La mia storia

SINDROME POST – PMA (Storia di un’infertilità)

Non mi sento una normale donna “in attesa”.

Non mi piace parlare della mia gravidanza o di tipiche questioni da donna incinta – dolori alla schiena, abiti prémaman, corsi di aquagym (nonostante abbia un gran mal di schiena, adori comprare abiti prémaman e abbia intenzione di iscrivermi in piscina).

Non amo leggere forum o blog di future o neo mamme. Li evito come la peste.
Forse perché, segretamente, invidio quelle donne. Perché loro sono già mamme. E io, nonostante sia incinta di cinque mesi e passa, ancora non ci credo.
Le sento così lontane da me… Nonostante la mia vita stia per cambiare, e diventare proprio come la loro.

È vero, come qualcuno mi ha fatto notare, che talvolta sembro piena di rabbia, e troppo rigida verso le donne “normali” che si lamentano delle normali difficoltà di essere donna e madre.

Perché, per una come me, che ha provato la PMA, non è facile accettare che qualcuno si lamenti per ciò che io ho sognato per anni.

Notti insonni, pannolini da cambiare, una vita da riprogrammare…!

Difficoltà che non posso immaginare, non avendole vissute, ma che ho sempre sognato di dover affrontare.

Non posso concepire che qualcuno se ne lamenti. Non posso concepire il pensiero che la sottoscritta, un giorno, potrebbe lamentarsene!

Non mi sento ancora mamma, anche se tra poco, se tutto andrà bene, la sarò.

Vedete?

Ho detto “se tutto andrà bene”.

C’è chi riderà, sentendomi così paurosa, così cauta. Insomma, cosa potrebbe succedere, a me e al bambino nella mia pancia, da qui a novembre?

Sapete, quando io e mio marito abbiamo cominciato a cercare un figlio, ormai più di quattro anni fa, credevo che avrei impiegato, come tutti, solo qualche mese a rimanere incinta – anche se una vocina nella mia testa mi diceva che non sarebbe stato così, che avrei dovuto lottare, ancora una volta, per l’ennesima volta nella mia vita, per ciò che desideravo.

Insomma, io non avevo neppure ventiquattro anni, mio marito trentuno… Due giovani in salute, almeno apparentemente, quali problemi potevano esserci?

Perché proprio noi non saremmo dovuti riuscire ad avere un bimbo? Perché essere sempre negativi?

Attorno a noi era continuamente un proliferare di pancioni…! Perché noi no?
Perché… Beh, non c’è un perché. Certe cose capitano, e basta. E’ la Natura. Crudele, bastarda, ingiusta, cieca.

E, quando quella sera, il tredici gennaio del 2012, il medico mi ha annunciato: “Voi non potrete mai avere figli in modo naturale,” mi sono sentita crollare il mondo addosso.

Da allora ho capito che non bisogna dare nulla per scontato.
Che certi drammi non capitano sempre e solo “agli altri”.
Non era la prima volta che mi accadeva di sentirmi crollare il mondo addosso. Mi è successo innumerevoli volte, nella mia vita.
E ogni volta che cadevo e, a fatica, mi rialzavo, pensavo: “Sarà più semplice. D’ora in poi, tutto sarà più semplice. Non può andare peggio di così.”

Non è vero.

La vita è capace di portarti in cima ad una montagna, e poi, da un momento all’altro, di scagliarti in un burrone.

Questa paura, questa incapacità di credere di essere incinta – di esserla davvero! – io la chiamo sindrome post-PMA.

Tuttora mi viene più facile parlare di infertilità, di ormoni e di fecondazione assistita, piuttosto che di gravidanza.
Preferisco parlare di infertilità, in effetti, anziché di gravidanza o di maternità.

Non mi trovo a mio agio a parlare di questi argomenti, soprattutto con persone che non conoscono, per loro fortuna, ciò che ho passato.
Mi trovo molto più adatta a discutere di iniezioni ormonali, di beta hcg, di embrioni, con chi la PMA la sta ancora vivendo sulla propria pelle.

