Pubblicato in: La mia storia

Voglio godermi il dolore

Ho tante cose da scrivere. Ultimamente non sto aggiornando molto il blog, sia perché non sento più come un tempo il bisogno di sfogarmi, sia perché sono molto impegnata con il lavoro e con il percorso dell’adozione. E poi è scoppiato all’improvviso un gran caldo che mi impedisce di concentrarmi come vorrei!

Spero di trovare nei prossimi giorni il tempo di scrivere, perché ho tante cose da raccontare. Non ho bisogno di sfogarmi come un tempo, ma di condividere e confrontarmi, quello sì, sempre. Anche se a volte le critiche e i consigli che ricevo da chi legge la mia storia mi fanno stare male, ritengo che sia utile ascoltare punti di vista diversi dai propri, anche perché questo mi permette di pormi delle domande che altrimenti, magari, non mi verrebbero mai in mente.

Ho realizzato che, quando sei talmente concentrato (ossessionato?) su qualcosa – nel mio caso, fino a poco tempo fa, nella ricerca di un pancione – oltre a dimenticarti di vivere, non riesci a vedere tutte le possibilità che la vita ha da offrirti.

Quando ti trovi nel bel mezzo della tempesta della sofferenza, e non sai se il cielo tornerà mai sereno, è difficile recuperare forza e speranza dentro di sé.
Una volta che la tempesta è passata (ma non possiamo sapere se questo mai accadrà), non importa quanto è durata, è facile guardarsi indietro e darsi degli stupidi per aver sprecato tante lacrime, per essere stati tanto male… Una volta che si trova la felicità, se mai si trova, tutto il dolore patito diventa solo un brutto ricordo, una cicatrice che non fa più male. Se. Questa è la parolina magica.
Mentre per anni, per decenni, piangiamo, soffriamo, combattiamo, ci facciamo inserire siringhe in ogni dove, ci imbottiamo di medicine, viviamo pensando alla provetta, o risparmiamo soldi per andare all’estero a sottoporci alla fecondazione eterologa, o litighiamo con i servizi sociali e sopportiamo la burocrazia dei tribunali…
Insomma, mentre cerchiamo disperatamente di diventare madri – perché qualcuno ha deciso che per noi non dovesse essere così semplice – non possiamo sapere se riusciremo mai a stringere tra le braccia il frutto del nostro amore, della nostra pazienza – se è un figlio di pancia o di cuore poco importa.

E credo che sia il senso di impotenza, l’incertezza del futuro, più che l’attesa, a divorare il nostro animo, a rubarci il sorriso. Se sapessimo con assoluta sicurezza che diventeremo madri, anche se tra tanto tempo, penso che sapremmo sopportare l’attesa con molta più serenità.

E il desiderio, l’obiettivo, quando diventa ossessione, ci impedisce di vedere… Tutto il resto. Non solo tutte le gioie che la vita ci può offrire, a parte la realizzazione del nostro desiderio più grande, ma anche altre strade, altri modi, altri mondi, attraverso i quali raggiungere la felicità a cui ambiamo.

A volte ci concentriamo talmente tanto su un unico percorso – nel mio caso, la ricerca del pancione e di un figlio biologico – da non vedere tutto il resto. Le altre possibilità.

Da quando mi sono liberata dall’ossessione per il pancione mi sento più leggera. Ho pensato molto ultimamente, mi sono informata, ho letto tante esperienze di coppie infertili, come noi, e ho scoperto un mondo nuovo.
Non solo il mondo dell’adozione, ma anche tante altre strade, che non mi faranno diventare madre – non nel senso stretto del termine, almeno – ma che mi potrebbero aiutare a realizzare ciò che desidero… Crescere una piccola creatura che ha bisogno, non necessariamente di ME, ma di qualcuno che lo aiuti. Trasmettere il mio amore ad un bambino che di amore ne ha conosciuto ben poco. Regalargli un sorriso, un gesto d’affetto. Lasciargli un ricordo bello, ed indelebile, di me.

Qualche tempo fa su un forum ho letto la bellissima storia di una normalissima famiglia atipica. Una coppia che ha adottato un bambino e che si è anche dichiarata disponibile per l’affidamento, e da tanti anni accoglie nella propria casa tanti bambini/ragazzi di tutte le età… Alcuni di loro dopo un po’ di tempo devono rientrare nella famiglia d’origine, alcuni al compimento del diciottesimo anno di età decidono di rimanere con loro, altri no… Questi bambini, questi ragazzi, non prenderanno mai il cognome di questa coppia, sono solo “speciali” ospiti di passaggio, ospiti che ricevono tanto amore, che li chiamano “mamma” e “papà”, anche se non c’è nessun documento che dice che quell’uomo e quella donna sono la loro mamma e il loro papà, oppure che non riescono mai a chiamarli in quel modo…
Ma non importa, perché queste persone donano loro tutto l’amore che solo dei genitori possono dare.

La mia collega, mamma adottiva da un anno, mi ha parlato del volontariato che per tanto tempo ha svolto presso un istituto della nostra città gestito da suore. In questo istituto vengono accolti bambini e ragazzini le cui famiglie stanno attraversando un periodo difficile. Alcuni di loro vengono poi dati in adozione, altri rientrano nel nucleo famigliare d’origine.
I volontari li aiutano a fare i compiti, li portano al parco, a giocare a calcio, a pallavolo… A volte i bambini si affezionano talmente tanto ai volontari da chiamarli “mamma” oppure “papà”… Anche se quelle persone non diventeranno mai loro genitori, non nel senso legale del termine.

Insomma, tutto questo per dire che là fuori esiste un’infinità serie di possibilità per accudire, per donare amore ad un bambino…

E, da quando me ne sono resa conto, la mia percezione del mondo, della maternità, è cambiata.

Non provo più invidia quando incrocio una donna col pancione per strada. Non cerco più di farla abortire con il mio sguardo omicida, come accadeva un tempo. Ora provo solo una strana sensazione… Una specie di nostalgia. Forse ripensando al tempo in cui ancora credevo di poter anch’io tenere un bambino nel mio grembo…
Quando incrocio una donna incinta mi viene spontaneo toccarmi la pancia. Ma ora so che dentro di me, molto probabilmente, non ci sarà mai nessuno. La mia pancia rimarrà per sempre vuota. E va bene così. Perché il mio cuore non sarà vuoto per sempre.
Prima o poi qualcuno lo riempirà. Ora ne sono sicura. Molto più che in passato.
Il mio grembo resterà vuoto, il mio cuore, no. Ed è questo che conta.

E io voglio cercare in tutti i modi di godermi questa (lunga?) attesa, questo dolore, questa tempesta. Perché anche dal dolore può nascere qualcosa di meraviglioso.

Un giorno racconterò al mio bambino tutto quanto. Gli parlerò di questi anni pieni di sofferenza, ma non voglio parlargli di una mamma triste e arrendevole, ma di una donna che ha combattuto con tutte le sue forze e con tanta speranza per arrivare a lui.

Pubblicato in: La mia storia, Riflessioni

Le Madonne

E’ da tempo che non scrivo sul blog, e non perché non avessi niente da dire. Quest’ultimo periodo è stato particolarmente intenso, pieno di riflessioni, di decisioni, e ci si è messa pure una brutta influenza che mi ha costretta a letto per diversi giorni.

Oggi mi sono ricollegata ad internet e sono rientrata nel magico mondo della sterilità

Sapevo che dopo il mio ultimo post avrei ricevuto diversi commenti ed e-mail, alcuni piacevoli, altri un po’ meno, alcuni comprensivi, altri insensati.

L’ultima volta ho parlato delle donne che annunciano la propria gravidanza senza curarsi minimamente di farlo con un po’ di tatto… Donne che, oltre che di ormoni, si sentono colme di saggezza, e amano elargire perle del tipo: “Devi crederci… Se ce l’ho fatta io, ce la farai anche tu!”

… Eh no, bella mia… Non funziona così. Tu ce l’hai fatta, ok, brava, clap clap. Ma io, e tutte le altre donne come me, forse non ce la faremo mai.

Ho notato che non sono l’unica a provare una particolare antipatia verso questa categoria di donne. Madness nel suo blog le ha definite – ironicamente – delle Madonne…
Questa definizione mi è piaciuta, perciò ho deciso di rubargliela 😉

Nel mio mio ultimo post, dove ho annunciato la mia decisione di salutare la provetta, ho trovato il commento di una donna che mi chiede come mai non abbia voluto provare con l’eterologa. Non si spiega perché abbia deciso di rinunciare a questa strada.

Le sue testuali parole:

“Da egoista non riesco a capire come si possa privarsi di una gioia tanto grande senza neanche tentare…”

Uff. Da dove iniziare? Sono ancora mezza influenzata, non ho voglia di scaldarmi.

Dunque. Come sapete (non c’è bisogno che vi linki i vecchi post, lo ripeto talmente spesso…) io ho un grande rispetto e una grande stima per le donne. Tutte. Anche quelle che la pensano diversamente da me. E mai mi sono sentita di avere il diritto di giudicare le loro scelte.
Noi donne siamo belle nella nostra diversità, nel modo differente in cui vediamo la vita, in cui agiamo. E ho capito che non esiste un modo giusto o sbagliato di fare le cose, di seguire la propria strada. Lo stesso obiettivo si può raggiungere affrontando percorsi diversi, perché siamo persone diverse.

