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Il primo gradino di una lunga scalinata

Piccola premessa: Dio c’è. Ed è un gran burlone. Ho pregato affinché questo triste mese di novembre passasse velocemente, che qualcosa, qualsiasi cosa, mi distraesse dal pensiero del transfer, che arrivasse presto il momento in cui quei puntini luminosi sarebbero diventati parte di me…

Beh, diciamo che Dio mi deve aver ascoltato, dato che, nell’ordine, ha fatto stare mia nonna, ha quasi fatto morire uno dei miei gatti e, dulcis in fundo, mi ha fatto venire una terribile influenza che da quasi una settimana mi costringe a letto.

Ecco, Dio, quando parlavo di distrazioni non mi riferivo propriamente a questo… Andava anche bene una misera vincita al lotto, un week end fuori porta, una visita inaspettata da parte di un’amica… Anche un bel film in tv al posto dei soliti trash-show…

Sì, insomma, qualcosa di positivo. No, eh?

Comunque, in questi giorni di riposo forzato ho realizzato che mi sono dimenticata di raccontarvi l’ultimo incontro del corso preparatorio all’adozione. Me ne sono dimenticata non soltanto a causa di tutto quello che è successo ultimamente, ma anche perché, come potete ben immaginare, in questo periodo sono totalmente concentrata sulla PMA e su quei fagiolini congelati che mi aspettano.

Visto che ora ho tempo da perdere tra una soffiata di naso e l’altra, ho pensato che fosse giusto riprendere l’argomento, anche perché è una strada che non ho assolutamente intenzione di abbandonare, indipendentemente dall’esito della PMA.

Per raccontarvi tutto riprendo alcuni spezzoni di un’e-mail scritta ad una blogger mia omonima, perché mi era piaciuto molto quello che le avevo scritto (e non ho molta voglia di rielaborare tutto quanto)!

Come vi avevo già detto il corso, che è durato quattro incontri per un totale di sedici ore, non è stato particolarmente apprezzato da Marito. A me invece alla fin fine è piaciuto, anche se è stato stancante e se gli assistenti sociali hanno cercato in tutti i modi di metterci paura (vero e proprio terrorismo psicologico).

Durante l’ultimo incontro, l’undici ottobre, abbiamo guardato un documentario che mostrava la situazione di alcuni istituti per orfani/bimbi abbandonati di un Paese africano e di un Paese dell’Est. Guardandolo provavo il desiderio di portarmi a casa tutti quei bimbi bellissimi… Devo dire, però, che questa visione non ci ha sconvolti più di tanto: nonostante la mancanza di punti di riferimento “fissi”, i bambini sembravano ben nutriti e in salute e seguiti con affetto dalle operatrici (il documentario non mostrava scene di violenza o cattiveria nei confronti dei bambini, che magari in realtà accadono in certi istituti o Paesi).

Ciò che in realtà ci ha veramente sconvolti, non solo a me e a Marito, ma anche alle altre coppie, è stata la seconda parte del filmato. Abbiamo ascoltato due interviste ad un ragazzo e ad una ragazza adottati (se non sbaglio in Francia o in Belgio), attualmente giovani adulti. Entrambi esprimevano il proprio affetto per i genitori adottivi, ma non facevano altro che ripetere quanto sentissero ancora il legame con quelli naturali.

Il ragazzo, nonostante fosse stato cresciuto in una famiglia adottiva numerosa e che gli ha donato molto affetto, affermava di essersi sempre sentito un pesce fuor d’acqua, anche a causa delle prese in giro subite a scuola per il fatto di essere stato adottato. Da adolescente è scappato numerose volte da casa, ed è tornato solo quando la madre adottiva si è ammalata gravemente.

Mi ha colpito in particolar modo, però, la storia della ragazza: adottata quando aveva tre mesi, per tutta la vita si è chiesta perché fosse stata abbandonata, e quando ha raggiunto la maggiore età è corsa a cercare la madre naturale. Ha scoperto così che è stata abbandonata per motivi economici, e la verità l’ha aiutata a superare finalmente il trauma. I suoi genitori adottivi avevano sempre evitato di parlare della famiglia naturale, tenendole nascosta la verità, e nel corso degli anni la ragazza si era convinta di essere nata da una prostituta tossicodipendente che l’aveva lasciata per strada… E questo pensiero terribile la faceva stare male.

Da quando ha scoperto la verità la ragazza ha deciso di mantenere i rapporti con la madre naturale.

Questa storia ha sconvolto tutti i partecipanti al corso, ed io sono stata la prima a dire ad alta voce ciò che pensavamo tutti. Tutti noi aspiranti genitori adottivi sogniamo di adottare per avere finalmente quel figlio che la Natura non ci permette di avere… Sogniamo di avere un bambino tutto nostro, da amare e che ci ami. Che ami soltanto noi.
Ma non si può negare che il legame con i genitori naturali c’è, e resterà per sempre… La cosa migliore è evitare di negare questo legame, non mentire al proprio figlio sui motivi per cui è stato abbandonato, e accompagnarlo e aiutarlo nel caso in cui un giorno decidesse di incontrare chi gli ha dato – materialmente – la vita. Anche se è un passo difficilissimo.

Questo è uno degli aspetti dell’adozione che mi fa più paura. Io sono una persona estremamente possessiva… Ma capisco che le persone non si possono possedere, e per amore di mio figlio riuscirei ad affrontare questa difficoltà. Dovrei riuscirci per forza.
L’adozione è una cosa che ho dentro da sempre. Ma non posso negare che negli ultimi anni si fa sentire sempre di più l’istinto materno, il desiderio di sentire una vita crescere dentro di me. Il mio sogno sarebbe quello di avere un figlio di pancia e uno di cuore… Io voglio sempre strafare!

Io intendo ancora adottare, con tutto il cuore, ma è qualcosa che vorrei fare per il bambino e non per me. Ora la mia voglia di maternità è così forte, rabbiosa, che fa quasi male, non mi dona la pazienza e la serenità necessarie per compiere un percorso difficile e lungo come l’adozione. Ho paura che sbaglierei tutto. Sia prima, che dopo. Se riuscissi ad avere un figlio naturale, a trovare quella gioia e quella pace che desidero da tanto tempo, affronterei l’adozione con un’altra ottica. E la vedrei più come una scelta di donare amore, piuttosto che come il desiderio di avere amore, di completare la famiglia.

