Pubblicato in: Infanzia&Bambini, maternità

Quanto è difficile essere un bambino!

Noi mamme spesso ci lamentiamo di quanto sia difficile essere un genitore, ma… Ultimamente mi son ritrovata a pensare che anche per un bambino la vita non è affatto facile.

L’avete mai notato?

Se un bimbo piange per reclamare le attenzioni della mamma, per essere preso in braccio, perché ha bisogno del suo calore, del suo odore… Verrà all’istante additato come “piagnucolone” o “mammone” da qualunque adulto nelle vicinanze. E subito ci sarà chi consiglierà alla mamma di non accontentarlo, addirittura di lasciarlo piangere, perché altrimenti prenderà il vizio.

Ho sempre cercato di capire quale strano vizio potrebbe prendere un bambino piccolo.

Noi adulti siamo pieni di vizi, dal fumo, all’alcool, al gioco d’azzardo. Vizi altamente dannosi, direi. Un bambino, quale terribile vizio potrebbe prendere chiedendo di essere abbracciato? Il vizio dell’amore? Non mi sembra una gran brutta cosa…

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Pubblicato in: La mia storia

2 anni, 24 mesi, 731 giorni e infinite lacrime

E così, è passato un altro anno.
Tra decisioni, indecisioni, certezze crollate miseramente, sogni affiorati e poi spezzati, equilibri conquistati a fatica e rovinose cadute.

Oggi è il secondo anniversario della mia morte.
Beh, certo, detto così suona troppo drammatico, forse.
La morte segna la fine di ogni speranza. Ed io, di speranza, ne ho ancora.
Nonostante, quel giorno di esattamente due anni fa, che ora pare lontanissimo, qualcosa dentro di me sia morto davvero.

Il 13 gennaio 2012 io e Marito abbiamo scoperto di non poter avere figli. E da allora tutto è cambiato. E tutto è rimasto uguale.

Anche l’anno scorso ho scritto un post per ricordare il nostro lutto.
Sono sempre stata una maniaca delle date, delle ricorrenze.
Io e Marito festeggiamo ancora il mesiversario, per dire. Ricordo la data in cui ci siamo messi insieme, ormai sono passati dieci anni, il giorno in cui abbiamo fatto l’amore o ci siamo detti “ti amo” per la prima volta, il giorno in cui abbiamo deciso di provare ad avere un bambino.

Marito non ha la più pallida idea di che giorno sia oggi. Lui è una frana con le date.
Io non gliel’ho ricordato. Mi avrebbe detto di smetterla di pensarci. E io mi sarei arrabbiata.
E poi, voglio “gustarmi” questo dolore da sola.

Oggi non ho fatto altro che ripercorrere con la memoria quel giorno lontano.
Ricordo tutto, perfettamente. La dura giornata al lavoro, l’incidente d’auto in pausa pranzo, la litigata con i miei, la corsa dalla ginecologa, alla sera, per mostrarle il risultato delle analisi.
E le sue parole: “Voi non potrete mai avere un bambino, mi dispiace.”
Il mio pianto, davanti all’ingresso della clinica. I passanti che mi guardavano come se fossi pazza. Il viaggio in macchina verso casa. Niente autoradio. Solo il rumore delle mie lacrime.

La litigata con mio marito. La mia rabbia verso di lui. Il dolore per entrambi. La consapevolezza che niente sarebbe stato più come prima.
Che quell’attesa, già durata un anno e mezzo, si sarebbe protratta per molto tempo.
La voglia di lottare.
La speranza.

Vorrei sentirmi speranzosa come quel giorno.
Quel giorno è stato il più brutto della mia vita, ma la speranza era diversa rispetto a quella che provo oggi.
Due anni fa credevo che con l’aiuto della medicina tutto sarebbe stato facile.

E’ impossibile che due persone come noi non possano diventare genitori, dicevo.

La speranza c’è ancora. Ma non è più limpida come quel giorno.
Oggi è annebbiata dalla stanchezza, dalla rabbia, dall’insicurezza.

Spero, tra un anno, di non ritrovarmi a scrivere un altro post come questo.

Pubblicato in: La mia storia

Il primo incontro

Giovedì io e mio marito abbiamo partecipato al primo incontro del corso per l’adozione, della durata di quattro ore.
Io ero molto nervosa all’idea di frequentare questo corso, prima di tutto perché per natura sono abbastanza timida e mi occorre un po’ di tempo per aprirmi con gli altri, secondariamente perché avevo paura di dire delle cavolate ed essere giudicata male dagli assistenti sociali e dalla psicologa, e terzo perché temevo di sentirmi a disagio, ben consapevole che sarei stata la persona più giovane presente al corso.