Conosco donne che odiano i bambini e non hanno mai voluto figli.

Donne che a trent’anni hanno cambiato idea e deciso di sfornare un bimbo.

Donne che non hanno mai cambiato idea e a sessant’anni si vantano della loro indipendenza e del loro stile di vita da ventenni.

Donne che, dopo la scoperta della sterilità, hanno scelto di non provare con la PMA – per paura, per motivi etici o altro – e ricorrere subito all’adozione.

Donne che non se la sentono di provare né con la PMA né con l’adozione.

Donne che adottano e POI ricorrono alla provetta.

Donne che diventano madri a 20 anni, altre che preferiscono prima fare carriera e godersi la vita e fare un figlio a 50 anni.

Donne che provano con la PMA due, tre, otto volte se non di più, e non si arrendono.

Altre che al primo tentativo fallito decidono di lasciare perdere.

Chi sono io, chi siamo noi per giudicarle, per giudicarci a vicenda?

E’ il solito problema di noi donne. Non riusciamo ad essere solidali tra di noi.

Ognuno ha una sua storia, un suo passato, i suoi sogni, dei valori morali e religiosi.

La commentatrice che mi ha chiesto perché non abbiamo provato con l’eterologa, evidentemente non prova questo rispetto per le altre donne.

Nella sua domanda è implicito un giudizio, una critica.

Da quando mi sono allontanata, materialmente e, soprattutto, spiritualmente, dal mondo della PMA, riesco a vedere tutto con occhio più obiettivo e, forse, anche più cinico.

Leggo e ascolto donne che – proprio come me fino a poco tempo fa – sono completamente prese dalla provetta, dagli ormoni, dalle punture, dai puntini luminosi, dalle statistiche, dalle paranoie post-transfer… Come delle drogate, delle assatanate. In senso buono, ovviamente.

Io, sinceramente, non posso che essere felice di essermi liberata da quel peso che non mi ha mai fatto sentire serena.

Certo, quel “peso” avrebbe potuto regalarmi un figlio “di pancia”… E ho sempre affermato, e ne sono ancora certa, che valga la pena patire tutto il dolore fisico e psicologico per quell’enorme felicità, ma… Siamo sicuri che fosse il NOSTRO destino? Mio e di Marito, intendo?

Ho sempre chiesto un segno dal Cielo, da Dio, e non mi sono resa conto (o forse non volevo rendermene conto) che il Signore mi stava già indicando la strada. Una strada più complicata della provetta, una strada sicuramente non facile, né PRIMA né DOPO…
Ma una strada che solo due persone pronte, due persone scelte, possono compiere. L’adozione.

Il Signore ci ha scelto per diventare genitori in un modo un po’ più difficoltoso, in virtù della nostra storia, delle nostre cicatrici…
Un percorso che il Signore non può di certo affidare a tutti. Le donne che rimangono incinta con la stessa facilità con cui le mie cagnolone si addormentano si possono pure tenere la loro facile felicità…
Perché noi siamo stati scelti, e quando potremo finalmente stringere il frutto del nostro amore, il nostro figlio di cuore, la nostra felicità non sarà nulla in confronto a quella degli altri, di quelli normali. Perché noi non siamo normali. Altrimenti non saremmo stati scelti per questo.

La sterilità non è una malattia, non è un impedimento, è una POSSIBILITA’, e anche una missione. Non per tutti. Ma per noi sì.
Dio me l’ha fatto capire, ci ho messo un po’ a capirlo, ma solo per colpa della mia testa dura… Lui ha cercato di dirmelo in tutti i modi possibili. Più di così poteva soltanto apparire di notte davanti ai miei occhi e urlarmelo nelle orecchie, ma se l’avesse fatto io sarei morta d’infarto e… Niente adozione, niente bimbo.

L’amore per un figlio, per me almeno, va oltre l’egoismo di voler crescere un bimbo che abbia i tuoi stessi occhi, il tuo stesso sorriso, il tuo stesso sangue…

Perché un figlio, anche se nasce dal tuo grembo, non è tuo. Un figlio non è una proprietà.
Non è una persona su cui riversare i tuoi sogni abbandonati in gioventù, attraverso cui poterti riscattare.

Un figlio è una persona da amare.

E se un uomo e una donna sanno amare davvero, possono amare e crescere anche qualcuno che non nasce dai propri spermatozoi ed ovociti.

Non è che adesso, tutto d’un tratto, io sia contraria alla PMA, eh… Continuerò sempre a sostenere le coppie che decidono di affrontare questo percorso. Perché so cosa vuol dire.

Ma quella non era la nostra strada.

Per questo ho deciso di abbandonarla. Non ho deciso di abbandonarla perché con me non ha funzionato. Se mi fossi svegliata prima, se mi fossi liberata prima dall’egoismo di avere a tutti i costi un figlio di pancia, io non avrei MAI provato con la PMA.

Chissà, forse se provassi altre due, tre, quattro volte, infine funzionerebbe.

Ma non è questo ciò che vogliamo. Ed ora l’abbiamo capito.

Questo non vuol dire che chi continua a provare sia un disgraziato, o chissà cos’altro. Ognuno deve seguire la strada che sente più adatta a sé. E questa, per noi, non è più la strada giusta.

L’eterologa, sinceramente, l’abbiamo scartata fin dall’inizio. Noi speravamo di avere un bambino “nostro”, un bambino che ci assomigliasse, e non solo che crescesse dentro di me. Se dovevo tenere in grembo un bimbo nato dagli spermatozoi di un altro uomo, sinceramente non aveva senso. PER NOI, ripeto.

Ci sono tanti bambini nel mondo che hanno bisogno di una famiglia, bambini che GIA’ esistono e soffrono, che senso ha, tanto per appagare il desiderio di avere il pancione, andare a creare un altro bambino andando a prendere un ovocita di qua e uno spermatozoo di là? Questo è il NOSTRO pensiero. Non è implicito alcun giudizio verso chi prende questa strada. Anzi, ammiro le coppie che vanno all’estero per sottoporsi alla fecondazione eterologa, e spero che in futuro diventi legale anche in Italia, e mi batterò per questo se necessario.

Non è che ora mi senta piena di saggezza da diffondere al mondo, eh… Non mi ritengo una Madonna, io.
Sono solo una donna che ha preso una strada ed ora ne sta imboccando un’altra. E vorrei comprensione, non giudizio, ascolto, non critiche.
Perché alla fine, tutte noi rivolgiamo le nostre energie, le nostre speranze, ad un unico obiettivo: crescere un figlio.
Non importa come decidiamo di farlo, come decidiamo di arrivare a lui.
Ma dobbiamo sostenerci l’una con l’altra, senza giudicarci a vicenda, accettando le nostre diversità, accettando che esistono percorsi diversi, idee diverse, valori diversi. E dolori diversi.

Andate in pace. Amen.

La prossima volta voglio scrivere qualcosa di divertente. Altrimenti devo cambiare il titolo del blog in “Mentre ti aspetto… Dico la Messa”.

Pubblicato in: La mia storia, Riflessioni

Bye bye, provetta

Sono passati diversi giorni dall’ultima volta che ho scritto qui.
E intanto è trascorso il primo compleanno del mio rifugio virtuale. I blogger sono soliti festeggiare questa data, io sinceramente l’ho pure scordata.
E poi, che ci sarebbe da festeggiare? La nascita di questo blog coincide con l’inizio del mio inferno.

E’ passato anche il nono anniversario dell’incontro tra me e Marito. Era il primo maggio del 2004.
Solitamente festeggiamo questa ricorrenza, quest’anno ho trascorso metà giornata a letto, piangendo, urlando e accusando Marito di essere la causa del mio dolore, in preda ad un delirio pre-mestruale senza precedenti, mentre l’altra metà l’ho passata togliendo le zecche dai cani e da me stessa (eh sì, una è finita addosso a me, che culo), con conseguente disinfestazione del mio corpo e della casa.
Ah sì, dopo aver fatto pace, alla sera io e Marito siamo andati a mangiare fuori, e stranamente non mi sono ritrovata seduta vicino ad una donna incinta o ad una felice famigliola con neonato al seguito (di solito mi succede sempre).

In questi giorni sono in ferie, perciò oggi ho deciso finalmente di riconnettermi al blog e alla posta, sperando di trovare l’ispirazione per scrivere qualcosa di interessante.

L’ispirazione mi è passata non appena ho trovato nella posta due annunci di gravidanza.

Ora, non vorrei sembrare cinica, ma…
Un po’ di delicatezza, no?
Io non scriverei mai ad una sconosciuta che sta EVIDENTEMENTE male (o non si era capito? Posso essere più esplicita) per il fatto di non riuscire a diventare madre, con il solo scopo di vantarmi della mia felicità di essere incinta…
Ma gli ormoni fanno perdere la sensibilità e la saggezza alle donne?!

Un conto è se siamo amiche intime, seppur virtuali, se ci siamo scritte e parlate a lungo, se si è creato un certo rapporto di confidenza… In quel caso sì, certo che vorrei avere la notizia di una gravidanza, e ne sarei pure felice!
Ma se sei una sconosciuta, o una persona con cui ho parlato qualche volta, sinceramente della notizia mi importa ben poco.
Soprattutto se data con così poco tatto.

Sono invidiosa? E certo che sono invidiosa, cazzo.
Se fosse una cara amica a darmi una notizia del genere riuscirei a domare l’invidia per condividere la sua felicità, ma se è una sconosciuta a farlo, non ci provo neanche.

