Pubblicato in: La mia storia

Il transfer e la cova


Ciao a tutte! Dopo due giorni di letto-divano-frigo-divano, finalmente ho ritrovato le energie per scrivere qualcosa.

Come già annunciato, giovedì mattina sono andata al centro PMA per affrontare uno degli ultimi passi di questo percorso: il transfer!

Devo dire che, rispetto al pick up, il transfer è stato una vera e propria passeggiata. Non ho urlato neppure una volta! Ma ammetto che la mia condizione psicologica era diversa… Lunedì ero ormai fuori di melone a causa degli ormoni, avevo una terribile paura che qualcosa potesse andare storto, e la pancia mi faceva male ancora prima di iniziare… Giovedì finalmente mi ero sgonfiata, il mio umore era tornato più o meno normale, ed ero un tripudio di speranza e felicità!

Non mi hanno fatto alcuna anestesia questa volta, e in effetti non sarebbe neanche servita. Il tutto è durato cinque minuti, forse meno. Mi hanno portato nella sala operatoria e come al solito mi sono messa a gambe all’aria (e pensare che fino a qualche anno fa mi vergognavo ad andare dalla ginecologa!), mi hanno inserito quel magnifico aggeggio che si chiama speculum, e una volta che la ginecologa era pronta si è fatta passare il catetere con dentro i miei futuri bimbi dalla biologa… In pochi secondi l’ha inserito, l’ha sfilato e tutto era finito. Non mi sono accorta di nulla!

Ho riposato per un’oretta, poi mi hanno lasciata andare a casa (non senza prima aver pagato la parcella – ecco, quello è stato il momento più brutto della giornata!!) con la raccomandazione di non fare sforzi, di non fare ginnastica, di non avere rapporti sessuali, di non salire/scendere le scale di corsa, di non fumare né bere alcolici e di bere molto Gatorade. Per il resto, mi hanno assicurato che posso fare una vita assolutamente normale, compreso andare a lavorare (perché il mio è un lavoro sedentario, se fosse un impiego faticoso ovviamente dovrei stare a casa).

Lo sottolineo perché, leggendo su internet o ascoltando altre donne, ho capito che è molto diffuso il mito che il riposo assoluto dovrebbe aiutare l’attecchimento dell’embrione. Non è così! Anzi, è importante muoversi un pochino in modo che il sangue circoli (cosa importantissima per l’attecchimento).

Molte donne hanno persino paura a ridere, starnutire o fare la pipì temendo che gli embrioni possano uscire (?!). Per favore, non credete a queste fandonie!

Io ho deciso ugualmente di stare per 15 giorni a casa dal lavoro, prima di tutto perché lavoro in un ambiente molto stressante da un punto di vista psicologico e in questo periodo ho bisogno di “covare” tranquillamente, e in secondo luogo perché penso di meritarmi un po’ di riposo!

Negli ultimi due giorni non mi sono mossa molto (anzi…), ho praticamente dormito perennemente, ma probabilmente avevo tanta stanchezza mentale e fisica arretrata… Oggi sicuramente uscirò per fare una bella passeggiata. Il sabato sarebbe il giorno delle pulizie di casa, ma visto che non posso fare sforzi ho già avvertito Marito che oggi sarà il mio schiavo!

Le due settimane di riposo dopo la fecondazione assistita sono previste dall’INPS, quindi il medico di famiglia non può opporsi ed è obbligato a fare il certificato (riporto il paragrafo nel caso in cui serva a qualcuno):

PROCREAZIONE ASSISTITA

 

la procreazione assistita se certificata, per le giornate di ricovero e quelle successive alla dimissione (massimo 2 settimane), in fattispecie particolari, per le giornate antecedenti la fecondazione (massimo 1 settimana) e in caso di prelievo di spermatozoi, al lavoratore, un congruo periodo (circa 10 giorni). (msg. 7412 del 3.3.05)

In tutti i modi, da giovedì pomeriggio sono in malattia, e rimarrò a casa fino al 29 giugno.