Il problema è che molte donne PMA mi sentono estranea, ora come ora, al loro mondo.

E io non mi sento di far parte del mondo delle mamme.

Sono un ibrido.

Non mi sento una donna incinta, quanto, piuttosto, una donna infertile.

Nonostante mio figlio stia scalciando nella pancia proprio in questo momento.

Nonostante, a dirla tutta, io non sia nemmeno infertile.

Ma cosa cambia se quello con “il problema” è mio marito, oppure sono io?

Quando abbiamo deciso di sposarci, anzi, quando ci siamo messi insieme, ci siamo ripromessi di esserci sempre l’uno per l’altra, in qualsiasi situazione, per qualsiasi difficoltà.

Tutte belle parole… Ma, quando le difficoltà arrivano davvero, è dura.

Vi assicuro che è dura.

Essere una donna giovane, sana, che ha sempre sognato di avere figli… E scoprire che l’uomo che hai sposato, l’uomo per cui hai fatto tante rinunce, non ti può donare ciò che più desideri… E’ dura.

Un tempo si credeva che nelle coppie che non riuscivano a procreare, “la colpa” fosse sempre e solo della donna.

E certo, come no!

Ma non si può parlare di “colpe”. Nessuno ha colpa di una malattia. Razionalmente, è così.
Pensate, però, che nei momenti più bui io non abbia mai accusato mio marito di essere “sbagliato”? E che non mi sia poi vergognata per questo?

Dopo il verdetto del medico, ho inaugurato quella che sapevo sarebbe stata una nuova fase – buia, amara – della nostra vita, con un bel pianto.
Da sola, sul marciapiede, la schiena appoggiata al muro della clinica dalla quale ero appena uscita dopo aver ricevuto il responso.

Era una serata fredda, ma io mi sentivo infuocata.

Non avevo ancora detto nulla a mio marito. In un angolo del cuore mi dicevo che, se non avessi espresso il verdetto ad alta voce, se non l’avessi condiviso con lui, non sarebbe diventato “reale”…

Ma, reale, quel verdetto lo era già. E io non potevo fare niente per cambiarlo. Potevo solo combattere.

Io e mio marito non ci siamo abbattuti. Certe coppie si prendono un po’ di tempo per decidere cosa fare, come agire, quale strada prendere. Noi, no. Eravamo molto agguerriti.

E così sono cominciate le visite mediche. Mesi e mesi di visite mediche.
I dottori brancolavano nel buio, non sapevano da cosa fosse causata la sindrome di mio marito, una sindrome che portava il suo liquido seminale ad essere totalmente insufficiente, come qualità e quantità, a poter concepire.

Varicocele, prostatite… Ne abbiamo sentite di tutti i colori. Ma non era niente di tutto questo.
È stato chiaro fin dall’inizio, però, che non esisteva alcuna cura.

Solo due strade: fecondazione assistita, o adozione.

Abbiamo optato per la prima.

Un mondo nuovo, sconosciuto, si è aperto davanti ai nostri occhi… Ricordo le sere passate su internet, con un entusiasmo che non abbiamo mai dimostrato neppure nel cercare l’alloggio per le vacanze, a valutare le cliniche migliori; eravamo disposti a pagare qualsiasi prezzo e a fare qualsiasi sacrificio per raggiungere il nostro sogno. Sere passate a informarci, leggere testimonianze, a cercare di capire come funziona la PMA per non arrivare impreparati davanti ai medici.

Siamo così giovani, ce la faremo, ce la fanno anche le cinquantenni a rimanere incinta! Ce l’ha fatta anche un uomo con un solo spermatozoo!

Le probabilità sembravano dalla nostra parte. Io sarei andata già a comprare il lettino per il bambino!

E poi… Il colloquio alla clinica PMA, dove una coppia di conoscenti di mio marito, over-40, avevano avuto successo al PRIMO tentativo. Se ce l’avevano fatta loro…!