Mi sembra solo un modo per mettersi in mostra, per dichiarare il proprio successo, piuttosto che un modo per infondere coraggio ad una che non ce l’ha fatta.

Donne, per favore, quando CE LA FATE, ricordatevi di quello che avete provato quando il vostro sogno sembrava ancora irraggiungibile. Ricordatevi chi eravate. E ricordate che tante altre donne vivono ancora in un incubo.

Dopo questo lungo preambolo, arriviamo al dunque.

Marito si è finalmente sottoposto al test per la frammentazione del dna spermatico. Risultato: disastroso.
Frammentazione al 20%, superiore ai valori normali.
Questo significa che i suoi spermini, oltre ad essere immobili e anormali, presentano pure delle frammentazioni (delle “crepe”, diciamo). C’è una tecnica particolare, si chiama IMSI, che permette di scegliere gli spermatozoi privi di queste “crepe”, ma l’andrologo del centro PMA di Bologna ha comunque deciso di fargli fare una cura (che FORSE potrebbe migliorare un po’ le cose) prima di riprovare con la PMA.
La cura durerà tre mesi, quindi potremmo procedere con il prossimo tentativo non prima di settembre.

Il medico ha anche affermato che la sterilità di Marito è al 99% causata dagli orecchioni che ha avuto da ragazzino.
Ho chiesto a Marito di cercare di ricordarsi il nome dell’amichetto che gli ha attaccato la malattia. Ho intenzione di cercarlo.
E ucciderlo, ma dopo averlo torturato a lungo.

Tra qualche giorno avremmo dovuto sostenere il secondo colloquio per l’adozione, ma purtroppo dovremo annullarlo perché Marito ha un urgente impegno di lavoro (ecco il motivo scatenante del nostro litigio dell’altro giorno).
Il terzo colloquio, invece, era stato fissato per il sedici maggio, data che ho già dovuto annullare perché mi sono resa conto che proprio quel giorno ho una riunione importante per quel progetto lavorativo che sto seguendo.
Oltre a fare una figura pessima con l’assistente sociale, per affrontare il secondo colloquio dovremo aspettare il venti maggio. Per una come me, che detesta le attese (si era capito?), questa è una vera e propria tragedia.
Senza contare il fatto che entro fine luglio io spero di terminare la fase dell’istruttoria e di avere già in mano la relazione dei servizi sociali, in modo da poter presentare la domanda di adozione ai vari tribunali prima che chiudano, ad agosto. Così poi ce ne andiamo in ferie tranquilli, aspettando di essere chiamati dal giudice del tribunale di Bologna per il colloquio conoscitivo a settembre.

Visto che dovremo recuperare ben due colloqui (e forse ne dovremo pure fare altri), però, non so se questo sarà possibile. E vedere i miei piani stravolti mi fa incazzare da bestia.

Ma veniamo al titolo del post.
Beh, direi che non occorrono molti chiarimenti.

Basta con la PMA.

E’ da un po’ che questa idea mi frulla per la testa. Da quando abbiamo iniziato il cammino dell’adozione, per l’esattezza.
Pensavo che saremmo riusciti a fare tutto. PMA e adozione. Che bastasse la nostra forza d’animo per affrontare entrambi i percorsi. Che sarebbe stato il destino, o il caso, a decidere se il nostro bambino dovesse nascere in una provetta o nel grembo di un’altra donna.

Ma poi, giorno dopo giorno, sono stata assalita dai dubbi. E se la PMA fosse andata bene e avessimo interrotto le pratiche per l’adozione… E poi avessi perso il bambino al terzo o quarto mese? E se avessi partorito un bambino malato, o pazzo come mia madre? E se da qualche parte ci fosse un bimbo che aspetta noi, proprio noi, a cui potremmo donare la felicità e che ci potrebbe completare? Se fosse un’altra donna a dare alla luce MIO figlio?

E’ stato solo l’egoismo a farci decidere in principio di provare con la PMA. Il desiderio di avere un figlio tutto nostro, come la Natura ci impedisce di fare, e l’invidia verso le persone “normali”, a cui basta fare sesso per avere un bambino. Il desiderio di essere anche noi come tutti gli altri.

Ma, forse, noi non siamo come tutti gli altri. No, no, non intendo dire che siamo migliori o peggiori. Forse siamo solo diversi.
Basta pensare alla mia pazza famiglia o alla vita che ho vissuto per capire che no, non sono uguale agli altri. E se Marito sta con me, tanto normale non lo è neppure lui.

Io non mi sono mai vista con il pancione. Non parlo della realtà. Nella vita reale l’unico pancione che abbia mai avuto è quello dovuto al grasso.
Parlo della mia fantasia, dei miei sogni ad occhi aperti.
Non sono mai riuscita ad immaginarmi come una mamma. Di pancia, intendo.

Mentre mamma “di cuore”… Quello è sempre stato il mio sogno.
Vi ho già raccontato che anni fa, prima di scoprire i nostri problemi di infertilità, avevo proposto a Marito di adottare PRIMA di provare ad avere un figlio biologico?
A quel tempo, ve lo potete immaginare, Marito mi ha dato della pazza.
Invece, chissà, forse ho un sesto senso, forse dentro di me già sapevo come sarebbero andate le cose.

Non so se vi ho mai detto che amo scrivere. Intendo al di fuori del blog.
Ho alle spalle un paio di libri pubblicati. La scrittura per me è un po’ più di una passione ma, purtroppo, molto meno di una professione.
E’… Un sogno. Un po’ come quello di diventare madre.

Vi dico questo perché sono solita annotare sul computer le idee (che sul momento mi sembrano geniali) per nuovi racconti e romanzi.
Spesso questi spunti vengono poi abbandonati, per mancanza di tempo o di ispirazione.
L’altro giorno ho ritrovato in una cartella del pc diversi file, risalenti agli anni tra il 2008 e il 2010 (quindi, ben prima della scoperta della sterilità), contenenti bozze di storie abbandonate a metà.
Mi sono messa a rileggerle. Non ricordavo neppure di averle scritte!
Mi è venuto un colpo al cuore realizzando che almeno la metà di quelle storie ha come tema principale l’adozione… Sono tutti incipit che ho scritto a distanza l’uno dall’altro, non mi ero mai resa conto di quanto questo argomento fosse già profondamente vivo dentro di me, ancora prima di viverlo nella realtà.

So bene che essere mamma “di pancia” oppure “di cuore” sono due cose ben diverse. Oh, se me ne rendo conto!
Una mamma biologica è mamma a prescindere, nel momento stesso in cui suo figlio viene alla luce, una mamma adottiva, indipendentemente da quello che dicono i documenti, diventa “mamma” solo quando suo figlio decide che lo merita.

Avevamo deciso di provare con la PMA ancora una volta solo per egoismo, per questo desiderio di essere “normali”, e perché siamo convinti che i medici che ci hanno seguito finora abbiano sbagliato.

Ma forse tutto ha un senso. Aver dato fiducia ad un centro poco professionale, i tentativi falliti, questo ulteriore problema medico di Marito, la cura di tre mesi che ci ha fatto rimandare la PMA (io ero pronta ad iniziare questo mese)…

Forse tutto questo è un segno che la PMA non è la nostra strada.
Forse, invece, non vuol dire niente. Forse si tratta solo di sfortuna, di coincidenze, e non di destino.
Ma a me piace credere che sia così. Che abbia un senso.

Ora come ora il pensiero di una stimolazione ormonale, del pick up, del transfer con conseguente attesa colma d’ansia e timori…
Questo pensiero mi mette solo tristezza e paura.

Perciò, almeno per ora, dico “ciao ciao” alla provetta.

Adesso voglio concentrarmi sull’adozione.
A settembre, si vedrà. Se i servizi sociali avranno scritto una relazione positiva su di noi e potremo procedere con il prossimo passo, la provetta aspetterà ancora. Anzi, mi sa che non la vedrò più.
Se i servizi sociali ci avranno descritto come degli squilibrati, uccidendo le nostre speranze…
No, questo non può accadere.
Perché noi siamo destinati a diventare mamma e papà. Di cuore.
E io lo so da sempre.

Pubblicato in: La mia storia

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

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“Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” (dipinto del 1897 di Paul Gauguin)

Mi sento persa.

Non so più bene chi sono, dove mi trovo e dove sto andando.

Nell’ultimo mese, per vari motivi, sono stata un po’ lontana dal blog e da internet in generale, e ho cercato anche di tenere la mente lontana dall’unico pensiero che ha dominato i miei ultimi due anni di vita.
Ho tentato di concentrarmi sul lavoro, credendo di avere l’opportunità per fare e ottenere qualcosa di buono. Non ho mai pensato di poter fare carriera, per carità, siamo in Italia e per ricevere una promozione devi avere minimo quaranta-quarantacinque anni e saper leccare molti fondoschiena, virtù che io non possiedo.
Speravo, però, che si fosse presentata l’occasione per mettermi in mostra, per far vedere le mie capacità, per crescere, se non di grado e stipendio, almeno per quanto riguarda le responsabilità.

