E’ con grande gioia che vi annuncio di essermi unita all’esercito delle invasate (cit.) delle stoffine.
E tutto grazie a PetaloBlu, che mi ha convinto ad aderire alla bellissima iniziativa di Adelia.
Ma cos’è il Bai Jia Bei? Copio&incollo dal sito di Adelia:
Narra la leggenda che l’ultima imperatrice della dinastia Qing, l’unica tra le concubine che aveva dato un erede all’imperatore, fu costretta ad abbandonare il suo bambino: per proteggerlo da ogni insidia pensò di chiedere a cento famiglie, tra quelle più in vista dell’Impero, di offrire ciascuna un pezzo della seta più bella; con i cento pezzi di stoffa ricevuti confezionò un lungo abito per suo figlio, cosicché il principino fu simbolicamente rivestito dalla nobiltà, dalla fortezza e dalle virtù dei più valorosi rappresentanti dell’Impero.
Così nacque in Cina la tradizione del Bai Jia Bei, usanza che perdura ancora oggi allo scopo di attirare sul bambino tutte le forze benefiche provenienti dalle persone che gli vogliono bene, in modo che sia protetto per tutta la vita dalle avversità.
Perciò, se volete aiutarmi a rendere un po’ più dolce l’attesa per questo bimbo che non ne vuole sapere di arrivare, vi invito ad unirvi anche voi all’esercito… Oppure a contattarmi personalmente (precaria09@hotmail.it) in modo che vi possa dare il mio indirizzo per mandarmi la vostra stoffina… Ovviamente ricambierò con molto piacere il favore… Sia che siate donne in attesa, come me, o già splendide mamme!
E con grande onore vi presento la prima stoffina che mi è arrivata, proprio da PetaloBlu:
Stoffina num. 1 – PetaloBlu
Non so descrivere cos’ho provato quando, frugando nella cassetta della posta, non ho trovato le solite bollette o l’estratto conto della banca (che viene cestinato senza nemmeno essere visionato, tanto è l’orrore che provoca in me), ma una busta che, dal nome del mittente, sapevo già cosa contenesse… La mia prima, bellissima stoffina, accompagnata da un biglietto altrettanto bello che mi ha fatto venire le lacrime agli occhi!
Che aspettate, quindi? Scambiamoci i sogni… E anche la speranza! Di quella ce n’è sempre bisogno, no?
Dove ero rimasta?
8 pt. Test negativo.
Sì, forse era un po’ presto… Ma dentro di me sapevo che quel negativo era terribilmente, dolorosamente reale.
10 pt, rifaccio il test. Ancora negativo.
Ieri mattina, 11 pt, vado a fare le analisi delle beta hcg.
Sottolineo il fatto che sono dovuta rimanere in coda per almeno venti minuti dietro ad una mamma con tre pargoli al seguito. Il più piccolo dei tre, due anni circa, ogni tanto mi guardava e mi sorrideva timidamente… Mazzata al cuore. Come al solito la segretaria mi chiede se ho già fatto un test di gravidanza.
“Sì, era negativo.”
“Ha un ritardo, quindi?”
“No. Ho fatto la fecondazione assistita. Devo vedere se è successo qualcosa.”
Sempre la stessa conversazione. Ecchepalle.
Anche il medico che mi fa il prelievo è sempre lo stesso. Un dottore simpatico e cordiale che, dall’accento e dal nome che ho letto sul suo tesserino, probabilmente è originario dell’Est Europa. Anche lui mi fa le stesse domande… Io gli do le stesse risposte. Ecchepalle 2.
Il medico è decisamente più gradevole della segretaria, e cerca di infondermi un po’ di fiducia. Non è che ci riesca molto, però… Mi dice che ha degli amici che hanno provato con la PMA otto o nove volte.
“E’ una specie di roulette russa!” mi dice, sorridendo. Tentativo di conforto fallito miseramente.
Non me la prendo, però. Anzi, è stato carino. Almeno non ha espresso giudizi e non mi ha detto la solita frase ormai trita e ritrita che mi fa sempre ribollire il sangue nelle vene: “Ma tanto sei gggiovane!”
Dopo il prelievo mi sono incontrata con due amiche che non vedevo da tempo. Ero stata proprio io a organizzare l’uscita, perché, come vi ho detto, sto cercando di riagganciare qualche rapporto umano.
Avrei voluto disdire l’appuntamento, dato che avevo l’umore a terra. Poi però mi sono detta che non posso continuare a fare l’eremita, ad isolarmi nel mio dolore. Forse uscire mi avrebbe fatto bene. E così è stato.
Ero ancora seduta al bar con loro quando è arrivato il momento di chiamare il laboratorio per sapere il risultato delle analisi.
“Buongiorno, sono venuta stamattina a fare le analisi delle beta hcg… Mi può dire il risultato, per favore?”
“Sì, attenda un momento…”
Rumore di fogli, voci in sottofondo… Passano i secondi, il mio cuore si ferma per un istante…
“Il risultato è zerovirgolazero, signora.”
Rido.
“Grazie. Arrivederci.”
E vaffanculo.
Zerovirgolazero? Non bastava dire zero, oppure negativo?
Insomma, la segretaria doveva per forza essere tanto crudele? Il risultato me lo aspettavo. La cattiveria, quella mi ha spiazzato.
Ho fallito di nuovo. Ieri era l’11 pt, direi che il risultato è definitivo.
Sto continuando con le terapie post transfer, non so neppure io perché. Martedì, 14 pt, rifarò il test di gravidanza, tanto per buttare via altri 18 euro. Ma il centro PMA vuole così, e finché sono seguita da questi medici devo fare come dicono. Martedì li chiamerò per comunicare il fallimento, e poi spero di non sentirli mai più.
Da domani io e Marito saremo impegnati a fare tutte le analisi per ricominciare da capo con la PMA alla clinica di Bologna. Come vi ho già detto spero di poter cominciare la stimolazione con il ciclo di fine marzo/inizio aprile, perciò dobbiamo muoverci.
Come sempre accade dopo un fallimento, io e Marito ci siamo messi a parlare del futuro. Di quello che possiamo fare. Di quello che vogliamo fare.
Siamo assolutamente convinti che la clinica di Bologna sia più affidabile e seria, e siamo fiduciosi nella prossima PMA.
Però… Abbiamo ricominciato a parlare di adozione.
Dopo il corso informativo-formativo fatto tra settembre e ottobre avevamo deciso di accantonare l’adozione, almeno per il momento. Gli assistenti sociali ci avevano trasmesso tanta paura e insicurezza. Negli ultimi mesi siamo stati solo e soltanto concentrati sulla PMA.
O, almeno, così credevo. In realtà l’altra sera, mentre io e Marito parlavamo del futuro, mi sono resa conto che l’idea dell’adozione non ci ha mai abbandonato in questo ultimo periodo. Anche se inconsciamente, questo pensiero ha continuato a maturare dentro di noi…
Abbiamo avuto il tempo di confrontarci con le paure, di elaborare tutte le informazioni che ci sono state date… Fino a pochi giorni fa dicevamo che dovevamo assolutamente riuscire ad avere un figlio “naturale”… E ora abbiamo deciso di proseguire con l’adozione.
Questo pensiero mi rende molto felice. Mi rendo conto di aver ritrovato l’entusiasmo che avevo prima del corso. Durante gli incontri ci hanno spaventato, sì, ma probabilmente solo per vedere quali coppie erano veramente determinate a continuare… E noi lo siamo!
Avere un figlio bio e uno adottato è diverso, questo ormai l’abbiamo capito.
Però, alla fine… Mi sono resa conto che non me ne frega niente se nostro figlio non avrà gli occhi di Marito o il mio sorriso…
Anche se quel bimbo avrà la pelle di un colore diverso dalla nostra, se verrà da una terra lontana, non importa.
Lui sarà nostro figlio.
PMA o adozione. Seguiremo entrambe le strade. Sarà il destino, o Dio, a decidere come e quando arriverà nostro figlio.
Sarà difficile… Doppiamente difficile, visto che solitamente le coppie affrontano un solo cammino alla volta… Ma noi siamo fatti così. Ci piace imbarcarci in imprese impossibili.
Forse l’ho già detto, ma lo ripeto… Il cammino dell’adozione, benché lungo e complicato, mi infonde più sicurezza e serenità rispetto alla PMA.
Con l’adozione ogni passo, i colloqui, la presentazione della domanda al Tribunale, la scelta dell’Ente, è un passo in più verso nostro figlio…
Con la PMA ogni tentativo è a se stante, e se si rivela un fallimento non è un passo avanti né indietro, è come rimanere immobili…
Abbiamo deciso di provare ancora con la PMA semplicemente perché sentiamo di doverlo a noi stessi. Il centro che ci ha seguiti in quest’ultimo anno si è rivelato inaffidabile e non professionale, è quasi come se non avessimo neppure fatto questi tre tentativi.
Perciò… Proviamo ancora. Ma non importa se non ce la faremo.
Nostro figlio è da qualche parte che ci aspetta… Forse è ancora un piccolo angelo in Cielo, o forse proprio ora sta piangendo in un istituto, abbandonato da chi gli ha dato la vita, aspettando qualcuno, aspettando NOI, che possiamo ridargli la gioia. Non importa, davvero…
Come ormai avrete capito io amo tanto fantasticare quanto “fare”…
Ho già contattato i servizi sociali per comunicare la nostra decisione di proseguire con le pratiche. Ho già presentato la domanda, e mi hanno detto che probabilmente dopo Pasqua faremo il primo colloquio con gli assistenti.