Il 28 giugno, ovvero 14 giorni esatti dopo il transfer, dovrò fare le analisi delle beta per scoprire se sono incinta… Oppure no. Anche se il risultato dovesse essere positivo, non potremo ancora festeggiare, perché dovrò continuare a fare le analisi a giorni alterni per vedere se le beta crescono in maniera normale… Insomma, secondo me per festeggiare dovremo aspettare che sia nato, anche perché neppure il traguardo del terzo mese può essere considerato sicuro, l’imprevisto è sempre in agguato!

Insomma, ogni traguardo rappresenta un punto di partenza, ogni successo è un un nuovo inizio. Non si può mai stare in pace, non si può mai smettere di combattere!

Devo ammettere che né io né Marito credevamo realmente che saremmo riusciti ad arrivare fin qui, perciò… Siamo già stati molto fortunati.

Ora non ci resta che covare… E sperare.

Immagine da http://ww2.raccontidifata.com/

Pubblicato in: La mia storia

Il pick up

Non so da dove iniziare a farvi il resoconto di questa tragicomica giornata, perciò suppongo che, per non sbagliare, comincerò dall’inizio.

Io e Marito siamo arrivati alla clinica alle ore 7.30 in punto. Avevo lo stomaco in subbuglio e i battiti a mille. Le mie ovaie, ormai gonfissime, non vedevano l’ora di essere svuotate.
Per la prima volta abbiamo attraversato la fatidica entrata del reparto PMA, sigla di cui Marito ignorava il significato (forse pensava che volesse dire “piccola media azienda”) finché io non l’ho illuminato, dandogli del caprone ignorante (con la scusa degli ormoni posso insultarlo quanto voglio! Poveretto, lo so).

Ci ha accolti un’infermiera simpatica e gentile e abbiamo fatto la conoscenza dell’anestesista, un dottore ultracinquantenne e piuttosto sordo che mi ha elencato tutti i rischi dell’anestesia, gettandomi nel panico più totale.
Mi hanno fatto accomodare in una stanza dotata di tre letti, dove inizialmente ero da sola. Per ingannare l’attesa e cercare di calmarmi, Marito si è messo a canticchiare una versione rivisitata della famosa “Fever”…

♪ ♫

Fivet in the morning
Fivet all through the night…

♪ ♫

Benissimo. Anche Marito ormai sta impazzendo.

Quando l’infermiera è entrata per farmi la puntura pre-anestesia, io ho cominciato ad agitarmi. Oh, ormai dovrei essere abituata alle iniezioni, non so cosa mi sia preso, ma mi sono messa a gridare, e ho addirittura pianto quando l’anestesista mi ha inserito il catetere nella vena sul polso…

Entrambi non potevano credere ai loro occhi. Hanno detto di non aver mai incontrato una paziente tanto fifona. Beh, almeno li ho fatti ridere un po’…

Mentre mi portavano nella sala operatoria stavo letteralmente tremando. La dottoressa che doveva eseguire l’operazione, che fortunatamente consocevo già perché è la stessa che ci ha seguiti durante tutto il percorso, si è accorta della mia paura e ha cercato dolcemente di tranquillizzarmi.
Finché ero cosciente non ho fatto altro che fare mille domande, come al solito… “E quello strumento a cosa serve?” “Ma cosa mi inserite?” “Ma quanto dura il tutto?”
Ma la mia preoccupazione maggiore era questa… “Mi raccomando, accertatevi che stia dormendo prima di iniziare!”

Quando il dottore mi ha iniettato l’anestesia in vena, io, non so perché, ho fatto di tutto per cercare di restare sveglia. Continuavo a muovere le gambe e a parlare, dicevo, con tono di sfida: “Vedete? Non funziona! Sono sveglissima! Mi muovo!”
La dottoressa ha sorriso un po’ ironicamente e ha detto: “Perché non conti fino a dieci?”
E io, come una furia: “Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette…”
Mi sono fermata… La stanza cominciava a girare… Mi sentivo euforica, come se mi avessero drogata… Una sensazione stranissima, ma non brutta, anzi…
“Sono un po’ stanca, in effetti…” ho detto, sorridendo come un’ebete.

