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Il mio posto nel mondo

Sono pronta. Domani è il giorno del pick up.

Almeno, la ginecologa dice che sono pronta. Non vedevo l’ora che questo giorno arrivasse, e ora ho paura. Ma non posso tirarmi indietro. Non voglio, soprattutto.

Io faccio sempre così. Mi mostro calma e serena, quasi fredda, apatica. Scherzo, rido, interpreto la parte di quella forte, della guerriera che può affrontare tutto, che non ha paura di niente. Solo quando poi mi trovo realmente davanti alla prova che devo superare comincio a capire davvero cosa sta accadendo.

Ma non è di questo che voglio parlare, ora. Domani avrò tutto il tempo per sfogarmi e raccontarvi di come mi sono fatta nuovamente compatire urlando davanti ai medici…

Ora vorrei condividere con voi un post che ho scritto qualche giorno fa e che finora non avevo trovato il tempo di pubblicare.

 

La domanda che mi sento porre più spesso dalle poche persone a cui ho parlato dei nostri tentativi di PMA è: “Come mai hai tanta fretta di avere un figlio?”
Non mi chiedono perché io desideri un bambino, che sarebbe una domanda più che lecita. No. Mi domandano perché lo voglia ora. E questo mi fa girare le ovaie a mille.

Dall’atteggiamento di queste persone ho capito una cosa importante. La maggior parte della gente ritiene che avere un figlio sia un fatto naturale, istintivo, non un desiderio d’amore, ma un compito che si deve alla società, a cui assolvere dopo aver, possibilmente, goduto appieno della propria vita. Ovvero, dopo essersi divertiti alla grande, aver viaggiato tanto, fatto esperienze nuove e magari aver intrapreso una carriera lavorativa. Infatti mi sono anche sentita chiedere, da un’amica che sa che a novembre i miei genitori andranno alle Mauritius, perché non abbia deciso di rimandare la PMA e approfittarne per andare via con loro… Come se una vacanza fosse più importante di un figlio! Come se avere un bambino non potesse essere un desiderio, ma soltanto un obbligo a cui ci tocca adempiere perché costretti dall’istinto o dalla società. Come se un figlio non fosse la vita, ma una scocciatura, come se una vacanza, o la carriera, o il divertimento fossero i veri piaceri dell’esistenza umana.

Magari per qualcuno è così. Se sta bene a loro, sta bene anche a me. Ma per me è diverso.

Perché voglio tanto un figlio?

Nella mia vita mi sono sempre sentita fuori posto. Prima di tutto nella mia squilibrata famiglia. Ed è a causa dell’anaffettività dei miei genitori che mi sono sempre sentita molto sola, diffidente, spesso incapace di stringere legami. Ho dovuto leggere numerose ricerche mediche e subire anni di psicanalisi prima di capirlo… Ma ora, finalmente, ce l’ho fatta. Ho capito che tutti i miei fallimenti sono stati in gran parte causati da quello che ho passato nella prima, delicatissima fase della vita. La psicologa dice che, con un vissuto come il mio, avrei potuto facilmente imboccare la strada sbagliata, diventare a mia volta una persona squilibrata, addirittura finire nel tunnel della droga o diventare aggressiva. La rabbia c’è, non lo nego, ma il desiderio di trasformala in amore, anziché essere risucchiata dall’ira, è più grande.

Non mi sento mai al posto giusto. Mi sento sempre diversa. A volte migliore, ma spesso peggiore degli altri. Ho perennemente paura di sbagliare, di essere fraintesa, di non essere amata. Faccio di tutto per essere accettata dagli altri, per avere una briciola di affetto. Ma questo non mi aiuta ad ottenere amore, ma mi mostra come una persona insicura e anche un po’ pirla.

Sono sempre stata esclusa, incompresa, non amata. Prima di tutto dai miei genitori, che mi hanno sempre detto che sono un’ingrata e un fallimento, dalle coetanee che da ragazzina mi escludevano perché dicevano che ero strana, e dalle attuali amicizie che si ricordano di me soltanto per Natale e il giorno del mio compleanno.

Le difficoltà sul lavoro, i litigi con i miei genitori, il matrimonio, la PMA, sono tutte grandi prove che ho dovuto affrontare da sola. Certo, ho Marito al mio fianco, ma a volte sarebbe bello avere una mamma da cui farsi coccolare o un’amica pronta a correre da te quando stai male.

Sarebbe bello. Ma, a dire il vero, forse in fondo al cuore non è che mi importi più di tanto.

A volte penso che l’unico modo per sentirmi finalmente al mio posto sia diventare madre.

Questa affermazione, detta da una femminista come me, può sembrare alquanto paradossale. Ma è proprio così che mi sento.