A causa del progetto in cui sono stata coinvolta ho trascorso le ultime settimane passando da una riunione all’altra con i dirigenti più alti dell’azienda, gente che esce dall’ufficio alle otto di sera e che evidentemente lavora in un bunker e non ha mai bisogno di andare in bagno, visto che nei corridoi non la si incontra mai…
Tra i colleghi che partecipano al progetto io sono quella con il grado più basso, gli altri sono tutti come minimo quadri e gestiscono varie risorse, perciò ovviamente ho pochissima possibilità di parola, certi dirigenti manco mi salutano e credo che non sappiano neppure il mio nome, né si sono mai curati di saperlo.
Come sono solita fare sempre, mi sto impegnando per questo progetto con tutte le mie forze, ma ho capito che a nessuno interessa, sono e resterò l’ultima ruota del carro, un’umile schiava che non conta nulla.

E la cosa non è che mi dispiaccia più di tanto.

Mi sembra di essermi improvvisamente risvegliata, non so se da un sogno o da un incubo.

Io con questa gente non c’entro nulla. Con questa gente che maltratta i propri “sottoposti” (in politichese sono chiamati “collaboratori”, ma a me l’ipocrisia non piace), che ignora o, peggio ancora, deride i problemi personali di questi ultimi, con questa gente che, a parte il lavoro, non ha nulla e fa di tutto per compiacere chi sta sopra di loro (la gerarchia aziendale non ha fine, a quanto pare)… Io non ho niente a che fare con loro.
Non mi piacciono, non voglio diventare come loro, e se solo potessi abbandonerei questo progetto e tornerei a fare l’umile schiava full time.

E forse anche osservando i comportamenti di queste persone, la loro ipocrisia, la loro maleducazione, il loro squallore, mi sono risvegliata.

Ora tutti i miei pensieri stanno nuovamente convergendo verso quell’unico obiettivo, l’unico desiderio che conta davvero: un figlio.

A maggio io e Marito avremo il secondo colloquio per l’adozione. E poi il terzo, il quarto, il quinto… Fino a fine giugno saremo impegnati con l’istruttoria. Poi i servizi sociali decideranno se potrà bastare o se dovremo farci psicanalizzare ancora un po’. Nel primo caso i s.s. (inquietante questa sigla…) redigeranno la relazione (speriamo positiva) per il tribunale dei minori e potremo finalmente presentare la richiesta di adozione. Nel secondo caso, il tormento dovrà continuare.

E nel frattempo… Nel frattempo, io e Marito abbiamo finalmente concluso le analisi preliminari per l’ennesimo ciclo di PMA che ci attende in quel di Bologna.
Marito la settimana scorsa si è sottoposto all’ormai famigerato “test per la frammentazione del dna spermatico”.
Risultato: frammentazione del 20%. Il valore normale è attorno al 10-15%. Questo significa che, oltre ad essere pochi, immobili e anormali, molti dei suoi spermini sono pure “rotti”.
Non so neppure se esserne sollevata oppure no. In parte la sono, perché può significare che i nostri ripetuti fallimenti sono dovuti proprio a questa ulteriore anomalia. Anomalia che non era mai stata diagnosticata prima.
D’altro canto sono delusa, perché l’andrologo, che Marito vedrà la settimana prossima, probabilmente gli prescriverà per alcuni mesi una cura con degli antiossidanti. Questa cura non migliorerà di certo la motilità o la morfologia, ma potrebbe ridurre la percentuale di frammentazione, aumentando le probabilità di successo della PMA ed evitandoci una IMSI, che costa, nel centro che ci sta seguendo, all’incirca mille euro in più di una “semplice” ICSI.

Questo significa che il prossimo tentativo di fecondazione, che speravo di cominciare a inizio maggio, dovrà essere rimandato.

I soldi che dovremo spendere sono tanti, e se con una semplice cura ci può essere la possibilità di aumentare le percentuali di successo, è giusto provare. Ne sono consapevole.
Ma negli ultimi giorni non ho fatto altro che sognare il momento in cui avrei ricominciato a bucarmi la pancia col Gonal… (Sono in crisi d’astinenza). E non sapere quando potremo finalmente riprovare, quando finalmente potrò decidere se abbandonare questa strada o se gioire per la nostra perseveranza, mi fa impazzire.

In questi ultimi giorni, euforica all’idea di aver cominciato l’istruttoria per l’adozione, e altrettanto felice di aver terminato le analisi pre-PMA, non ho fatto altro che ripetermi: “Ci siamo!”

Ma dove siamo?!
Non siamo proprio da nessuna parte.
Siamo in un limbo.

I colloqui per l’adozione finiranno chissà quando… E anche quando ci avranno strizzato per bene il cervello, mica sarà finita… E’ lì che inizierà il bello! Dovremo presentare la domanda nei tribunali di mezza Italia, e poi ci dovremo mettere pazientemente in attesa della telefonata di un giudice che, quando sarà il momento (tra un anno? Due? Tre?) ci chiamerà per scegliere se dare in adozione un bambino – se dare la felicità – a noi oppure ad un’altra coppia… Manco fossero le selezioni per uno show televisivo.

Non ho idea di quanto durerà la cura di Marito, non so neppure se avrà qualche effetto (devo ancora trovare su internet i testi di letteratura scientifica che ne parlano – ormai sono più aggiornata di un medico). Non so quando potremo provare ancora con la PMA, e soprattutto non so come andrà a finire.

Io vorrei soltanto poter fare qualcosa… Ma non posso fare niente, se non aspettare, pregare, imprecare, cercare di distrarmi.

Lo so. LO SO. Lo so che ci sono coppie che aspettano un figlio da dieci anni o più, coppie che, per mille motivi, hanno deciso di intraprendere il cammino della PMA o dell’adozione a quarant’anni e passa, quando il tempo stringe, quando non si è più tanto giovani da poter attendere ancora.

Ma penso di avere anch’io il diritto di soffrire.

Quando desideri qualcosa – qualcosa che non è uno sfizio, un capriccio, qualcosa come UN FIGLIO, che è il fulcro della vita – ogni giorno, ogni ora, ogni istante che vivi senza riuscire ad ottenerlo, ne senti la mancanza. Almeno, per me è così.

Sono passati tre anni. Anzi, un po’ di più. Tre anni che cerco la mia, la nostra felicità, invano.

E’ trascorso quasi un anno e mezzo dal quel terribile giorno in cui abbiamo scoperto che la Natura è nostra nemica, che la felicità per noi non è a portata di mano, come la è per molti altri.

Un anno e mezzo. Non è tanto, se ci penso. Eppure mi sembra passata un’eternità da quella triste sera di gennaio in cui la ginecologa mi ha brutalmente annunciato che per noi non c’è speranza, che non potremo mai avere figli come tutti gli altri. Che il nostro amore non basta.

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

Me lo sono spesso chiesta, non solo pensando a me stessa, ma all’intero genere umano. Da sempre rifletto sul senso della vita, della nascita, della morte…
Ma ora mi pongo queste domande riguardo me. Noi. E lui. Quel figlio che non c’è. Ma è che ben vivo dentro di noi.

Da dove veniamo?
C’è un Dio che ci ha creati, che ha deciso che noi dovessimo essere qui, ora?
Non si risponde ad una domanda con un’altra domanda, giusto?
Sarebbe facile affermare che veniamo dai grembi delle nostre madri…
Ma in realtà noi, quello che siamo ora, è stato forgiato dalla vita che abbiamo vissuto, dai passi compiuti, dalle scelte fatte, dai dolori che ci sono stati inflitti e dall’amore che ci è stato concesso, non importa da chi, indipendentemente dai legami di sangue.
Noi veniamo dal nostro desiderio di amare. Noi veniamo da quel figlio che ancora non c’è.

Chi siamo?
Dei genitori senza figli. Un cuore pieno d’amore che non pulsa. Un nido caldo, ma vuoto. Una felicità priva di sorriso.

Dove andiamo?
Andiamo verso di lui. Verso quel figlio che forse è già nato, che aspetta di rinascere in noi, con noi.
Verso quel figlio che forse deve ancora nascere, che magari troverà la vita in un’asettica provetta, ma che avrà una vita colorata, tutt’altro che asettica.

Andiamo verso un futuro che DEVE per forza realizzarsi. Perché, altrimenti, non so cosa resterebbe di me.

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Buona la prima (Colloquio adozione #1)

E’ ANDATA.

E credo che sia andata pure bene. Come, di cosa sto parlando?

Lunedì scorso era il Gran Giorno. Io e Marito abbiamo sostenuto il primo colloquio con assistente sociale + psicologa per l’adozione.

Quella mattina mi sono svegliata decisamente agitata. Ero certa che davanti a loro avrei tirato fuori il peggio di me e il mio carattere timido sarebbe emerso stile tsunami.
Immaginavo che mi sarebbe tremata la voce, che avrei iniziato a giocherellare con i capelli come faccio sempre quando sono nervosa, e che avrei detto un mucchio di cavolate a sproposito…

Marito si è vestito, come sempre, dato che poi doveva andare a lavorare, con un abito elegante, camicia e cravatta, mentre io ho optato per un tubino blu con camicia rosa e stivali… Io amo molto il nero, e mi vesto spesso total black, ma, si sa, il nero è un colore che esprime tristezza, ed io volevo sembrare elegante, seria ma anche serena, perciò ho deciso di mettermi addosso un po’ di colore… Quante seghe mentali, eh??