Non ricordo neppure se sono riuscita a contare fino a dieci.

Suppongo che i medici abbiano tirato un sospiro di sollievo quando finalmente sono stata zitta (Marito ha chiesto se può avere un po’ di anestetico da portare a casa…).

Mi sono risvegliata nella mia camera. Ovviamente la mia prima domanda è stata: “Quanti??”
Purtroppo la biologa mi ha detto che dei miei sei follicoli la metà erano vuoti, e sono riusciti a recuperare soltanto tre ovociti, e tutti sono stati usati per tentare una fecondazione. Naturalmente questo abbassa di molto le probabilità di successo.

Nel frattempo in camera era arrivata un’altra ragazza, A., con cui ho fatto conoscenza. Lei è al suo secondo tentativo di FIVET. Il primo è andato male perché gli embrioni che le hanno trasferito non hanno attecchito. Oggi doveva fare il transfer. Era molto placida e serena, ho invidiato la sua tranquillità e la sua speranza.

Sono rimasta in osservazione per diverse ore. Dopo il pick up mi è venuto un gran mal di pancia, simile ai dolori mestruali, e dato che non passava ho chiesto un antidolorifico… Che purtroppo mi è stato somministrato tramite l’ennesima puntura. Un bruciore atroce. Se l’avessi saputo, mi sarei tenuta il mal di pancia.

Una volta tornata a casa ho trascorso il pomeriggio a vegetare sul divano, stanca morta, chiedendomi se i miei ovetti e gli spermini di Marito stanno facendo amicizia oppure no…

La biologa ha detto che potrò chiamare mercoledì per sapere se la fecondazione è avvenuta correttamente e, se tutto va per il verso giusto, giovedì mattina andrò per il transfer.

Giovedì. Sembra lontano anni luce.

Oggi, mentre piangevo come una bimba davanti a tutti quegli aghi, mi sono chiesta per l’ennesima volta: “Ma avrei il coraggio di rifare tutto questo?”

Forse sì. Ne vale la pena, per realizzare il nostro sogno. E poi, tra un tentativo e l’altro deve passare qualche mese, e in quel periodo avrei il tempo di recuperare le energie mentali e fisiche per riprovare… Ecco, sto già ragionando come se sapessi che questa volta non andrà bene…

Tre ovetti. Tre spermini che si muovono a malapena.

L’amore ridotto ad un mero esperimento scientifico.

Pubblicato in: La mia storia

Rosso di sera, bel bimbo si spera!

Questo mese, per la prima volta da due anni, non vedevo l’ora che mi arrivassero le Malefiche Rosse per poter iniziare la stimolazione.

Ho passato gli ultimi giorni sperando di sentire i crampi alla pancia, il seno e le caviglie gonfie, sperando di diventare isterica… Temevo che l’ansia e il soppressore che ho preso il ventunesimo giorno del ciclo potessero ritardare l’arrivo delle Malefiche, e allontanare così anche il traguardo…

La settimana scorsa mi è venuta una voglia matta di cioccolato. Mentre ero al lavoro ho chiamato Marito per dirgli di passare al supermercato a comprarmi il Kit Kat. Quando sono tornata a casa ne ho divorate tre confezioni, una dopo l’altra…

Ero convinta che le MR fossero in procinto di arrivare, e invece… Niente.