Non è che la mia vita sia totalmente vuota, eh. Ho un buon lavoro, ho la passione per la scrittura, ho il volontariato. E anche l’amore non mi manca. So che Marito mi ama e sono certa che staremo insieme per sempre, e ho i miei cani che mi donano ogni giorno un affetto puro e disinteressato. E gli amici… Le rare volte in cui sono, sanno darmi affetto anche loro. Non è un affetto sui cui io possa contare, ma è meglio di niente.

Non ho nessuna intenzione di avere un figlio per riversare su di lui tutta la mia frustrazione, i miei sogni non realizzati, per avere una rivincita attraverso di lui, o per assicurarmi un “bastone” per la vecchiaia… No, ve lo assicuro. Non importa se mio figlio sarà un genio oppure un asino, o semplicemente mediocre, non importa se sarà bello o brutto, non importa neppure se mi vorrà bene o se mi vedrà come una rompiballe. E non mi interessa neanche se a vent’anni dovesse decidere di lasciare l’Italia per trasferirsi dall’altra parte del mondo.

Dal momento in cui darò alla luce mio figlio, io non mi sentirò più sola. Non sarò più sola. Troverò finalmente quel legame che ho sempre desiderato. Un legame indissolubile, qualsiasi cosa accada. Io ho bisogno di quel legame. Ho bisogno di sapere che in questo mondo c’è qualcuno legato a me, per sempre.
E solo un figlio ti può dare quella certezza. Non mi sentirò più inutile, un fallimento. Avrò una piccola creatura da crescere. Una creatura che avrà bisogno di me. Una creatura da cui non dovrò elemosinare amore, ma che mi amerà a prescindere, perché io gli darò la vita.

Forse penserete che io sia un’egoista, che abbia troppe aspettative verso la maternità… Ma non credo che sia così. Prendete me. Nonostante tutto quello che mia madre mi ha fatto – e vi assicuro che su questo blog ho raccontato solo le parti divertenti – io continuo a tenderle la mano, aspettando – invano – che l’afferri. Continuo a farmi del male, volontariamente, perché una madre e un figlio sono per sempre legati, qualsiasi cosa accada.

Mio figlio avrà da me tutto quello di cui un bambino ha bisogno: amore e protezione. E non importa se non riuscirà a restituirmi lo stesso affetto. Semplicemente donargli il mio amore mi farà sentire bene. Perché finalmente saprò di non stare sprecando le mie energie e il mio cuore per qualcuno che non li merita, per qualcuno che non sa cosa farsene.

Amare è tutto quello che desidero fare. Voglio fare qualcosa di buono. Amare e sapere che il mio amore non è vano.

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Metti in circolo l’ormone

Lunedì le Rosse sono arrivate, accolte da mie grida di giubilo seguite da smorfie di dolore non appena sono iniziati i soliti maledettissimi crampi (grazie Moment, ci sei sempre quando ho bisogno di te).

Come da programma mercoledì, ovvero il terzo giorno del ciclo, ho iniziato le piacevolissime iniezioni sulla pancia, di Gonal F: 150 unità al dì.

Si ringrazia Santo Suocero, detto anche Infermiere Personale, che ogni sera, nonostante il tempaccio, è venuto a casa a farmi le punture. Soltanto ieri Marito ha trovato finalmente il coraggio per bucarmi la pancia, e ce l’ha fatta pure stasera, quindi spero che non dovrà più far scomodare suo padre!

Già dopo essermi fatta la prima dose mi sentivo strana. E’ da due giorni che sento dei dolorini al basso ventre e mi sembra di essere gonfissima. Per non parlare poi dell’umore… Peggiora sempre di più. Cerco di attaccar briga con chiunque incroci il mio campo visivo. Riesco a litigare persino con me stessa. Stanotte ho obbligato Marito a dormire sul divano, urlandogli contro qualcosa… Non ricordo più nemmeno cosa. In confronto a me, una iena affamata sembra un cucciolo affettuoso.

Non so se tutto questo sia dovuto realmente agli ormoni o se si tratti semplicemente un effetto placebo al contrario (grazie a Google ho appena scoperto che esiste un termine per definire questa reazione: effetto nocebo). Può capitare, dopo aver letto e riletto il bugiardino e tutti gli effetti collaterali che riporta….

Non lo so. So soltanto che sto male. Conto i giorni che mi separano dalla prima ecografia di monitoraggio, mercoledì 17. Il mio cuore batte perennemente fortissimo, e non c’è nulla che mi possa distrarre, neppure il cambio del guardaroba, che oggi mi ha tenuta occupata per tutto il pomeriggio (che divertimento).

