libri pubblicati. La scrittura per me è un po’ più di una passione ma, purtroppo, molto meno di una professione.
E’… Un sogno. Un po’ come quello di diventare madre.

Vi dico questo perché sono solita annotare sul computer le idee (che sul momento mi sembrano geniali) per nuovi racconti e romanzi.
Spesso questi spunti vengono poi abbandonati, per mancanza di tempo o di ispirazione.
L’altro giorno ho ritrovato in una cartella del pc diversi file, risalenti agli anni tra il 2008 e il 2010 (quindi, ben prima della scoperta della sterilità), contenenti bozze di storie abbandonate a metà.
Mi sono messa a rileggerle. Non ricordavo neppure di averle scritte!
Mi è venuto un colpo al cuore realizzando che almeno la metà di quelle storie ha come tema principale l’adozione… Sono tutti incipit che ho scritto a distanza l’uno dall’altro, non mi ero mai resa conto di quanto questo argomento fosse già profondamente vivo dentro di me, ancora prima di viverlo nella realtà.

So bene che essere mamma “di pancia” oppure “di cuore” sono due cose ben diverse. Oh, se me ne rendo conto!
Una mamma biologica è mamma a prescindere, nel momento stesso in cui suo figlio viene alla luce, una mamma adottiva, indipendentemente da quello che dicono i documenti, diventa “mamma” solo quando suo figlio decide che lo merita.

Avevamo deciso di provare con la PMA ancora una volta solo per egoismo, per questo desiderio di essere “normali”, e perché siamo convinti che i medici che ci hanno seguito finora abbiano sbagliato.

Ma forse tutto ha un senso. Aver dato fiducia ad un centro poco professionale, i tentativi falliti, questo ulteriore problema medico di Marito, la cura di tre mesi che ci ha fatto rimandare la PMA (io ero pronta ad iniziare questo mese)…

Forse tutto questo è un segno che la PMA non è la nostra strada.
Forse, invece, non vuol dire niente. Forse si tratta solo di sfortuna, di coincidenze, e non di destino.
Ma a me piace credere che sia così. Che abbia un senso.

Ora come ora il pensiero di una stimolazione ormonale, del pick up, del transfer con conseguente attesa colma d’ansia e timori…
Questo pensiero mi mette solo tristezza e paura.

Perciò, almeno per ora, dico “ciao ciao” alla provetta.

Adesso voglio concentrarmi sull’adozione.
A settembre, si vedrà. Se i servizi sociali avranno scritto una relazione positiva su di noi e potremo procedere con il prossimo passo, la provetta aspetterà ancora. Anzi, mi sa che non la vedrò più.
Se i servizi sociali ci avranno descritto come degli squilibrati, uccidendo le nostre speranze…
No, questo non può accadere.
Perché noi siamo destinati a diventare mamma e papà. Di cuore.
E io lo so da sempre.

Pubblicato in: La mia storia

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

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“Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” (dipinto del 1897 di Paul Gauguin)

Mi sento persa.

Non so più bene chi sono, dove mi trovo e dove sto andando.

Nell’ultimo mese, per vari motivi, sono stata un po’ lontana dal blog e da internet in generale, e ho cercato anche di tenere la mente lontana dall’unico pensiero che ha dominato i miei ultimi due anni di vita.
Ho tentato di concentrarmi sul lavoro, credendo di avere l’opportunità per fare e ottenere qualcosa di buono. Non ho mai pensato di poter fare carriera, per carità, siamo in Italia e per ricevere una promozione devi avere minimo quaranta-quarantacinque anni e saper leccare molti fondoschiena, virtù che io non possiedo.
Speravo, però, che si fosse presentata l’occasione per mettermi in mostra, per far vedere le mie capacità, per crescere, se non di grado e stipendio, almeno per quanto riguarda le responsabilità.

A causa del progetto in cui sono stata coinvolta ho trascorso le ultime settimane passando da una riunione all’altra con i dirigenti più alti dell’azienda, gente che esce dall’ufficio alle otto di sera e che evidentemente lavora in un bunker e non ha mai bisogno di andare in bagno, visto che nei corridoi non la si incontra mai…
Tra i colleghi che partecipano al progetto io sono quella con il grado più basso, gli altri sono tutti come minimo quadri e gestiscono varie risorse, perciò ovviamente ho pochissima possibilità di parola, certi dirigenti manco mi salutano e credo che non sappiano neppure il mio nome, né si sono mai curati di saperlo.
Come sono solita fare sempre, mi sto impegnando per questo progetto con tutte le mie forze, ma ho capito che a nessuno interessa, sono e resterò l’ultima ruota del carro, un’umile schiava che non conta nulla.

E la cosa non è che mi dispiaccia più di tanto.

Mi sembra di essermi improvvisamente risvegliata, non so se da un sogno o da un incubo.