Pochi giorni dopo sono scoppiata a piangere perché uno dei mie cani mi era saltato addosso e mi aveva sporcato i jeans di fango. Devo ammettere che in realtà non si vedeva neppure che erano sporchi, eppure io ero disperata, dovevo uscire per andare in ufficio e non sapevo come fare… Ho cominciato a frugare nell’armadio, come una pazza ho buttato per terra tutti i pantaloni che ho trovato, poi ho chiamato Marito (che era già al lavoro) per urlargli che avevo assolutamente bisogno di andare a fare shopping, perché l’unico paio di jeans che mi stanno (ehm, sì, sono un po’ ingrassata ultimamente, troppi Kit Kat) erano sporchi e non sapevo che cavolo mettermi!

Marito non ha fatto molto caso alla mia isteria, anche lui, proprio come me, era convinto che il fatidico giorno stesse per arrivare, e invece niente…

Qualche sera più tardi gli ho fatto una scenata per un nonnulla, e poi sono scoppiata a ridere senza un perché… Marito ha preso due mestoli, li ha sistemati a mo’ di crocifisso e poi si è avvicinato a me urlando “Vade retro”! Nuovamente eravamo entrambi convinti che il mio umore ballerino fosse dovuto all’arrivo delle Malefiche, ma non era ancora giunto il momento!

Ieri sera sono andata a letto decisamente di malumore. Era ormai il trentaduesimo giorno del ciclo e delle Malefiche neanche l’ombra…

Stanotte mi sono svegliata esattamente alle ore 5.22, in preda a dolori atroci al basso ventre… Mi sono alzata immediatamente, sono corsa in bagno e… Vittoria! Mi erano arrivate! Per la prima volta ho potuto gioire per l’arrivo delle Malefiche! Sono tornata a letto e non ho più chiuso occhio, un po’ per il dolore (mi scocciava fare le scale per andare in cucina a prendere il Moment…), un po’ per l’emozione.

Anche Marito è molto emozionato, ha già avvertito suo padre che questo sabato (terzo giorno del ciclo) dovrà iniziare a farmi le punture giornaliere… E io non vedo l’ora di iniziare!

Marito mi dice che devo stare calma, che non ci dobbiamo fare illusioni, che le cose potrebbero anche non andare bene come speriamo, ma… Io non posso fare a meno di essere felice. E anche se la dura realtà dovesse infrangere i miei sogni, io conserverò per sempre nel cuore il ricordo di questi giorni felici, di questi giorni in cui mi sento già mamma, in cui sento il mio bambino così vicino, come forse non sarà mai…

Pubblicato in: La mia storia, Riflessioni

Quel momento di felicità

È da due anni che lo immagino.

Al mattino quando spengo la sveglia e, mezza addormentata, mi nascondo sotto le coperte per godere ancora di qualche minuto di pace…
Mentre sono in macchina diretta verso l’ufficio e ascoltando la radio canticchio sottovoce…
Al lavoro, quando la mia mente annoiata vola via, lontano…
Alla sera quando, accucciata sul divano insieme a Marito, guardo la televisione…
Negli istanti un po’ nebulosi prima di addormentarmi, quando riemerge in me tutta la rabbia, la frustrazione e la speranza…
Quando dormo, nei miei sogni…
Lo immagino sempre.
Quel momento di felicità.


Il momento in cui, guardando il test di gravidanza, scoprirò di essere incinta.
Il copione è sempre lo stesso. Quando guardo il test sono da sola, chiusa in bagno. Scoppio a piangere. E in quel pianto è racchiusa tutta la felicità che ho sempre sognato di provare, un giorno. Una felicità talmente intensa che mi sembra quasi di morire… Rido, e piango.
Poi corro da Marito. Sto in silenzio e gli mostro il test, cercando di trattenermi dal ridere… So che lui non capirà. È un uomo, di queste cose non sa niente. Non ha idea di cosa significhino quelle due benedette linee! Non riesce neanche a parlare, mi guarda come per incitarmi a dirgli qualcosa, a dirgli la verità. E poi io rido. Rido senza freni, come non ho mai fatto prima.
E urlo: “Ce l’abbiamo fatta!”
Lui ride, poi piange, poi mi abbraccia, a lungo, per un tempo infinito, le nostre lacrime si mescolano, le nostre risate riempiono l’aria…

