Pubblicato in: La mia storia

Me, myself and I

Domani rientrerò al lavoro dopo sedici giorni di malattia.

Mi toccherà subire tutte le domande di colleghi morbosamente curiosi che non hanno la più pallida idea di quello che sto affrontando da sette mesi a questa parte e a cui ho raccontato un sacco di palle.

Sono sola a casa. Marito è andato via per lavoro e tornerà domani sera.

Ho passato l’ultima ora a sorseggiare vino e fumare come un turco (dopo la gravidanza-lampo ho ripreso tutti i miei vizi) parlando da sola. Anzi, non proprio da sola. Ho parlato per un’ora immaginado il primo colloquio con l’assistente sociale. Sì, sono pazza.

Come da programma, ieri ho fissato l’appuntamento per pianificare il prossimo ciclo di PMA e ho contattato il Comune per avere un incontro con l’assistente sociale per iniziare la pratica per l’adozione.

E ho smesso di piangere.

In realtà vorrei piangere, ma non ci riesco più.

Sono soltanto arrabbiata e agguerrita. Io voglio avere un figlio, cazzo. Biologico, adottato o comprato al mercato nero non importa. Io voglio un figlio e l’avrò.

Sono tanto stanca.

Mia madre, ignara di tutto quello che sto passando, mi ha chiamato per parlarmi ancora del supposto tradimento di mio padre, parlando come una quindicenne gelosa, mia nonna è in un ricovero sui monti e non ho idea di come stia, mia suocera sta malissimo e forse ha un tumore, io sono da sola a casa a parlare con immaginari assistenti sociali e a rabbrividire per le prossime iniezioni, non ho nessuno con cui parlare, le persone che mi danno più conforto sono quelle che commentano questo blog, non ho amici che capiscano davvero cosa stia passando… Vorrei dire che non ce la faccio più, ma non posso dirlo, perché io devo farcela!

Domani la vita ricomincia… La solita routine, le solite incazzature, le solite pause caffé, i solito colleghi… La solita attesa per una vita migliore.

Aspetto… E mentre aspetto, faccio un po’ fatica a ridere.

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Sono invidiosa… Di un gatto!

Oggi sono andata, come ogni domenica, a fare volontariato presso l’associazione per gli animali a cui sono iscritta. Io amo gli animali. Animali e bambini sono le creature più belle del mondo. Innocenti, indifesi, privi di ogni malvagità. Ma, mentre i bambini sono amati e rispettati praticamente da tutti (anche chi non ne vuole avere, non si sognerebbe mai di giustificare le crudeltà che ogni giorno vengono inflitte ai bimbi, né giudicherebbe male chi svolge volontariato per loro), gli animali, purtroppo, no. E visto che io sono da sempre una paladina dei “reietti”, da qualche anno mi sono iscritta a questa associazione per aiutarli. Quando curo gli animali mi sento meglio, i pensieri negativi svaniscono, almeno per qualche ora. Mi sento bene.

Negli ultimi giorni una delle gatte curate presso la nostra struttura ha partorito quattro cuccioli. Oggi li ho visti per la prima volta. Mi sono commossa. Sono creature così piccole, docili, indifese… La mamma li teneva abbracciati a sé, e mentre prendevano il latte i “bimbi” erano avvinghiati l’uno all’altro. Una meraviglia della Natura! Non ho resistito e, dato che la mamma sembrava buona, ho preso un cucciolino in mano e l’ho adagiato sul mio petto per fargli sentire il mio calore e fargli capire che non doveva avere paura, che io gli voglio bene. Mi è sembrato di stringere un bambino… Quel bambino che, forse, non avrò mai.

Ad un certo punto il cucciolo ha iniziato ad agitarsi, voleva tornare dalla sua mamma… E mamma gatta mi guardava intensamente con i suoi grandi occhi gialli, mi sembrava quasi che mi stesse dicendo: “Che fai? Ridammi il mio cucciolo! Lui è mio, tu non ne hai, e non ne avrai mai!”
Ho rimesso il gattino nella gabbia con i suoi fratellini, e lui ha ricominciato subito a prendere il latte. Ho continuato a guardarli ancora per un po’. E mentre guardavo quella scena dolcissima, mi sono resa conto che, in effetti, io ero invidiosa della mamma gatta. L’ho osservata stringere i suoi cuccioli, allattarli con pazienza e amore, e non facevo altro che chiedermi “E io? Perché questo gatto sì, e io no?”

Sono invidiosa di un gatto.

Quando l’ho raccontato a Marito, lui ha detto semplicemente: “Quel gatto non ti può aver parlato. I gatti non fanno ragionamenti così complicati…”
“Ma certo, lo so che non mi ha parlato!” (Ok, sono un po’ fuori di melone, ma non fino a questo punto). “Ma hai capito quello che ti ho detto? Sono invidiosa di un gatto!”
“Mmh… Vabbé (stile Gisella de “I soliti idioti”). È ora di pranzo. Mangiamo?”
Certo, mangiamo. Sperando che le mezze maniche della Barilla non decidano di parlarmi.