In linea di massima devo dire che le mie paure si sono rivelate infondate.

Le coppie partecipanti sono nove, e il corso è tenuto da un’assistente sociale più due stagiste e da una psicologa.
Come immaginavo, ero la persona più giovane presente. C’erano alcune coppie sui 30-35 anni e molte over-40 o addirittura più vicino ai 50. Ma questo non mi ha scoraggiata.
Sono abituata a confrontarmi con gente più grande di me – sia amici che colleghi – e non ho mai trovato difficoltà ad affrontare con loro qualsiasi discorso, dal più futile al più impegnato. Mi considero umile e ammetto la mia ignoranza, soprattutto quando mi trovo con persone che, per ovvi motivi di età, hanno avuto più esperienze di me. Comunque spesso ho notato che anch’io posso insegnare loro qualcosa. Anche se sono giovane ho vissuto esperienze (tipo vivere all’estero) che molte persone over 40 non hanno mai provato. Temevo, forse scioccamente, che qualcuno mi avrebbe guardato male o in maniera strana a causa della mia giovane età (ma perché, poi??), e invece non è stato così. Alla fine ho scoperto che, tra tutti, quella che ne sa più di adozione, almeno sul piano giuridico, sono proprio io. Gli under-30 sanno usare meglio Google 😉

All’inizio del corso la psicologa ci ha chiesto di presentarci agli altri. Benissimo. Quello che più temevo.
Avevo paura che la voce mi tremasse, di diventare rossa dalla vergogna, proprio come quando ero bambina e a scuola arrossivo soltanto se la maestra pronunciava il mio nome…
Invece, credo di essere stata brava. Devo ammettere che con gli anni sono migliorata. In effetti nell’ultimo periodo mi è capitato spesso di dover parlare davanti a diverse persone, sia per le presentazioni dei miei libri, sia al lavoro, dove sono comparsa in diversi filmini per la promozione dell’azienda (cosa che non ho chiesto io, ma che i miei capi mi hanno praticamente costretta a fare, perché pensavano di fare bella figura facendo partecipare l’impiegata più giovane dell’azienda – sì, pure lì sono la più piccola!!).
Molte delle coppie presenti – tutte nervose come noi, lo sottolineo – hanno esperienze simili alle nostre: hanno provato a lungo ad avere un bambino, dopo aver fatto degli esami hanno scoperto di avere dei problemi, hanno provato con la PMA e poi sono approdati all’adozione. Era presente anche una coppia che ha già una figlia di cinque anni (credo che quando lo hanno ammesso tutti abbiano provato l’istinto di strozzarli), ma che non riesce ad avere un secondo bambino.