Ma i miei sogni non finiscono qui. Non esistono limiti ai sogni, quindi… Perché non sognare in grande?
Vedo io e Marito che sistemiamo la cameretta, che fino ad oggi è servita come studio/magazzino… Una stanza disordinata, incompleta, insensata, una stanza in attesa, proprio come noi, di qualcosa di bello, di qualcosa di migliore. Discutiamo per il colore delle pareti, sistemiamo i mobili, compriamo l’armadietto, la culla, diecimila giocattoli…
Mi vedo con un bel pancione seduta sul divano a divorare tavolette di cioccolato, e Marito che mi guarda adorante anche se sono una balena, perché io sono la Portatrice del Sogno… Del nostro sogno.
Vedo le nostre bimbe pelose che guardano con sospetto la mia trasformazione, e allora io e Marito spieghiamo loro che presto arriverà un bellissimo bambino nella nostra casa, e che porterà gioia a tutti, anche a loro, e che dovranno trattarlo bene, perché sarà per loro come un fratellino…
Vedo… Vedo tutto quello che ho sempre voluto.
Ed ora lo vedo più chiaro, i sogni ad occhi aperti sono più nitidi, perché il traguardo è vicino…

Pubblicato in: La mia storia

La prima volta

Oggi ho fatto la mia prima iniezione (di Enantone) per la soppressione. Ho da sempre una paura atroce degli aghi (e pensare che sono anche donatrice di sangue), ma per fortuna il suocero, nonché infermiere ufficiale della famiglia, è stato bravissimo e non ho sentito nulla!

Per un paio d’ore subito dopo l’iniezione ho avvertito tutti i sintomi più strani di questo mondo… Mi sentivo spossata, avevo caldo, mi girava la testa… Dopo essermi convinta che era tutto frutto della mia immaginazione, ora mi sento benissimo! Per la prima volta non vedo l’ora che mi vengano le Malefiche Rosse per poter iniziare la stimolazione con il Gonal! Il soppressore che ho preso, infatti, comincerà a fare effetto soltanto dal prossimo ciclo, mentre questo mese le mestruazioni arriveranno normalmente (concetto che ho capito soltanto stasera girovagando su vari forum, perché prima non l’avevo afferrato molto bene…).

Insomma, siamo finalmente partiti! E ne sono felicissima, anche se, devo ammetterlo, il mio ottimismo ha cominciato un pochino a smorzarsi. È da sabato scorso, ovvero da quando la dottoressa del centro PMA ha acconsentito a sottoporci all’ICSI, che non faccio altro che immaginarmi con il pancione e sognare ad occhi aperti il nostro bimbo, la sua cameretta, i suoi giocattoli… Mi vedevo già mamma, e la mia non era una speranza, ma proprio una certezza. Ora, invece, mi sento sì entusiasta, ma anche tanto spaventata… Non per i farmaci o per l’operazione, ma per la possibilità, che adesso sento più reale, che le cose non vadano come le immagino io. Mi rendo conto che ho lasciato correre un po’ troppo la fantasia. Ma è così bello sognare, no?

Tra tre giorni la mia amica incintissima dovrebbe partorire… Lei è rimasta incinta con un unico tentativo…
Negli ultimi giorni ho pensato spesso a lei, non con invidia, ma con felicità. Già vedevo io e lei passeggiare insieme per il parco con i nostri pargoletti… Mentre ora immagino il giorno in cui mi inviterà a casa sua a vedere il nuovo arrivato, e devo dire che non so con che spirito ci andrò. Avrò il sorriso sulle labbra, come sempre, ma forse quando andrò via e nessuno mi potrà vedere scoppierò in lacrime…

Che depressione, non sarà davvero colpa dell’Enantone?! (notare la rima…)

Pubblicato in: La mia storia

Una settimana infinita

Prima di tutto, grazie a tutte per il vostro sostegno, davvero. Anche se non vi conosco di persona le vostre parole di conforto e solidarietà mi fanno molto piacere.

