Pubblicato in: La mia storia

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Sono stanca. Arrabbiata. Ho voglia di piangere. Ma nessuna di queste emozioni ha un suo preciso perché. O forse sì. Non lo so. Non so più niente.
Ieri sera ho avuto una crisi di nervi. Avrei voluto spaccare la casa, e se non l’ho fatto è solo perché mi sono mancate le forze.
Questo è un post transfer molto diverso dal solito.
Mercoledì sono tornata a lavorare, esattamente il giorno successivo al transfer.
Chissà perché, forse sono troppo ingenua e troppo fiduciosa verso il genere umano, ma credevo sinceramente che i miei colleghi sarebbero stati un po’ più rispettosi verso i miei confronti, sapendo quello che sto passando, sapendo che questo è un periodo molto delicato.
Credevo che avessero capito che vado a lavorare (rinunciando alla malattia di cui ho diritto) anche per loro, per non lasciarli nella cacca e per non costringerli, ancora una volta, a sostituirmi (che poi sostituire me è molto difficile, dato che lavoro come tre dei miei colleghi cinquantenni messi insieme…).
E invece, non è andata così. Il giorno in cui sono rientrata al lavoro è trascorso tra stupidi litigi per stupidi motivi di lavoro.
Quando questo accade io divento matta. Comincio a sentire un mal di pancia terribile e il cuore che batte fortissimo.
Perché? Perché tutte a me? Perché tutti mi odiano?
Io devo stare tranquilla! Almeno in questi giorni, devo stare tranquilla! Perché non merito neppure qualche giorno di pace?
Per fortuna poi la situazione si è placata.
Il mal di pancia, però, mi è restato.

Ma non è per questo che sto tanto male.

Non posso bere, non posso fumare. Durante i precedenti post-transfer né l’alcool né il fumo mi sono mancati. Ero convinta che valesse la pena fare quel piccolo “sacrificio” per i miei puntini luminosi, che dovevo fare di tutto per aiutarli a rimanere ben aggrappati alla loro mamma…
Ma, dopo due tentativi falliti, le speranze iniziano a vacillare. Tutto quello che sto facendo, tutti i piccoli “sacrifici” che sto compiendo, probabilmente saranno del tutto vani.
Ho una fottuta voglia di fumare fino a farmi venire la nausea e di trangugiare una bottiglia di Franciacorta, fino a stordire i miei sensi, sperando che l’alcool riesca a farmi ridere, senza un motivo, perché io il motivo di ridere l’ho perso da tanto tempo.
Ma non è neppure per questo che sto male.
Ho deciso di tornare subito a lavorare e fare la vita “normale”, ma devo dire che con tutte le buche che ho preso con la macchina, solo un miracolo potrebbe aver permesso ai miei piccini di sopravvivere.
E quindi, ora, ho pure il senso di colpa per non essere stata a casa in malattia. L’ultima volta, però, mi sono pentita per non essere andata a lavorare.

Sono indecifrabile persino a me stessa.

Ma no, non è per questo che sto male.

Ieri io e mio marito abbiamo incontrato un nostro conoscente, un ragazzo della nostra età. Ieri era estremamente sorridente. Luminoso, direi. Con un gran sorriso ci ha annunciato ch la sua ragazza dovrebbe partorire a giorni. Io sono entrata in macchina senza proferire parola, mentre mio marito è rimasto a scambiare qualche frase di circostanza.
“Lui non ha mica nessuna colpa…” mi ha detto poi, vedendomi tanto amareggiata e conoscendo il motivo del mio disagio.
Lo so che non ha colpa.
Questi due ragazzi sono brave persone. Di certo saranno bravi genitori, non ho motivi per pensare il contrario.
Di certo si meritano di essere genitori…
E perché noi no?
Ma non è per questo motivo che sto male.

I miei genitori hanno ricominciato a litigare.
Avere due genitori che si comportano come adolescenti, una madre che si mette mezza nuda su internet, che minaccia di rigarti la macchina, ti chiama “maledetta” e ti dice che la vita ti punirà… E finire in cura dallo psicologo per questo… Non è il massimo, ve l’assicuro.

Ma no, non è neanche questo il motivo della mia crisi di nervi.

In questi giorni ho realizzato che sono sola. E non solo perché non ho i genitori. Non è di certo la prima volta che mi ritrovo a fare questa affermazione, ma… Ci sono momenti in cui la solitudine pesa di più. Ci sono momenti in cui riesco a dire “chi non mi vuole non mi merita” o “meglio soli che male accompagnati”… Questo, però, non è uno di quelli.