Io con questa gente non c’entro nulla. Con questa gente che maltratta i propri “sottoposti” (in politichese sono chiamati “collaboratori”, ma a me l’ipocrisia non piace), che ignora o, peggio ancora, deride i problemi personali di questi ultimi, con questa gente che, a parte il lavoro, non ha nulla e fa di tutto per compiacere chi sta sopra di loro (la gerarchia aziendale non ha fine, a quanto pare)… Io non ho niente a che fare con loro.
Non mi piacciono, non voglio diventare come loro, e se solo potessi abbandonerei questo progetto e tornerei a fare l’umile schiava full time.

E forse anche osservando i comportamenti di queste persone, la loro ipocrisia, la loro maleducazione, il loro squallore, mi sono risvegliata.

Ora tutti i miei pensieri stanno nuovamente convergendo verso quell’unico obiettivo, l’unico desiderio che conta davvero: un figlio.

A maggio io e Marito avremo il secondo colloquio per l’adozione. E poi il terzo, il quarto, il quinto… Fino a fine giugno saremo impegnati con l’istruttoria. Poi i servizi sociali decideranno se potrà bastare o se dovremo farci psicanalizzare ancora un po’. Nel primo caso i s.s. (inquietante questa sigla…) redigeranno la relazione (speriamo positiva) per il tribunale dei minori e potremo finalmente presentare la richiesta di adozione. Nel secondo caso, il tormento dovrà continuare.

E nel frattempo… Nel frattempo, io e Marito abbiamo finalmente concluso le analisi preliminari per l’ennesimo ciclo di PMA che ci attende in quel di Bologna.
Marito la settimana scorsa si è sottoposto all’ormai famigerato “test per la frammentazione del dna spermatico”.
Risultato: frammentazione del 20%. Il valore normale è attorno al 10-15%. Questo significa che, oltre ad essere pochi, immobili e anormali, molti dei suoi spermini sono pure “rotti”.
Non so neppure se esserne sollevata oppure no. In parte la sono, perché può significare che i nostri ripetuti fallimenti sono dovuti proprio a questa ulteriore anomalia. Anomalia che non era mai stata diagnosticata prima.
D’altro canto sono delusa, perché l’andrologo, che Marito vedrà la settimana prossima, probabilmente gli prescriverà per alcuni mesi una cura con degli antiossidanti. Questa cura non migliorerà di certo la motilità o la morfologia, ma potrebbe ridurre la percentuale di frammentazione, aumentando le probabilità di successo della PMA ed evitandoci una IMSI, che costa, nel centro che ci sta seguendo, all’incirca mille euro in più di una “semplice” ICSI.

Questo significa che il prossimo tentativo di fecondazione, che speravo di cominciare a inizio maggio, dovrà essere rimandato.

I soldi che dovremo spendere sono tanti, e se con una semplice cura ci può essere la possibilità di aumentare le percentuali di successo, è giusto provare. Ne sono consapevole.
Ma negli ultimi giorni non ho fatto altro che sognare il momento in cui avrei ricominciato a bucarmi la pancia col Gonal… (Sono in crisi d’astinenza). E non sapere quando potremo finalmente riprovare, quando finalmente potrò decidere se abbandonare questa strada o se gioire per la nostra perseveranza, mi fa impazzire.

In questi ultimi giorni, euforica all’idea di aver cominciato l’istruttoria per l’adozione, e altrettanto felice di aver terminato le analisi pre-PMA, non ho fatto altro che ripetermi: “Ci siamo!”

Ma dove siamo?!
Non siamo proprio da nessuna parte.
Siamo in un limbo.

I colloqui per l’adozione finiranno chissà quando… E anche quando ci avranno strizzato per bene il cervello, mica sarà finita… E’ lì che inizierà il bello! Dovremo presentare la domanda nei tribunali di mezza Italia, e poi ci dovremo mettere pazientemente in attesa della telefonata di un giudice che, quando sarà il momento (tra un anno? Due? Tre?) ci chiamerà per scegliere se dare in adozione un bambino – se dare la felicità – a noi oppure ad un’altra coppia… Manco fossero le selezioni per uno show televisivo.

Non ho idea di quanto durerà la cura di Marito, non so neppure se avrà qualche effetto (devo ancora trovare su internet i testi di letteratura scientifica che ne parlano – ormai sono più aggiornata di un medico). Non so quando potremo provare ancora con la PMA, e soprattutto non so come andrà a finire.

Io vorrei soltanto poter fare qualcosa… Ma non posso fare niente, se non aspettare, pregare, imprecare, cercare di distrarmi.

Lo so. LO SO. Lo so che ci sono coppie che aspettano un figlio da dieci anni o più, coppie che, per mille motivi, hanno deciso di intraprendere il cammino della PMA o dell’adozione a quarant’anni e passa, quando il tempo stringe, quando non si è più tanto giovani da poter attendere ancora.