È da sabato che non riesco a dormire e non ho neppure più appetito (forse è meglio, perché vorrei cercare di perdere quei chiletti che ho messo su ultimamente, prima di gonfiarmi con gli ormoni…).
Sono perennemente in ansia. Mi sento i battiti a mille. In questi giorni cerco di pensare ad altro, di svagarmi, di passare poco tempo a casa… Lunedì sera dopo il lavoro sono andata a trovare mia nonna, ieri pomeriggio ho partecipato ad una manifestazione animalista, stasera sono andata a trovare un mio amico in ospedale… In ufficio c’è un gran casino e non ho neppure dieci minuti liberi per girovagare su internet sui soliti forum che parlano di maternità (e forse è bene così!)… Eppure… Il tempo sembra non passare mai!
Non vedo l’ora che sia sabato per fare la puntura di Enantone. Ho una fifa boia, eppure non vedo l’ora che arrivi quel giorno. Non vedo l’ora di iniziare. Non riesco a pensare ad altro! Proprio io, che ho una paura atroce degli aghi…

Mi sento ottimista e felice, forse anche troppo. Continuo a pensare che, tra un mese e mezzo o giù di lì, potrei essere incinta… Potrei finalmente realizzare il mio sogno, dopo questi mesi orribili in cui tutto sembrava perduto!

Lo so che non devo farmi troppe illusioni, che le cose potrebbero anche andare male, ma… Non riesco a non sorridere. Sono felice, ed era da tanto tempo che non mi sentivo così.

Esattamente un anno fa stavo organizzando il mio matrimonio. Fino a qualche giorno fa desideravo con tutto il cuore poter tornare indietro a quel periodo magico, alle prove dell’abito, alla scelta delle bomboniere, quando ancora non sapevo che gli spermini di Marito fanno schifo (una buona percentuale è priva di testa… O__o). Invece ora non faccio altro che contare i giorni che mancano a sabato. Questa settimana sembra infinita, e non oso pensare alle prossime!

Non vedo l’ora di farmi bucare, di ingrassare, di diventare isterica, di riempirmi di brufoli! Sarò un mostro tipo gli spermini di Marito, ma… Magari sarò incinta!

Oggi ho letto questo articolo sul Corriere della Sera. Un certo John Morris afferma che secondo lui  Jack lo Squartatore in realtà era una donna che, dopo aver scoperto di non poter avere figli, aveva deciso di vendicarsi uccidendo le ragazze e sventrando i loro corpi.

Fino a qualche giorno fa avrei pensato di essere una reincarnazione del famoso serial killer… Ora, invece, quando incontro una donna incinta o una mamma con al seguito il suo bambino, non posso fare a meno di sorridere e pensare tra me e me… Tra poco anch’io farò parte del club!

Pubblicato in: La mia storia

La scoperta della verità

Ho sempre avuto un forte istinto materno. Quando ero bambina amavo fare da babysitter ai figli delle famiglie bisognose che mia madre, volontaria in parrocchia, seguiva.
Da adolescente parlavo spesso con la mia amica A. di quanto sarebbe stato bello diventare madre.
Ricordo in particolare una conversazione che abbiamo avuto quando avevamo sedici anni ed eravamo in vacanza in Sardegna. Era sera e stavamo passeggiando sul lungomare. Ad un tratto iniziammo a parlare dei figli che avremmo avuto, un giorno. 
Entrambe desideravamo una femminuccia, dato che in quel periodo dell’adolescenza, com’è giusto che sia, odiavamo i maschi, così bugiardi e infingardi.
Rammento quell’episodio come se fosse accaduto ieri. Credo d’aver capito proprio quella sera quanto fosse forte il mio desiderio di diventare madre. A quel tempo, da brava adolescente pessimista e priva di autostima, credevo che il mio sogno fosse impossibile, perché non avrei mai trovato un uomo con cui realizzarlo (e A., che ha dovuto sopportare i miei lamenti e piagnistei, ne sa qualcosa).