Non intendo dire che amerei meno un figlio adottato, avendone già uno naturale, o che lo considererei in maniera diversa… No! Assolutamente no! Però IO sarei diversa. Sarei più serena, più calma, come ora non sono affatto. Se la PMA dovesse andare male ancora, se quel figlio di pancia non dovesse arrivare mai, sicuramente procederemmo con l’adozione. Ma sarebbe un vero e proprio calvario. Dovrei sforzarmi con tutta me stessa per non perdere la testa durante tutti quegli anni di attesa, e i colloqui con gli psicologi, e i corsi (basta non se ne può più di ‘sti corsi!!) che ti obbligano a fare gli enti per l’adozione internazionale… Lo farei, perché per avere un figlio farei qualsiasi cosa. Ma forse non lo farei con lo spirito giusto.

Devo ancora imparare tanto… Ma ce la farò. In fondo, imparare a fare la mamma – di pancia o di cuore non importa – è la cosa più bella del mondo.

Ecco, se magari arrivasse anche il materiale su cui studiare non sarebbe male, eh.

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Il mio posto nel mondo

Sono pronta. Domani è il giorno del pick up.

Almeno, la ginecologa dice che sono pronta. Non vedevo l’ora che questo giorno arrivasse, e ora ho paura. Ma non posso tirarmi indietro. Non voglio, soprattutto.

Io faccio sempre così. Mi mostro calma e serena, quasi fredda, apatica. Scherzo, rido, interpreto la parte di quella forte, della guerriera che può affrontare tutto, che non ha paura di niente. Solo quando poi mi trovo realmente davanti alla prova che devo superare comincio a capire davvero cosa sta accadendo.

Ma non è di questo che voglio parlare, ora. Domani avrò tutto il tempo per sfogarmi e raccontarvi di come mi sono fatta nuovamente compatire urlando davanti ai medici…

Ora vorrei condividere con voi un post che ho scritto qualche giorno fa e che finora non avevo trovato il tempo di pubblicare.

 

La domanda che mi sento porre più spesso dalle poche persone a cui ho parlato dei nostri tentativi di PMA è: “Come mai hai tanta fretta di avere un figlio?”
Non mi chiedono perché io desideri un bambino, che sarebbe una domanda più che lecita. No. Mi domandano perché lo voglia ora. E questo mi fa girare le ovaie a mille.

Dall’atteggiamento di queste persone ho capito una cosa importante. La maggior parte della gente ritiene che avere un figlio sia un fatto naturale, istintivo, non un desiderio d’amore, ma un compito che si deve alla società, a cui assolvere dopo aver, possibilmente, goduto appieno della propria vita. Ovvero, dopo essersi divertiti alla grande, aver viaggiato tanto, fatto esperienze nuove e magari aver intrapreso una carriera lavorativa. Infatti mi sono anche sentita chiedere, da un’amica che sa che a novembre i miei genitori andranno alle Mauritius, perché non abbia deciso di rimandare la PMA e approfittarne per andare via con loro… Come se una vacanza fosse più importante di un figlio! Come se avere un bambino non potesse essere un desiderio, ma soltanto un obbligo a cui ci tocca adempiere perché costretti dall’istinto o dalla società. Come se un figlio non fosse la vita, ma una scocciatura, come se una vacanza, o la carriera, o il divertimento fossero i veri piaceri dell’esistenza umana.

Magari per qualcuno è così. Se sta bene a loro, sta bene anche a me. Ma per me è diverso.

Perché voglio tanto un figlio?

Nella mia vita mi sono sempre sentita fuori posto. Prima di tutto nella mia squilibrata famiglia. Ed è a causa dell’anaffettività dei miei genitori che mi sono sempre sentita molto sola, diffidente, spesso incapace di stringere legami. Ho dovuto leggere numerose ricerche mediche e subire anni di psicanalisi prima di capirlo… Ma ora, finalmente, ce l’ho fatta. Ho capito che tutti i miei fallimenti sono stati in gran parte causati da quello che ho passato nella prima, delicatissima fase della vita. La psicologa dice che, con un vissuto come il mio, avrei potuto facilmente imboccare la strada sbagliata, diventare a mia volta una persona squilibrata, addirittura finire nel tunnel della droga o diventare aggressiva. La rabbia c’è, non lo nego, ma il desiderio di trasformala in amore, anziché essere risucchiata dall’ira, è più grande.

Non mi sento mai al posto giusto. Mi sento sempre diversa. A volte migliore, ma spesso peggiore degli altri. Ho perennemente paura di sbagliare, di essere fraintesa, di non essere amata. Faccio di tutto per essere accettata dagli altri, per avere una briciola di affetto. Ma questo non mi aiuta ad ottenere amore, ma mi mostra come una persona insicura e anche un po’ pirla.

Sono sempre stata esclusa, incompresa, non amata. Prima di tutto dai miei genitori, che mi hanno sempre detto che sono un’ingrata e un fallimento, dalle coetanee che da ragazzina mi escludevano perché dicevano che ero strana, e dalle attuali amicizie che si ricordano di me soltanto per Natale e il giorno del mio compleanno.

Le difficoltà sul lavoro, i litigi con i miei genitori, il matrimonio, la PMA, sono tutte grandi prove che ho dovuto affrontare da sola. Certo, ho Marito al mio fianco, ma a volte sarebbe bello avere una mamma da cui farsi coccolare o un’amica pronta a correre da te quando stai male.

Sarebbe bello. Ma, a dire il vero, forse in fondo al cuore non è che mi importi più di tanto.

A volte penso che l’unico modo per sentirmi finalmente al mio posto sia diventare madre.

Questa affermazione, detta da una femminista come me, può sembrare alquanto paradossale. Ma è proprio così che mi sento.

Non è che la mia vita sia totalmente vuota, eh. Ho un buon lavoro, ho la passione per la scrittura, ho il volontariato. E anche l’amore non mi manca. So che Marito mi ama e sono certa che staremo insieme per sempre, e ho i miei cani che mi donano ogni giorno un affetto puro e disinteressato. E gli amici… Le rare volte in cui sono, sanno darmi affetto anche loro. Non è un affetto sui cui io possa contare, ma è meglio di niente.

Non ho nessuna intenzione di avere un figlio per riversare su di lui tutta la mia frustrazione, i miei sogni non realizzati, per avere una rivincita attraverso di lui, o per assicurarmi un “bastone” per la vecchiaia… No, ve lo assicuro. Non importa se mio figlio sarà un genio oppure un asino, o semplicemente mediocre, non importa se sarà bello o brutto, non importa neppure se mi vorrà bene o se mi vedrà come una rompiballe. E non mi interessa neanche se a vent’anni dovesse decidere di lasciare l’Italia per trasferirsi dall’altra parte del mondo.