Lunedì prossimo, 4 marzo, faremo la visita con il medico legale, che da quello che ho capito è una cavolata. Non ci hanno chiesto di fare esami particolari, ci hanno solamente domandato di portare analisi del sangue recenti, se le abbiamo (SE le abbiamo? Ho una carpetta da 5 kg piena di analisi…). Probabilmente parleremo qualche minuto con il medico legale, che si accerterà soltanto della nostra sanità mentale e ci chiederà di firmare un’autocertificazione dove dichiariamo di non avere malattie gravi.
Nonostante certe brutte esperienze che si leggono su internet, devo dire che, finora, per quanto riguarda l’adozione, abbiamo avuto sempre a che fare con persone gentili e disponibili. La segretaria del Centro per le Famiglie mi ha inviato addirittura i documenti necessari via e-mail mentre parlavamo al telefono, e la dottoressa dell’ASL si è persino scusata perché non poteva darmi l’appuntamento con il medico legale per la prossima settimana, ma per quella dopo ancora…! Con i tempi burocratici dell’adozione, una settimana in più o in meno non fa di certo la differenza. Ehi, persino io riesco ad accettarlo!
Insomma… Da una parte sento di essere allo stesso punto in cui mi trovavo un anno fa… D’altra parte, però, riflettendoci bene, sento di essere molto cresciuta, di aver capito tante cose in quest’ultimo anno.
Ogni giorno mi sento sempre più “mamma”… Anche se ancora non possiamo prevedere né immaginare come, da dove e quando arriverà nostro figlio.
Spero solo che tutta questa attesa, questo dolore, questa frustrazione, mi aiuterà ad essere una donna e una madre migliore.
Piccola premessa a questo post. Ieri, 8 pt, ho deciso di fare il test di gravidanza.
LO SO. Sembrerebbe un po’ prestino. Ma ho navigato su internet alla ricerca di informazioni, e da quello che ho capito quando si fa il transfer di blastocisti si può anticipare il test, perché l’attecchimento avviene in un tempo minore rispetto ad un transfer di embrioni in seconda o terza giornata.
Ho letto di donne che hanno avuto un responso positivo dal test casalingo già al 5 pt… E quindi mi sono detta: proviamo!
Ovviamente era negativo. Cosa vi aspettavate? Io niente di diverso, anche se per qualche minuto ho continuato ad osservare quel maledetto stick, sperando di veder comparire qualcosa, girandolo e rigirandolo tra le mani e guardandolo da tutte le angolazioni possibili ed immaginabili.
Ho deciso che domani, 10 pt, farò le beta, e se mi daranno un valore negativo mi metterò il cuore in pace.
Martedì prossimo, 14 pt, ma solo per accontentare il centro PMA che non vedo l’ora di abbandonare per sempre, rifarò un altro test.
Tanto, anche se chiamassi la ginecologa domani per comunicare l’esito negativo delle beta, mi direbbe come al solito di continuare le terapie…
Certo, come se l’ormone della gravidanza potesse magicamente autoprodursi nel corpo il quattordicesimo giorno del transfer…
Comunque, non è di questo che voglio parlare. Per sapere come mi sento basta rileggere il post che ho scritto dopo l’ultimo fallimento.
L’unica cosa che mi trattiene dal mettermi a piangere è il pensiero di ricominciare al più presto tutto da capo.
Dopo le analisi di domani che uccideranno ogni mia sciocca speranza residua io e Marito ci rimetteremo in pista per rifare le analisi preliminari.
Voglio assolutamente riuscire a procedere con la stimolazione con il ciclo che mi dovrebbe arrivare, se ho fatto bene i calcoli e se il mio corpo non fa scherzi, a fine marzo/inizio aprile. Ovviamente, nel centro PMA di Bologna. A Reggio Emilia non ci voglio più mettere piede.
Bene. Ora procediamo con quello di cui volevo veramente parlare in questo post, ovvero… Le reazioni di amici/conoscenti/colleghi davanti alla confessione della propria condizione di sterilità e della decisione di tentare con la PMA.
Ho selezionato con cura le persone più fidate a cui raccontare quello che io e Marito stiamo passando, anche se in realtà molta gente a cui volevo tenere nascosto il nostro “segreto” ha capito tutto senza bisogno che io dicessi niente.
Forse il mio intuito è completamente sballato o forse le persone non sanno come replicare ad una notizia del genere, perché certe reazioni mi fanno veramente cascare le braccia. Ecco alcuni esempi di persone con cui mi sono dovuta confrontare:
– L’entusiasta
Ma dai, davvero? Fai la fecondazione assistita? Ma lo sai che anche mia cugina/sorella/amica/vicina di casa sta per farla? E’ incredibile!
(Certo, è meraviglioso, guarda, dammi il suo numero di telefono che la chiamo per congratularmi).
– La menefreghista
Amica: “Sul serio? Beh, senti, se però non rimani incinta, mi accompagneresti nel tal posto nella tal data?”
Io: “Ehm, veramente mi auguro vivamente di essere incinta per quella data…”
Amica: “Ah beh, sì, certo, ovviamente.”
Pausa di silenzio.
Amica: “Ma se non la sei, vieni con me?”
– La tragica
Guarda, anche mia cugina/sorella/amica/vicina di casa ha fatto la fecondazione assistita. E’ diventata una botte a furia di prendere ormoni. Ed era insopportabile. Ha creato il vuoto attorno a sé perché nessuno voleva starle vicino tanto era antipatica. Secondo me stava andando fuori di testa.
Alla fine non ce l’ha neanche fatta a rimanere incinta!
– L’ottimista
La fecondazione assistita! Ma tu sei così gggiovane! Avrai tre gemelli! Sì, ne sono sicura, me lo sento! Anzi, ti vedo già incinta! (Ma porti male??)
– L’aspirante medico
Fecondazione assistita? Ma sei sicura? Ma tu e tuo marito state continuando a provarci? (No, abbiamo deciso di darci alla castità!)
Chissà, magari un giorno uno dei suoi spermatozoi si sveglia e decide di iniziare a lavorare! O forse è solo l’ansia! Sì, secondo me è così! (Oh, quanto ti devo per la consulenza?!)
– Il moralista
Fecondazione assistita? (detto con espressione di disgusto)
Quelle cose lì, così contro natura non mi piacciono per niente! (E infatti non devi farlo tu…)
– Gli spaccasogni (o spaccaballe, a scelta)
Ecco, su questa categoria devo aprire una luuuunga parentesi.
La gente ama giudicare, criticare, sputare sentenze. Ma non capisce.
Certo, poi c’è chi è più sensibile e chi meno, ma in linea di massima questo è l’atteggiamento che accomuna la maggior parte dei miei “confidenti”: uomini, donne, giovani, di mezza età, con figli e senza…
Il problema non è l’incapacità della gente di capire. Il problema è che non ci prova neppure. L’empatia, questa sconosciuta…
Vi voglio raccontare la reazione di due persone molto diverse tra loro davanti alla mia esperienza con la PMA.
La prima persona, uomo, mi ha confessato di non approvare il mio “accanimento terapeutico”. Insomma, secondo lui dovrei smetterla di provare con la PMA.
E il bello è che questa persona non ha idea di come funzioni la PMA. A volte ho provato a spiegarglielo, con scarsi risultati, anche perché evidentemente non è molto interessato all’argomento.
Vi dico soltanto che prima dell’ultimo transfer di congelati mi ha chiesto come stava andando la stimolazione delle ovaie…
Mi sento spesso ripetere che ho fatto TROPPI tentativi (3 sono troppi?? Tra cui solo due stimolazioni?), e che mi sto accanendo.
Ma queste persone si rendono conto che solo la Medicina mi può aiutare a realizzare il mio sogno?
Che se smetto con la PMA rinuncio a diventare madre per sempre? (Madre di pancia, intendo).
Come fanno a dire tanto a cuor leggero una cosa del genere?
Secondo esempio.
Donna, mezza età, che non ha mai voluto figli.
Qualche tempo fa le ho confidato d’aver rifatto “LA COSA” (non so perché ma con certe persone mi vergogno a chiamare la PMA con il suo nome!).
La sua reazione?
“Ma ancoraaaaaaa? L’hai rifatto ancoraaaaa? Ma, insomma! Quante volte ancora hai intenzione di farlo????”
Il tutto, badate bene, detto con tono scocciato, manco stessi facendo un torto a lei.
“Finché non funzionerà…” ho detto io, ridendo imbarazzata.
“E se non funziona cosa faaaaaai?” (immaginatevi una vocina acida e stridula)
“Ci provo di nuovo…”
Sapete qual è la cosa che mi fa più imbestialire?
Io e questa persona siamo molto diverse, conduciamo stili di vita totalmente diversi, abbiamo valori e una morale diversa.
Eppure io non ho MAI osato criticarla. Perché dovrei? La sua vita è sua, le sue scelte sono sue. Se lei è contenta così, benissimo! Basta che nessuno obblighi me a seguire le sue orme!
E allora, perché io devo essere sempre giudicata per le MIE scelte?
Se decidessi di mollare tutto e trasferirmi in Madagascar non potrei forse farlo?
Se decidessi di mollare tutto e farmi suora?
Ma perché la gente deve sempre mettere il becco su tutto?
Anzi, non è questa la cosa che mi fa più incazzare. E’ un’altra.