Come mi era già stato detto da altre coppie, l’A.S. con cui abbiamo parlato, e che ci seguirà in tutto il percorso, è una donna di 50 anni circa, molto cordiale e oserei dire dolce. Tutt’altro che un’arpia, all’apparenza. La psicologa ha più o meno la stessa età, e la conoscevamo già, dato che si tratta della stessa dottoressa che ha tenuto il corso. E’ una persona che sta un po’ sulle sue, non si lascia spesso andare a sorrisi di incoraggiamento come la sua collega, però sembra ben disposta ad ascoltare e abbastanza affabile.

Dopo le presentazioni di rito, come mi aspettavo la prima domanda dell’A.S. è stata: “Dalla vostra cartella vedo che avete fatto il corso tra settembre e ottobre dell’anno scorso… E’ passato un po’ di tempo… Come mai avete aspettato tanto per continuare il percorso? Avete avuto bisogno di riflettere? O avete provato altre strade?”

Cazzo, questa ci legge nella mente!

Se avessi avuto con me una bacchetta magica, l’avrei puntata contro di lei e urlato: Protego!

A quel punto ho iniziato a parlare… E parlare… E parlare… A ruota libera. Non ho mai tremato, né esitato, né mi sono toccata i capelli, una sola volta… E mentre parlavo riuscivo persino a concentrarmi sul movimento delle mani e la postura del corpo… Ehi, esercitarsi davanti allo specchio serve davvero!

Ho spiegato che dopo il corso, che ci aveva un po’ spaventati (la paura ci rende più umani, non dobbiamo sembrare troppo sicuri di noi!), e dopo esserci confrontati con le altre coppie presenti (si fa sempre bella figura mostrando di essere persone che si mettono in gioco e chiedono consiglio), abbiamo capito che forse avevamo sbagliato a provare solo una volta con la PMA, che dovevamo dare a noi stessi un’altra possibilità (da quello che ho letto gli assistenti sociali e gli psicologi diffidano da chi rinuncia al primo ostacolo ad una maternità/paternità biologica).

Ho raccontato dell’iperstimolazione avuta a novembre e del transfer rimandato a inizio anno, di come sia fallito e di come infine mi sia pentita di aver provato ancora. Ho anche spiegato loro che tutte le paure che ci sono state trasmesse al corso siamo riusciti ad elaborarle ed ora siamo convinti di questo percorso… La mia risposta sembra averle soddisfatte.

Dico sembra perché queste due donne devono essere molto brave nell’arte dell’occlumanzia. Quando sorridono e annuiscono non so mai se siano realmente contente, oppure ironiche o, addirittura, contrariate.

Poi ci hanno chiesto se conosciamo dei nostri coetanei adottati o coppie che hanno adottato… E qui sia io che Marito abbiamo parlato a lungo, dato che tra i nostri amici/colleghi ci sono parecchi ragazzi adottati o famiglie adottive…
A.S. e psicologa sembravano positivamente impressionate da questo.

Ad un certo punto ci è stato domandato quale fosse la nostra paura più grande riguardo all’adozione. Mi ero già preparata la risposta (non so se si è capito, a me piace avere tutto sotto controllo), ho guardato Marito e gli ho detto: “Ti dispiace se rispondo io?” (stile prima della classe che alza la mano per rispondere) con occhi talmente assatanati che non ha potuto dirmi di no (e probabilmente lui non avrebbe neppure saputo cosa rispondere!).

Ho spiegato la verità, ovvero che la mia paura più grande, che prima del corso non avevo, è che tutto l’amore che ho da dare non basti per rendere il nostro futuro figlio/a sereno, che il trauma dell’abbandono lo perseguiti per sempre (come è successo in alcuni casi che ci sono stati presentati al corso) e non riesca mai ad accettarci come genitori.
Ho anche aggiunto, però, che più che dare tutto il nostro amore e comprensione noi non possiamo fare, e che qualunque decisione nostro figlio/a prenderà (rintracciare la sua famiglia d’origine, ad esempio), noi l’accetteremo e lo/la sosterremo.

Il primo colloquio è stato più che altro una chiacchierata generale, siamo passati da un argomento all’altro, ricordo che abbiamo parlato anche di noi come coppia, da quanto tempo stiamo insieme, da quanto conviviamo e in che zona abitiamo.

Abbiamo fatto notare che viviamo in una casa di proprietà in campagna dove abbiamo anche due cani, il che sarebbe positivo per un eventuale bambino/a, perché è importante crescere a contatto con la natura e gli animali… Sembravano contente di questo, anche se purtroppo l’a.s. ci ha confessato di avere paura dei cani, e ci ha fatto promettere che li terremo a guinzaglio quando verranno a fare l’ispezione a casa…

Ma porca miseria, proprio una che ha paura dei cani ci doveva capitare??

“No no, non si preoccupi, tanto sono addestrate, sono bravissime, anche con i bambini!” abbiamo esclamato all’unisono io e Marito.
Oh, che le nostre cagnolone sono bravissime e dolci è vero, però diciamo che sanno anche essere piuttosto vivaci…
E per esperienza so che una persona timorosa dei cani si spaventa ancora di più se vede due bestie sconosciute che scodinzolano e corrono per fare le feste…

Abbiamo parlato anche dell’età e della provenienza del nostro futuro figlio/a. Al corso ho capito che non è bello mostrarsi troppo rigidi riguardo all’età e all’etnia (beh, quest’ultimo punto è scontato!).
Ci siamo detti più propensi per l’adozione nazionale sia per motivi economici, sia perché Marito ha paura dell’aereo, ma che stiamo anche riflettendo sui Paesi dell’Est, che sono facilmente raggiungibili anche in auto o pullman, e che speriamo di ricevere da loro consigli su questo (mostrarsi umili e far vedere che riteniamo preziosi i loro consigli: mossa spero ottima, ovviamente studiata a tavolino).

Per quanto riguarda i problemi di salute ci siamo già detti disponibili per quelli minori, sappiamo già che per vari motivi (in primis le condizioni di abbandono in cui sono tenuti certi bimbi, soprattutto all’estero) è difficile avere un figlio sano come un pesce, e non è bello pretendere una cosa del genere… Non si sceglie mica un bambino come al supermercato si sceglie il pesce migliore, eh!
E poi, sinceramente, un bambino miope o con un’allergia (sono questi i problemi di salute minori di cui si parla) non mi sembra una grande disgrazia!
Abbiamo già fatto capire, però, e questo mi sembrava doveroso, che non ci sentiamo pronti ad accogliere un bimbo con problemi gravi, tipo AIDS o problemi neurologici.
Da quello che ho letto su internet chi offre disponibilità per i casi più gravi ottiene (scusate il termine) l’adozione in tempi più brevi, però bisogna essere molto preparati a questo, e noi non lo siamo, soprattutto in termini di tempo. Accogliere un bambino con un handicap grave significa dovergli prestare molte più attenzioni e cure del normale, e visto che lavoriamo entrambi (e dobbiamo lavorare entrambi, per campare), non ci sentiamo adatti.

Parlando dell’età, io e Marito ci eravamo già accordati nel dare la disponibilità per la fascia 0-5 anni, sperando ovviamente che, dato che siamo giovani, ci venisse comunque affidato un bambino entro i tre anni…
Devo dire la verità, fino a qualche tempo fa io e Marito, pensando ad un figlio adottivo, immaginavamo soltanto un bimbo ancora in fasce. Durante il corso, quando ci è stato detto che è difficilissimo ottenere in adozione un neonato (difficilissimo con l’adozione nazionale, impossibile con quella internazionale), io e Marito siamo rimasti indignati.
“Non è giusto, a noi devono dare un bambino piccolo!” ci siamo ripetuti, tra di noi, per giorni e giorni.

Sono felice di ammettere che la nostra affermazione era dettata solo dall’egoismo e che, fortunatamente, durante questi mesi in cui abbiamo elaborato tutte le paure e le aspettative riguardo all’adozione, abbiamo sinceramente cambiato idea.
Se ci dessero in adozione un bambino di 5 anni (ma pure di sei o di sette) sarebbe veramente un grandissimo dono dal Cielo…
Certo, è triste pensare di perdere tutta la fase iniziale della vita di tuo figlio – i primi passi, le prime parole, portarlo a spasso nel passeggino – ma per due persone, come noi, alle quali la Natura ha rubato tanto, avere la possibilità di crescere un bambino, un bambino qualsiasi, di qualsiasi età o colore, sarebbe comunque meraviglioso…
E chi se ne frega se quando nascerà nelle nostre vite saprà già parlare o se non potremo metterlo nel passeggino!

La nostra disponibilità ha fatto piacere ad a.s. e psicologa ma, con mio grande stupore, ci hanno consigliato di dare disponibilità per la fascia 0-3, sia perché siamo giovani e per la nostra età sarebbe più adatto un bambino piccolo (anzi, il contrario, noi non saremmo adatti per un bambino “grandicello”) sia perché la fascia 0-5 non esiste, si passa da 0-3 a 3-6 direttamente…

Parlando dell’adozione internazionale, ci hanno confermato (con mio stupore) una triste notizia di cui ci era già giunta voce da altre aspiranti coppie adottive: all’estero, oltre ai costi “ufficiali”, spesso vengono chieste cifre “extra” sottobanco per poter ottenere un’adozione… A d una coppia, e questo ce l’ha detto l’a.s. eh, , è stato richiesto di portare 30.000 (TRENTAMILA) euro in contanti nella valigia… Altrimenti, niente bambino. Allucinante.
Ricordiamoci che si parla di Paesi poveri del Terzo Mondo, dove la corruzione è all’ordine del giorno (non che qui sia mooolto diverso, soprattutto in certi ambienti), non dovrei stupirmi più di tanto, ma questa notizia sinceramente mi lascia un grande amaro in bocca.