Avevo deciso che avrei affrontato questo secondo tentativo di PMA con la dovuta calma, senza fare troppi viaggi mentali, senza ansie o speranze eccessive. Ma non ci riesco. Fino a qualche giorno fa mi sentivo veramente così. Ero calma, come se fossi già rassegnata ad un secondo fallimento. Ma più il giorno della prima iniezione si avvicinava, più mi sentivo esaltata. E da quando ho cominciato a bucarmi la pancia, sono emozionata e impaurita come una bambina che sta aspettando il giorno di Natale, ma teme di essere stata troppo cattiva per meritarsi il regalo che ha sempre sognato…

Ci siamo quasi. Tra un mesetto sarà tutto finito. Non ho idea di cosa succederà. E questo mi fa tanta paura. Proverò finalmente quel momento di felicità che ho sempre sognato? O vivrò un nuovo fallimento, nuovi pianti, nuova rabbia? Non me la sento di dire che accetterò con serenità qualsiasi destino. Anche se ho cercato di rimanere con i piedi per terra, ammetto di non poter fare a meno di riporre tante speranze in questo tentativo. Non so come reagirei ad un nuovo fallimento. E’ ancora ben impresso dentro di me il dolore che ho provato solo pochi mesi fa. Non voglio provarlo di nuovo. Non voglio! E quello che mi fa più paura è che io sono totalmente impotente. Non c’è nulla che io possa fare per realizzare il mio sogno. Sono nelle mani dei medici e del biologo. Ma pure loro possono forzare un po’ la Natura, ma non obbligarla a realizzare il mio desiderio. Alla fine, sono nelle mani del destino, o di Dio, o… Del caos. E ad una maniaca del controllo come me, il caos non piace per niente.

Dovrebbero aggiungere un effetto collaterale sul foglietto illustrativo del Gonal: il farmaco può indurre a scrivere post sconclusionati e pessimisti sul proprio blog 😛

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Un autunno di fuoco

Non so perché ho aspettato tanto a darvi questa notizia. Ho continuato a rimandare la pubblicazione di questo post. Forse volevo tenermi questo avvenimento per me, forse sapevo che, annunciandovelo, l’avrei reso più reale, forse temevo che avrei iniziato ad avere paura…

Un mese fa, esattamente il 30 luglio, io e Marito abbiamo sostenuto il primo colloquio con l’assistente sociale per avere informazioni sull’adozione. Naturalmente, io sapevo già tutto quello che la dottoressa ci ha detto (grazie internet!).

L’assistente sociale è una donna all’apparenza molto carina e gentile. Me la immaginavo come un’arpia, perciò ne sono rimasta piacevolmente stupita. Non ha fatto un’espressione contrariata quando le ho detto che abbiamo due cani di taglia grande, anzi, e questo mi ha fatto molto piacere. Temevo che ne sarebbe rimasta contrariata, ed ero già pronta ad iniziare un lungo discorso su quanto sia bello per un bambino crescere insieme ad un animale, e a quanto siano affettuosi e buoni i nostri cagnoloni.

Dopo le presentazioni, ci ha chiesto di parlare di noi, della nostra storia. Ovviamente Marito ha lasciato parlare me (e te pareva!).

Ho cominciato a parlare, all’inizio la voce mi tremava e non ho potuto fare a meno di notare che l’assistente sociale guardava come muovevo le mani, e questo mi ha messo un po’ in soggezione… Ho raccontato la nostra storia con un tono neutrale, come se non stessi parlando di noi, del nostro incubo, ma come se stessi raccontando la trama di un film. Mi rendo conto che sono molto più brava ad esprimere i miei sentimenti scrivendo piuttosto che a voce.

Le ho parlato del nostro desiderio di avere un figlio, della scoperta della nostra infertilità, del tentativo di fecondazione assistita fallito… Naturalmente ho dovuto mentire e dire che non abbiamo intenzione di riprovarci, so che non è bello, ma so anche che questa bugia non farà del male a nessuno. Prima che ci abbinino ad un bimbo facciamo in tempo a fare altre dieci PMA… Da quello che ho capito leggendo le esperienze di altre coppie, l’importante è che la donna non rimanga incinta dal momento in cui il giudice non decide di assegnare (che brutto verbo, scusatemi) un bambino alla coppia, il che avviene come minimo un anno dopo la fine degli accertamenti sanitari e psicologici. Se la coppia riesce ad avere un figlio, in modo naturale o tramite PMA, prima, l’unica cosa che si può rimproverare è quella di aver fatto perdere del tempo agli assistenti sociali.

Durante il colloquio avrei voluto dire molto di più, ma temevo di dilungarmi troppo. Spero di avere la possibilità di approfondire il discorso durante i prossimi incontri.

Poi abbiamo parlato del percorso adozione, di quello che comporta, abbiamo raccontato dei nostri amici che sono stati adottati e delle difficoltà che sappiamo di dover affrontare.