Ci sono persone che fanno figli perché “così si fa”. Poi magari li amano pure, eh, mica lo metto in discussione, però li fanno perché li devono fare, non perché li desiderano con il cuore.
Ci sono persone che fanno figli… “Per caso”. Ops.
Ci sono persone che sognano di fare carriera, di diventare un medico e di salvare delle vite, di viaggiare il mondo, di diventare attori, cantanti, registi, di fare politica…
E c’è chi sogna di avere una famiglia. La famiglia, i figli, non sono solo degli obblighi sociali, ma possono essere anche il fulcro della vita di una persona. Così è per me. Cosa c’è di sbagliato?
Se io stessi cercando, che ne so, di diventare una cantante e incontrassi delle difficoltà, nessuno mi direbbe di smetterla di partecipare ai provini o di prendere lezioni di canto, magari impegnandomi tutti i giorni per diverse ore e spendendo tanti soldi…
Mi direbbero, invece: “Hai solo 26 anni, non mollare così! Non puoi rinunciare al tuo sogno, sei così giovane!”.
Bene. Il mio sogno è quello di diventare madre. Quindi, secondo questi intelligentoni, a 26 anni dovrei rinunciare al sogno di una vita?
Il mio sogno deve essere trattato come se fosse un capriccio adolescenziale, un’inezia, una sciocchezza? Come se fosse meno importante di una carriera?
No, io non ci sto.
Il mio sogno è mio e nessuno ci può mettere il becco. E io farò di tutto per realizzarlo.
Senza mai prendermi una pausa. Senza fermarmi. Combattendo contro la Natura bastarda.
Solo che, nel frattempo, vorrei che la gente la smettesse di deridere i miei sogni.
E’ già tutto abbastanza difficile senza bisogno di essere umiliata da chi i figli li ha avuti senza neppure sapere come o da chi non li ha mai desiderati.
Sono stanca. Arrabbiata. Ho voglia di piangere. Ma nessuna di queste emozioni ha un suo preciso perché. O forse sì. Non lo so. Non so più niente.
Ieri sera ho avuto una crisi di nervi. Avrei voluto spaccare la casa, e se non l’ho fatto è solo perché mi sono mancate le forze.
Questo è un post transfer molto diverso dal solito.
Mercoledì sono tornata a lavorare, esattamente il giorno successivo al transfer.
Chissà perché, forse sono troppo ingenua e troppo fiduciosa verso il genere umano, ma credevo sinceramente che i miei colleghi sarebbero stati un po’ più rispettosi verso i miei confronti, sapendo quello che sto passando, sapendo che questo è un periodo molto delicato.
Credevo che avessero capito che vado a lavorare (rinunciando alla malattia di cui ho diritto) anche per loro, per non lasciarli nella cacca e per non costringerli, ancora una volta, a sostituirmi (che poi sostituire me è molto difficile, dato che lavoro come tre dei miei colleghi cinquantenni messi insieme…).
E invece, non è andata così. Il giorno in cui sono rientrata al lavoro è trascorso tra stupidi litigi per stupidi motivi di lavoro.
Quando questo accade io divento matta. Comincio a sentire un mal di pancia terribile e il cuore che batte fortissimo.
Perché? Perché tutte a me? Perché tutti mi odiano?
Io devo stare tranquilla! Almeno in questi giorni, devo stare tranquilla! Perché non merito neppure qualche giorno di pace?
Per fortuna poi la situazione si è placata.
Il mal di pancia, però, mi è restato.
Ma non è per questo che sto tanto male.
Non posso bere, non posso fumare. Durante i precedenti post-transfer né l’alcool né il fumo mi sono mancati. Ero convinta che valesse la pena fare quel piccolo “sacrificio” per i miei puntini luminosi, che dovevo fare di tutto per aiutarli a rimanere ben aggrappati alla loro mamma…
Ma, dopo due tentativi falliti, le speranze iniziano a vacillare. Tutto quello che sto facendo, tutti i piccoli “sacrifici” che sto compiendo, probabilmente saranno del tutto vani.
Ho una fottuta voglia di fumare fino a farmi venire la nausea e di trangugiare una bottiglia di Franciacorta, fino a stordire i miei sensi, sperando che l’alcool riesca a farmi ridere, senza un motivo, perché io il motivo di ridere l’ho perso da tanto tempo.
Ma non è neppure per questo che sto male.
Ho deciso di tornare subito a lavorare e fare la vita “normale”, ma devo dire che con tutte le buche che ho preso con la macchina, solo un miracolo potrebbe aver permesso ai miei piccini di sopravvivere.
E quindi, ora, ho pure il senso di colpa per non essere stata a casa in malattia. L’ultima volta, però, mi sono pentita per non essere andata a lavorare.
Sono indecifrabile persino a me stessa.
Ma no, non è per questo che sto male.
Ieri io e mio marito abbiamo incontrato un nostro conoscente, un ragazzo della nostra età. Ieri era estremamente sorridente. Luminoso, direi. Con un gran sorriso ci ha annunciato ch la sua ragazza dovrebbe partorire a giorni. Io sono entrata in macchina senza proferire parola, mentre mio marito è rimasto a scambiare qualche frase di circostanza.
“Lui non ha mica nessuna colpa…” mi ha detto poi, vedendomi tanto amareggiata e conoscendo il motivo del mio disagio.
Lo so che non ha colpa.
Questi due ragazzi sono brave persone. Di certo saranno bravi genitori, non ho motivi per pensare il contrario.
Di certo si meritano di essere genitori…
E perché noi no?
Ma non è per questo motivo che sto male.
I miei genitori hanno ricominciato a litigare.
Avere due genitori che si comportano come adolescenti, una madre che si mette mezza nuda su internet, che minaccia di rigarti la macchina, ti chiama “maledetta” e ti dice che la vita ti punirà… E finire in cura dallo psicologo per questo… Non è il massimo, ve l’assicuro.
Ma no, non è neanche questo il motivo della mia crisi di nervi.
In questi giorni ho realizzato che sono sola. E non solo perché non ho i genitori. Non è di certo la prima volta che mi ritrovo a fare questa affermazione, ma… Ci sono momenti in cui la solitudine pesa di più. Ci sono momenti in cui riesco a dire “chi non mi vuole non mi merita” o “meglio soli che male accompagnati”… Questo, però, non è uno di quelli.
Sicuramente le amiche non mi hanno abbandonata perché faccio del vittimismo. Ogni volta che parlo di me per più di due minuti mi sento in colpa e inizio a riempire il mio interlocutore di domande sulla sua vita, perciò…
Le amiche sono tutte prese dai loro figli, dalla ricerca di un lavoro, dalla loro compagnia di amici…
Io non sono un tipo “da compa”, non ho mai fatto parte di un gruppo, sono più un outsider.
Forse è per questo che non piaccio, chi lo sa.
O forse il problema è che nessuno può e vuole capire cosa significhi quello che sto vivendo da un anno a questa parte. La gente si stanca presto dei drammi, anche se la persona che li subisce cerca di affrontarli con il sorriso, senza far pesare il suo dolore sugli altri…
Ma il bello è questo. Io non voglio amiche con cui devo reprimere me stessa, con cui devo trattenere le lacrime per non sembrare quella che fa del vittimismo, con cui devo ridere a forza per sembrare simpatica… Io voglio amiche con cui posso piangere, e urlare, e chiedermi perché Dio mi odia tanto, e immaginare quel figlio che forse mai arriverà, e lasciarmi coccolare…
Oggi ho cominciato a ricontattare amiche che non sento da un pezzo, sperando di riallacciare qualche rapporto. Probabilmente in poche risponderanno, e forse solo una o due accetteranno il mio invito, ma… Se riuscissi a ritrovare anche solo un’amicizia, un’amicizia vera, sarei già felice.
E… No, non è questo il motivo per cui sto male.
Oggi io e mio marito siamo andati a trovare La Nonna nella casa di riposo. Non sono neppure sicura che mi abbia riconosciuto.
Mi ha pregato, più e più volte, di portarla a casa, perché lì non ci vuole stare… Io non sapevo cosa risponderle, mi veniva solo da piangere.
Poi, guardando me e mio marito, ha chiesto se siamo sposati.
“Sì,” abbiamo detto.
“E bambini, ne avete?”
Io e mio marito ci siamo guardati, sconsolati.
“No, nonna, non ne abbiamo…”
“Ah… Beh, fate bene, se volete avere più tempo libero per voi!”
“Eh già… E’ proprio così.”
La stessa conversazione si è ripetuta per tre – TRE – volte. Sigh.
Poi La Nonna ha voluto sapere come sta SUA MAMMA. Non potevo mentirle, e così le ho detto che è morta undici anni fa. Lei sembrava non ricordarsi nulla, e mi ha guardato sgranando gli occhi. Sembravano quelli di una bambina. Innocenti. Buoni. Spaventati.
“E’ morta?”
“Sì, ma… Era molto anziana… Se fosse viva, ora, sarebbe veramente molto, molto vecchia…”
Poi La Nonna si è rinchiusa nel suo silenzio. Le ho chiesto di parlarmi, di dirmi cosa provava, e lei mi ha detto soltanto che le emozioni erano troppe.
“Tutto il tempo che sono stata qui io ho pensato alla mia mamma… E ora tu mi dici che non c’è più!”