In tutti i modi uno dei prossimi colloqui sarà interamente dedicato al nostro futuro bambino, perciò non ci siamo soffermati più di tanto sull’argomento.

Come già sapevo, spesso gli a.s. cercano deliberatamente di provocare la coppia con domande sibilline per giudicare la reazione. Ero pronta a questo, ma devo ammettere che, quando la provocazione è arrivata, non l’ho colta subito, e me ne sono accorta soltanto a casa, quando ho ripensato al colloquio.

Mentre io e Marito parlavamo di noi, l’a.s. ha fatto notare con estrema enfasi che siamo una coppia decisamente giovane, soprattutto io…
“Lei è praticamente una ragazzina!” ha esclamato, un po’ acidamente.

Miiii… Ci risiamo! Che nervoso!!

Ho fatto notare che non sono una ragazzina, ma una donna, e che non è colpa mia se ovunque vado sono la più giovane…
Ho fatto l’esempio dell’ufficio, dove l’età media è sui cinquant’anni e i colleghi che vanno in pensione non vengono rimpiazzati con nuove assunzioni. Non è la mia presenza ad essere anomala, ma il fatto che un’azienda si basi al 99% sul lavoro di dipendenti vicino alla pensione!
Se lavorassi in un altro Paese, un po’ più avanzato del nostro, io sarei, non dico tra i più vecchi, ma sicuramente in una fascia di età considerata “normale”… E probabilmente sarei già stata promossa ad un livello superiore…
Ma siamo in Italia, dove vedo donne di 45-50 anni che parlando di se stesse e delle proprie coetanee come delle “ragazze”… Ovvio che, in confronto a loro, secondo questo ragionamento, io sia praticamente una bimba… Ma questa NON è la normalità!

Inoltre, io non giudico nessuno, né chi vuole avere figli a 20 anni né chi li cerca a 50, però non mi possono dire che desiderare un figlio a 27 anni (dopo una relazione di nove anni, tra cui cinque di convivenza e uno e mezzo di matrimonio) sia “strano”…

Comunque, come dicevo, non ho colto subito la provocazione, perciò non ho potuto rispondere per le rime, anche perché poi siamo passati ad un altro argomento, ma spero che riprenderemo la questione nei prossimi incontri, perché ci tengo molto a far capire che sono una donna (donna, non ragazzina) matura e che credo veramente in quello che io e Marito stiamo facendo.

Spero vivamente che la nostra giovane età (ma giovane di che, poi? Marito ha 34 anni!!) venga vista come un punto a favore e non il contrario. Io lo credo fermamente, non solo perché voglio tirare l’acqua al nostro mulino.

Io credo che esista un’età giusta per ogni passo, un’età che non necessariamente è uguale per tutti.
Ci sono persone che a vent’anni desiderano già una famiglia e dei figli, altre che fino a quaranta preferiscono divertirsi e solo successivamente scelgono di metter su famiglia, altre ancora che vogliono rimanere single per tutta la vita…
La cosa importante è che una coppia decida di avere un bambino – naturale o adottato – solo quando si sente realmente pronta, quando lo desidera davvero e ha la testa per farlo.
Ci sono cinquantenni immaturi a cui io non darei manco un criceto, e ventenni o trentenni affidabili e con la testa sulle spalle…

In tutti i modi, si sa che per crescere un figlio ci vuole tanta energia, e per affrontare un’adozione occorre anche una marcia in più…
Sia al corso che nella vita quotidiana ho conosciuto coppie ben più grandi di noi che, prima di decidere di prendere questa strada, hanno aspettato per anni e anni, facendosi mille paranoie…
Rischio sanitario, rischio giuridico, mi amerà?, cosa diranno gli altri?, magari prima è meglio fare carriera…

Ripeto, io non giudico nessuno, e pure noi prima di partire con l’adozione abbiamo riflettuto a lungo. Però la nostra giovane (che palle ‘sta parola) età ci dona qualcosa che magari coppie più anziane non hanno (chiedo perdono per la parola “anziane”): tanta energia e una sana dose di incoscienza.
Incoscienza non in senso negativo, non intendo dire che ci buttiamo senza riflettere, ma che abbiamo ancora il coraggio di rischiare, di metterci in gioco.

Se avessimo dieci o venti anni di più forse ci saremmo già abituati ad una vita senza figli, l’istinto di sopravvivenza di cui ho già parlato ci avrebbe obbligato a farlo. Ci saremmo concentrati sulla carriera, avremmo occupato il tempo facendo viaggi, approfondendo le nostre passioni… Probabilmente avremmo dieci cani, cinque criceti, un paio di conigli e magari pure un cavallo…
Insomma, avremmo di che pensare. Non dico che il desiderio di un figlio possa svanire così, semplicemente pensando ad altro, dico solo che chi si è abituato ad una vita senza bambini fatica di più a cominciare questo percorso.

Questo è il mio pensiero, giusto o sbagliato che sia, e nei prossimi giorni mi eserciterò per poi ripeterlo alla prima occasione davanti all’a.s. …

A proposito, al termine del colloquio abbiamo preso appuntamento per altri sei incontri, che dovrebbero concludersi a fine giugno. Il prossimo sarà tra tre settimane, perché prima non avevano posto. Alla fine, o ci fisseranno ulteriori incontri (se dovessero riscontrare delle problematiche da approfondire) oppure fisseremo la visita ispettiva a casa, che è l’ultimo passo prima che a.s. e psicologa scrivano la relazione su di noi da mandare al tribunale.

Ci hanno spiegato che nella nostra regione i servizi sociali sono soliti incontrare parecchie volte le coppie, mentre in altre regioni bastano due o tre colloqui. Meno male che me l’hanno detto, io mi ero già preoccupata, da quello che avevo letto sapevo che gli a.s. incontrano così tante volte soltanto coppie che non sembrano tanto affidabili… Se questa è la prassi da noi, non posso che accettarla.

Non so dove ci porterà questo percorso, e neppure se e quando arriveremo al traguardo, ma sono felice di averlo iniziato.
Ogni passo che facciamo, io mi sento più vicina a nostro figlio…
Anche se la felicità sembra ancora molto lontana.

Spero solo di riuscire a resistere fino alla fine.

So che ne vale la pena.

Ma è difficile resistere, soprattutto se non sai se raggiungerai mai il traguardo.

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Bianchetto – colla – timbro (visita con il medico legale)

Circa tre settimane fa io e Marito abbiamo dovuto sostenere la visita con il medico legale dell’AUSL, indispensabile per poter procedere con l’istruttoria per l’adozione.

Sapevamo che, più che una visita, sarebbe stato con un colloquio superficiale e sicuramente poco impegnativo, ma comunque eravamo entrambi agitati.

Purtroppo, a causa della mia lentezza mattutina, siamo arrivati leggermente in ritardo (l’appuntamento era per le otto del mattino in punto, per me che arrivo in ufficio alle nove passate è ancora l’alba!)

Durante il tragicomico viaggio in macchina (abbiamo preso strade di campagna sconosciute per evitare la tangenziale intasata a causa dei lavori stradali) io e Marito ci siamo accordati sulla nostra versione dei fatti.

“Mi raccomando, amore, se ti chiedono se fumi, devi mentire!” dico a Marito.

“Io? Fumare? No no, io non fumo! Che schifo!” mi risponde, aspirando allegramente il fumo di una sigaretta.

“Va beh, non possiamo mentire così…”

“Ok, dirò che ne fumo due o tre al giorno…”

“Non specificare pacchetti, però…”

Quando siamo arrivati alla sede dell’AUSL, prima di essere intervistati dal medico legale abbiamo parlato con una dottoressa, che ci ha fatto compilare un questionario.

Le domande erano quelle che mi aspettavo. Ha sofferto o soffre di malattie cardiache, neurologiche, diabete, ha disturbi psicologici (certo, anche se fosse, lo vengo a dire a te!), ecc. ecc.

Poi la dottoressa ci ha provato la pressione. Mi ha fatto notare che la mia era un po’ altina, per la mia età. L’ha detto con un leggero disappunto.

“Abbiamo corso, visto che eravamo in ritardo…” mi sono giustificata.

Con altrettanto disappunto ha notato che anche la pressione di Marito era alta.

Cioè, questi non ci danno un bambino perché abbiamo la pressione un po’ alta?? Iniziamo bene!

Una volta terminata questa inutile visita, siamo stati scortati nello studio del medico legale che, nonostante il nostro ritardo, si è fatto attendere qualche minuto.

Io e Marito ci siamo seduti e abbiamo pazientemente aspettato. Lo studio era decisamente vuoto e anche un po’ triste.

Accanto alla parete c’era un lettino, probabilmente un reperto della seconda guerra mondiale.

Sulla scrivania c’era una stampante degli anni Venti e un portapenne che conteneva delle biro con la punta rivolta all’insù (?).

In un angolo abbiamo visto un lavandino con a fianco dei cavi elettrici decisamente fuori norma.

E poi… L’armadietto. Ovvero l’oggetto che ha scatenato la nostra ilarità (oh, alle 8 del mattino si ride con poco).