Il colloquio è durato circa un’ora e dopo l’imbarazzo iniziale direi che è stato abbastanza piacevole. Il prossimo passo sarà quello di partecipare al corso, della durata di quattro incontri settimanali di quattro ore ciascuno. Inizieremo il corso giovedì 13 settembre. Da quello che mi ha detto la mia collega che ha da poco adottato una bimba, questi incontri sono piuttosto impegnativi. Ma io sono molto agguerrita, e cercherò di non farmi incutere timore!

Marito non è molto convinto dell’adozione, e spera che la prossima PMA vada bene… Io ho sempre desiderato adottare, ma la lunghezza e la difficoltà di questo percorso mi fanno paura. Avevo sempre pensato di affrontare questa strada in maniera diversa, dopo aver già avuto un figlio in maniera “naturale”, e non così, non quest’ansia, non con questa rabbia… Perciò anch’io non posso che sperare che la prossima PMA vada bene.

Ma devo ammettere che l’adozione sarebbe una cosa meravigliosa. L’adozione non sarebbe un brutto destino… Più lungo, complicato, estenuante, ma non brutto, anzi…

Io vorrei soltanto sapere. Vorrei soltanto sapere qual è la nostra strada. Non vedo l’ora di sottopormi alla prossima PMA. Voglio conoscere il mio futuro. E, a questo punto, non mi importa neppure se andrà bene o andrà male. Io voglio soltanto sapere. Sapere se il mio destino è quello di diventare una madre naturale oppure adottiva. Sapere quale percorso dovrò scegliere. Perché non sono io a decidere, ma il destino.

A proposito di PMA. Ci siamo quasi. Tra tre settimane circa inizieremo il nostro secondo tentativo. Avevate proprio ragione… Questi tre mesi sono passati in un batter d’occhio!

Sabato 8 settembre abbiamo appuntamento presso il centro PMA di Reggio Emilia, dove abbiamo fatto la prima ICSI a giugno, per farci consegnare il nuovo piano terapeutico. Questa volta so che mi prescriveranno una dose maggiore di ormoni fin dall’inizio, dato che la prima volta le mie ovaie non hanno risposto molto bene ad un dosaggio basso. Ora che mi sono liberata degli ormoni che avevo in corpo, che in vacanza mi sono – relativamente – riposata, mi sento pronta a ricominciare. Non vedo l’ora.

Avere un figlio “proprio” e adottare sono due esperienze diverse. Dopo il trauma iniziale – che una coppia vive in entrambi i casi – però, le due strade si intrecciano. E inseguono lo stesso obiettivo: crescere una piccola creatura con amore. A me non importa in che modo avrò mio figlio. Voglio soltanto sapere. Sono solita programmare tutto – le vacanze, i week end, i pasti – in modo maniacale. E questo non sapere mi mette un’ansia terribile.  Sarò una mamma di pancia, oppure di cuore? Mi sento pronta in entrambi i casi. Ma voglio sapere!

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Dai, cazzo!

 La mia faccia quando la gente mi chiede: “E bambini? Ancora niente?”

Eccomi qui. Sono ancora viva. Ho smesso di piangere. Già da un po’ di giorni, a dire il vero.

Mercoledì sono rientrata in ufficio. Mi tremavano le gambe, come se fosse il mio primo giorno di lavoro, anzi, ancora peggio, come una ragazzina al primo giorno di superiori.

Naturalmente tutti i colleghi non hanno fatto altro che esclamare “bentornata!” e chiedermi “come stai?”

Sono consapevole che non sanno quello che sto passando, ma avrei voluto bruciarli tutti con lo sguardo. Credo che il mio responsabile abbia intuito più o meno a che tipo di “operazione” mi sono sottoposta, perché tempo fa aveva indovinato che ero sotto ormoni (io avevo parlato genericamente di “farmaci”) e quando gli ho fatto presente che in autunno dovrò ripetere questo fantomatico “intervento” lui non ha fatto domande ma mi ha solamente consigliato di stare calma e distrarmi un po’.

Il rientro al lavoro non è stato particolarmente traumatico. Ho ritrovato subito la concentrazione e ho sparato le mie cazzate con i colleghi come al solito. Tenere il muso non sarebbe servito a niente, se non a far aumentare la curiosità della gente.

Oggi io e Marito siamo tornati al centro PMA per parlare con la ginecologa di un eventuale futuro tentativo, che potremo fare a ottobre. Ho chiesto lumi su quanto accaduto, ma la dottoressa ha detto che non è possibile sapere come mai la gravidanza non è andata avanti. Mi ha rassicurata dicendo che gli sforzi che ho fatto mentre ero a casa non c’entrano niente. Almeno posso smetterla di sentirmi in colpa.