Da quando è entrata nella casa di riposo La Nonna è sempre più magra e sempre più lontana… Sta perdendo completamente la memoria, e io non posso permettere che questo accada! Ho provato a ricordarle alcuni momenti della sua vita, l’ incontro con suo mio marito, l’ufficio in cui lavorava, di quando il pippo sparava e lei doveva buttarsi nel fosso, di quando curava sua madre morente, e ho cercato di farle ricordare anche gli ultimi anni, quando ha vissuto con mia madre e mio padre, e i gattini che si accucciavano sul suo letto e le facevano compagnia… Niente. Sembrava non ricordarsi niente.
Poi, come succede sempre, dopo qualche minuto è andata in trance, e… Non c’è stato verso di farla parlare di nuovo. Io e mio marito ce ne siamo andati, lasciandola alle cure della suora e promettendole che saremmo tornati al più presto.
E io, ancora una volta, per l’ennesima volta, ho pensato a quanto sia bastardo il destino.
Se io e mio marito avessimo un bambino… Sono sicura che lui/lei sì che sarebbe capace di riportare La Nonna alla vita!
E riporterebbe alla vita anche me… Ma quel bambino non c’è. Quell’ ingenuità, quella speranza, quella dolcezza, quel futuro non c’è. E a noi non resta che piangere e tacere.
Non è neppure questo a farmi stare male…
E’ tutto questo messo insieme.
Tutto questo è troppo per me. Troppo!
Ma penso che potrei affrontare tutto se non mi sentissi tanto VUOTA.
No, non sono mezza piena. E neppure mezza vuota. Sono proprio vuota.
Me lo sento.
E’ così.
Non è per essere pessimisti, o vittimisti, o chissà cos’altro.
E’ che non ho motivi per credere il contrario.
Questa volta ho deciso di anticipare ulteriormente il test di gravidanza. Lo farò venerdì prossimo, al 10° pt.
Se fossi incinta si dovrebbe già vedere. E se sarà negativo, almeno potrò evitarmi di passare un altro week end chiusa in casa.
Potrò ubriacarmi, fumare, e anche se poi passerò la notte chinata sul cesso a vomitare, almeno per qualche ora starò bene.
Certo, quando poi l’effetto dell’alcool sarà finito tutto sarà triste come prima.
Ma sembra proprio che qualche ora di finta euforia sia tutto ciò che posso avere, tutto ciò che mi merito.
L’unica cosa di cui sono sicura è che se non diventerò mamma al più presto, diventerò senz’altro un membro dell’Alcolisti Anonimi.
Oh, io tutta questa magia nella neve non la riesco a vedere. Certo, è divertente vedere i bambini tirarsi le pallonate di neve o costruire pupazzi, ed è meraviglioso osservare un bel paesaggio candido… Quando sono in vacanza in Alto Adige, però! Qui in città vedo solo i disagi. Morti e feriti in incidenti stradali, persone che si fanno male cadendo sul ghiaccio, anziani bloccati in casa, anziani che si ostinano a voler uscire da soli e poi cadono perché i marciapiedi sono scivolosi, animali selvatici che non riescono a trovare il cibo, strade intasate – con conseguente inquinamento…
E poi, a dirla tutta, la neve è bella quando è fresca, ma già il giorno successivo diventa nera. E non è un bello spettacolo. Bleah.
Forse non si è capito, ma a me la neve non piace. Tranne che in montagna. Non mi piace soprattutto quando ho in programma un transfer. E non mi piace anche perché la sottoscritta è leggermente imbranata e sul ghiaccio rischia sempre di cadere e rompersi l’osso del collo.
Oggi le strade erano – con mio grande stupore – pulite. Io e Marito siamo arrivati al centro PMA in anticipo e senza problemi, così come l’equipe medica. Gli embrioncini sono sopravvissuti entrambi (!) allo scongelamento. Il transfer è stato totalmente indolore. Non so come, ma sono riuscita a rilassarmi! Anche l’infermiera mi ha detto “brava”. Penso fosse sollevata dal fatto che non le avessi spaccato la mano come l’ultima volta.
Insomma… E’ andato tutto bene. Le mie paranoie di ieri ora sembrano alquanto stupide.
Ma io sono felice di essere stata in pena. Eh sì, perché, se non fossi stata tanto pessimista, non avrei potuto gioire per la piccola vittoria di oggi.
Domani tornerò a lavorare. Ho sempre passato le settimane post-tranfer a casa, da sola, nel mio mondo ovattato… E’ strano pensare di vivere normalmente, di stare in mezzo agli altri, in queste condizioni…
Come sa qualsiasi donna che si è sottoposta alla PMA, il periodo di tempo tra il transfer e il fatidico giorno del test di gravidanza non è un periodo normale.
Non importa con quale spirito una donna affronta questo percorso. Non importa se è piena di speranze, se è disillusa e pessimista, o se ha deciso di prendere tutto alla leggera, senza farsi troppe paranoie.
Questi non sono giorni normali.
Sono i giorni dell’attesa.
So già che domani, e nei prossimi giorni, ogni tanto in ufficio mi metterò a ridacchiare da sola, poi ad un tratto i miei occhi si faranno umidi e tristi… Mi accarezzerò la pancia, così, senza pensare, e poi me ne vergognerò… Avrò la testa tra le nuvole, persino più del solito, perché non importa se io non sono tecnicamente incinta, se i miei puntini luminosi sono per ora soltanto una potenzialità di vita, se le probabilità che questo sogno si avveri sono soltanto del 20-30%. Non importa.
Io SO di avere due puntini luminosi dentro di me. Due puntini che devono lottare per rimanere ben aggrappati alla loro mamma. Non so se ce la faranno, ma so che ci sono. Sono qui, dentro di me. Forse sono destinati a morire, forse non cresceranno, forse daranno origine ad una vita che si interromperà subito…
Forse, forse, forse… Forse rimarranno dentro di me. Forse ce la faranno. Ce la faremo.
E’ una sensazione che poche donne possono provare… In effetti, solo quelle che si sottopongono alla PMA. Chi cerca figli in maniera naturale non ha alcun mezzo per poter sapere se il concepimento è avvenuto oppure no… Scoprono di avere una vita dentro di sé soltanto quando quel benedetto test di gravidanza diventa positivo. Ma, a quel punto, è già chiaro che l’embrione si è impiantato nell’utero. Queste donne non possono sapere quante potenzialità di vita si sono formate dentro al loro corpo, per poi lasciarle prima di diventare qualcosa di più. Sono fortunate, loro. A noi tocca pure questa tortura. Sapere di avere qualcosa dentro, senza poter conoscere il suo destino.
Io nei giorni post transfer mi sento diversa. No, non parlo di fantasintomi. Quelli ho imparato ad ignorarli. Parlo proprio a livello mentale, spirituale, chiamatelo come volete.
Non posso dire di sentirmi incinta, perché sarebbe ridicolo. Ma non mi sento più tanto vuota. Perché non la sono.
Mi sento… Mezza piena, diciamo!
Purtroppo sono poche le persone che possono capire cosa sto provando ora. E so già che domani e nei prossimi giorni, mentre con sguardo sognante mi accarezzerò la pancia, molti colleghi mi guarderanno con un misto di stupore e compatimento.
Ma chi se ne frega.
Io non sono più vuota.
Spero solo che questa sensazione duri più di quattordici giorni.
Sabato ho fatto un altro controllo ecografico, e la ginecologa ha deciso di posticipare il transfer a domani, invece di procedere oggi come previsto.
Ovviamente non bastavano tutte le mie paranoie dovute al timore di soffrire come l’ultima volta, alla paura che i due embrioni rimasti non riescano a sopravvivere allo scongelamento, alla mia decisione di non restare a casa in malattia ma andare a lavorare come se niente fosse (e se l’ascensore si rompesse e dovessi fare le scale? E se i colleghi o il capo mi facessero incazzare e io perdessi le staffe?)… No! Ci voleva pure la neve!
Giuro, non credo di aver mai visto tanta neve come oggi. Probabilmente avrò già ripetuto questa frase almeno un paio di volte negli ultimi anni ma, si sa, si tende a dimenticare certi eventi.
E’ inverno, è ovvio che nevichi. Non è un fatto così straordinario, come vogliono farci credere i telegiornali. Però… Oggi abbiamo visto diverse auto e camion finiti nei fossi, la macchina di Marito, dotata di gomme invernali, faticava a procedere, e la strada di campagna in cui abitiamo è stata totalmente ignorata dai contadini addetti a spalare la neve… Un inferno bianco, insomma!
Quindi ora, oltre alle suddette paranoie, si sono aggiunte le seguenti paure: e se la ginecologa/biologa/infermiera domattina non riuscissero a raggiungere il centro PMA? E se NOI non riuscissimo ad arrivare? E se le strade facessero schifo come oggi e le vibrazioni della macchina durante il viaggio facessero male agli embrioncini?
Ma la paura più grande, in realtà, è sempre una. E se non si potesse fare alcun transfer? Se gli embrioni non riuscissero a sopravvivere allo scongelamento?
Se non ricordo male, le statistiche dicono che il 50% circa degli embrioni scongelati non sopravvive. Quindi, se siamo fortunati ne potrebbe rimanere uno… Se siamo sfigati (e noi lo siamo) nessuno.
Io e Marito abbiamo, già dall’ultimo fallimento, deciso di prendere questo tentativo con molta leggerezza, senza pensare e sperare troppo.
In realtà è soprattutto lui a pensarla in questo modo. Io gli ho detto di essere d’accordo, ed è così, ma… In fondo al cuore, non posso che sperare che questi puntini luminosi nati sotto una cattiva stella possano, finalmente, prendere vita.