Ma penso di avere anch’io il diritto di soffrire.

Quando desideri qualcosa – qualcosa che non è uno sfizio, un capriccio, qualcosa come UN FIGLIO, che è il fulcro della vita – ogni giorno, ogni ora, ogni istante che vivi senza riuscire ad ottenerlo, ne senti la mancanza. Almeno, per me è così.

Sono passati tre anni. Anzi, un po’ di più. Tre anni che cerco la mia, la nostra felicità, invano.

E’ trascorso quasi un anno e mezzo dal quel terribile giorno in cui abbiamo scoperto che la Natura è nostra nemica, che la felicità per noi non è a portata di mano, come la è per molti altri.

Un anno e mezzo. Non è tanto, se ci penso. Eppure mi sembra passata un’eternità da quella triste sera di gennaio in cui la ginecologa mi ha brutalmente annunciato che per noi non c’è speranza, che non potremo mai avere figli come tutti gli altri. Che il nostro amore non basta.

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

Me lo sono spesso chiesta, non solo pensando a me stessa, ma all’intero genere umano. Da sempre rifletto sul senso della vita, della nascita, della morte…
Ma ora mi pongo queste domande riguardo me. Noi. E lui. Quel figlio che non c’è. Ma è che ben vivo dentro di noi.

Da dove veniamo?
C’è un Dio che ci ha creati, che ha deciso che noi dovessimo essere qui, ora?
Non si risponde ad una domanda con un’altra domanda, giusto?
Sarebbe facile affermare che veniamo dai grembi delle nostre madri…
Ma in realtà noi, quello che siamo ora, è stato forgiato dalla vita che abbiamo vissuto, dai passi compiuti, dalle scelte fatte, dai dolori che ci sono stati inflitti e dall’amore che ci è stato concesso, non importa da chi, indipendentemente dai legami di sangue.
Noi veniamo dal nostro desiderio di amare. Noi veniamo da quel figlio che ancora non c’è.

Chi siamo?
Dei genitori senza figli. Un cuore pieno d’amore che non pulsa. Un nido caldo, ma vuoto. Una felicità priva di sorriso.

Dove andiamo?
Andiamo verso di lui. Verso quel figlio che forse è già nato, che aspetta di rinascere in noi, con noi.
Verso quel figlio che forse deve ancora nascere, che magari troverà la vita in un’asettica provetta, ma che avrà una vita colorata, tutt’altro che asettica.

Andiamo verso un futuro che DEVE per forza realizzarsi. Perché, altrimenti, non so cosa resterebbe di me.

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Bai Jia Bei – Finalmente ci sono anch’io!

E’ con grande gioia che vi annuncio di essermi unita all’esercito delle invasate (cit.) delle stoffine.

E tutto grazie a PetaloBlu, che mi ha convinto ad aderire alla bellissima iniziativa di Adelia.

Ma cos’è il Bai Jia Bei? Copio&incollo dal sito di Adelia:

Narra la leggenda che l’ultima imperatrice della dinastia Qing, l’unica tra le concubine che aveva dato un erede all’imperatore, fu costretta ad abbandonare il suo bambino: per proteggerlo da ogni insidia pensò di chiedere a cento famiglie, tra quelle più in vista dell’Impero, di offrire ciascuna un pezzo della seta più bella; con i cento pezzi di stoffa ricevuti confezionò un lungo abito per suo figlio, cosicché il principino fu simbolicamente rivestito dalla nobiltà, dalla fortezza e dalle virtù dei più valorosi rappresentanti dell’Impero.
Così nacque in Cina la tradizione del Bai Jia Bei, usanza che perdura ancora oggi allo scopo di attirare sul bambino tutte le forze benefiche provenienti dalle persone che gli vogliono bene, in modo che sia protetto per tutta la vita dalle avversità.

Perciò, se volete aiutarmi a rendere un po’ più dolce l’attesa per questo bimbo che non ne vuole sapere di arrivare, vi invito ad unirvi anche voi all’esercito… Oppure a contattarmi personalmente (precaria09@hotmail.it) in modo che vi possa dare il mio indirizzo per mandarmi la vostra stoffina… Ovviamente ricambierò con molto piacere il favore… Sia che siate donne in attesa, come me, o già splendide mamme!

E con grande onore vi presento la prima stoffina che mi è arrivata, proprio da PetaloBlu:

stoffina1Stoffina num. 1 – PetaloBlu

Non so descrivere cos’ho provato quando, frugando nella cassetta della posta, non ho trovato le solite bollette o l’estratto conto della banca (che viene cestinato senza nemmeno essere visionato, tanto è l’orrore che provoca in me), ma una busta che, dal nome del mittente, sapevo già cosa contenesse… La mia prima, bellissima stoffina, accompagnata da un biglietto altrettanto bello che mi ha fatto venire le lacrime agli occhi!