Non so ancora se faremo sempre a Reggio Emilia il prossimo tentativo, oppure al Demetra di Firenze. Ho sentito parlare bene anche del Tecnobios di Bologna. Probabilmente userò i giorni di ferie che ho ad agosto per andare a sentire un po’ in giro (sperando che ad agosto tutti i dottori non siano in vacanza!) perché se chiedo altri giorni a luglio il mio capo potrebbe uccidermi.

Come programmato ho anche preso appuntamento con l’assistente sociale per iniziare la pratica per un’adozione, ma questo argomento merita un post a parte.

Io e Marito non avevamo previsto di andare in vacanza quest’anno, ma dato che le cose sono andate male e abbiamo entrambi due settimane di ferie in agosto vorremmo trovare un posticino economico e isolato dal mondo dove recuperare un po’ di forze per qualche giorno.

In questo momento vorrei soltanto stare lontana da tutti. Non sopporto più nessuno.

Non sopporto i colleghi che mi prendono in giro perché sono pallida come un morto (dopo sedici giorni di malattia pensavano forse che sarei tornata abbronzata??).

Non sopporto la tabaccaia che l’altro giorno, quando io e Marito siamo andati a comprare le sigarette, con tono allegro ci ha chiesto: “E bambini? Ancora niente?”

Non sopporto le donne incinta che incontro OVUNQUE e che si accarezzano il pancione manco stessero per dare alla luce il futuro salvatore del mondo… Si vede che siete in attesa, sembrate delle balene, non c’è bisogno di ostentare, stronze!

Non sopporto le donne che cercano il secondo figlio e poi sono sconvolte perché arriva subito, quando il primogenito è ancora in fasce… Ma andate un po’ a fanculo, va! Se non vuoi rimanere incinta  usa un cazzo di preservativo!

Non sopporto le “amiche” che alla notizia del mio tentativo fallito mi hanno mandato un sms dicendo “Quanto mi dispiace!”… Né una chiamata, né una visita, né un’e-mail…

Non sopporto l’amica neo-mamma che mi chiede in continuazione di andarla a trovare per vedere il suo pupo… Io tuo figlio non lo voglio vedere, non lo posso vedere! Posso permettermi di essere egoista, una volta ogni tanto?

E non sopporto me stessa perché le ho detto di sì, e so che l’andrò a trovare, farò mille complimenti al bambino, lo riempirò di regali spendendo un patrimonio e poi quando sarò da sola scoppierò a piangere…

DAI, CAZZO!

Ecco, ora mi sento un pochino meglio.

Dopo questo sfogo vorrei aggiungere dell’altro.

La vita mi ha insegnato che bisogna affrontare tutto con decisione, a testa alta, che si deve combattere per ciò in cui si crede e che ogni dramma, ogni dolore, può rappresentare una possibilità. E’ difficile capirlo mentre si sta vivendo un momento buio, ma sono sicura che sia così.

Le persone che hanno figli per caso o senza alcuna difficoltà non si rendono conto della loro fortuna. Non sapete quanta gente di mezza età conosco che si lamenta dei propri figli e afferma che se tornasse indietro non li metterebbe al mondo. Forse c’è un motivo per cui noi dobbiamo soffrire e aspettare tanto. Ora non riesco a capire questo motivo, ma un giorno ci riuscirò. O forse il nostro destino è quello di dare amore ad un bambino che è stato abbandonato. Forse Dio sta cercando di dirci che da qualche parte c’è una creatura che non ha avuto l’amore che merita e sa che noi, invece, possiamo donarglielo.

O forse non esiste alcuna spiegazione, alcun destino, e se tutti noi dobbiamo patire tanto è solo perché la Natura è stronza. Ma preferisco la prima ipotesi.

Ed è vero che la maggior parte delle mie amiche non si sono dimostrate tali, ma grazie a questo blog ho potuto conoscere tante persone che sanno starmi vicino come le persone “reali” non sanno fare. Può sembrare triste, ma in realtà sono fortunata. C’è chi non ha nessuno, io ho voi!

E sono fortunata ad avere un marito che sa farmi ridere e combatte con me, per me, per noi.

Mi piacerebbe avere anche dei genitori con cui parlare e da cui ricevere conforto, e delle amiche con cui sfogarmi, ma devo accontentarmi di quello che ho. E, in fondo, mica è poco, eh!

Mi sembra di essere tornata indietro nel tempo di mesi, quando io e Marito stavamo ancora facendo tutte le analisi, ed io ero elettrizzata all’idea della PMA, ingenuamente convinta che saremmo stati fortunati al primo tentativo. Ora inizia un’altra atroce attesa, c’è sempre la determinazione a combattere ma manca l’entusiasmo, perché è forte la paura di un’altra delusione.

Ma la vita è questa, e non si può far altro che andare avanti.