Ma il medico ha subito ucciso la nostra speranza. Non sapeva se eravamo idonei per la PMA.
“Non sappiamo cosa potreste generare, voi due.”
Avete idea di cosa significhi sentirsi dire queste parole?

Mi sono sentita un mostro.

Altre analisi. Tante a pagamento, per fare prima, per poter cominciare al più presto con il trattamento. Biopsia. Colposcopia. Ago aspirato. Tanti problemi emersi.
Finalmente, ci hanno permesso di iniziare, circa cinque mesi dopo la scoperta della nostra infertilità. Due anni dopo aver cominciato la ricerca di un figlio, ricerca che sarebbe dovuta essere bella, emozionante, ricerca che sarebbe dovuta terminare nel nostro caldo letto, e non in una clinica…

Ero convinta che sarebbe andato tutto bene. Perché doveva andare male?

Abbiamo cominciato la routine delle iniezioni ormonali, ogni sera alle diciannove in punto, per un paio di settimane. Le iniezioni me le ha quasi sempre fatte mio marito, e quando lui non poteva perché era via per lavoro, ci pensava mio suocero.

Non riesco a descrivere lo scombussolamento ormonale causato dalle iniezioni per la stimolazione ovarica. Una specie di mega sindrome pre mestruale, potrei definirlo così.

C’è chi dice che la PMA sia contro natura, immorale…

Io dico che c’è più amore in un’iniezione di follitropina alfa, in un uomo e una donna che rincorrono un sogno con tutte le loro forze, piuttosto che in due sconosciuti che concepiscono un figlio nel bagno di una discoteca…

E poi, i monitoraggi. Mi emozionavo vedendo i follicoli che crescevano. Quei follicoli contenevano delle uova che, una volta fecondate, si sarebbero trasformate in embrioni che, una volta trasferiti nel mio utero, avrebbero attecchito e sarebbero diventati dei bambini!
Macchinoso, eh? Ma a me sembrava così semplice!

Infine, il trasferimento embrionale. Due embrioni, di ottima qualità.
Quattordici giorni di estenuante attesa, durante i quali mi sfioravo la pancia, come per sentire se dentro di me ci fosse qualcosa, ci fosse la vita…

Il test di gravidanza. Positivo. Quasi non volevo crederci.
La corsa a fare l’esame delle beta hcg.
Un valore basso. Troppo basso per far ben sperare, ma a quel tempo ero ancora tanto ingenua, poco informata… Io ero incinta! Non ero più vuota!
L’ho annunciato – stupidamente – a tutti gli amici…

Le analisi ripetute dopo due giorni. Valore ancora basso. Ma io ci credevo, nonostante tutto.
Altri due giorni di attesa. Di nuovo analisi del sangue. Il valore era sceso.
Nuovo verdetto: gravidanza biochimica.
Un parolone per dire che i miei bambini non c’erano più.
E, dopo qualche giorno, quel sangue che scorreva copioso dal mio corpo, unito ad un dolore immenso, mi ha fatto capire che se n’erano veramente andati.

All’inizio non ho parlato con molte persone della mia esperienza con la PMA. Un po’ per vergogna, un po’ per senso della privacy.
Mentre cercavo di riprendermi da quello che per me era un lutto, i conoscenti, i colleghi, i vicini di casa, non facevano altro che chiedere a me e a mio marito perché non facessimo un figlio. Eravamo ormai sposati da un anno, dovevamo aspettarci domande del genere.
Ma io non sapevo cosa rispondere. Ogni volta replicavo in silenzio, con un sorrisetto, poi, non appena in casa, scoppiavo in lacrime.