Dal momento in cui darò alla luce mio figlio, io non mi sentirò più sola. Non sarò più sola. Troverò finalmente quel legame che ho sempre desiderato. Un legame indissolubile, qualsiasi cosa accada. Io ho bisogno di quel legame. Ho bisogno di sapere che in questo mondo c’è qualcuno legato a me, per sempre.
E solo un figlio ti può dare quella certezza. Non mi sentirò più inutile, un fallimento. Avrò una piccola creatura da crescere. Una creatura che avrà bisogno di me. Una creatura da cui non dovrò elemosinare amore, ma che mi amerà a prescindere, perché io gli darò la vita.

Forse penserete che io sia un’egoista, che abbia troppe aspettative verso la maternità… Ma non credo che sia così. Prendete me. Nonostante tutto quello che mia madre mi ha fatto – e vi assicuro che su questo blog ho raccontato solo le parti divertenti – io continuo a tenderle la mano, aspettando – invano – che l’afferri. Continuo a farmi del male, volontariamente, perché una madre e un figlio sono per sempre legati, qualsiasi cosa accada.

Mio figlio avrà da me tutto quello di cui un bambino ha bisogno: amore e protezione. E non importa se non riuscirà a restituirmi lo stesso affetto. Semplicemente donargli il mio amore mi farà sentire bene. Perché finalmente saprò di non stare sprecando le mie energie e il mio cuore per qualcuno che non li merita, per qualcuno che non sa cosa farsene.

Amare è tutto quello che desidero fare. Voglio fare qualcosa di buono. Amare e sapere che il mio amore non è vano.

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Sogni infranti

Come previsto, sabato io e Marito siamo tornati al centro PMA per discutere il prossimo tentativo di ICSI. Praticamente sono stata io a dettare alla dottoressa dosi e giorni delle iniezioni, tanto sono diventata esperta! Per fortuna non ci ha fatto pagare per la consulenza (e meno male, con tutti i soldi che le dovremo dare alla fine!), e Marito mi ha detto che avremmo dovuto chiederle noi dei soldi, dato che ho fatto tutto io…  😉

Visto che le Malefiche mi sono arrivate, sgradite come sempre, il sei settembre, dovrò iniziare la terapia ormonale il ventisei, ovvero il ventunesimo giorno del ciclo. Come l’altra volta farò la soppressione con un’unica iniezione di Enantone, poi dovrò attendere la nuova visita delle Malefiche e il terzo giorno del ciclo successivo inizierò la stimolazione con il Gonal. Questa volta assumerò dosi maggiori per tentare di produrre qualche ovocita in più, dato che l’altra volta non è andata molto bene (sei follicoli di cui tre vuoti).

Ho parlato alla dottoressa della prostatite di Marito. Ero convinta che l’avrebbe considerata come una buona notizia, invece mi ha detto che, anche dopo la cura antibiotica, sarà impossibile per noi provare ad ottenere una gravidanza naturale. Magari gli spermini miglioreranno come motilità, ma come numero e morfologia assolutamente no. La notizia non mi ha gettato nel panico più di tanto. E’ vero, ci speravo, come vi ho detto nell’ultimo post, ma in fondo al cuore sapevo che era solo una remota possibilità… E quindi, le strade tornano ad essere due, proprio come pensavo fino a pochi giorni fa. Adozione o PMA. E, ripeto, non mi importa quale cammino ci porterà al traguardo. Basta arrivarci, a ‘sto benedetto traguardo!

Tutta la mia vita ormai ruota intorno a questo. Ad un figlio. La mia vita è in stand by. E io voglio che sia così. Non voglio prendermi una pausa di riflessione, come molte altre coppie fanno. Forse mi farebbe bene, ma non voglio. Non voglio prendermi del tempo per me, non voglio che io e Marito sperperiamo soldi in viaggi e ristoranti per cercare di distrarci da qualcosa che, anche impegnandomi con tutte le mie forze, anche godendomi la vita come mai prima, non potrei mai dimenticare: io voglio un figlio. Di tutto il resto non mi importa. La mia vita riprenderà quando lui sarà qui con me. E sarà una bella vita. Sarà la vita che ho sempre voluto.

“Sogni infranti” è il titolo di questo post. Ma non mi riferisco al fatto di aver capito (di nuovo) che diventare mamma normalmente (brutta parola…) è impossibile per noi.

Quello che state per leggere l’ho scritto qualche giorno fa. L’ho scritto di getto, rabbiosamente, mentre piangevo. Ho esitato prima di pubblicarlo sul blog. Un po’ mi vergognavo. Sono pensieri molto intimi. E temevo anche che qualcuno mi potesse accusare di vittimismo, di voler essere compatita… Non è così. E se alla fine ho deciso di pubblicare le righe che state per leggere è perché non voglio più avere paura. E perché voglio liberarmi, e non ho molte persone nel mondo “reale” con cui farlo. E anche per farvi capire che non dovete dare nulla, ma proprio nulla, per scontato. Soprattutto l’amore. E poi, in fondo, tra i lettori di questo blog solo un paio sanno veramente chi sia Eva. Per gli altri sono solo un’anonima blogger come tante altre. Quindi, chi se ne frega se mi giudicherete male.

Famiglia. Cosa significa questa parola per voi? Per me la famiglia è il morbido e caldo materasso che ti accoglie e ti impedisce di ferirti ogni volta che la vita cerca di farti cadere a terra. Gli amori e gli amici se ne vanno, ma la famiglia resta. La famiglia c’è sempre. La famiglia è una certezza. Questa è la famiglia che io e Marito vogliamo essere per il nostro bambino. Questa è la famiglia che ho sempre sognato, e che non ho mai avuto. Sono caduta molte volte. E raramente ho trovato qualcuno ad accogliermi tra le sue braccia per sorreggermi. Sono sempre finita con il culo per terra. Quel morbido materasso che la maggior parte delle persone che conosco da per scontato io non l’ho mai avuto. Non ho mai vissuto, non ho mai sofferto con la certezza di avere qualcuno pronto a tendermi la mano. Anzi. Tante, troppe volte sono stata io a tendere la mano, a dare un aiuto a quelle persone che mi avrebbero dovuto crescere con amore, e che invece hanno lasciato che crescessi priva di qualsiasi fiducia negli altri e in me stessa.