Che aspettate, quindi? Scambiamoci i sogni… E anche la speranza! Di quella ce n’è sempre bisogno, no?

Pubblicato in: La mia storia

Zerovirgolazero

Dove ero rimasta?
8 pt. Test negativo.
Sì, forse era un po’ presto… Ma dentro di me sapevo che quel negativo era terribilmente, dolorosamente reale.
10 pt, rifaccio il test. Ancora negativo.
Ieri mattina, 11 pt, vado a fare le analisi delle beta hcg.
Sottolineo il fatto che sono dovuta rimanere in coda per almeno venti minuti dietro ad una mamma con tre pargoli al seguito. Il più piccolo dei tre, due anni circa, ogni tanto mi guardava e mi sorrideva timidamente…
Mazzata al cuore.
Come al solito la segretaria mi chiede se ho già fatto un test di gravidanza.
“Sì, era negativo.”
“Ha un ritardo, quindi?”
No. Ho fatto la fecondazione assistita. Devo vedere se è successo qualcosa.”
Sempre la stessa conversazione. Ecchepalle.

Anche il medico che mi fa il prelievo è sempre lo stesso. Un dottore simpatico e cordiale che, dall’accento e dal nome che ho letto sul suo tesserino, probabilmente è originario dell’Est Europa. Anche lui mi fa le stesse domande… Io gli do le stesse risposte. Ecchepalle 2.
Il medico è decisamente più gradevole della segretaria, e cerca di infondermi un po’ di fiducia. Non è che ci riesca molto, però… Mi dice che ha degli amici che hanno provato con la PMA otto o nove volte.
“E’ una specie di roulette russa!” mi dice, sorridendo.
Tentativo di conforto fallito miseramente.
Non me la prendo, però. Anzi, è stato carino. Almeno non ha espresso giudizi e non mi ha detto la solita frase ormai trita e ritrita che mi fa sempre ribollire il sangue nelle vene: “Ma tanto sei gggiovane!”

Dopo il prelievo mi sono incontrata con due amiche che non vedevo da tempo. Ero stata proprio io a organizzare l’uscita, perché, come vi ho detto, sto cercando di riagganciare qualche rapporto umano.
Avrei voluto disdire l’appuntamento, dato che avevo l’umore a terra. Poi però mi sono detta che non posso continuare a fare l’eremita, ad isolarmi nel mio dolore. Forse uscire mi avrebbe fatto bene. E così è stato.

Ero ancora seduta al bar con loro quando è arrivato il momento di chiamare il laboratorio per sapere il risultato delle analisi.

“Buongiorno, sono venuta stamattina a fare le analisi delle beta hcg… Mi può dire il risultato, per favore?”
“Sì, attenda un momento…”
Rumore di fogli, voci in sottofondo… Passano i secondi, il mio cuore si ferma per un istante…
“Il risultato è zerovirgolazero, signora.”
Rido.
“Grazie. Arrivederci.”
E vaffanculo.

Zerovirgolazero? Non bastava dire zero, oppure negativo?
Insomma, la segretaria doveva per forza essere tanto crudele? Il risultato me lo aspettavo. La cattiveria, quella mi ha spiazzato.

Ho fallito di nuovo. Ieri era l’11 pt, direi che il risultato è definitivo.

Sto continuando con le terapie post transfer, non so neppure io perché. Martedì, 14 pt, rifarò il test di gravidanza, tanto per buttare via altri 18 euro. Ma il centro PMA vuole così, e finché sono seguita da questi medici devo fare come dicono. Martedì li chiamerò per comunicare il fallimento, e poi spero di non sentirli mai più.

Da domani io e Marito saremo impegnati a fare tutte le analisi per ricominciare da capo con la PMA alla clinica di Bologna. Come vi ho già detto spero di poter cominciare la stimolazione con il ciclo di fine marzo/inizio aprile, perciò dobbiamo muoverci.

Come sempre accade dopo un fallimento, io e Marito ci siamo messi a parlare del futuro. Di quello che possiamo fare. Di quello che vogliamo fare.

Siamo assolutamente convinti che la clinica di Bologna sia più affidabile e seria, e siamo fiduciosi nella prossima PMA.
Però… Abbiamo ricominciato a parlare di adozione.

Dopo il corso informativo-formativo fatto tra settembre e ottobre avevamo deciso di accantonare l’adozione, almeno per il momento. Gli assistenti sociali ci avevano trasmesso tanta paura e insicurezza. Negli ultimi mesi siamo stati solo e soltanto concentrati sulla PMA.
O, almeno, così credevo. In realtà l’altra sera, mentre io e Marito parlavamo del futuro, mi sono resa conto che l’idea dell’adozione non ci ha mai abbandonato in questo ultimo periodo. Anche se inconsciamente, questo pensiero ha continuato a maturare dentro di noi…
Abbiamo avuto il tempo di confrontarci con le paure, di elaborare tutte le informazioni che ci sono state date… Fino a pochi giorni fa dicevamo che dovevamo assolutamente riuscire ad avere un figlio “naturale”… E ora abbiamo deciso di proseguire con l’adozione.