Dopo le presentazioni la psicologa ci ha chiesto di fare un brain storming e pensare a tutte le parole che il termine “adozione” ci fa venire in mente… Anche in questo caso, diversamente da mio marito che, stranamente, è rimasto in un imbarazzato silenzio, io sono riuscita a dire la mia. Ne ero parecchio soddisfatta! Eva 1 – Timidezza 0
Alcune delle parole che ricordo sono: fare tua una cosa, aiuto, solidarietà, maternità, famiglia, futuro, mamma e papà, speranza, felicità, gioia, paura…
In seguito ci hanno chiesto di parlare delle nostre paure e aspettative rispetto all’adozione, e ci hanno dato qualche informazione sui tempi e sulle leggi, tema che comunque sarà affrontato meglio nel secondo incontro, giovedì prossimo.
Poi la psicologa ci ha diviso in due gruppi (“scoppiando” le coppie) e a entrambi ha dato un lavoro da svolgere: il mio gruppo doveva pensare a quali sono i limiti e le risorse della coppia che vuole adottare, mentre il gruppo di mio marito doveva pensare ai limiti e alle risorse del bambino abbandonato che si ritrova in una nuova famiglia. Devo dire che anche in questo frangente sono stata abbastanza propositiva.
Durante il nostro brain storming si è acceso un piccolo dibattito tra due componenti del gruppo. Una ragazza si è detta molto preoccupata per il rischio sanitario, soprattutto nel caso di adozione internazionale, ovvero la possibilità (a cui io non avevo mai minimamente pensato) che un bambino che il Paese di origine dichiara sano con il tempo riveli poi delle patologie anche gravi. Un altro signore sosteneva che questa possibilità non dovrebbe costituire una paura per la coppia che adotta, perché anche un bambino concepito naturalmente potrebbe avere delle malattie. Sinceramente la questione non mi turba più di tanto.
A parte il fatto che io e mio marito siamo più propensi per l’adozione nazionale, e questo problema in Italia non dovrebbe sussistere, anche se decidessimo di optare per quella internazionale devo dire che non importa se il bambino dovesse presentare delle malattie in futuro. Cavolo, è – sarebbe – nostro figlio, lo cureremo con tutti i nostri mezzi e possibilità, e se non dovessimo riuscirci cercheremo di dargli la migliore vita possibile e saremo felici ugualmente!
Durante il corso è venuto fuori un altro argomento che, sinceramente, mi fa imbestialire, sentimento che non ho nascosto e spero di approfondire durante i colloqui “privati”.
La legge, almeno qui da noi in Emilia-Romagna (ma credo che le cose cambino da regione a regione), prevede che le coppie forniscano un documento in cui i genitori di entrambi i coniugi si dichiarano favorevoli all’adozione. Nonostante gli innumerevoli problemi con i miei genitori, sono sicura che non esiterebbero a dare il consenso. Non è questo il problema. Il problema è un altro. Ho chiesto alla psicologa se può essere un fattore discriminante per gli aspiranti adottanti il fatto che i genitori di un coniuge decidano di non firmare il documento in questione. Lei mi ha detto di no. Per me tutto questo è incoerente.
Se il fatto che i futuri “nonni” non siano d’accordo con l’adozione non è un punto a sfavore, allora, perché cavolo chiederlo? Se la legge fosse coerente, dovrebbe automaticamente scartare le coppie i cui genitori dicono di no.
E per quanto riguarda le coppie che ottengono il consenso dei genitori, a questo punto anche i futuri “nonni” dovrebbero sostenere dei colloqui con la psicologa e gli assistenti sociali. Voglio dire, cosa te ne frega se i nonni sono favorevoli o meno, se non controlli neppure se sono persone a posto oppure no?
In tutti i modi, anche se la legge fosse coerente la cosa non mi andrebbe giù.
I miei genitori possono anche essere fuori di testa (ehm, e infatti è così), ma questo non pregiudica le mie qualità come persona e le mie capacità di essere una buona mamma. Ma è possibile che a 26 anni piuttosto che a 30 o a 50, si debba ancora ottenere il consenso dei genitori per fare qualcosa? Non siamo mica bambini che devono chiedere il permesso per andare in gita scolastica!
L’adozione è una questione intima e privata che riguarda un uomo e una donna, una coppia, e basta.
Purtroppo in Italia la famiglia non viene considerata l’insieme di un lui e una lei (ma anche due lui o due lei! Seee, prima di arrivare a questo traguardo…) e degli eventuali figli. No.
In Italia la famiglia è considerata lui+lei+tutti i parenti viventi. Lo stato ci considera dei bamboccioni a vita. E questo non mi piace. Siamo NOI ad adottare un bambino. Non i nostri genitori. PUNTO.

Questa giornata è stata faticosa ma non inutile, anche se in realtà non ho appreso nuove informazioni, dato che conoscevo già le nozioni fornite dalla psicologa e dall’assistente sociale. Comunque mi è piaciuto confrontarmi con gli altri e soprattutto sentire le storie di coppie che hanno problemi simili ai nostri.
Dall’incontro ho capito una cosa importante: la maggior parte delle persone che aspirano ad adottare insistono a voler paragonare un bambino adottato ad un bambino avuto naturalmente. Per questo tutti sperano di ottenere (scusate il termine) un neonato e non un bambino più grandicello.
Ma il fatto è che, anche se ricevi in adozione un bimbo di qualche mese, non sarà mai come avere un figlio naturale. Concepire un bambino e adottarlo sono due cose completamente diverse.
La gravidanza crea un legame tra madre e figlio che non si può ricreare in nessun modo. Anche se adotti un bambino piccolissimo, lui è comunque rimasto nove mesi nel grembo di un’altra donna, non puoi fingere di averlo dato tu alla luce…
L’adozione è un percorso difficile, sia per i genitori che per il figlio. Occorre tanta pazienza e capacità di sacrificarsi per adottare. L’adozione è un percorso ad ostacoli che però, nel lungo periodo, ti può dare tantissima gioia. E io sono pronta a dare e ricevere questa gioia. Solo che preferirei affrontare questo percorso con un altro spirito. Ora sono troppo impaziente, delusa, arrabbiata, speranzosa… Ho sempre sognato di adottare. Ma ora non posso che sperare che la prossima PMA vada bene, e di riavvicinarmi all’adozione quando sarò più matura, più calma, più serena, più paziente.

Ma se così non dovesse essere, se la Natura ci dovesse ostacolare nuovamente, se dovessimo procedere con l’adozione… Io sono pronta. Metterò da parte tutta la mia rabbia e l’impazienza.
Mio figlio è da qualche parte che mi aspetta, e farò qualsiasi cosa per riuscire a trovarlo.