Mia madre non sta bene. Da tanto, troppo tempo. Ma la sua malattia non è visibile, non può essere diagnosticata tramite un’ecografia o una tac, non provoca dolori fisici, non presenta tracce sul corpo. Tutti hanno sempre fatto finta che non ci fosse alcun problema. Tutti dicono che mia madre è semplicemente un tipo “particolare”. Nessuno osa dire la verità. La malattia di mia madre ha condizionato tutta la mia vita. Le sue crisi isteriche mi hanno fatto crescere nella paura, la sua morbosa gelosia verso di me e mio padre mi hanno impedito di frequentare la famiglia, la sua incapacità di provare affetto per qualcuno all’infuori di se stessa mi ha fatto sempre sentire sola. Mio padre, succube della moglie, ha sempre piegato la testa e chiuso gli occhi davanti ai problemi di mia madre. Ha cercato di vivere la sua vita senza lasciarsi condizionare dalle stranezze della moglie. E se l’è sempre presa con me per qualsiasi cosa. Ogni cosa era, ed è, colpa mia. Non di mia madre, non della sua malattia che non riese ad ammettere. NO. Mia.

Da quando avevo tredici anni o giù di lì io e i miei genitori abbiamo smesso di mangiare a tavola insieme. Alla sera ognuno mangiava ad orari diversi. Io a volte mi preparavo qualcosa che poi mi mangiavo nella mia camera, da sola. Ho passato l’adolescenza chiusa nella mia camera. La maggior parte delle volte, in realtà, saltavo la cena. Nessuno si curava di questo. Pensavano che volessi dimagrire. Pensavano che me ne stessi sempre chiusa in camera perché ero un’adolescente tormentata. Con il digiuno, il silenzio e la solitudine io volevo farmi sentire. Ma loro non hanno mai sentito niente.

Quando sono andata a vivere da sola credevo che finalmente mi sarei liberata dell’influenza negativa dei miei genitori sulla mia vita. Mi sbagliavo. Nonostante tutto, loro sono sempre la mia mamma e il mio papà, e ho mantenuto i rapporti con loro. E anche se non viviamo più insieme in questi anni sono sempre riusciti a trascinarmi nel loro vortice di rabbia e pazzia, mentre io, anche impegnandomi con tutta me stessa, non sono stata in grado di trasformarli nei genitori che avrei voluto.

I miei genitori non sono voluti venire al mio matrimonio. Credevo che dopo un affronto del genere non sarei più riuscita a parlare con loro, e invece ho continuato a frequentarli, anche se raramente. Perché sono sempre la mia mamma e il mio papà. E non posso averne altri. Ma ora ho deciso che posso fare a meno di loro. Devo fare a meno di loro, se voglio sopravvivere.

Un paio di giorni fa sono andata a trovare mia madre. Non ci vedevamo da mesi. Ultimamente ci siamo sentite soltanto qualche volta per telefono. Ogni volta la conversazione è finita tra urla e insulti. Mia madre non sopporta il fatto che io frequenti i miei nonni paterni e mia zia, che lei odia, non ho ancora capito per quale motivo. In realtà non è gelosa di me. Non le importa niente di sua figlia. Ma detesta il fatto che altri membri della famiglia ricevano più attenzioni di lei. Forse dovrebbe chiedersi perché le cose vanno così…

In tutti i modi, come dicevo, sono andata a trovarla. Le prime due cose mi ha detto sono state “Hai visto come sono magra?” e “Lo sai che Francesca, la tua compagna di scuola materna, ha un figlio di due anni?”

Bell’inizio.

Poi mi ha parlato dei litigi con mio padre, del fatto che si è vendicato di lui perché non gliel’ha data per sei mesi.

Lei: “Ah ah! Non gliel’ho data per sei mesi!”
Io: “Non sono termini appropriati per parlare con tua figlia.”
Lei: “Eh, va beh, allora dirò che non abbiamo fatto l’amore per sei mesi… Tanto è uguale a dire che non abbiamo scopato!”
Io: “Puoi usare qualsiasi termine, ma la cosa non mi interessa. Non credo che dovresti parlare di questo con tua figlia.”

I discorsi di mia madre non seguono un filo logico. Dopo pochi istanti ha cominciato ad urlarmi per essere andata un pomeriggio sul fiume con Marito,  mio padre, mia nonna e mia zia.
“Hai fatto vedere a tuo marito tua zia in bikini, ma non gli hai fatto vedere le mie foto su facebook!”
Ho fatto vedere a mio marito mia zia in bikini?? Mia zia era sul fiume a nuotare e prendere il sole come tutte le altre persone presenti, era ovvio che fosse in costume! Cosa gliene può fregare a mio marito di guardarla?
“Le tue foto su facebook sono imbarazzanti. Sembri una pornostar. Marito le ha viste. E anche due nostri amici le hanno accidentalmente viste. Si sono vergognati per me.”
Lei ha riso. “Non è vero! Sicuramente hanno detto che sono una bella donna! Perché è così!”
“Si sono vergognati per me,” ho ripetuto. “Quelle foto sono penose.”
“E invece di certo hanno detto che sono una bella donna!”
Oooook.

A novembre i miei genitori andranno alle Mauritius. Mia madre mi ha chiesto se durante la loro assenza posso andare a casa loro a pulire e accudire i gatti, come ho fatto quest’estate. Le ho detto che tra poco dovrò essere operata, e non so se potrò farlo. Non so perché l’ho detto. I miei genitori non sanno nulla dei problemi miei e di Marito. Non sanno della fecondazione assistita. Non conoscono l’inferno che stiamo vivendo. Credono che i loro problemi siano i più gravi del mondo. I litigi da adolescenti, i profili su facebook, le ripicche infantili… Pensavo che non avrebbero mai potuto capire quello che io e Marito stiamo passando, pensavo che non sarebbero stati di alcun aiuto. Eppure in fondo al cuore ho sempre desiderato confessare loro tutto quanto. Continuavo a dirmi che forse questa volta sarebbero riusciti a capire, che davanti ad una realtà tanto cruda e dolorosa sarebbero stati, per la prima volta, il materasso caldo e morbido che non mi hai mai sostenuto…

Quando le ho detto che dovrò subire un’operazione, mia madre ha voluto sapere a tutti i costi di cosa si trattasse. Io ho esitato. La sua agitazione mi metteva ansia. Poi, urlando, mi ha chiesto se i miei nonni e mio padre sapessero già tutto. Non avrebbe potuto sopportare un simile affronto.
“Se l’hanno saputo prima di me ti ammazzo!”
Io le ho risposto di no, che nessuno sapeva niente, ma lei non mi ha creduto e ha alzato la cornetta per chiamare mio padre e chiederglielo. Io l’ho fermata, a fatica, l’ho pregata di non farlo, dicendole che si tratta di una questione molto delicata.