Ho assolutamente bisogno di qualcosa in cui sperare, di qualcosa in cui credere…
Ma forse ha ragione Marito… Se anche questo tentativo fosse destinato a finire male, sarebbe meglio se le nostre speranze svanissero domani, e non dopo quattordici giorni di illusioni…
A questo punto, non so più nemmeno io in cosa sperare.
Pregare affinché questi embrioncini sfigati attecchiscano e diano vita ad un miracolo è pretendere troppo, vero?
Da quando ho aperto questo blog mi sento meno sola. Non solo perché posso sfogare la mia frustrazione, la mia rabbia e il mio dolore nero su bianco, ma soprattutto perché ho avuto la possibilità di conoscere tante meravigliose donne che, come me, devono convivere con una diagnosi di infertilità, con un desiderio che si è trasformato in sogno, con un’ attesa che è diventata infinita e stancante.
Alcune hanno deciso di adottare anziché ricorrere alla PMA, altre sono all’inizio del cammino, altre ancora hanno alle spalle tanti, troppi, tentativi falliti, ma ancora sperano, altre ancora si sentono svuotate da ogni speranza e timorose verso il futuro, e altre ancora hanno deciso di arrendersi.
Non ho mai riflettuto molto attentamente sull’impatto che il racconto dei miei insuccessi potrebbe avere sulle altre donne, forse perché io stessa non vengo influenzata negativamente quando leggo di chi è al sesto o settimo tentativo e ancora non ce l’ha fatta… Sono sempre stata ingenuamente convinta (ultimamente un po’ meno, ad essere sincera) che le statistiche non contassero nulla, che io e Marito ce l’avremmo fatta in pochissimo tempo a realizzare il nostro sogno.
Ormai è passato più di un anno dall’inizio di questo calvario, e questa certezza comincia a venire meno.
E, leggendo le storie di queste donne, mi rendo conto che le parole hanno un peso, che chi mi legge non lo fa soltanto per sentirsi un po’ meno sola nella sconfitta, ma magari anche per ritrovare la speranza… Speranza che io non sempre riesco a dare. Chi si sta avvicinando per la prima volta alla PMA, leggendo i miei racconti, non è che possa sentirsi molto rincuorato, in effetti.
Gravidanza biochimica, iperstimolazione, mancato attecchimento… Direi che il bilancio non è molto positivo, soprattutto considerando che le probabilità sono dalla mia parte, essendo giovane.
Quando una donna mi confessa di sentirsi timorosa al pensiero della PMA, io cerco di infonderle speranza. Anche se ho perso la sicurezza dell’inizio, mi sento ancora molto agguerrita e fiduciosa verso la Medicina.
Allo stesso modo, però, non riesco e non posso giudicare o cercare di far cambiare idea ad una donna che ha deciso di dire “basta”.
C’è chi decide di desistere per sopraggiunti limiti d’età, perché ha provato numerose volte e non ce la fa più a sopportare il calvario analisi-ormoni-attesa-insuccesso, o perché ha preferito ricorrere all’adozione.
Ultimamente ho cominciato a riflettere molto su questo. Quand’è il momento di dire “basta”?
Io credo che questo momento sia altamente soggettivo. Io, per esempio, di fermarmi per ora non ne ho la benché minima intenzione.
Però… Da un anno a questa parte ho messo la mia vita in stand-by. Come dicevo, all’inizio io e Marito eravamo talmente convinti di farcela in poco tempo, che abbiamo rinunciato a programmare qualsiasi vacanza, gita fuori porta, impegni vari… Abbiamo persino rinunciato a comprare i biglietti per un concerto che ci interessava. Da un anno siamo (soprattutto io) concentrati soltanto sulla PMA.
Perché prenotare una vacanza? Perché comprare i biglietti per il concerto? Perché organizzare una cena tra amici? Perché accettare l’impegno lavorativo? Magari in quella settimana sarò sotto ormoni, oppure dovrò fare il pick up, oppure il transfer, oppure potrei essere incinta, e non ci potremmo andare!
Avete idea di cosa vuol dire vivere per un anno intero così? Rinunciare a tutto, anche alla cosa più banale, per una speranza che non si avvera mai, che viene sempre disattesa?
Bene. E’ arrivato per me il momento di dire “basta”. Non “basta” con la PMA, sia chiaro. Ma voglio smetterla di tenere la mia vita in pausa. Ora schiaccio il tasto “play” e ricomincio a vivere. A godermi tutto quello che posso godermi in una vita senza figli. E non importa se dovrò cancellare degli impegni presi, deludere qualcuno o perdere dei soldi perché proprio il giorno del concerto devo fare il pick up, o perché il giorno della riunione devo assentarmi per il transfer. La PMA verrà sempre prima di tutto, ma tra un tentativo e l’altro, tra una speranza e l’altra, c’è la vita da vivere.
Quando e se finalmente il mio sogno si avvererà, schiaccerò di nuovo il tasto “pausa”… Ma solo perché avrò qualcosa di molto più importante di cui occuparmi!
Proprio ieri sono stata convocata dal mio capo reparto. E’ raro che parli con lui, solitamente mi rapporto con capi più vicini a me nella gerarchia aziendale. Sapevo che si trattava di qualcosa di importante. Mi ha proposto (a dire il vero non mi ha dato la possibilità di dire “no”…) di seguire un importante progetto aziendale, che mi terrà molto impegnata e che mi obbligherà anche ad una trasferta a Milano.
Io non ho ambizioni di carriera, penso che questo sia evidente… Il mio sogno è quello di essere circondata da bambini e animali, di curare loro, la casa e Marito, non sono di certo il tipo che ambisce a stare in ufficio fino alle otto di sera.
Comunque, volente o nolente, io devo lavorare, perché il mio stipendio serve, perciò preferisco passare il tempo in ufficio facendo qualcosa di stimolante e magari anche gratificante.
Non è il mio obiettivo principale, ma è qualcosa che mi interessa.
Quando il capo mi ha “proposto” (ripeto, la sua non era una richiesta…) di occuparmi di questo progetto, la mia prima reazione, che ho tenuto per me naturalmente, è stata: “Ma proprio ora che sto facendo la PMA?”
Poi, però, mi sono resa conto che è ormai più di un anno che sto pensando solo e soltanto alla PMA, che rimando ogni impegno, che metto tutto in secondo piano. E, quindi, mi sono detta che questa potrebbe essere un’occasione per ricominciare, per distrarmi, senza mai dimenticare, però, l’obiettivo principale.
Non ho idea se questo impegno che ho “accettato”, o che sono stata costretta ad accettare, mi potrà piacere. Forse sarà solo una gran rottura di coglioni. In tutti i modi, voglio provarci.
Il capo reparto mi ha anche detto che è a conoscenza delle mie numerose assenze nell’ultimo anno, e che di certo non devo sentirmi in colpa per questo… Ci mancherebbe altro! Non mi sono mai sentita in colpa per essere stata a casa in malattia, dato che è un mio diritto e dato che lui è l’ultima persona a poter capire cosa sto passando. Credo che con la sua osservazione non volesse rincuorarmi ma, in realtà, ottenere esattamente l’effetto contrario… Ovvero farmi sentire in colpa e obbligarmi ad accettare questo impegno.
In tutti i modi, io ho colto la palla al balzo e gli ho fatto notare che i miei “problemi di salute” non sono stati risolti, che devo continuare le mie “cure”, ma che cercherò di rispettare gli impegni lavorativi, basta che mi vengano comunicati in anticipo… Ho fatto bene?
E se rimango incinta, saluti a tutti e il progetto se ne va a quel paese. Se quando torno dalla maternità decidono di piazzarmi uno stanzino lugubre a schiacciare dei tasti tutto il giorno, beh, peggio per loro. Non ci rimarrò male, avrò altro a cui pensare. Qualcosa che non è neppure paragonabile ad uno stupido progetto. Ma… Visto che quel “qualcosa” per ora non c’è… Meglio approfittare di ogni occasione che la vita mi regala. Anche se poi si tratta di una delusione. In fondo, anche con la PMA funziona così, no? Speri, speri, speri… E cadi a terra quando va male. Se va bene, però… E’ tutta un’altra storia.
P.S. Oggi ho fatto la prima eco di monitoraggio. Devo tornare sabato e, se tutto va bene, dovrei fare il transfer lunedì prossimo… Sempre che i bimbi sopravvivano allo scongelamento.
Sono passati otto giorni da quando ho scritto quel triste e laconico post per annunciarvi che, sì, ho fallito di nuovo.
Mi sembra passato un secolo.
Quanto tempo pensavate che mi sarebbe servito per rimettermi in piedi, per ricominciare a combattere?
Ormai l’avrete capito. Non perdo tanto tempo a piangere. Anzi, in realtà sì, ma nel frattempo faccio dell’altro.
Pensare, pianificare, chiamare a destra e a manca, sperare, immaginare, sognare. Questo è ciò che mi fa stare meglio. Fare qualcosa.
Non importa quante volte dovrò passare dal via, quante volte dovrò pescare quella cazzo di carta degli imprevisti o quante volte mi dovrò fermare in prigione, prima o poi arriverò a quel cavolo di Parco della Vittoria!
Lunedì sono tornata a lavorare. Mi sembra quasi di non essere mai stata assente dall’ufficio. Non ho faticato a riabituarmi al ritmo lavorativo, né all’ambiente. I colleghi sono quelli di sempre, il lavoro è quello di sempre, le colleghe di ogni età mostrano fiere i loro pancioni, come sempre, io sono vuota, come sempre.