Questo pensiero mi rende molto felice. Mi rendo conto di aver ritrovato l’entusiasmo che avevo prima del corso. Durante gli incontri ci hanno spaventato, sì, ma probabilmente solo per vedere quali coppie erano veramente determinate a continuare… E noi lo siamo!
Avere un figlio bio e uno adottato è diverso, questo ormai l’abbiamo capito.
Però, alla fine… Mi sono resa conto che non me ne frega niente se nostro figlio non avrà gli occhi di Marito o il mio sorriso…
Anche se quel bimbo avrà la pelle di un colore diverso dalla nostra, se verrà da una terra lontana, non importa.
Lui sarà nostro figlio.
PMA o adozione. Seguiremo entrambe le strade. Sarà il destino, o Dio, a decidere come e quando arriverà nostro figlio.

Sarà difficile… Doppiamente difficile, visto che solitamente le coppie affrontano un solo cammino alla volta… Ma noi siamo fatti così. Ci piace imbarcarci in imprese impossibili.

Forse l’ho già detto, ma lo ripeto… Il cammino dell’adozione, benché lungo e complicato, mi infonde più sicurezza e serenità rispetto alla PMA.
Con l’adozione ogni passo, i colloqui, la presentazione della domanda al Tribunale, la scelta dell’Ente, è un passo in più verso nostro figlio…
Con la PMA ogni tentativo è a se stante, e se si rivela un fallimento non è un passo avanti né indietro, è come rimanere immobili

Abbiamo deciso di provare ancora con la PMA semplicemente perché sentiamo di doverlo a noi stessi. Il centro che ci ha seguiti in quest’ultimo anno si è rivelato inaffidabile e non professionale, è quasi come se non avessimo neppure fatto questi tre tentativi.

Perciò… Proviamo ancora. Ma non importa se non ce la faremo.
Nostro figlio è da qualche parte che ci aspetta… Forse è ancora un piccolo angelo in Cielo, o forse proprio ora sta piangendo in un istituto, abbandonato da chi gli ha dato la vita, aspettando qualcuno, aspettando NOI, che possiamo ridargli la gioia. Non importa, davvero…

Come ormai avrete capito io amo tanto fantasticare quanto “fare”…
Ho già contattato i servizi sociali per comunicare la nostra decisione di proseguire con le pratiche. Ho già presentato la domanda, e mi hanno detto che probabilmente dopo Pasqua faremo il primo colloquio con gli assistenti.
Lunedì prossimo, 4 marzo, faremo la visita con il medico legale, che da quello che ho capito è una cavolata. Non ci hanno chiesto di fare esami particolari, ci hanno solamente domandato di portare analisi del sangue recenti, se le abbiamo (SE le abbiamo? Ho una carpetta da 5 kg piena di analisi…). Probabilmente parleremo qualche minuto con il medico legale, che si accerterà soltanto della nostra sanità mentale e ci chiederà di firmare un’autocertificazione dove dichiariamo di non avere malattie gravi.

Nonostante certe brutte esperienze che si leggono su internet, devo dire che, finora, per quanto riguarda l’adozione, abbiamo avuto sempre a che fare con persone gentili e disponibili. La segretaria del Centro per le Famiglie mi ha inviato addirittura i documenti necessari via e-mail mentre parlavamo al telefono, e la dottoressa dell’ASL si è persino scusata perché non poteva darmi l’appuntamento con il medico legale per la prossima settimana, ma per quella dopo ancora…! Con i tempi burocratici dell’adozione, una settimana in più o in meno non fa di certo la differenza. Ehi, persino io riesco ad accettarlo!

Insomma… Da una parte sento di essere allo stesso punto in cui mi trovavo un anno fa… D’altra parte, però, riflettendoci bene, sento di essere molto cresciuta, di aver capito tante cose in quest’ultimo anno.

Ogni giorno mi sento sempre più “mamma”… Anche se ancora non possiamo prevedere né immaginare come, da dove e quando arriverà nostro figlio.
Spero solo che tutta questa attesa, questo dolore, questa frustrazione, mi aiuterà ad essere una donna e una madre migliore.