Ha continuato a chiedermi spiegazioni, a chiedermi che cos’ho. Ad un certo punto mi sono lasciata andare e ho detto tutto.
“Abbiamo scoperto di non poter avere figli. E quindi abbiamo fatto la fecondazione assistita,” ho detto, laconicamente, senza lasciar trasparire alcuna emozione, come faccio sempre quando racconto a qualcuno del nostro dramma. Solo chi mi conosce realmente capisce quello che si cela dietro alla mia voce ferma e ai miei occhi impassibili. E mia madre non mi conosce realmente.
“Ah. Ho letto qualcosa, ma non so bene come funziona. Cos’hai dovuto fare?”
Ha parlato con tono neutrale, anzi, quasi allegro, come se non stessimo parlando della prova più grande che ho dovuto affrontare nella vita, come se mi stesse chiedendo, che ne so, da che estetista vado a farmi fare la ceretta…
Avevo appena cominciato a spiegare in cosa consiste la PMA, quando mia madre mi ha interrotto di nuovo per chiedermi ancora se fossi sicura di non aver detto niente a mia nonna. “Devi stare attenta, non dire niente a quella donna, è una vipera, una stronza!”
Ha continuato ad insultare mia nonna per diversi minuti. Mi guardava, ma i suoi occhi vuoti non mi vedevano realmente. Il suo sguardo è sempre stato spaesato, allucinato, perso. Lei non è mai realmente presente. Vive in un altro mondo. Un mondo che solo lei capisce. Io sono in un altro universo. Un universo dove lei non vuole entrare, dove non le interessa entrare.
A quel punto sono scoppiata. “Mamma, ma mi stai ascoltando? Capisci quello che ti sto dicendo?”

Le ho fatto notare che, ogni volta che le parlo di qualcosa di importante, lei non si cura di me, non mi ascolta, non le interessa ascoltarmi, ma coglie il pretesto (o se lo inventa) per cominciare a parlare di mia nonna e a insultarla, proprio come una pazza. Proprio com’è accaduto quella volta che, mettendo da parte tutto il mio orgoglio, le ho mostrato (senza che mi fosse neppure chiesto, eh) l’album del matrimonio, dopo che né lei né mio padre erano venuti alla cerimonia. Anche in quell’occasione non ha prestato alcuna attenzione a me, sua figlia. Ricordo benissimo la foga con cui sfogliava le pagine. Non ha guardato una sola foto che ritraeva me o mio marito. Si soffermava soltanto su quelle dove compariva mia nonna, per criticarla, e insultarla, e sputare veleno. Se qualcuno le chiedesse com’era l’abito di sua figlia o il colore dei fiori in Comune, lei non saprebbe rispondere, ma ricorderebbe perfettamente cosa indossava mia nonna o il modo in cui era seduta.

“Hai ragione,” ha detto, “ma tua nonna è veramente una puttana! Ed è invidiosa di me perché sono una bella donna! Non sono belle le mie foto su facebook?”
“Sono imbarazzanti.”
“Ah, allora dillo che sei arrabbiata con me per quelle foto! Ma non è colpa mia se sono una bella donna…”

A questo punto me ne sono andata, urlando, arrabbiata con lei ma soprattutto con me stessa per aver ingenuamente creduto che per una volta mia madre fosse in grado di ascoltarmi. Mentre me ne andavo lei continuava ad inveire contro mia nonna. Non mi ha fermata, non mi ha domandato perdono.

Da quel giorno mia mamma si è fatta sentire soltanto tramite alcuni sms. Ma non mi ha chiesto scusa, non mi ha chiesto se potevamo riprendere il discorso, non mi ha chiesto come sto. Mi ha solamente scritto che è stanca di essere esclusa da tutto e di non esistere per nessuno.

Quando ho raccontato l’accaduto alla psicologa, mi ha consigliato, per il mio bene, di stare lontano da mia madre e di non arrabbiarmi così tanto, ma di considerare che è una donna malata che vive in un suo mondo immaginario. Non è in grado di comprendere la realtà, né di capire che il suo comportamento non è normale.

Mamma. Sono tua figlia. Te ne rendi conto? Non posso avere figli. E un figlio è tutto quello che desidero dalla vita. Lo sapevi, questo? No. Non lo sai. Non me l’hai mai chiesto. Non ti è mai interessato scoprirlo. Non te ne frega niente di sapere quello che ho passato. Non mi hai neppure lasciato finire di parlare. Non sai che mi sono dovuta imbottire di ormoni, non sai che ho pianto durante il pick up, non sai che gioia ho provato sentendo quei due puntini luminosi dentro di me, non sai nulla… Cazzo, non sai neppure se sono incinta o meno!
Io ho avuto un aborto, mamma. Non so neppure se chiamarlo così, visto che la gravidanza è durata poco più di due giorni. Ma io mi sono sentita tanto felice quando pensavo di poter finalmente essere una mamma, e sono stata malissimo quando quella piccola vita, quella che sarebbe diventata una vita, mi ha lasciato.
Mamma, non mi interessano le tue scopate, i tuoi amanti, le tue foto su facebook, il tuo odio per la nonna. Volevo soltanto che mi ascoltassi. Ma non sei riuscita a farlo. So che non ci riesci perché sei malata, ma avrei voluto tanto, per una volta, una volta sola, avere una mamma.
Quando mio figlio o mia figlia verranno da me, sofferenti, io sarò per loro il caldo materasso che tu non sei mai stata.
Che strano il destino, vero, mamma? Tu che un figlio non lo volevi e non eri neppure in grado di crescerlo sei rimasta incinta senza volerlo, mentre io, che sogno di essere madre da sempre, devo faticare così tanto per realizzare il mio sogno.
Ti ho dato la possibilità per essere una mamma, per una volta. Ma tu non hai voluto approfittarne. Io sarò una madre decisamente migliore di te.
E, chissà, forse è anche grazie a tutto quello che mi hai fatto passare che negli anni ho capito chi voglio e chi non voglio essere. Forse dovrei ringraziarti, perché mi hai fatto scoprire cosa significa crescere con una persona incapace d’amarti. E i miei figli non scopriranno mai cosa si prova. I miei figli non diranno mai quello che io sto per dire: “Io non ho più una madre.”