Niente è cambiato. E non ne sono sorpresa.
Martedì scorso avrei voluto scrivere un posto molto più lungo ma, giuro, mi mancavano le forze. Ho scritto quelle poche righe soltanto perché ho pensato che, forse, da qualche parte, c’era qualcuno che voleva sapere come fosse andata. Il mio silenzio poteva far pensare che fossi talmente impegnata a gioire da dimenticarmi del blog. Ah ah. Magari.
In questi giorni sono successe tante cose. Talmente tante, che ho bisogno di mettere tutto per iscritto per riuscire a fare un po’ di ordine nella mia testa.
Avevo programmato di fare il test di gravidanza e le analisi delle beta hcg al dodicesimo giorno post-transfer, martedì scorso, in anticipo di due giorni rispetto a quello che mi aveva detto il centro PMA (ma io faccio di testa mia, e ormai sono abbastanza esperta per sapere che al 12 p.t. il risultato è già sicuro).
Non amo ripercorrere quei momenti, ma parlarne mi fa bene, mi aiuta a confrontarmi con la realtà, perciò vi voglio raccontare per filo e per segno cos’è accaduto.
Dopo giorni in cui ero rimasta a letto fino alle undici del mattino, martedì ho programmato la sveglia per le sette in punto. Mi sono svegliata un’ora prima, sudata e con il cuore che batteva a mille.
Non volevo alzarmi, però. Avevo paura di fare quel maledetto test. Sapevo cosa sarebbe successo, così volevo crogiolarmi ancora un po’ nella speranza. Mentre Marito russava beatamente accanto a me, io, nel buio e sottovoce, ho mormorato una decina di Ave Maria. A chi altro dovevo rivolgermi, se non alla Madre per eccellenza?
Poi ho pregato il Signore di aiutarmi ad accettare il risultato, qualsiasi esso fosse. Ma, dopo aver riflettuto un attimo, gli ho anche chiesto perdono in anticipo, perché sicuramente mi sarei arrabbiata con Lui, se fosse andata male. Io metto sempre le mani avanti, anche nelle faccende divine… Ma ormai Dio mi conosce, sa come sono fatta.
Quando Marito si è alzato ed è sceso in cucina a preparare la colazione, io sono andata in bagno a fare il test. Non voglio che stia vicino a me in questi momenti. E’ qualcosa che devo affrontare da sola.
Ho continuato a pregare nella mia mente mentre facevo la pipì sopra lo stick (brutta immagine, lo so), poi ho appoggiato il test sul bordo del lavandino e per diversi minuti ho continuato a guardarlo, muovendomi nervosamente, come se stessi facendo una specie di danza tribale (sembrava più una tarantella, in realtà).
Sudo freddo mentre aspetto il loro verdetto…
Dubito che Baby K si riferisse all’attesa per l’esito del test di gravidanza mentre scriveva questi versi, ma il bello della musica, e dell’arte in generale, è che può essere interpretata in mille modi diversi a seconda delle persone e delle loro emozioni.
Ma torniamo al test. Siete curiose di sapere cos’è successo, eh…? Mi piace creare suspense. Chissà, magari con quelle due tristi righe che ho pubblicato otto giorni fa ho preso per il culo tutti quanti… Magari sono incintissima… Ma anche no.
Una linea è apparsa e una linea è rimasta. Una fredda, orribile, crudele linea. L’altra finestra è rimasta vuota. Tristemente vuota, bianca, pallida, come il mio volto.
Io lo sapevo, me lo sentivo. Non mi sono neanche messa a piangere. Anzi, ho iniziato a ridere, e mentre ridevo continuavo a ripetere: “Grazie, Dio… Lo sapevo che non mi avresti deluso neanche stavolta, non ti smentisci mai… Te l’ho detto che ti avrei odiato, non dire che non ti avevo avvertito!”
Queste parole suonano peggio di una semplice bestemmia esclamata come intercalare, lo so.
Chissà cosa mi aspettavo. Forse che Dio, o chi per Lui, si sentisse in colpa, che improvvisamente su quel maledetto test comparisse una seconda linea, che ad un tratto nascesse la vita dentro di me… Ma i miracoli non esistono e, anche se esistessero, di sicuro non capiterebbero a me.
Sono scesa in cucina da Marito. Aveva già capito tutto dal mio passo pesante.
“Non ho mai visto un test più negativo, cazzo.”
Lui mi ha guardata con occhi sgranati.
“Quindi è negativo?” Cosa ti ho appena detto?
Mi sono vestita con le prime cose che ho trovato in camera. Jeans sporchi di zampate fangose di cane e un maglione spelacchiato. Marito mi ha accompagnato al laboratorio per fare le analisi del sangue. Il viaggio in auto è stato surreale. Siamo rimasti in silenzio a lungo. Cosa c’era da dire?
Poi ad un tratto Marito ha parlato.
“Forse il test era scaduto…”
“Ho controllato la data di scadenza.”
“Forse l’hai fatto male…”
“Devo fare la pipì su un cazzo di stick. Credo di esserne in grado.”
“Forse faceva parte di una partita avariata…”
“Forse, semplicemente, è andata di nuovo male.”
Silenzio.
“Riproveremo, dai. In un qualche modo ce la faremo.”
“Dici?”
Quando siamo arrivati al laboratorio ero talmente incazzata che avrei mangiato tutti: receptionist, infermiera, pazienti in attesa.
sono troppo aggressiva
sono solo questa
mi vorrebbero più figa
sono solo questa
dovrei fare la signorina
sono solo questa
il prossimo che arriva
giuro gli stacco la testa
Mi sono avvicinata al bancone dell’accettazione.
“Devo fare le analisi delle beta hcg.”
“Certo, signora. Ha già fatto un test di gravidanza?”
“Sì. Era negativo.”
“Ah. Ha un ritardo, quindi?”
“NO. Ho fatto la fecondazione assistita. Devo controllare se è successo qualcosa…”
“Capisco…” No, non puoi capire, avrei voluto rispondere. E gridare qualche parolaccia random.
Dopo aver fatto un piacevolissimo prelievo di sangue io e Marito siamo tornati a casa. Lui poi è uscito per andare al lavoro, mentre io ho speso il resto della mattinata a vegetare sul divano e, porca puttana, durante quell’ennesima attesa ho continuato ad illudermi, a sperare, come una scema. Magari il test era veramente difettoso…
A mezzogiorno, come da accordi, ho chiamato il laboratorio. Sudavo, le mani mi tremavano, sembravo una tossica in crisi d’astinenza.
“Vorrei sapere il risultato delle analisi delle beta hcg che ho fatto stamattina…”
“Subito, signora… Aspetti che guardo…” Muoviti, cazzo. Ora sto proprio a rota.
“Eccomi. Dunque, vediamo… Il valore è inferiore a 2. Va bene?”
No, non va bene, stronza.
“Grazie. Arrivederci.”
Ho riattaccato il telefono. E finalmente ho pianto. Imprecato. Urlato. Poi pianto di nuovo.
Sparami
sparami adesso
spara tutto quello che hai ora
sparami addosso
che dopo non mi fermi mai
spara sparami ma non sbagliare
che se tocca a me ti faccio male
spara ora o mai più
sparami adesso
Mi sono rimessa a vegetare sul divano. I miei cani hanno capito che c’era qualcosa che non andava. Magari gli amici fossero intelligenti come loro!
Si sono accucciate vicino a me, una ai miei piedi e l’altra sul divano. Ha appoggiato il muso sul mio ventre. Io l’ho lasciata salire, anche se non è propriamente linda e Marito si arrabbia sempre… Ma sapevo che quel giorno non avrebbe osato sgridarmi.
Dopo poco Marito è tornato dal lavoro per la pausa pranzo. Laconicamente gli ho comunicato l’esito delle analisi. Non so perché, ma ho trattenuto le lacrime davanti a lui.
Vergogna? Desiderio di mostrarmi forte? Non lo so.
Mentre parlavo non mi sono nemmeno alzata dal divano. Non ne avevo le forze.
Lui si è steso vicino a me, mi ha abbracciato e si è messo a piangere. E’ raro vederlo piangere. Gli uomini in genere non lo fanno spesso, e lui non fa eccezione. Pensava che fossi arrabbiata con lui, che lo odiassi. Ma non era così.
Sono io a non essere riuscita a dare la vita a quei piccoli puntini luminosi…
Forse è colpa mia. O forse di Dio. Forse è una punizione divina. Non lo so, non so più niente. Non so neanche con chi prendermela.
Nel pomeriggio ho chiamato il centro PMA per comunicare l’esito delle beta. La segretaria mi ha detto di ripetere il test dopo due giorni, al 14 pt.
“Oggi è il 12 pt,” ho detto io, “si sarebbe dovuto già vedere un risultato positivo, se fossi incinta. Non posso sospendere le terapie?”
“No, no, continui le terapie, signora… E ripeta il test tra due giorni. Non so, magari sarà ancora negativo, ma lei lo ripeta, poi ci sentiamo!”
Ma vaffanculo.
Quella sera Marito è partito per una riunione di lavoro, ed è tornato il giorno successivo. Mi ha chiesto se volevo che restasse, ma gli ho detto di no. Avevo bisogno di stare da sola. Ho passato la sera a bere e fumare. Dopo tanti giorni di astinenza le sigarette avevano un sapore strano, e due bicchieri di vino sono bastati a farmi venire la nausea e il mal di testa. Nei giorni precedenti né l’alcool né il fumo mi erano mancati, ma quando sto male, male dentro intendo, sono solita cercare di fare de male anche al mio corpo. Sono autodistruttiva.