Dopo qualche mese, abbiamo provato di nuovo.
Ancora visite… La routine delle iniezioni… Il prelievo ovocitario… Otto embrioni! Fantastico!
Ma poi…
Trasferimento embrionale rimandato. Due embrioni morti, sei congelati.
A causa di una disattenzione medica, la sottoscritta ha sofferto di quella che si chiama “iperstimolazione ovarica”.
In parole povere, le mie ovaie si erano ingigantite talmente tanto da non permettermi quasi di respirare.
Non riuscivo a muovermi, sia perché avevo la pancia gonfia come quella di una donna incinta al nono mese, sia perché ogni volta che ci provavo sentivo dei dolori lancinanti all’addome.

Dopo un dolore immenso durato una settimana, finalmente mi è tornato il ciclo mestruale, liberandomi da quella sofferenza.
Il ciclo, che tanto avevo detestato negli ultimi anni, per una volta era il benvenuto.

Non appena mi sono ripresa, siamo tornati alla clinica per il trasferimento di due embrioni congelati, ovviamente dopo aver fatto prima una bella terapia ormonale (quella non manca mai).
Di nuovo, quattordici giorni di attesa, di riposo, di paranoie, di sogni e paure. Gli embrioni erano ottimi, questa volta dovevano attecchire per forza! Sì, era la volta buona!
No, non la era.
Beta hcg: zero.

Nel frattempo, io e mio marito abbiamo cominciato ad interessarci all’adozione, strada alla quale stavamo già riflettendo da un po’.

Abbiamo frequentato un corso con altre coppie presso l’AUSL del nostro Comune.
Poi, prima di iniziare i colloqui con i servizi sociali, ci siamo presi un periodo di pausa per provare con il trasferimento degli ultimi due embrioni congelati presso la clinica (gli altri, nel frattempo, erano morti).
Questa volta non sono neppure stata a casa dal lavoro, e quando ho fatto le analisi delle beta hcg il risultato, zero, non mi ha sorpresa.

Io e mio marito abbiamo deciso di dire “basta” con la PMA. Ci siamo concentrati sull’adozione. Mesi e mesi passati a farci psicanalizzare dai servizi sociali.
E’ stata dura, ma anche molto interessante. Abbiamo imparato tanto, ci siamo spogliati delle nostre paure, ne abbiamo scoperte altre.
Stavo meglio, dopo aver abbandonato la strada della PMA. O, almeno, così credevo.

Poi, i colloqui con i giudici presso i Tribunali. Non è stato bello sentirsi dire che probabilmente non ci avrebbero mai chiamati.
Che le nostre disponibilità a malattie, handicap, non erano sufficienti. Che in Italia ci sono troppi pochi bambini adottabili.
E’ stato come prendere uno schiaffo in pieno viso.

Nei mesi successivi, non so cosa ci sia successo, ma abbiamo deciso di riprovarci. Con la PMA. Per non avere rimpianti.
Ma anche perché, forse, non eravamo ancora pronti a rinunciare ad essere genitori biologici, nonostante il desiderio di adottare sia, ancora oggi, forte in me.
E non è un peccato fare un passo indietro. Bisogna saper ammettere i propri limiti.
Era inutile aspettare per anni e anni un’adozione che forse non sarebbe mai arrivata, per poi decidere di riprovare con la fecondazione assistita quando ormai sarebbe stato troppo tardi.

Non ce la facevo più, non sapevo più chi ero, sapevo solo cosa volevo: un figlio. Una famiglia, come quella che non ho mai avuto, che il destino non mi ha donato alla nascita, ma che io avrei costruito. Non potevo accettare nessun altro scenario per il mio futuro.

Stavo impazzendo. Mi sentivo come un criceto che gira a vuoto sulla sua ruota.
Mi sentivo sempre più stanca, sfiduciata, stufa di rispondere alle sciocche osservazioni di chi continuava a chiedermi perché non avessi figli, perché non ci “dessimo una mossa”.
Tanto che ho iniziato a raccontare la verità a chiunque mi ponesse quelle domande.
Molta gente non mi credeva, mi chiedeva se fossi sicura che io e mio marito non potessimo avere figli… Qualcuno diceva che probabilmente era solo un blocco psicologico…!
Quanto avrei voluto portare la mia mega cartella medica per farla visionare a queste persone!