Mi piacerebbe poterle dire tutto questo. Ma lei non capirebbe. Non capisce mai. Ed ora ho capito che non posso obbligarla a capire.

L’altro giorno, non so per quale motivo (forse a causa dello scombussolamento ormonale provocato dalle Malefiche) ho raccontato ai miei colleghi qualche anneddoto sulla mia famiglia. Ho detto loro che non mangiavamo mai insieme, e che ognuno si cucinava quello che voleva all’ora che voleva e mangiava da solo.

I miei colleghi non mi hanno creduto. Hanno riso di me. Mi hanno accusata di esagerare, perché secondo loro è impossibile che esistano famiglie del genere e che dei genitori si possano comportare in questo modo.

Tralasciando l’ignoranza dei miei colleghi (ci sono anche dei genitori che abusano sessualmente dei figli – ma non li leggono i giornali?), i loro commenti mi hanno fatto capire che le persone danno tutto per scontato.

I genitori amano i figli.

No, non è così. Non sempre. A volte li vorrebbero amare, ma non sono in grado di farlo.

I miei colleghi credono anche che avere un figlio sia una cosa normale, un qualcosa che tutti possono ottenere. E neanche questo è vero.

Non bisogna dare nulla per scontato. E i miei figli riceveranno tutto l’amore che ho da dare, tutto l’amore che non ho mai ricevuto, tutto l’amore che ho sempre desiderato.

L’obiettivo della mia vita è trasformare la rabbia in amore. Finora ci sono sempre riuscita, seppur a fatica. E anche la rabbia per dover lottare tanto per diventare madre alla fine si rivelerà qualcosa di buono. Dopo aver atteso tanto, mio figlio sarà il bambino più amato del mondo. E gli insegnerò a non dare nulla per scontato.

P.S. Un applauso a chi è riuscito ad arrivare alla fine di questo luuuungo post!

Pubblicato in: La mia storia, Riflessioni

Quel momento di felicità

È da due anni che lo immagino.

Al mattino quando spengo la sveglia e, mezza addormentata, mi nascondo sotto le coperte per godere ancora di qualche minuto di pace…
Mentre sono in macchina diretta verso l’ufficio e ascoltando la radio canticchio sottovoce…
Al lavoro, quando la mia mente annoiata vola via, lontano…
Alla sera quando, accucciata sul divano insieme a Marito, guardo la televisione…
Negli istanti un po’ nebulosi prima di addormentarmi, quando riemerge in me tutta la rabbia, la frustrazione e la speranza…
Quando dormo, nei miei sogni…
Lo immagino sempre.
Quel momento di felicità.


Il momento in cui, guardando il test di gravidanza, scoprirò di essere incinta.
Il copione è sempre lo stesso. Quando guardo il test sono da sola, chiusa in bagno. Scoppio a piangere. E in quel pianto è racchiusa tutta la felicità che ho sempre sognato di provare, un giorno. Una felicità talmente intensa che mi sembra quasi di morire… Rido, e piango.
Poi corro da Marito. Sto in silenzio e gli mostro il test, cercando di trattenermi dal ridere… So che lui non capirà. È un uomo, di queste cose non sa niente. Non ha idea di cosa significhino quelle due benedette linee! Non riesce neanche a parlare, mi guarda come per incitarmi a dirgli qualcosa, a dirgli la verità. E poi io rido. Rido senza freni, come non ho mai fatto prima.
E urlo: “Ce l’abbiamo fatta!”
Lui ride, poi piange, poi mi abbraccia, a lungo, per un tempo infinito, le nostre lacrime si mescolano, le nostre risate riempiono l’aria…

Ma i miei sogni non finiscono qui. Non esistono limiti ai sogni, quindi… Perché non sognare in grande?
Vedo io e Marito che sistemiamo la cameretta, che fino ad oggi è servita come studio/magazzino… Una stanza disordinata, incompleta, insensata, una stanza in attesa, proprio come noi, di qualcosa di bello, di qualcosa di migliore. Discutiamo per il colore delle pareti, sistemiamo i mobili, compriamo l’armadietto, la culla, diecimila giocattoli…
Mi vedo con un bel pancione seduta sul divano a divorare tavolette di cioccolato, e Marito che mi guarda adorante anche se sono una balena, perché io sono la Portatrice del Sogno… Del nostro sogno.
Vedo le nostre bimbe pelose che guardano con sospetto la mia trasformazione, e allora io e Marito spieghiamo loro che presto arriverà un bellissimo bambino nella nostra casa, e che porterà gioia a tutti, anche a loro, e che dovranno trattarlo bene, perché sarà per loro come un fratellino…
Vedo… Vedo tutto quello che ho sempre voluto.
Ed ora lo vedo più chiaro, i sogni ad occhi aperti sono più nitidi, perché il traguardo è vicino…

Pubblicato in: La mia storia, Riflessioni

Le donne invisibili

Sono ovunque. Le mamme sono ovunque. In primavera ad ogni angolo incontro una donna col pancione, oppure una mamma con al seguito uno o più bimbetti. E quando vedo una donna incinta che tiene per mano un figlio piccolo… Questa è l’apoteosi dell’invidia. Dentro di me penso che magari queste donne hanno pure calcolato perfettamente il tempo che doveva trascorrere tra una gravidanza e l’altra… E, chissà, magari sono pure amareggiate dal fatto che il secondo figlio sia stato concepito un mese prima del previsto, oppure dopo. Non posso neppure trovare un briciolo di consolazione criticandole perché sono sciatte o chiattone, perché… Beh, non lo sono. Le mamme di oggi sono glamour. Sono cool. Portano jeans attillati, borse firmate e spingono il passeggino indossando un tacco 12.
Cazzo, sono ovunque! Al supermercato, in ufficio, alle poste, al pub, al ristorante stellato, alla trattoria sotto casa, ovunque! Non mi danno un attimo di tregua! Potete sparire almeno per un giorno, per favore? Almeno per un giorno potete far sparire dalla mia mente il pensiero che tutte le donne siano mamme, tranne me?