Giovedì ho ripetuto il test. Un altro negativo. Negativissimo. E che mi aspettavo?
Ho chiamato il centro PMA per confermare il fallimento. La segretaria mi ha parlato con voce allegra, sembrava avere fretta e che non gliene fregasse niente. Ma vaffanculo (e due). La ginecologa ha detto che dovevo interrompere le terapie, che ormai non servivano più.
Intanto le ho chiesto se potevamo procedere subito con il transfer degli ultimi due embrioni rimasti. Mi ha risposto che sì, si può riprovare subito se me la sento, e che non appena mi fossero arrivate le Malefiche avrei potuto ricominciare la terapia con il Progynova per preparare l’endometrio.
Questa volta, stranamente, il ciclo non si è fatto attendere più di tanto. Domenica mattina mi sono svegliata con dei terribili dolori alla pancia, che mi sono durati per ben due giorni. Nonostante il dolore ho gioito, e ricominciato subito la terapia.
Giovedì prossimo dovrò fare la prima ecografia e, secondo i miei calcoli, tra un paio di settimane, o forse anche meno, potrò fare il transfer.
Ma questa volta né io né Marito siamo speranzosi. Abbiamo deciso di affrontare il prossimo tentativo con più calma. Non starò a casa in malattia, ma andrò a lavorare. A che serve vegetare sul divano? A masturbarmi mentalmente, a riempirmi di paranoie, le stesse che consiglio agli altri di dimenticare? A sperare invano?
E poi, può anche essere che non si possa neppure fare il transfer. Gli embrioni congelati sono più deboli di quelli freschi, ne sono rimasti soltanto due, ed è possibile che, una volta scongelati, muoiano entrambi prima di essere trasferiti dentro di me. Anche la ginecologa mi ha detto che c’è la possibilità che non sopravviva nessuno dei due. Certo, dovremmo essere proprio sfigati. Ma in questo periodo non è che ci sentiamo molto fortunati, eh.
Quello stesso giorno io e Marito abbiamo parlato a lungo, cercando di capire cosa avremmo fatto nel caso in cui fosse andata ancora male, futuro che ormai diamo già per scontato. Abbiamo deciso di provare di nuovo, nel caso di un altro insuccesso, ma di rivolgerci ad un altro centro PMA.
Il capo di Marito ci ha consigliato una clinica privata che si trova a Bologna. Non voglio fare pubblicità perciò non dirò il nome, ma se a qualcuno dovesse interessare potete contattarmi in privato.
Giovedì, subito dopo aver riferito il risultato negativo al centro PMA di RE, ho chiamato la clinica di Bologna.
Pensavate forse che avrei aspettato? Dai, ormai mi conoscete.
Mi hanno dato appuntamento per il giorno successivo. Io ho accettato al volo, approfittando del fatto che ero ancora in malattia e almeno non avrei dovuto chiedere l’ennesimo permesso (dopo sedici giorni di malattia non è il massimo).
Durante il viaggio per Bologna mi sentivo euforica. In autostrada non ho fatto altro che guardare e riguardare la carpetta contenente tutte le nostre analisi e cartelle cliniche, controllando di averle sistemate correttamente in ordine cronologico.
La mia vita mi sta sfuggendo di mano da troppo tempo, le poche cose che posso comandare voglio che siano perfette.
Il centro PMA di Bologna è facilmente raggiungibile. Non è dotato di un parcheggio privato, ma davanti ci sono dei posti a pagamento. Tanto, dovremo spendere altre migliaia di euro, qualche monetina in più non fa la differenza.
La clinica è grande e pulita. Le segretarie sono gentili. Visto che era la prima consulenza, ci hanno fatto compilare un modulo con mille domande (dati anagrafici, peso, durata del ciclo, precedenti tentativi di PMA).
Nella sala d’aspetto c’erano diverse persone, e temevo che il medico fosse in ritardo. Noi eravamo abbastanza in anticipo, perciò ci siamo messi pazientemente ad aspettare. Ci hanno chiamati (per numero, non per nome, per motivi di privacy) in perfetto orario… Almeno credo, mi ero distratta leggendo Vanity Fair – e in particolare un articolo che parlava delle coppie gay/lesbiche e dei loro figli.
Cazzo, pure i gay hanno i figli e noi no! Io sono una paladina dei diritti dei gay, però questo proprio mi fa incazzare! Se Ricky Martin ha tre figli li voglio pure io, ecchecavolo!
Il medico, un tipetto biondo, magrolino, ci ha accolto nel suo studio e, anche se la consulenza è durata un’ora, non ha mai mostrato impazienza né fastidio. Mi ha dato l’idea di essere un uomo di poche parole, ma serio e capace di fornire spiegazioni chiare ed esaurienti.
“Signora, mi ha portato qualche analisi?”
A quelle parole mi sono illuminata. Gli ho messo sulla scrivania il mio faldone del peso di due chili circa.
“E’ tutto in ordine cronologico, dottore!” gli dico, orgogliosa di me stessa (avevo passato un’ora il giorno prima a mettere a posto tutto!)
Il dottore ha letto tutte le analisi in silenzio e, infine, ha detto: “Quindi voi avete un problema maschile…” Ma va?
Quando ha finito di guardare le analisi, io ho tirato fuori il foglio su cui avevo annotato tutte le domande da porgli. Marito ha alzato gli occhi al cielo. A me non importava. Ora non mi faccio più fregare. Stavamo decidendo la nostra felicità, la nostra vita. Volevo sapere tutto quello che si poteva sapere. In realtà non ho dovuto guardare il foglio neppure una volta perché, incredibilmente, il dottore ha risposto a tutte le mie domande senza neppure bisogno che fossi io a rivolgergliele. E questo mi è piaciuto assai.
In breve, vi espongo le ragioni che mi fanno ben sperare in questo centro e, ovviamente, anche i punti negativi.
I PRO:
1. Prima che fossi io a chiederlo (era una domanda della mia lista), il medico mi ha domandato se avessi mai fatto degli esami specifici all’utero. Io gli ho risposto di no, e lui mi ha detto che sarebbe il caso di farli, per vedere se c’è qualcosa che non va. Mi ha proposto di fare, al posto dell’isteroscopia che è piuttosto invasiva, un’ecografia in 3d, che non mostra proprio tutto quello che mostrerebbe un’isteroscopia, ma che può far capire se c’è qualcosa che non va. Se così fosse, dovrei poi procedere con l’isteroscopia, in caso contrario, no.
Non penso che me l’abbia proposto per guadagnare, visto che mi ha detto che sicuramente nella mia città posso trovare uno studio che effettua le ecografie in 3d, senza bisogno di andare da loro a Bologna.
2. Il medico ha consigliato a Marito di effettuare un test di frammentazione del DNA degli spermatozoi. I risultati di questo test non vengono mostrati da un normale spermiogramma. Questo test è costoso (circa 250 euro) ma necessario nei casi di grave infertilità maschile. Peccato che nessuno ce l’abbia consigliato prima (e io non sapevo neppure che esistesse)!
3. A causa del nostro problema di infertilità, il medico ci ha proposto di integrare la tecnica ICSI con un’eventuale IMSI.
Il centro PMA di RE che ci ha seguito finora non utilizza questa tecnica, che aiuta il biologo a scegliere gli spermatozoi migliori. In una ICSI normale gli spermatozoi vengono scelti osservandoli tramite un microscopio che li ingrandisce di 400 volte, mentre quello utilizzato nell’IMSI li ingrandisce fino a 6600 volte! Quindi è molto più facile individuare eventuali problemi.
Il mancato utilizzo di questa tecnica POTREBBE essere la causa dei nostri insuccessi. Un embrione creato utilizzando spermatozoi che presentano frammentazioni (non visibili con il microscopio utilizzato per l’ICSI, ma visibili con l’IMSI), apparentemente sano, potrebbe non essere in grado di svilupparsi e dare così origine ad un mancato attecchimento o ad una gravidanza biochimica (proprio quello che è successo a me).
4. Per quanto riguarda la stimolazione, il centro PMA di Bologna prevede terapie specifiche per i problemi della paziente (il centro di RE segue un protocollo standard per tutte). Inoltre, come farmaco soppressore non prescrivono mai l’Enantone (quello che è sempre stato dato a me), perché è molto potente e, di conseguenza, per poi ottenere l’ovulazione servono dosi maggiori di Gonal F.
Loro utilizzano un protocollo diverso, più leggero, che quindi da meno effetti collaterali.
5. Durante la stimolazione effettuano il primo controllo ecografico al quinto giorno di iniezioni di Gonal F (e non al nono come a RE) ed effettuano anche analisi del sangue per controllare i livelli ormonali (cosa che a RE non mi hanno mai fatto, con mio grande stupore, dato che, da quanto leggo su internet, è ovunque prassi comune). In questo modo, effettuando un doppio controllo, si riduce il rischio di iperstimolazione, cosa da me già provata e per niente piacevole.
6. Per quanto riguarda il transfer di embrioni congelati, non prescrivono pastiglie per bocca per l’endometrio, ma dei cerotti, sempre per il fatto che è una terapia più leggera.