Per molti è difficile accettare che ci siano delle persone con un handicap – perché è questo che è l’infertilità.

Ma non siamo tutti belli e perfetti. Anzi, nessuno di noi lo è!

Ed esistono anche persone che non possono avere figli, sì. Anche se si amano. Anche se lo desiderano con tutto il cuore. E i blocchi psicologici non c’entrano proprio niente.

Cercavo di vivere la mia vita, nonostante quel dolore perenne, ma non ci riuscivo pienamente.

L’infertilità diventa un terzo incomodo. L’infertilità o, piuttosto, quel bambino che non c’è, che non c’è mai stato e forse non ci sarà mai, che ti ha lasciato un vuoto dentro che brucia, brucia costantemente.

Mi capitava di accarezzarmi la pancia, e piangere. Di guardare le donne incinte, e provare rabbia.
Evitavo i parchi dove giocano i bambini. I ristoranti frequentati da famiglie. Mi è successo di nascondermi in bagno quando una collega è venuta in ufficio a mostrare suo figlio neonato.
Gli altri, anche chi conosceva le nostre difficoltà, non mi capiva.
Mi considerava pazza. Esagerata.
Qualcuno mi diceva di non insistere, di rinunciare ad avere figli, perché evidentemente non era il mio destino.

Ma io non avrei mai rinunciato.

L’ultimo tentativo di PMA io e mio marito l’abbiamo fatto in un’altra clinica, a Milano. Non ricordo neppure quante volte abbiamo dovuto fare avanti e indietro per i vari monitoraggi e interventi, con relativa sveglia anche alle quattro del mattino…

Non sapevo cosa aspettarmi. Ero molto fiduciosa, speranzosa, e al tempo stesso timorosa di venire illusa di nuovo.
Non so come avrei preso un ennesimo fallimento.

Di nuovo iniezioni. Prelievo ovocitario. Solo tre ovociti. Paura. Dolore.

Un solo embrione.
Quando l’ho saputo, avrei voluto piangere.

Se fosse andata male, avremmo dovuto ricominciare tutto il trattamento dall’inizio.
Il pensiero mi toglieva il fiato.

Durante le settimane post transfer, ho preso informazioni su una clinica in Valencia. Sì, proprio così, anche se ancora non sapevo come sarebbe andato il tentativo che stavo ancora affrontando!
Mi piace mettere le mani avanti.
Darmi da fare, sempre, per tenermi impegnata. Per avere qualcosa in cui sperare.

Il giorno della verità.
Test di gravidanza positivo.
Corsa al laboratorio di analisi.
Beta hcg. Alte.
Ripetute dopo altri due giorni. Più che raddoppiate.
E così via, per un totale di cinque o sei prelievi del sangue. Ogni volta, un colpo al cuore. Un pianto liberatorio. Una risata sincera, vittoriosa.

Dopo quattro anni dall’inizio della ricerca, dopo quattro tentativi di PMA…
Ero incinta.
Sono incinta.

Quell’unico, bellissimo, embrione, ce l’ha fatta.

Sono passati cinque mesi e infinite ecografie, e ancora non ci credo.
E’ la sindrome post-PMA!

Eppure, è così.

Ce l’ho fatta – anzi, ce la sto per fare.

Perché una reduce da PMA, se non vede, non crede!

In questi anni spero di essere stata d’aiuto per le donne nella mia stessa situazione.
Sicuramente tante di loro sono state d’aiuto per me. Sono diventate amiche, confidenti.

Mi è piaciuto parlare della mia esperienza, sia medica che “emozionale”.

E’ importante parlare d’infertilità.
Non è una vergogna, non è un tabù. Bisogna parlarne, fare informazione, perché troppa gente ancora ignora cosa significhi essere “infertile”.

Troppa gente non sa “come” si fanno i bambini, e quando parli di problemi al liquido seminale ti guardano come se stessi parlando di fantascienza!