Pubblicato in: La mia storia, Riflessioni

Gli spaccasogni

Piccola premessa a questo post. Ieri, 8 pt, ho deciso di fare il test di gravidanza.
LO SO. Sembrerebbe un po’ prestino. Ma ho navigato su internet alla ricerca di informazioni, e da quello che ho capito quando si fa il transfer di blastocisti si può anticipare il test, perché l’attecchimento avviene in un tempo minore rispetto ad un transfer di embrioni in seconda o terza giornata.
Ho letto di donne che hanno avuto un responso positivo dal test casalingo già al 5 pt… E quindi mi sono detta: proviamo!

Ovviamente era negativo. Cosa vi aspettavate? Io niente di diverso, anche se per qualche minuto ho continuato ad osservare quel maledetto stick, sperando di veder comparire qualcosa, girandolo e rigirandolo tra le mani e guardandolo da tutte le angolazioni possibili ed immaginabili.

Ho deciso che domani, 10 pt, farò le beta, e se mi daranno un valore negativo mi metterò il cuore in pace.
Martedì prossimo, 14 pt, ma solo per accontentare il centro PMA che non vedo l’ora di abbandonare per sempre, rifarò un altro test.
Tanto, anche se chiamassi la ginecologa domani per comunicare l’esito negativo delle beta, mi direbbe come al solito di continuare le terapie…
Certo, come se l’ormone della gravidanza potesse magicamente autoprodursi nel corpo il quattordicesimo giorno del transfer…

Comunque, non è di questo che voglio parlare. Per sapere come mi sento basta rileggere il post che ho scritto dopo l’ultimo fallimento.

L’unica cosa che mi trattiene dal mettermi a piangere è il pensiero di ricominciare al più presto tutto da capo.

Dopo le analisi di domani che uccideranno ogni mia sciocca speranza residua io e Marito ci rimetteremo in pista per rifare le analisi preliminari.
Voglio assolutamente riuscire a procedere con la stimolazione con il ciclo che mi dovrebbe arrivare, se ho fatto bene i calcoli e se il mio corpo non fa scherzi, a fine marzo/inizio aprile. Ovviamente, nel centro PMA di Bologna. A Reggio Emilia non ci voglio più mettere piede.

Bene. Ora procediamo con quello di cui volevo veramente parlare in questo post, ovvero… Le reazioni di amici/conoscenti/colleghi davanti alla confessione della propria condizione di sterilità e della decisione di tentare con la PMA.

Ho selezionato con cura le persone più fidate a cui raccontare quello che io e Marito stiamo passando, anche se in realtà molta gente a cui volevo tenere nascosto il nostro “segreto” ha capito tutto senza bisogno che io dicessi niente.

Forse il mio intuito è completamente sballato o forse le persone non sanno come replicare ad una notizia del genere, perché certe reazioni mi fanno veramente cascare le braccia. Ecco alcuni esempi di persone con cui mi sono dovuta confrontare:

– L’entusiasta

Ma dai, davvero? Fai la fecondazione assistita? Ma lo sai che anche mia cugina/sorella/amica/vicina di casa sta per farla? E’ incredibile!
(Certo, è meraviglioso, guarda, dammi il suo numero di telefono che la chiamo per congratularmi).

– La menefreghista

Amica: “Sul serio? Beh, senti, se però non rimani incinta, mi accompagneresti nel tal posto nella tal data?”
Io: “Ehm, veramente mi auguro vivamente di essere incinta per quella data…”
Amica: “Ah beh, sì, certo, ovviamente.”
Pausa di silenzio.
Amica: “Ma se non la sei, vieni con me?”

– La tragica

Guarda, anche mia cugina/sorella/amica/vicina di casa ha fatto la fecondazione assistita. E’ diventata una botte a furia di prendere ormoni. Ed era insopportabile. Ha creato il vuoto attorno a sé perché nessuno voleva starle vicino tanto era antipatica. Secondo me stava andando fuori di testa.
Alla fine non ce l’ha neanche fatta a rimanere incinta!

– L’ottimista

La fecondazione assistita! Ma tu sei così gggiovane! Avrai tre gemelli! Sì, ne sono sicura, me lo sento! Anzi, ti vedo già incinta!
(Ma porti male??)

– L’aspirante medico

Fecondazione assistita? Ma sei sicura? Ma tu e tuo marito state continuando a provarci? (No, abbiamo deciso di darci alla castità!)
Chissà, magari un giorno uno dei suoi spermatozoi si sveglia e decide di iniziare a lavorare! O forse è solo l’ansia! Sì, secondo me è così!
(Oh, quanto ti devo per la consulenza?!)

– Il moralista

Fecondazione assistita? (detto con espressione di disgusto)
Quelle cose lì, così contro natura non mi piacciono per niente! (E infatti non devi farlo tu…)

– Gli spaccasogni (o spaccaballe, a scelta)

Ecco, su questa categoria devo aprire una luuuunga parentesi.