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Sono incinta, ma…

Vi ricordate quando vi ho parlato di come ho sempre immaginato quel momento di felicità? Il momento in cui avrei visto il test di gravidanza positivo e, felice come non mai, l’avrei annunciato a Marito?

Esattamente due giorni fa ho vissuto quel momento. Ma, come spesso accade nella vita, la realtà si è rivelata ben diversa dal sogno.

E’ da quasi una settimana che per caso ho scoperto di avere in casa un test di gravidanza. Per giorni e giorni ho resistito dal farlo, ben sapendo che era troppo presto per ottenere un risultato valido. Due giorni fa, al 12 pt, ho deciso di farlo, in anticipo di due giorni rispetto a quello che mi aveva detto il centro.

Ho aspettato che Marito uscisse per andare al lavoro, mi sono alzata, ho pregato, con gambe tremanti sono andata in bagno, ho fatto il test e poi, un po’ intontita e ancora assonnata, ho atteso l’agognato risultato.

Due linee. Per la prima volta in due anni ho visto due linee. Certo, la seconda era decisamente flebile, ma… C’era. C’erano due linee.

“Cazzo. Sono incinta.”

Mi sono messa a ridere. Il cuore mi batteva a mille. Ma la felicità è durata poco. La paura ha preso il sopravvento. Avvertivo un brutto presentimento, come se sapessi che quella felicità non era destinata a durare, che non mi spettava

Ho chiamato Marito e gli ho dato la buona notizia. Anche lui era frastornato e non riusciva a gioire. Poi ho deciso di andare a fare le analisi del sangue per vedere il dosaggio delle beta. Ormai, a furia di leggere su internet le esperienze delle altre donne, sapevo che valori aspettarmi.

Dopo poche ore ho avuto il risultato. E ho capito il perché del mio brutto presentimento.

18,52

Un valore basso, molto basso rispetto alla media, che è di 100 o persino di più, anche se su alcune tabelle che ho trovato in rete il valore sembra regolare.

Ho chiamato la ginecologa che ha cercato di rassicurarmi dicendo di ripetere le beta dopo due giorni, ovvero oggi.

Ieri per tutto il giorno ho avuto dolori e crampi al basso ventre, a volte anche forti. E mi sono iniziate delle perdite di sangue, molto leggere.

Stamattina ho ripetuto le beta.

44,72

Il valore è più che raddoppiato, com’è giusto che avvenga. Ma è ancora basso. Ho richiamato la ginecologa, che ha confermato i miei dubbi, ma mi ha detto di rimanere calma e ripetere l’esame sabato, sperando che i valori si alzino, e intanto continuare il progesterone.

Da quello che ho letto su internet potrebbe trattarsi di una gravidanza biochimica, ovvero una gravidanza che non va a buon fine e termina nei primi giorni. Significa che l’embrione si impianta nell’utero, ma poi non ce la fa a sopravvivere.

Ho passato tutta la giornata stesa sul divano, a dormire, a piangere, a cercare di immaginare cosa accadrà.

Sono incinta ma non posso esserne felice, perché è molto alta la probabilità che il mio sogno mi venga strappato subito via.

Ho paura. Ho tanta paura. Vorrei poter dormire fino a sabato.

Sono incinta. Non riesco neanche a dirlo.

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Tra sette giorni…

La mia faccia mentre aspetto l’esito delle beta.

 

Oggi 7 pt.

Per chi ancora non mastica queste abbreviazioni internettiane, significa “7° giorno post-transfer”. (Io ho impiegato settimane intere a capire queste cavolo di abbreviazioni… Pt, pm, po, e chi più ne ha più ne metta…).

Questo significa che sono a metà della mia attesa. Tra altri sette giorni potrò fare l’esame delle beta e scoprire se sono incinta oppure no. Se i miei embrioncini hanno attecchito oppure se – puff! – se ne sono andati, così, senza dire nulla.

L’attesa è atroce.

Ho passato i primi tre giorni a dormire 20 ore su 24, proprio io che sono una donna così attiva e quando sono a casa dal lavoro, anche se sto poco bene, colgo sempre l’occasione per fare qualcosa di utile. Avevo paura a muovermi anche solo di un centimetro, nonostante sapessi che le mie erano solo stupide paranoie. Mi sentivo stanca, stanchissima, sia fisicamente che mentalmente. E quando mi svegliavo aprivo il frigo e mangiavo qualsiasi cosa mi capitasse tra le mani, per poi ricominciare a dormire.

Dopo tre giorni passati così mi sentivo le gambe a pezzi, ed ero psicologicamente sconvolta. Mi sentivo trasformata, una specie di ameba.