E poi ci sono loro. Noi. Le donne invisibili. Quelle che desiderano con tutto il cuore, con tutto l’animo, avere un figlio, ma che la Natura ha punito decidendo che dovessero soffrire prima di ottenerlo. Donne che potrebbero essere ottime madri, se soltanto il destino desse loro questa opportunità. Donne che frequentano l’ospedale più di un ottantenne pieno di acciacchi che si rompe il femore un giorno sì e un giorno no. Donne costrette a mentire al lavoro per prendere ore di permesso per fare le analisi. Donne che, se osano confessare alla persona sbagliata il proprio problema, si devono sorbire consigli merdosi o prese in giro. Donne costrette a sorridere davanti all’ennesimo annuncio di una nuova gravidanza di una collega/parente/amica. Donne che ogni giorno ridono, anche se imbottite di ormoni. Donne che sentono un colpo al cuore ogni volta che passano davanti ad un negozio per bimbi. Donne che fanno dieci test di gravidanza ogni mese, conoscendo già il risultato. Donne che vivono, nonostante tutto.

Anche loro sono ovunque. Eppure non le vediamo. Il mondo non le vede. Non sono come le mamme, loro. Non si mettono in mostra, non cercano compassione, né simpatia. In pochi conoscono ciò che le tormenta. Chi le incontra per strada le vede come donne “normali”, forse persino felici. C’è addirittura chi le invidia. Persino certe mamme le invidiano. Perché loro, le donne invisibili, possono viaggiare, andare fuori a cena, permettersi gite fuori porta, il tutto senza marmocchi tra i piedi. Il fatto è che le donne invisibili non sognano altro che avere la propria routine sconvolta da dei marmocchi, e i viaggi, le cene, le gite, sono solo dei modi per riempire il vuoto che sentono dentro… Un vuoto che nessuno vede, che nessuno vuol vedere. Perché le donne invisibili sono forti, non mostrano il proprio dolore. E poi, in fondo, sappiamo tutti che il mondo non desidera vedere la sofferenza, che si copre gli occhi davanti ad essa.

Sono poche le persone a cui ho raccontato quello che io e Marito stiamo passando. Ogni volta che ho parlato a qualcuno del nostro problema dentro di me mi dicevo che quella persona non avrebbe mai potuto capirmi, che avrei dovuto spiegare cosa significano le parole “infertilità” e “fecondazione assistita”… Invece, quasi ogni volta, mi sono sentita raccontare storie di parenti/conoscenti/amici che stanno attraversando le stesse difficoltà. Le donne invisibili sono ovunque. Solo che noi non le vediamo (se si chiamano invisibili ci sarà un motivo…). Le puoi riconoscere perché sono quelle si toccano il petto quando passano davanti ad un negozio per bambini, sono quelle che allentano il passo incrociando una donna incinta, sono quelle che si accarezzano la pancia piattissima senza alcun apparente motivo, sono quelle che guardano il proprio figlio adoranti, come se fosse un miracolo, come se dentro di loro gridassero: “Ce l’ho fatta!”.

Sono invisibili, ma non per questo sono meno vive. Io non mi sento meno viva delle altre. Delle mamme. Solo… Un po’ più sfigata, forse. Ma sono convinta che questa ennesima difficoltà mi stia aiutando a diventare una donna migliore. Invisibile, ma migliore.

Pubblicato in: La mia storia

Se ti pago, puoi essere una mamma?

Nella mia vita ne ho passate di tutti i colori. Spesso mi sono sentita sola, immensamente sola. Anzi, non era semplicemente una sensazione: era davvero così. Ho allontanato gli amici, sono stata allontanata da amici, ho trascorso interi anni senza parlare con un’anima viva. I genitori dovrebbero essere le uniche persone che ti rimangono sempre accanto, l’unica certezza della vita, ciò che ti sostiene quando stai per cadere… Ma io non ho mai avuto questa certezza, e sono sempre caduta rovinosamente. Mi sono sempre fatta male, ma mi sono sempre rialzata. Ho dovuto imparare a farlo con le mie forze, ed ogni volta, dopo ogni caduta, mi sono sentita un po’ più sola.

In questo periodo avrei bisogno dei miei genitori più che mai. Ma loro non ci sono. Non sanno niente di quello che mi sta accadendo. Non ho detto loro nulla. E come avrei potuto? Sono troppo impegnati a litigare come adolescenti, ad addossarmi la colpa delle loro vite infelici, a dirmi che sono una figlia cattiva, che non sono riconoscente per tutto quello che hanno fatto per me…

Ieri sera sono stata mezz’ora al telefono con mia madre per aiutarla ad iscriversi a Facebook. Dopo la storia del divorzio lei vuole a tutti i costi crearsi un profilo per ripicca verso mio padre, perché lui è iscritto da tre anni. Questa mattina mi ha richiamato, disperata, perché non era riuscita a completare l’iscrizione.
“Mi sta venendo un esaurimento nervoso!” ha urlato. “Non è possibile che io non ci riesca! Tuo padre è iscritto da anni, ora voglio esserci anch’io! Se ti pago, vieni qui ad aiutarmi?”
Se ti pago… Certo, mia madre ha sempre pensato che i soldi possano risolvere tutto. Se ti pago, potresti essere una mamma, anche solo per un giorno?

Fino a quel momento ero riuscita a mantenere la calma, dal giorno in cui mi ha spaventato dicendo che voleva chiedere il divorzio ho messo da parte il mio rancore verso di lei, l’ho aiutata, ascoltata parlare di amanti e scopate, mi sono sentita dare indirettamente della puttana, l’ho sostenuta come una madre dovrebbe fare con la propria figlia… Ma quelle parole non sono riuscita a sopportarle. Mentre urlava che le stava venendo un esaurimento perché non riusciva ad iscriversi a Facebook, io ero seduta alla mia scrivania, circondata da pile di analisi del sangue, biopsie, pap test, spermiogrammi… Mi è andato il sangue al cervello, non ci ho visto più, le ho urlato un bel “vaffanculo” e le ho chiuso il telefono in faccia.
Qualche ora dopo mia madre ha chiamato Marito per dirgli che sono veramente una gran maleducata e cattiva, e che comunque alla fine ce l’ha fatta. Si è iscritta a Facebook e non vede l’ora che io guardi il suo profilo, perché sa che rimarrò scandalizzata dalla foto un po’ osé che ha messo.