La gente ama giudicare, criticare, sputare sentenze. Ma non capisce.
Certo, poi c’è chi è più sensibile e chi meno, ma in linea di massima questo è l’atteggiamento che accomuna la maggior parte dei miei “confidenti”: uomini, donne, giovani, di mezza età, con figli e senza…
Il problema non è l’incapacità della gente di capire. Il problema è che non ci prova neppure. L’empatia, questa sconosciuta…
Vi voglio raccontare la reazione di due persone molto diverse tra loro davanti alla mia esperienza con la PMA.

La prima persona, uomo, mi ha confessato di non approvare il mio “accanimento terapeutico”. Insomma, secondo lui dovrei smetterla di provare con la PMA.
E il bello è che questa persona non ha idea di come funzioni la PMA. A volte ho provato a spiegarglielo, con scarsi risultati, anche perché evidentemente non è molto interessato all’argomento.
Vi dico soltanto che prima dell’ultimo transfer di congelati mi ha chiesto come stava andando la stimolazione delle ovaie…
Mi sento spesso ripetere che ho fatto TROPPI tentativi (3 sono troppi?? Tra cui solo due stimolazioni?), e che mi sto accanendo.
Ma queste persone si rendono conto che solo la Medicina mi può aiutare a realizzare il mio sogno?
Che se smetto con la PMA rinuncio a diventare madre per sempre? (Madre di pancia, intendo).
Come fanno a dire tanto a cuor leggero una cosa del genere?

Secondo esempio.
Donna, mezza età, che non ha mai voluto figli.
Qualche tempo fa le ho confidato d’aver rifatto “LA COSA” (non so perché ma con certe persone mi vergogno a chiamare la PMA con il suo nome!).
La sua reazione?
“Ma ancoraaaaaaa? L’hai rifatto ancoraaaaa? Ma, insomma! Quante volte ancora hai intenzione di farlo????”
Il tutto, badate bene, detto con tono scocciato, manco stessi facendo un torto a lei.
“Finché non funzionerà…” ho detto io, ridendo imbarazzata.
“E se non funziona cosa faaaaaai?” (immaginatevi una vocina acida e stridula)
“Ci provo di nuovo…”
Sapete qual è la cosa che mi fa più imbestialire?
Io e questa persona siamo molto diverse, conduciamo stili di vita totalmente diversi, abbiamo valori e una morale diversa.
Eppure io non ho MAI osato criticarla. Perché dovrei? La sua vita è sua, le sue scelte sono sue. Se lei è contenta così, benissimo! Basta che nessuno obblighi me a seguire le sue orme!
E allora, perché io devo essere sempre giudicata per le MIE scelte?
Se decidessi di mollare tutto e trasferirmi in Madagascar non potrei forse farlo?
Se decidessi di mollare tutto e farmi suora?
Ma perché la gente deve sempre mettere il becco su tutto?

Anzi, non è questa la cosa che mi fa più incazzare. E’ un’altra.

Ci sono persone che fanno figli perché “così si fa”. Poi magari li amano pure, eh, mica lo metto in discussione, però li fanno perché li devono fare, non perché li desiderano con il cuore.
Ci sono persone che fanno figli… “Per caso”. Ops.
Ci sono persone che sognano di fare carriera, di diventare un medico e di salvare delle vite, di viaggiare il mondo, di diventare attori, cantanti, registi, di fare politica…
E c’è chi sogna di avere una famiglia. La famiglia, i figli, non sono solo degli obblighi sociali, ma possono essere anche il fulcro della vita di una persona. Così è per me. Cosa c’è di sbagliato?
Se io stessi cercando, che ne so, di diventare una cantante e incontrassi delle difficoltà, nessuno mi direbbe di smetterla di partecipare ai provini o di prendere lezioni di canto, magari impegnandomi tutti i giorni per diverse ore e spendendo tanti soldi…
Mi direbbero, invece: “Hai solo 26 anni, non mollare così! Non puoi rinunciare al tuo sogno, sei così giovane!”.
Bene. Il mio sogno è quello di diventare madre. Quindi, secondo questi intelligentoni, a 26 anni dovrei rinunciare al sogno di una vita?
Il mio sogno deve essere trattato come se fosse un capriccio adolescenziale, un’inezia, una sciocchezza? Come se fosse meno importante di una carriera?
No, io non ci sto.
Il mio sogno è mio e nessuno ci può mettere il becco. E io farò di tutto per realizzarlo.
Senza mai prendermi una pausa. Senza fermarmi. Combattendo contro la Natura bastarda.
Solo che, nel frattempo, vorrei che la gente la smettesse di deridere i miei sogni.
E’ già tutto abbastanza difficile senza bisogno di essere umiliata da chi i figli li ha avuti senza neppure sapere come o da chi non li ha mai desiderati.

Pubblicato in: La mia storia

Mezza piena

Ha smesso di nevicare. Finalmente.