7. L’equipe è composta da diversi medici. Nel caso in cui il giorno del pick up o del transfer il medico che ti ha seguito fino a quel momento fosse assente per qualsiasi motivo, c’è sempre qualcuno che può sostituirlo. A RE il medico che esegue ecografie, pick up e transfer è sempre lo stesso. Se per pura sfiga si dovesse ammalare, essere in ferie o fare un incidente proprio il giorno in cui tu devi fare il pick up o il transfer (interventi che NON possono essere rimandati) va tutto a puttane.
I CONTRO:
1. I costi sono alti. Parecchio. Una ICSI costa sui 4.000 euro, e in questo importo è compreso il transfer in seconda o terza giornata. Per il transfer in quinta giornata, quindi quando gli embrioni raggiungono lo stadio di blastocisti, c’è da pagare un sovrapprezzo.
La tecnica IMSI costa qualche centinaio di euro in più. Hanno però centri in altre città convenzionati con il S.S.N. (non a Bologna).
2. Le analisi pre-PMA (analisi del sangue, spermiogramma, elettrocardiogramma, eco mammaria, ecc.) hanno una validità di soli tre mesi, e non sei come a RE. Perciò, visto che tra una stimolazione e quella successiva devono passare almeno tre mesi, questi esami vanno sicuramente ripetuti ad ogni tentativo.
‘Na palla mostruosa.
Il medico ci ha detto che potremmo portare gli embrioni congelati a Bologna per fare il transfer da loro, ma io ho deciso di provare per l’ultima volta a fidarmi del centro PMA di RE, per un semplice motivo. Temo che non sia tanto il transfer il problema, quanto il MODO in cui questi embrioni sono stati prodotti.
Sinceramente, non mi va di abbandonare questi embrioni (cosa legalmente possibile, ma triste), né di doverli portare fino a Bologna per fare il transfer, con tutti i rischi del caso (ovviamente dovremmo essere noi ad occuparci del trasporto, mica lo fa un medico…).
Sono sicura che anche questi puntini luminosi mi abbandoneranno subito. E io e Marito già mentalmente pronti ad un nuovo fallimento e ad un nuovo tentativo. Questa volta a Bologna, è già deciso. In fondo abitiamo a meno di un’ora di strada, non è una grande fatica.
Sono stanca, stanchissima, ma ci voglio arrivare in fondo. Voglio farcela.
Se Ricky Martin ha tre figli, io ne voglio almeno cinque.
Con rispetto per Ricky, che ha tutto il diritto di avere dei figli. E io no?
Meno uno.
No, non sono i gradi che ci sono in questo momento. A dire il vero non ho neppure idea di che temperatura ci sia fuori ora. So che è inverno soltanto perché ogni tanto mi casca l’occhio sulla finestra e vedo i fiocchi di neve cadere.
E anche perché Studio Aperto non fa che ricordarci con tono melodrammatico che fa freddo e nevica, così come, con la medesima angoscia, ogni benedetto agosto ci annuncia che fa caldo (ma va?). Non che io guardi regolarmente Studio Aperto, s’intende, ma ogni tanto, tra uno zapping e l’altro, finisco involontariamente su Italia Uno proprio mentre è in onda lo pseudo-tg Mediaset (ci tenevo a precisarlo).
Dicevo?
Ah, sì. Meno uno.
Tra ventiquattro ore, anzi, molte meno a dire il vero, scoprirò se sono incinta oppure no.
E scoprirò anche quanto sono incinta.
Ormai non mi faccio più fregare. Ho capito come funziona. L’esperienza insegna.
Non basta che su quel maledetto test compaiano due linee. Non si può festeggiare, non ancora. Bisogna fare le analisi del sangue per le beta hcg. Aspettare i risultati. E sperare che restituiscano non soltanto un numero superiore allo zero, ma anche un BEL numero. E, in realtà, neppure in questo caso potrei stare totalmente tranquilla, perché si deve sperare che quel bel numero cresca regolarmente ogni due giorni, si deve aspettare di riuscire a vedere l’embrione tramite l’eco, e in molti, prima di festeggiare, aspettano addirittura di aver passato il primo trimestre…
In tutti i modi, un passo alla volta. Per ora mi accontento di avere un bel numero domani. Al resto ci penseremo poi.
Insomma, non è che possa preoccuparmi ora per la scuola a cui iscriverò il mio bambino, giusto?
Anche se, ansiosa come sono, potrei anche farlo…
Non ho idea di cosa mi aspetti. Non so come sentirmi. Speranzosa? Sfiduciata?
So solo che sono tanto stanca. E’ da quando sono a casa che dormo tantissimo e, più dormo, più ho sonno. E io non sono mai stata una dormigliona, eh… Anzi, di solito anche nel week end mi piace alzarmi presto perché il mattino ha l’oro in bocca. Adesso non riesco a fare niente, aspetto solamente che le giornate passino, e ho scoperto che il modo migliore per farle trascorrere più velocemente è perdersi nel mondo dei sogni… Sono come lobotomizzata.
Ieri notte ho sognato che facevo il test di gravidanza. La cosa buffa è che ero nel cortile del condominio dove abitavo prima, e facevo la pipì accucciata per terra, davanti a quello che era il nostro garage. Avevo paura che qualcuno mi vedesse dalla finestra, ma speravo che non sarebbe successo perché era molto presto e probabilmente stavano tutti dormendo.
Sul test sono comparse subito due linee, di cui la seconda molto scura, bella, viva… Ero così felice… Mi sono rivestita, alzata in piedi e…
A questo punto penserete che sia corsa da Marito a dargli la bella notizia. E invece no. Lui nel sogno non c’era proprio. C’erano, invece, i miei genitori.
Incredibile, vero? Nel mondo reale sono le ultime persone a cui penserei di comunicare il risultato del mio test di gravidanza! Ho detto loro che il test era positivo. E devo dire che non ricordo bene cosa sia accaduto a questo punto… Non so se ci siamo abbracciati (cosa che non accade più o meno dall’inizio degli anni Novanta) oppure no, comunque rammento che eravamo felici.
Da qui in poi il sogno ha preso una piega stranissima… Sono salita in macchina con i miei genitori. Alla guida c’era mia madre. Il cortile, prima vuoto, era ora trafficatissimo. C’era una lunga fila di macchine davanti al cancello che aspettavano di uscire. Mia madre, che in effetti non è molto brava a guidare, stava per investire una signora in procinto di salire sulla propria auto, ma io l’ho avvertita e fermata in tempo.
Siamo andati in centro, abbiamo parcheggiato la macchina e poi ho seguito i miei genitori per mille vicoletti; mio padre voleva mostrarmi qualcosa.
Lui correva e io correvo dietro di lui, facendo dei salti giganteschi, come se stessi correndo sulla luna. Io avevo paura a correre, perché temevo che facesse male al mio bambino, ma non volevo restare indietro… Ad un certo punto mio padre si è fermato, e orgogliosamente mi ha indicato quello che voleva mostrarmi: era la vetrina di un negozio, abbandonato. Al suo interno non c’era più niente, il pavimento era pieno di calcinacci, sembrava un cantiere.
Non ricordo che negozio fosse, ma forse era una bottega che si trova nel centro della nostra città, e che da piccola mi incuriosiva molto (non ricordo bene il perché). Ci passavo sempre davanti insieme a mio padre quando andavamo a trovare i miei nonni paterni, che a quel tempo abitavano in centro.
Comunque, tornando al sogno… Ricordo d’aver pensato che mio padre era proprio strano. Tutta quella strada per vedere un negozio vuoto? Quando mi sono girata, dietro di me ho visto una mia vecchia amica d’infanzia, che non vedo più da almeno dieci anni, infatti il suo aspetto nel sogno era lo stesso di quando era bambina. Mi sono avvicinata a lei, ero imbarazzata perché non ci parlavamo da tanto tempo, e mi sentivo anche un po’ in colpa per non averla mai chiamata. Ci siamo messe a chiacchierare e poi… Mi sono risvegliata.
Nel dormiveglia, prima di tornare definitivamente alla realtà, ero ancora sicura che quel test di gravidanza fosse vero… Ero sicura di essere incinta… E quando ho aperto gli occhi e capito che era stato solo un sogno, ho provato una grande delusione.
Per quanto riguarda gli altri elementi del sogno, non ho la più pallida idea di che cosa rappresentino, e mi sa che neanche la mia psicologa potrebbe riuscire ad interpretarli!
E’ da due giorni che il cuore mi batte fortissimo, pensando a quello che mi aspetta domani. Che poi, lo ripeto, anche se domani andasse bene non è detto proprio un bel niente… Però, sarebbe già una piccola vittoria. Una vittoria piccola ma indispensabile per continuare a sperare.
Devo dire la verità. Ho riposto tutte le mie speranze in questo tentativo. Ma non riesco a sentirmi ottimista come prima del transfer. Lo so, sono stata io stessa a consigliarvi di ignorare qualsiasi sintomo o fantasintomo, ma… Io mi sento normale, mi sento bene, mi sento… Vuota. So che è troppo presto per avvertire qualcosa, ma… Non so, forse è il mio istinto, forse il mio pessimismo, ma credo che non andrà bene.
Non voglio perdermi nelle mie paranoie. In fondo, ancora non posso essere certa di nulla. L’unica cosa di cui sono certa è che stanotte dormirò malissimo, farò sogni ancora più strani del solito e all’alba mi sveglierò eccitata come una bimba la mattina di Natale e correrò a fare il test di gravidanza (no, non nel cortile, ma in bagno, direi che è più decoroso).
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