Piano piano ho ritrovato le energie, e anche la voglia di fare. Ovviamente non posso fare grandi sforzi, ed è Marito a fare la maggior parte dei lavori di casa, però ho ritrovato la forza per mettere un po’ in ordine qua e là, per guardarmi dei bei film che non ho mai il tempo di guardare, per finire di scrivere il mio romanzo, per leggere senza addormentarmi con il libro in mano come succede in ogni sera “normale”, per stare in giardino con i cani a prendere il sole, per fare qualche collage di foto che rimandavo da troppo tempo…

Lunedì è il mio compleanno e ho invitato un po’ di amici a casa per una cena. Saremo in dodici, non sono abituata a cucinare per tante persone, perciò ho un bel po’ di cose da organizzare!

Insomma, ho trovato il modo per ingannare l’attesa.

Anche se il pensiero, quel pensiero, è sempre lì.

E’ da giorni che prego Marito di andarmi a comprare un test di gravidanza, ma lui si rifiuta, dice che è troppo presto. Per una volta ha ragione lui. Su internet ho letto di diverse ragazze che hanno fatto il test di gravidanza troppo presto e hanno avuto un risultato negativo… Mentre invece le beta risultavano positive. E’ inutile che mi preoccupi per niente.

Ho passato mesi a sopportare analisi di ogni tipo, punture, paure, pianti… Ma il momento più difficile è questo. L’attesa.

I primi due giorni sentivo qualche dolorino alle ovaie. Ora non ho più alcun sintomo, se non il seno gonfissimo, che però potrebbe anche essere un campanello d’allarme dell’arrivo delle Malefiche Rosse (ecco, quando penso a loro la mia faccia si deforma tipo “L’urlo” di Munch), oppure un semplice effetto collaterale dato dal progesterone che assumo ogni giorno come terapia post transfer.

Non ho sintomi, ma non è questo a preoccuparmi di più.

Il problema è che io NON mi sento incinta.

So che è un discorso stupido. So che durante il primo periodo della gravidanza non si sente nulla. Lo dicono in tante donne. Eppure io ho sempre creduto che, una volta incinta, l’avrei sentito. Non a causa dei mal di pancia o di altri sintomi fisici, ma… Ho sempre pensato che l’avrei sentito nel mio cuore.

Ed io non sento nulla. Se non un grande vuoto.

Marito dice che, anche se fosse così, non devo farne un dramma. Che ci riproveremo. Anche le mie amiche dicono lo stesso. “Tanto puoi riprovare”… oppure: “Beh, dai, almeno sei giovane, pensa se avessi quarant’anni! Ne hai di tempo!”

Certo. Sulla carta hanno tutte le ragioni del mondo.

Ma cosa ne sanno, loro?

Sanno cosa significa desiderare tanto qualcosa (e non un viaggio o una borsa firmata, ma un FIGLIO) e non sapere quanto dovrai aspettare per averlo? Sanno cosa vuol dire farsi fare una puntura ogni sera, sentirsi le ovaie gonfie e avere voglia di ridere e un secondo dopo di piangere? Sanno cosa vuol dire sopportare tutto questo per ottenere quello che le altre coppie, le coppie normali, ottengono facendo l’amore, magari dopo una cena romantica a lume di candela? Sanno cosa vuol dire vivere una vita IN SOSPESO?

Non ne sanno niente. Beati loro.

Anch’io un tempo non ne sapevo niente. Ora so tutto. E fa male. Cazzo, se fa male.

Voglio solo sapere la verità, per poter gioire, o per poter piangere un po’ e poi trovare la forza per ripartire.

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Ho paura.

Non ne posso più.

Dicevo che non vedevo l’ora di iniziare a prendere gli ormoni, di sentire le ovaie gonfiarsi, di farmi bucare tutta la ciccia… Ed era vero, ma ora… Non ne posso proprio più.

Ieri ho fatto la quattordicesima iniezione di Gonal. L’ultima, per fortuna. Stasera farò la puntura di Gonasi per portare i miei follicoli alla maturazione finale. Ci sono sei follicoli, ‘na tristezza, durante la prima eco mi erano sembrati molti di più, ma ieri la ginecologa ha confermato che sono sei.
Domani, fortunatamente, non dovrò prendere alcun farmaco.

Lunedì mattina alle ore 7.30 farò il pick up, detto anche prelievo ovocitario. Data la mia lentezza nel prepararmi al mattino, e dato che per arrivare al centro PMA bisogna percorrere la trafficatissima via Emilia, suppongo che mi dovrò alzare alle 5. Poco male, tanto la notte prima non chiuderò occhio.
La dottoressa mi ha detto che dovrò essere a digiuno di solidi e liquidi da mezzanotte (Marito ha allegramente proposto di fare una cena a base di pepata di cozze la sera prima, ah ah che umorismo!), struccata, senza smalto (ho dovuto cercare su Google per capirne il motivo) e portare con me un pigiama o camicia da notte da notte e delle ciabatte (e un bel libro no, da leggere mentre mi frugano nelle ovaie?).