Quando ho incontrato Marito, però, la mia vita ha preso una piega diversa. Ero convinta di poter essere finalmente, pienamente felice. Abbiamo aspettato di comprare una casa e di trovare entrambi un lavoro fisso e poi, ancora prima di sposarci, abbiamo deciso di metterci all’opera per realizzare il nostro desiderio comune.
Dato che il pessimismo della mia giovinezza era ormai scomparso, non avrei mai potuto immaginare che il nostro sogno sarebbe stato tanto difficile da realizzare.
Come potevo sapere che uno di noi avesse dei problemi? Perché proprio noi?
Dopo un anno e mezzo di tentativi falliti (e dopo un matrimonio), a dicembre dell’anno scorso ho chiesto consiglio alla mia ginecologa. Quando ho detto a mio marito che la dottoressa aveva prescritto le analisi ormonali per me e uno spermiogramma per lui, mi ha guardato come se fossi impazzita.
“Il mio sperma sta benissimo!” ha detto, visibilmente offeso.
“Certo, certo…” ho risposto io, alzando gli occhi al cielo. “Ma un controllino non fa male, non credi?” Marito non era molto convinto, ma alla fine, dopo mille insistenze, ha accettato di sottoporsi a questa immensa tortura. Anzi, a dire il vero dopo averci riflettuto sembrava quasi contento.
“Quindi questo vuol dire che per una volta ho il tuo permesso per guardare i siti porno?” ha esclamato, tutto felice.
“…Se proprio devi…” Marito ha raccolto il campione in casa.
Io l’ho aspettato in macchina, con il motore acceso, per scaldare l’abitacolo. Era una freddissima mattina di dicembre, non volevo che gli spermini si congelassero! Dopo una decina di minuti Marito è uscito, con un faccia stanca, manco avesse appena corso la maratona… È entrato in macchina e mi ha consegnato il prezioso contenitore, che io ho avvolto tra le mie braccia, come se fosse un bambino.
“Beh? Soddisfatto? Ti sei guardato un bel video porno?” ho chiesto, un po’ ingelosita, effettivamente.
“No, ho usato l’immaginazione…”
“E a che hai pensato?”
“Boh, a delle donne nude, così…”
Ora, se noi esponenti del gentil sesso fossimo dotate di un membro come i maschietti, probabilmente per raggiungere autonomamente il piacere ci impegneremmo ad immaginare nella nostra complicata mente l’intricata trama di un film erotico… Ci metteremmo una buona mezz’ora soltanto per delineare perfettamente i corpi dei personaggi, per inventare i dialoghi più eccitanti… Invece lui, cinque minuti e – bum! – aveva già fatto. E, nonostante non avesse neppure minimamente sforzato la fantasia, pareva fisicamente distrutto.
Gli uomini sono veramente strani.
Comunque, i risultati del primo spermiogramma erano disastrosi. Pochissimi spermini, talmente pochi che il laboratorio non si era neppure curato di misurarne velocità e forma.
Né io né Marito eravamo riusciti ad interpretare i risultati delle analisi, ma quando li ho mostrati alla ginecologa, la sua espressione ha fugato ogni mio dubbio.
Le mie analisi ormonali andavano bene, ma ha detto che lo spermiogramma era il più brutto che avesse mai visto (grazie, eh), e che la nostra unica possibilità era la fecondazione assistita.
Era comunque abbastanza ottimista che, grazie alla scienza, ce l’avremmo fatta. Il suo ottimismo mi ha infuso speranza, ma, naturalmente, ero ugualmente devastata.
Come affrontare una notizia del genere? Davanti ad un dramma simile, marito e moglie dovrebbero rimanere uniti, sostenersi a vicenda, non colpevolizzare nessuno, lottare insieme per il sogno comune… Ed è quello che noi stiamo facendo, ora.
Il primo periodo dopo questa terribile scoperta, però, non è stato particolarmente positivo per noi.