Brava, mamma. Magari quando avrò scoperto se ho un tumore, o una displasia, o per quale cazzo di motivo il mio utero non sta bene, e dopo che avrò scoperto se esiste un rimedio per curare gli spermini strani di mio marito, forse allora troverò il tempo per guardare il tuo profilo su Facebook. E, comunque, dopo essermi sentita dire che potrei generare un mostro, dopo aver ascoltato un infermiere parlarmi delle sue avventure sessuali e dopo aver sanguinato una settimana a causa della biopsia, beh, niente mi può più scandalizzare. Mi dispiace, mamma. So che ti piace provocarmi, irritarmi, imbarazzarmi, ma… Ora ho imparato a cadere.

Con questo post vi auguro una buona Pasqua, e, da convinta animalista, nonché credente (seppur non praticante, non nel senso che tutti danno a questa parola), mi permetto di pregarvi di leggere questo articolo, dove viene spiegato perché NON mangiare carne di agnello (ma neanche di vitello o altri cuccioli), né per Pasqua, né in altre occasioni.

http://www.italiapiugiusta.com/index.php?option=com_content&view=article&id=322:agnello-di-dioabbi-pieta-di-noi&catid=59:nostre-iniziative

Dato che suppongo che questo blog sia visitato soprattutto da mamme/papà o aspiranti tali, penso che a nessuno di voi, riflettendoci un attimo, possa piacere l’idea di mangiare un cucciolo strappato a pochi giorni di vita dalla sua mamma… Cucciolo che, prima di arrivare nella vostra cucina, è stato trasportato in camion stipato insieme ad altri animali innocenti, e a cui magari sono state rotte le zampe per immobilizzarlo… Cucciolo che è stato macellato tra atroci sofferenze. Cucciolo che è molto simile all’essere umano per quanto riguarda percezione della sofferenza ed emozioni. Inoltre, questo non mi sembra neppure un bel modo per festeggiare il Signore, che ne dite?

Buona Pasqua a tutti voi.

Pubblicato in: La mia storia

Io sarò una buona mamma… So tutto quello che NON bisogna fare!

A differenza di tante altre mamme o aspiranti tali, io non ho alcun dubbio su come crescerò il mio bambino (se mai ne avrò uno – che botta di ottimismo!).
So già tutto quello che NON bisogna fare con un figlio:
– Dirgli/dirle di essere più brava/bella di lui/lei
– Prenderlo/prenderla in giro per il suo aspetto
– Raccontargli/Raccontarle di come/quanto scopo con mio marito
– Ignorare la sua sofferenza, anche se palesemente espressa
– Incolparlo/incolparla di un’eventuale crisi matrimoniale
– Farmi vedere urlare come una pazza con mio marito davanti a lui/lei
– Non partecipare al suo matrimonio per una stronzata

Cosa dite? Vi sembrano regole abbastanza scontate? Beh, non per tutti, dato che io sono cresciuta in questo modo per ben 22 anni, ovvero finché non sono andata ad abitare con mio marito (a quel tempo fidanzato). Chi mi conosce, chi conosce la mia storia, dice che è un miracolo se sono cresciuta così, con la testa sulle spalle, avendo vissuto per anni con una famiglia del genere. Non nego che i miei genitori abbiano fatto tanto per me, dal punto di vista materiale, ma da quello affettivo… Sono stati un disastro. Mentre mio padre non è mai riuscito ad avvicinarsi veramente a me, mia madre ha sempre cercato di essere un’amica piuttosto che una mamma, nonostante fin da piccola le abbia fatto capire che questo tipo di rapporto non mi interessava, e che io volevo solo una madre… La madre che ti fa da mangiare, che ti critica perché ti vesti con i jeans stracciati e insiste per comprarti dei bei abiti, la madre che ti consola quando stai male e ti chiede perché sei giù, non per curiosità, ma con sincero interesse… È questa la mamma che voglio essere. È questa la mamma che non ho mai avuto.
Nonostante i miei genitori non abbiano partecipato al mio matrimonio, io, che forse sono troppo buona e ingenua, ho sempre mantenuto dei rapporti con loro, ho sempre cercato di aiutarli, ho fatto loro… Da mamma. Ricorderò sempre quella volta, qualche anno fa, quando li ho invitati al pranzo di Natale a casa mia e del mio fidanzato. Mio padre si è rifiutato di venire perché doveva andare dai suoi genitori (che poi sono i miei nonni… Ma non poteva propormi di invitare anche loro?), mentre mia mamma è venuta, e ha passato l’intero pranzo a parlarci del fatto che la notte prima, mentre faceva l’amore con mio padre (bleah), il preservativo si era rotto e temeva di essere incinta… Meno male che a quel tempo non sapevo ancora dei problemi di fertilità di mio marito, altrimenti penso che l’avrei presa a testate.

L’ultima impresa di mia madre risale a qualche giorno fa. Ero appena rientrata a casa dopo aver fatto la biopsia, ed ero fisicamente e moralmente distrutta. Lei mi ha chiamato per annunciarmi che aveva intenzione di chiedere il divorzio. Il motivo? Mio padre si era iscritto a Facebook senza dirglielo e le aveva tenuto nascosto d’aver ricevuto dei regali da una collega che, a detta di mio padre, è brutta e da anni gli va dietro, con suo grande fastidio. Nonostante il risentimento che provo verso i miei genitori, la notizia mi ha sconvolto, e sono stata tutta la sera al telefono con mia madre a sentirla sfogare… A sentirla dire che non capisce il comportamento di suo marito, dato che scopano spesso (ri-bleah) e a lui piace molto (ok, ora vomito), e che tutti gli uomini sono stronzi e le donne puttane (grazie, eh).
Il giorno successivo sono andata a trovarla, e pareva aver già cambiato idea. Mi ha confidato i suoi sentimenti come se fossi un’amica, parlando di scopate, di amanti, di cose di cui io non parlarei mai ad una figlia, non in quel modo, almeno. Mi sono sentita caricata, per l’ennesima volta, di un peso troppo grande per me da sopportare, soprattutto in questo momento in cui ho ben altro a cui pensare.
Per la cronaca, sono passati pochi giorni e mia madre sembra aver già cambiato idea sul divorzio… Ma mi ha chiesto di aiutarla ad iscriversi a Facebook, per ripicca (io le ho detto di no, perché lei non ha mai neppure acceso un computer, e per insegnarle impiegherei mille anni).
Insomma, tanto rumore per nulla… Intanto, però, ho passato dei giorni terribili, che mia madre avrebbe potuto risparmiarmi.

A volte mi sembra di vivere in un film. A volte vorrei chiedere al regista un attimo di pausa, perché non conosco il copione, e, in fondo, questo film è una palla mostruosa.