Dato che solitamente dormo con delle tute improponibili risalenti al dopoguerra e le mie pantofole sembrano quelle di una bimba di cinque anni, credo di aver trovato la scusa buona per fare shopping. Per una volta, Marito è d’accordo con me. Sapete, lui è il tipo che si preoccupa di verificare attentamente al mattino che i calzini che indossa non siano bucati, perché se finisse al pronto soccorso per qualsiasi motivo, che figura ci farebbe? (Certo, tutti quelli che finiscono all’ospedale magari sanguinanti e morenti si preoccupano di come son vestiti… Mah!).

Dopo il pick up dovrò rimanere sotto osservazione per qualche ora, almeno fino a mezzogiorno.

Tutto questo preambolo per dire che… Ho paura. Ho una fottuta paura.
Non tanto dell’anestesia, del rimanere incosciente per diversi minuti mentre dei dottori sconosciuti mi inseriscono un ago , ma… Di tutto il resto. Ho paura di quello che dovrebbe accadere, di quello che voglio che accada, e che potrebbe NON accadere. Ho paura che non riescano a recuperare alcun ovocita decente. Ho paura che tra gli spermini di Marito non ce ne sia neppure uno non dico normale, ma almeno dotato di testa… Ho paura che il biologo non riesca a mescolare bene gli ingredienti. Ho paura che non ci sarà alcun embrione da trasferire. Ho paura c he non ci sarà alcun figlio.

Non so cosa farei se qualcosa andasse storto. Non so se avrei la forza per riprendermi, per provare di nuovo…
Tutto questo mi sta facendo impazzire. È da due giorni che sento il cuore in gola, mal di stomaco e i battiti a mille. Mi sento le ovaie gonfissime e sono intrattabile. Stamattina al supermercato ho cominciato ad inveire ad alta voce contro un poveretto che si era fermato davanti al banco frigo oscurandomi la vista degli yogurt… E manco mi andava lo yogurt! O__o

Il mio bimbo, il mio sogno, il mio futuro, è nelle mani di medici sconosciuti. Potrei essere ad un passo dal realizzare il mio più grande desiderio, oppure vicina ad un baratro…

Pubblicato in: La mia storia

La prima volta

Oggi ho fatto la mia prima iniezione (di Enantone) per la soppressione. Ho da sempre una paura atroce degli aghi (e pensare che sono anche donatrice di sangue), ma per fortuna il suocero, nonché infermiere ufficiale della famiglia, è stato bravissimo e non ho sentito nulla!

Per un paio d’ore subito dopo l’iniezione ho avvertito tutti i sintomi più strani di questo mondo… Mi sentivo spossata, avevo caldo, mi girava la testa… Dopo essermi convinta che era tutto frutto della mia immaginazione, ora mi sento benissimo! Per la prima volta non vedo l’ora che mi vengano le Malefiche Rosse per poter iniziare la stimolazione con il Gonal! Il soppressore che ho preso, infatti, comincerà a fare effetto soltanto dal prossimo ciclo, mentre questo mese le mestruazioni arriveranno normalmente (concetto che ho capito soltanto stasera girovagando su vari forum, perché prima non l’avevo afferrato molto bene…).

Insomma, siamo finalmente partiti! E ne sono felicissima, anche se, devo ammetterlo, il mio ottimismo ha cominciato un pochino a smorzarsi. È da sabato scorso, ovvero da quando la dottoressa del centro PMA ha acconsentito a sottoporci all’ICSI, che non faccio altro che immaginarmi con il pancione e sognare ad occhi aperti il nostro bimbo, la sua cameretta, i suoi giocattoli… Mi vedevo già mamma, e la mia non era una speranza, ma proprio una certezza. Ora, invece, mi sento sì entusiasta, ma anche tanto spaventata… Non per i farmaci o per l’operazione, ma per la possibilità, che adesso sento più reale, che le cose non vadano come le immagino io. Mi rendo conto che ho lasciato correre un po’ troppo la fantasia. Ma è così bello sognare, no?

Tra tre giorni la mia amica incintissima dovrebbe partorire… Lei è rimasta incinta con un unico tentativo…
Negli ultimi giorni ho pensato spesso a lei, non con invidia, ma con felicità. Già vedevo io e lei passeggiare insieme per il parco con i nostri pargoletti… Mentre ora immagino il giorno in cui mi inviterà a casa sua a vedere il nuovo arrivato, e devo dire che non so con che spirito ci andrò. Avrò il sorriso sulle labbra, come sempre, ma forse quando andrò via e nessuno mi potrà vedere scoppierò in lacrime…

Che depressione, non sarà davvero colpa dell’Enantone?! (notare la rima…)