Prestate particolare attenzione al mio racconto, poiché nelle prossime righe scoprirete tutto quello che NON dovete fare quando venite a sapere che vostro marito/moglie ha un problema di sterilità.
Dopo aver sentito il parere della ginecologa sono tornata a casa in lacrime. Marito era molto preoccupato, e mi ha chiesto cos’avessi. Ancora non poteva sapere quanto fosse grave la situazione.
Senza smettere di piangere ho sbattuto il foglio delle analisi sul tavolo e ho urlato: “Avevo ragione! Noi non possiamo avere figli! Sei tu!”
Marito non sapeva cosa dire. Non aveva ben capito cosa stessi dicendo. Mi sarei meritata un bel ceffone, ma lui è troppo buono e ha cercato solo di consolarmi. In realtà non volevo colpevolizzarlo, anche se così sembrava.
Ovviamente lui non ha scelto di avere questo problema! E se fossi io ad avere un problema del genere, non potrei sopportare di essere accusata per questo.
In verità ero arrabbiata perché da diversi mesi, ormai, mi ero convinta che uno di noi avesse un problema, perché non era possibile che il nostro bambino impiegasse così tanto tempo ad arrivare… Marito, però, mi aveva fatto patire prima di accettare di sottoporsi a delle analisi. E, come spesso accade, il mio intuito aveva ragione.
Insomma, ero arrabbiata perché Marito non mi aveva dato retta prima.
Un mese dopo, Marito ha ripetuto lo spermiogramma, per confermare, oppure stravolgere, il primo risultato. Entrambi, ovviamente, speravamo che il primo esame fosse andato così male perché durante il trasporto il prezioso liquido era stato influenzato dal freddo, nonostante le mille precauzioni…
La seconda volta Marito ha fatto meno storie, fortunatamente. Il secondo spermiogramma l’ha effettuato presso un centro privato di fecondazione assistita, direttamente sul posto. Marito era convinto che il centro privato avesse a disposizione una sala apposita per la “raccolta campione”, dotato persino di televisione per guardare dei film a luci rosse per velocizzare il tutto… (In effetti, questo gli aveva riferito un amico che aveva fatto lo spermiogramma presso lo stesso centro).
Forse siamo veramente sfigati, perché Marito, invece, ha dovuto sostenere l’ardua impresa dentro ad un angusto bagno unisex… Dove per ben due volte gli hanno bussato alla porta, interrompendo bruscamente le sue visioni di donnine svestite… Non potete immaginare quanto ho riso quando me l’ha raccontato!
Noi donne siamo solite sostenere così tanti esami imbarazzanti (e spesso dolorosi), i maschietti non capiscono che una “disavventura” del genere non è niente!

Purtroppo il secondo spermiogramma di Marito ha evidenziato la stessa identica situazione riportata dal primo esame. Anzi, addirittura peggiore, dato che il secondo laboratorio ha effettuato indagini più approfondite. Gli spermini sono pochissimi e tutti malformi (100% di forme anomale).
La ginecologa, una volta visionato il risultato, ha confermato la diagnosi precedente: la fecondazione assistita è la nostra unica speranza. Da quel giorno io e Marito ogni sera abbiamo iniziato, una volta tornati a casa dal lavoro, a parlare di sperma, spermatozoi, fecondazione assistita, bambini… Per lungo tempo le nostre conversazioni hanno ruotato soltanto attorno all’argomento bimbo (conversazioni farcite da litigate e pianti) finché non abbiamo capito che questo pensiero fisso ci stava rovinando.
Non passa giorno senza che io pensi al nostro bambino, quel bambino che non so quando finalmente potrò abbracciare… Ho imparato, però, che la vita deve comunque  andare avanti.
Il coraggio è la prima cosa che insegnerò al mio bambino, e se io stessa non riesco ad essere coraggiosa, come posso pretendere che lui lo sia?