Troppa gente giudica ancora le tecniche di fecondazione assistita come immorali, innaturali – quando, invece, sono solo un modo per aiutare una coppia non a curare, purtroppo spesso non è possibile, ma ad aggirare una malattia, a trovare una soluzione ad un problema.
Chi è malato prende le medicine.
Chi è infertile, se lo desidera, può provare con la PMA.

Che non è una strada facile. E, in molti casi, non ha neppure un lieto fine.

Ma vale la pena tentare.

Tante persone hanno figli senza averli desiderati, senza neppure amarli.
Questo l’ho visto con i miei occhi, nella comunità dove operiamo.

Perché una coppia che si ama, ma ha dei problemi medici, non dovrebbe avere la possibilità di provare ad avere un figlio?

Non tutti sono pronti, o capaci, di affrontare l’adozione.
Ed è molto meglio che una coppia provi con la PMA, piuttosto che adottare senza desiderarlo pienamente!

Avere un figlio non è un diritto. Ma è una parte bellissima della vita.

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2 thoughts on “SINDROME POST – PMA (Storia di un’infertilità)

  1. Questo racconto è molto bello, toccante, anche duro da digerire, perchè mi sono messa nei tuoi panni e perchè ho vissuto da vicino una infertilità, una delle mie amiche più care. Certo, capisco che tu possa provare rabbia verso le donne “normali”, è del tutto comprensibile perchè loro, noi, io, ho ciò per cui tui hai tanto lottato e sofferto, e io l’ho ottenuto senza troppe lotte. Però anche io ho desiderato una famiglia, cercato i miei figli, li ho voluti e per nove mesi mi sono documentata, informata, letto, preparata psicologicamente, tutto. Però vedi Eva, quello che forse non è stato chiaro, che forse non siamo riuscite ad esprimere bene, è che la maternità non ha, e non avrà quindi, nemmeno per te, niente a che vedere con quello che tu hai letto, studiato, pensato, e nemmeno con quello che tu credi che sia. È, chiaramente, centomila volte MEGLIO. Centomila volte più bello, ma anche centomila volte più sfiancante, distruttivo, difficile, da impazzire, a volte. E nessuna di noi, almeno non io, mette in discussione quell’Amore che tu tanto proclami. Io non ho vissuto questo tuo calvario, io lo posso solo immaginare ed è logico che tu oggi sia diversa, hai passato un inferno e gli inferni ti cambiano, io lo so bene, credimi. Però ti dico, in senso buono, non hai idea di cosa ti aspetta. Anche tu ti lamenterai, eccome se lo farai, e non devi sentirti in colpa! Devi sentirti normale, non commettere l’errore di credere che se ti lamenti sei sbagliata, perchè hai affrontato la pma e non devi. Tu devi, tutte noi dobbiamo, è sacrosanto e serve a non impazzire! Io mi sono lamentata e ancora lo faccio, eppure i miei figli li ho voluti con tutta me stessa e li amo più della mia vita.
    Il tuo percorso pma dimostra che sei una forte, tosta, che tira dritto per la sua strada e non si arrende, ma come tu stessa hai scritto in questo post, anche tu hai pianto, poi ti sei arrabbiata, poi ti sei calmata e hai razionalizzato e trovato soluzioni, ecco, la maternità è così, esattamente così, piangerai, ti arrabbierai, odierai, tutto e tutti, ma poi passa, razionalizzi, ti senti un po’ anche in colpa, e capisci che ne vale la pena, sempre. Anche se ti fanno impazzire questi minuscoli esserini.
    Diventare madre è anche questo, è credere una teoria fatta di belle parole e tanto amore e pazienza, e poi passare ad una pratica diversa, dove farai tutto quello che ora dici di non voler fare, e lo farai per puro spirito di sopravvivenza. Stai tranquilla Eva, tutte noi ci lamentiamo, lo farai anche tu e quando ti renderai conto che la lamentela non intaccherà minimamente l’Amore immenso che senti per tuo figlio, starai meglio e ti sentirai meno in colpa..

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