Oh, io tutta questa magia nella neve non la riesco a vedere. Certo, è divertente vedere i bambini tirarsi le pallonate di neve o costruire pupazzi, ed è meraviglioso osservare un bel paesaggio candido… Quando sono in vacanza in Alto Adige, però! Qui in città vedo solo i disagi. Morti e feriti in incidenti stradali, persone che si fanno male cadendo sul ghiaccio, anziani bloccati in casa, anziani che si ostinano a voler uscire da soli e poi cadono perché i marciapiedi sono scivolosi, animali selvatici che non riescono a trovare il cibo, strade intasate – con conseguente inquinamento…

E poi, a dirla tutta, la neve è bella quando è fresca, ma già il giorno successivo diventa nera. E non è un bello spettacolo. Bleah.

Forse non si è capito, ma a me la neve non piace. Tranne che in montagna. Non mi piace soprattutto quando ho in programma un transfer. E non mi piace anche perché la sottoscritta è leggermente imbranata e sul ghiaccio rischia sempre di cadere e rompersi l’osso del collo.

Oggi le strade erano – con mio grande stupore – pulite. Io e Marito siamo arrivati al centro PMA in anticipo e senza problemi, così come l’equipe medica. Gli embrioncini sono sopravvissuti entrambi (!) allo scongelamento. Il transfer è stato totalmente indolore. Non so come, ma sono riuscita a rilassarmi! Anche l’infermiera mi ha detto “brava”. Penso fosse sollevata dal fatto che non le avessi spaccato la mano come l’ultima volta.

Insomma… E’ andato tutto bene. Le mie paranoie di ieri ora sembrano alquanto stupide.

Ma io sono felice di essere stata in pena. Eh sì, perché, se non fossi stata tanto pessimista, non avrei potuto gioire per la piccola vittoria di oggi.

Domani tornerò a lavorare. Ho sempre passato le settimane post-tranfer a casa, da sola, nel mio mondo ovattato… E’ strano pensare di vivere normalmente, di stare in mezzo agli altri, in queste condizioni

Come sa qualsiasi donna che si è sottoposta alla PMA, il periodo di tempo tra il transfer e il fatidico giorno del test di gravidanza non è un periodo normale.

Non importa con quale spirito una donna affronta questo percorso. Non importa se è piena di speranze, se è disillusa e pessimista, o se ha deciso di prendere tutto alla leggera, senza farsi troppe paranoie.

Questi non sono giorni normali.

Sono i giorni dell’attesa.

So già che domani, e nei prossimi giorni, ogni tanto in ufficio mi metterò a ridacchiare da sola, poi ad un tratto i miei occhi si faranno umidi e tristi… Mi accarezzerò la pancia, così, senza pensare, e poi me ne vergognerò… Avrò la testa tra le nuvole, persino più del solito, perché non importa se io non sono tecnicamente incinta, se i miei puntini luminosi sono per ora soltanto una potenzialità di vita, se le probabilità che questo sogno si avveri sono soltanto del 20-30%. Non importa.

Io SO di avere due puntini luminosi dentro di me. Due puntini che devono lottare per rimanere ben aggrappati alla loro mamma. Non so se ce la faranno, ma so che ci sono. Sono qui, dentro di me. Forse sono destinati a morire, forse non cresceranno, forse daranno origine ad una vita che si interromperà subito…

Forse, forse, forse… Forse rimarranno dentro di me. Forse ce la faranno. Ce la faremo.

E’ una sensazione che poche donne possono provare… In effetti, solo quelle che si sottopongono alla PMA. Chi cerca figli in maniera naturale non ha alcun mezzo per poter sapere se il concepimento è avvenuto oppure no… Scoprono di avere una vita dentro di sé soltanto quando quel benedetto test di gravidanza diventa positivo. Ma, a quel punto, è già chiaro che l’embrione si è impiantato nell’utero. Queste donne non possono sapere quante potenzialità di vita si sono formate dentro al loro corpo, per poi lasciarle prima di diventare qualcosa di più. Sono fortunate, loro. A noi tocca pure questa tortura. Sapere di avere qualcosa dentro, senza poter conoscere il suo destino.

Io nei giorni post transfer mi sento diversa. No, non parlo di fantasintomi. Quelli ho imparato ad ignorarli. Parlo proprio a livello mentale, spirituale, chiamatelo come volete.

Non posso dire di sentirmi incinta, perché sarebbe ridicolo. Ma non mi sento più tanto vuota. Perché non la sono.

Mi sento… Mezza piena, diciamo!

Purtroppo sono poche le persone che possono capire cosa sto provando ora. E so già che domani e nei prossimi giorni, mentre con sguardo sognante mi accarezzerò la pancia, molti colleghi mi guarderanno con un misto di stupore e compatimento.

Ma chi se ne frega.

Io non sono più vuota.

Spero solo che questa sensazione duri più di quattordici giorni.