L’armadietto era totalmente vuoto, fatta eccezione per tre oggetti posti ad eguale distanza l’uno dall’altro su una mensola: un bianchetto, un barattolo di colla e un timbro.

Io e Marito abbiamo osservato l’armadietto per alcuni istanti, ed è stato lui il primo ad accorgersi che gli oggetti erano stati messi in ordine ALFABETICO.

Ok, raccontato così non rende, ma vi assicuro che la scena era spassosissima.

Questo dottore mette le cose in ordine alfabetico, e poi siamo noi a dover parlare con lo psicologo?!

Ad un tratto sulla parete davanti a noi ho notato un ottotipo (grazie, Google), ovvero il tabellone con le lettere usate dall’oculista. Mi è venuto il panico. Io sono leggermente miope ma non porto gli occhiali né le lenti, e se il medico mi avesse fatto un esame oculistico?

Ho provato e riprovato, ma non riuscivo assolutamente a leggere l’ultima riga. Allora ho chiesto a Marito di leggermi le lettere, e ho cercato di impararle a memoria. Proprio mentre mi esercitavo, è arrivato il medico legale.

Era un uomo sulla cinquantina, cordiale ed evidentemente desideroso di terminare la visita (la farsa) nel più breve tempo possibile.

Ha letto le nostre risposte al questionario compilato poco prima e ci ha fatto ulteriori domande. Come prevedevo, ha chiesto a Marito se fuma e, se sì, quanto (quando ha detto “solo due o tre al giorno” con aria serissima ho rischiato di scoppiare a ridere), se la sua vista è buona, se beve e se si droga (??), e altre domande inutili che sinceramente non ricordo.

Poi è passato a me, mi ha ripetuto le stesse domande ma, invece di attendere una mia replica, si è dato le risposte da solo.

“Signora, lei ci vede bene? Sì, ci vede bene. Signora, lei fuma? No, non fuma. Signora, lei beve? No, non beve…” e così via.

Io sono rimasta in silenzio, sbalordita, e l’ho lasciato fare.

Poi ci ha consegnato un foglio, firmato e timbrato, dove attesta che siamo idonei per poter adottare.

Prima di salutarci ci ha dato alcune informazioni sull’adozione internazionale. Ci ha detto che alcuni Paesi, come la Russia e altri Paesi dell’Est, richiedono diversi accertamenti medici, anche oncologici per esempio, prima di poter presentare una domanda di adozione. E che, se entro quattro anni non avremo ottenuto l’adozione, dovremo ripetere la visita con lui (beh, se entro quattro – QUATTRO – anni non ho un figlio……..).

Visita conclusa. Inutile quanto essenziale per procedere. Stupida burocrazia italiana.

Lunedì prossimo, 8 aprile, avremo il primo colloquio con l’assistente sociale e la psicologa. E lì sì che ci sarà da divertirsi.

Meglio che non dica loro che mia madre passa le giornate a chattare su Facebook con dei trentenni, voi che dite?

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La conversazione più assurda

Ho scritto parecchie volte di conversazioni assurde che mi sono trovata a dover affrontare a proposito della PMA o della ricerca di un figlio.
Quella che vi sto per raccontare, però, le batte tutte. Sia quelle passate sia, ne sono certa!, quelle che dovrò affrontare in futuro.

La conversazione che vi sto per raccontare e che, di sicuro, vi lascerà a bocca aperta, non ha molto a che fare con la PMA.
Una delle persone coinvolte, però, e soprattutto il mio rapporto con lei, è forse la principale causa della mia spasmodica ricerca di un figlio.

Antefatto: Qualche giorno fa uno sconosciuto, un certo Luca di Milano, mi ha chiesto l’amicizia su Facebook. Io ho accettato, come faccio sempre (tranne con i capi), anche se non avevo idea di chi fosse… Pensavo che fosse un mio collega di Milano, oppure che avesse avuto il mio contatto tramite l’associazione animalista di cui faccio parte. Dopo aver accettato l’amicizia, mi sono completamente scordata di lui.

Domenica io e Marito abbiamo sfortunatamente incontrato i miei genitori al supermercato. Io e Marito non andiamo mai a quel supermercato, ma era l’unico aperto, e da quello che so neppure i miei genitori ci vanno spesso. E’ stata una pura botta di sfiga.
La sorpresa e l’incazzatura iniziali hanno ben presto lasciato spazio ad una sensazione di pietà. Era da mesi che non li vedevo. Ogni volta che per caso li incontro (viviamo in una piccola città, purtroppo accade più spesso di quanto non vorrei), li vedo sempre più vecchi e stanchi, ingrigiti, appassiti, anche se anziani non li sono affatto, in due hanno poco più di cent’anni.

Mi fa pena mia madre, così altezzosa e sicura di sé, che pensa che tutti gli uomini vogliano portarsela a letto, che ha fatto interdire la propria madre, una donna di 86 anni, e l’ha rinchiusa in una casa di riposo dove sta rapidamente morendo, senza neppure rendersi conto di quello che ha fatto.

Mi fa pena mio padre, che forse tanto cattivo non è, ma solo stupido, che mi ha dato un buffetto sulla guancia e mi ha sgridato dicendomi che non mi faccio mai sentire, che mi ha chiesto “come stai?” probabilmente riferendosi alla PMA di cui sa grazie a mia nonna, ma di cui non ha il coraggio di parlare apertamente…

Ma non dovrebbero essere i genitori ad accudire i figli, a cercarli quando non si fanno sentire, a interessarsi a loro?

La pietà è sparita non appena mia madre, ormai patita di Facebook (non ha mai lavorato e ultimamente passa tutto il suo tempo in chat – oh, meno male che ha abbandonato mia nonna in un ospizio perché non aveva tempo di curarla!), mi ha chiesto di accettare l’amicizia del suddetto Luca, perché questo ragazzo aveva qualcosa di molto importante da dirmi.

Ho cominciato a scaldarmi. Chi cappero è questo Luca? Che deve dirmi?
Ovviamente mia madre non ha voluto anticiparmi nulla. Mi ha solo detto di parlare con lui.

Non appena arrivata a casa ho mandato un messaggio a questo ragazzo chiedendogli chi fosse e cosa volesse da me. Ieri mi ha risposto, ripetendo che aveva qualcosa di molto importante da dirmi e che voleva parlarmi in chat.

Sul suo profilo avevo notato che la sua data di nascita era uguale alla mia. Il mio primo pensiero è stato: “Cavolo! Vuoi vedere che ci hanno scambiato nelle culle? Magari ho degli altri genitori da un’altra parte!”
Ma questa illusione (speranza??) è sparita non appena mi sono resa conto che Luca è nato qualche anno prima di me.
Niente da fare. Questi genitori me li devo tenere.

Le altre opzioni erano:

– Lui e mia madre avevano una tresca
– Era il figlio illegittimo di mia madre
– Voleva donarmi il suo sperma (oh, uno le pensa tutte!)

A questo punto ho perso di nuovo le staffe, gli ho detto che non uso la chat di Facebook e di scrivermi un messaggio privato, se proprio voleva comunicare con me.

Col senno di poi, mi dico che avrei fatto meglio ad eliminarlo dagli amici immediatamente.

Ieri pomeriggio mi ha mandato un messaggio, molto educato e cordiale devo dire, in cui mi ha raccontato che lui e mia madre si sono conosciuti su Facebook tramite un amico comune e che chattano e si sentono spesso al cellulare.
Cioè, mentre io lavoro, affronto la fecondazione assistita, le pratiche dell’adozione, curo i cani, la casa, mi impegno in progetti nuovi, cerco il modo di riportare mia nonna alla vita… Mentre io faccio tutto questo, mia madre – mia madre! – passa le giornate a parlare su facebook con un ragazzo trentenne sconosciuto?
E non vuole ascoltare sua figlia mentre le spiega la PMA? E non partecipa al suo matrimonio? Ah… Ok.

Luca mi ha spiegato che mia madre è molto depressa, che non fa altro che parlare di me e pentirsi per gli errori fatti in passato, che si chiede se potrà mai riabbracciarmi… Mi ha detto che devo sforzarmi per aiutarla, perché solo una figlia può aiutare la propria madre (e io che credevo fosse il contrario!).

Mi ha anche detto che ero libera di mandarlo al diavolo, che mi aveva scritto solo per aiutare un’amica che evidentemente sta male.

Oh, datemi pure della cinica, ma io ho riso tutto il tempo mentre leggevo ‘sto messaggio delirante!

Naturalmente, io che non so stare zitta, gli ho risposto in maniera altrettanto educata.
Gli ho detto che deve stare attento alle persone con cui parla in chat, che non tutto è come appare, e che io non sono la figlia ingrata che gli è stata raccontata… Gli ho spiegato che mia madre cerca in tutti i modi di attirare l’attenzione, che non gliene importa nulla di me ma usa la nostra triste storia soltanto per essere compatita e amata…
Gli ho parlato un po’ dei miei problemi (tanto, questo chi lo conosce) e del fatto che a mia madre non si è mai interessata per sapere come sto, che non ha neppure presenziato al mio matrimonio!

E ho concluso dicendo che non importa da che pancia sei nato, che conta chi ti ama e chi ti tiene per mano durante il duro percorso della vita…

Speravo che il mio messaggio l’avrebbe messo a tacere, invece Luca mi ha risposto dicendomi nuovamente che devo sforzarmi per aiutare mia madre e riavvicinarmi a lei… Tutti consigli molto belli e teneri, ma che NON sono ben accetti da un perfetto SCONOSCIUTO!