Sicuramente le amiche non mi hanno abbandonata perché faccio del vittimismo. Ogni volta che parlo di me per più di due minuti mi sento in colpa e inizio a riempire il mio interlocutore di domande sulla sua vita, perciò…
Le amiche sono tutte prese dai loro figli, dalla ricerca di un lavoro, dalla loro compagnia di amici…
Io non sono un tipo “da compa”, non ho mai fatto parte di un gruppo, sono più un outsider.
Forse è per questo che non piaccio, chi lo sa.
O forse il problema è che nessuno può e vuole capire cosa significhi quello che sto vivendo da un anno a questa parte. La gente si stanca presto dei drammi, anche se la persona che li subisce cerca di affrontarli con il sorriso, senza far pesare il suo dolore sugli altri…
Ma il bello è questo. Io non voglio amiche con cui devo reprimere me stessa, con cui devo trattenere le lacrime per non sembrare quella che fa del vittimismo, con cui devo ridere a forza per sembrare simpatica… Io voglio amiche con cui posso piangere, e urlare, e chiedermi perché Dio mi odia tanto, e immaginare quel figlio che forse mai arriverà, e lasciarmi coccolare…

Oggi ho cominciato a ricontattare amiche che non sento da un pezzo, sperando di riallacciare qualche rapporto. Probabilmente in poche risponderanno, e forse solo una o due accetteranno il mio invito, ma… Se riuscissi a ritrovare anche solo un’amicizia, un’amicizia vera, sarei già felice.

E… No, non è questo il motivo per cui sto male.

Oggi io e mio marito siamo andati a trovare La Nonna nella casa di riposo. Non sono neppure sicura che mi abbia riconosciuto.

Mi ha pregato, più e più volte, di portarla a casa, perché lì non ci vuole stare… Io non sapevo cosa risponderle, mi veniva solo da piangere.
Poi, guardando me e mio marito, ha chiesto se siamo sposati.
“Sì,” abbiamo detto.
“E bambini, ne avete?”
Io e mio marito ci siamo guardati, sconsolati.
“No, nonna, non ne abbiamo…”
“Ah… Beh, fate bene, se volete avere più tempo libero per voi!”
“Eh già… E’ proprio così.”
La stessa conversazione si è ripetuta per tre – TRE – volte. Sigh.
Poi La Nonna ha voluto sapere come sta SUA MAMMA. Non potevo mentirle, e così le ho detto che è morta undici anni fa. Lei sembrava non ricordarsi nulla, e mi ha guardato sgranando gli occhi. Sembravano quelli di una bambina. Innocenti. Buoni. Spaventati.
“E’ morta?”
“Sì, ma… Era molto anziana… Se fosse viva, ora, sarebbe veramente molto, molto vecchia…”
Poi La Nonna si è rinchiusa nel suo silenzio. Le ho chiesto di parlarmi, di dirmi cosa provava, e lei mi ha detto soltanto che le emozioni erano troppe.
“Tutto il tempo che sono stata qui io ho pensato alla mia mamma… E ora tu mi dici che non c’è più!”
Da quando è entrata nella casa di riposo La Nonna è sempre più magra e sempre più lontana… Sta perdendo completamente la memoria, e io non posso permettere che questo accada! Ho provato a ricordarle alcuni momenti della sua vita, l’ incontro con suo mio marito, l’ufficio in cui lavorava, di quando il pippo sparava e lei doveva buttarsi nel fosso, di quando curava sua madre morente, e ho cercato di farle ricordare anche gli ultimi anni, quando ha vissuto con mia madre e mio padre, e i gattini che si accucciavano sul suo letto e le facevano compagnia… Niente. Sembrava non ricordarsi niente.
Poi, come succede sempre, dopo qualche minuto è andata in trance, e… Non c’è stato verso di farla parlare di nuovo. Io e mio marito ce ne siamo andati, lasciandola alle cure della suora e promettendole che saremmo tornati al più presto.
E io, ancora una volta, per l’ennesima volta, ho pensato a quanto sia bastardo il destino.
Se io e mio marito avessimo un bambino… Sono sicura che lui/lei sì che sarebbe capace di riportare La Nonna alla vita!
E riporterebbe alla vita anche me… Ma quel bambino non c’è. Quell’ ingenuità, quella speranza, quella dolcezza, quel futuro non c’è. E a noi non resta che piangere e tacere.

Non è neppure questo a farmi stare male…
E’ tutto questo messo insieme.
Tutto questo è troppo per me. Troppo!
Ma penso che potrei affrontare tutto se non mi sentissi tanto VUOTA.
No, non sono mezza piena. E neppure mezza vuota. Sono proprio vuota.
Me lo sento.
E’ così.
Non è per essere pessimisti, o vittimisti, o chissà cos’altro.
E’ che non ho motivi per credere il contrario.
Questa volta ho deciso di anticipare ulteriormente il test di gravidanza. Lo farò venerdì prossimo, al 10° pt.
Se fossi incinta si dovrebbe già vedere. E se sarà negativo, almeno potrò evitarmi di passare un altro week end chiusa in casa.
Potrò ubriacarmi, fumare, e anche se poi passerò la notte chinata sul cesso a vomitare, almeno per qualche ora starò bene.
Certo, quando poi l’effetto dell’alcool sarà finito tutto sarà triste come prima.
Ma sembra proprio che qualche ora di finta euforia sia tutto ciò che posso avere, tutto ciò che mi merito.
L’unica cosa di cui sono sicura è che se non diventerò mamma al più presto, diventerò senz’altro un membro dell’Alcolisti Anonimi.