E, come se non bastasse, oggi pomeriggio, mentre mi districavo tra mille pratiche lavorative, mia madre mi ha mandato un sms dicendomi che non riusciva a comunicare con Luca perché aveva dieci – DIECI – chat aperte e le si era bloccato il computer… E chi se ne frega?!

Dopo pochi minuti mi ha scritto dicendomi che spera che Luca dopo avermi parlato le spieghi cos’ha sbagliato con me…

Cioè, questa ha bisogno che qualcuno glielo spieghi? Ma ci è o ci fa?
Ok, capisco i suoi problemi mentali e tutto (magari li ammettesse anche lei), ma se non partecipi al matrimonio di tua figlia, se non ti interessi quando ti parla dei suoi problemi di sterilità, se non le prepari mai il pranzo o la cena, se la guardi senza fare nulla mentre affronta problemi alimentari e altre difficoltà di cui non sto a parlare… Cioè, poi ti chiedi cos’hai sbagliato?! O__o

Per non parlare del fatto che per comunicare con sua figlia deve chiedere aiuto ad un estraneo di 30 anni con cui chatta su Facebook…!

Tutto questo farebbe ridere, se non fosse così squallido.

Pubblicato in: La mia storia, Riflessioni

Donne

Donna. Quanti sentimenti, quante emozioni, quanti desideri e quante possibilità racchiusi in un’unica, semplice parola.

Le donne sono materne, sensibili, intelligenti, ambiziose, guerriere, fragili, ambiziose, decise, indecise… A volte, tutto questo messo insieme.

Ci sono donne che desiderano diventare madri. Un figlio, che è la vita, il futuro, l’immortalità, è la loro massima aspirazione.
Ma ci sono anche donne a cui la maternità non interessa affatto. Alcune rimangono incinta per errore, e decidono di abortire, per mille motivi. Per una donna, la portatrice della vita, un aborto è sempre una scelta difficile, sofferta, sconvolgente. Ancora più difficile a causa di tutti i movimenti per la vita che si appostano davanti agli ospedali urlando slogan irripetibili, e a causa dell’alta percentuale di medici obiettori di coscienza (che nella maggior parte dei casi si definiscono tali solo per fare carriera). E a causa dei troppi genitori rimasti al Medioevo che minacciano la figlia in tutti i modi possibili nel caso in cui dovesse rimanere incinta senza essere sposata.

Ma anche per una donna che sogna di diventare madre la strada è piena di ostacoli.
Se per pura sfiga le capita di avere le tube chiuse o un marito con gli spermini poco piacenti, le sette di religiosi integralisti e sicuramente non dotati di empatia diranno che, se Dio ha deciso così, significa che non merita di avere figli.

Ah, invece le tossiche, le donne che gettano i neonati nei cassonetti, le quindicenni che rimangono incinta dopo un rapporto avuto nei bagni di una discoteca, quelle meritano di avere un bambino?

Se una donna decide di provare con la PMA, apriti Cielo… Eresia! La PMA è un oltraggio al Signore!
Se una donna sceglie l’adozione, idem… I figli devono rimanere con la madre naturale, i cattolici integralisti saranno subito pronti ad intervenire per fermare un simile orrore!

Ci sono donne che sognano di diventare dirigenti d’azienda, o di stare a casa ed essere le regine del focolare.
Donne che accontentano il marito/compagno in tutto, altre che alzano la voce e si fanno sentire.
Ci sono donne che amano il rugby, altre che aspirano a diventare ballerine di danza classica.
Donne che si vestono e si truccano di tutto punto ogni giorno, e magari in autobus o in tram si siedono di fianco a donne che si vestono sempre con jeans e maglietta e non sanno camminare sui tacchi.
Donne che ridono sguaiatamente, altre che arrossiscono davanti ad un complimento.
Donne che bevono come scaricatori di porto, altre che al pub ordinano sempre una Coca-Cola.

Ci sono donne che vengono offese, uccise, mutilate, ogni giorno, in ogni parte del mondo, per il semplice fatto di essere DONNE.

Alcune hanno il coraggio di denunciare, di farsi sentire, e addirittura di morire per questo.

Alcune rimangono in silenzio, per poter continuare a vivere in “pace”.

Ci sono donne che vengono stuprate e hanno il coraggio di sporgere denuncia, per poi spesso essere additate da polizia e mass media come provocatrici o donne “facili”.
Ci sono donne che vedono la loro vita rovinata per questo.

Ci sono donne che ogni giorno devono sottostare a soprusi di ogni tipo, e convivere con l’umiliazione. Che, talvolta, credono pure di meritare.

Siamo donne. Siamo tutto. Siamo la vita, siamo la comprensione, siamo l’aggressività, siamo la fragilità.
Siamo maschili, siamo seducenti, siamo di compagnia, siamo solitarie.

A volte intendiamo veramente ciò che diciamo, altre volte il nostro sguardo esprime un sentimento totalmente diverso dalle parole che escono dalla nostra bocca…

Se un uomo, anche impegnato, si concede avventure con mille donne diverse, è un tipo da ammirare, da invidiare.
Se una donna, anche single, si fa vedere in giro con uomini differenti, è una troia.

Se un uomo dice una parolaccia, è incazzato.
Se una donna impreca, è poco fine.

Se un uomo ha problemi di sterilità, è solo un po’ sfortunato.
Se una donna non può avere figli, è una donna a metà.

Se un uomo vuole fare carriera, è ambizioso.
Se una donna vuole fare carriera, è un’arpia acida.

Se un uomo guida la moto è un figo.
Se a una donna piacciono le due ruote, è sicuramente lesbica.

Se un figlio maschio invita a casa la ragazza, il papà o la mamma gli forniranno i preservativi.
Se una figlia femmina invita a casa il ragazzo… No, questo non è possibile. Suo padre l’avrà già avvertita di non tentare un simile affronto.

La maggior parte del mondo ci vuole solo madri e mogli sottomesse e silenti.
Ma noi possiamo essere, affermare, mostrare, ciò che vogliamo. Solo che non l’abbiamo ancora capito.

E se non siamo noi a farlo capire al mondo, chi può riuscirci?

Io voglio essere madre. Ma combatterò sempre per i diritti delle donne che vogliono abortire senza dover essere umiliate per questo, per quelle che sognano di fare carriera senza doversi “concedere”, per quelle che vogliono giocare a calcio piuttosto che a rugby, per quelle che decidono di sposarsi a diciotto anni o per quelle che, invece, di sposarsi non ci pensano nemmeno a quaranta.

Auguri a tutte le donne, non solo oggi, ma per tutti i giorni della vostra vita.

Perché, solo per il fatto di essere nate di sesso femminile, vi toccherà prima o poi subire qualche umiliazione, qualche sopruso.

Ma noi abbiamo la forza per ribellarci a tutto questo.

Dobbiamo solo capirlo.

Pubblicato in: La mia storia

Bai Jia Bei – Finalmente ci sono anch’io!

E’ con grande gioia che vi annuncio di essermi unita all’esercito delle invasate (cit.) delle stoffine.

E tutto grazie a PetaloBlu, che mi ha convinto ad aderire alla bellissima iniziativa di Adelia.

Ma cos’è il Bai Jia Bei? Copio&incollo dal sito di Adelia:

Narra la leggenda che l’ultima imperatrice della dinastia Qing, l’unica tra le concubine che aveva dato un erede all’imperatore, fu costretta ad abbandonare il suo bambino: per proteggerlo da ogni insidia pensò di chiedere a cento famiglie, tra quelle più in vista dell’Impero, di offrire ciascuna un pezzo della seta più bella; con i cento pezzi di stoffa ricevuti confezionò un lungo abito per suo figlio, cosicché il principino fu simbolicamente rivestito dalla nobiltà, dalla fortezza e dalle virtù dei più valorosi rappresentanti dell’Impero.
Così nacque in Cina la tradizione del Bai Jia Bei, usanza che perdura ancora oggi allo scopo di attirare sul bambino tutte le forze benefiche provenienti dalle persone che gli vogliono bene, in modo che sia protetto per tutta la vita dalle avversità.

Perciò, se volete aiutarmi a rendere un po’ più dolce l’attesa per questo bimbo che non ne vuole sapere di arrivare, vi invito ad unirvi anche voi all’esercito… Oppure a contattarmi personalmente (precaria09@hotmail.it) in modo che vi possa dare il mio indirizzo per mandarmi la vostra stoffina… Ovviamente ricambierò con molto piacere il favore… Sia che siate donne in attesa, come me, o già splendide mamme!

E con grande onore vi presento la prima stoffina che mi è arrivata, proprio da PetaloBlu:

stoffina1Stoffina num. 1 – PetaloBlu

Non so descrivere cos’ho provato quando, frugando nella cassetta della posta, non ho trovato le solite bollette o l’estratto conto della banca (che viene cestinato senza nemmeno essere visionato, tanto è l’orrore che provoca in me), ma una busta che, dal nome del mittente, sapevo già cosa contenesse… La mia prima, bellissima stoffina, accompagnata da un biglietto altrettanto bello che mi ha fatto venire le lacrime agli occhi!

Che aspettate, quindi? Scambiamoci i sogni… E anche la speranza! Di quella ce n’è sempre bisogno, no?